domenica 22 ottobre 2017

L'anoressica obesa


Quante volte avete visto una cicciona mangiare come un uccellino? Addentare anche solo una mela con morsi piccoli, ma cadenzati?
Cosa avete pensato di lei? Quello che molti pensano dei ciccioni: “con tutto quello che ha mangiato per diventare così, non avrà di certo fame”. Certo, perché per voi “normali” la fame è qualcosa di conosciuto, di identificato. Il senso di fame, che cosa bella: hai fame quindi mangi. Poi ti sazi e smetti. Chi soffre di un disturbo alimentare non conosce il senso di fame, talvolta conosce i crampi allo stomaco, quelli a cui è abituato a resistere perché quel giorno deve digiunare. Quel giorno e altri giorni, per più giorni fino alla prossima abbuffata.
Ho raccontato tante volte la mia altalena tra un dca ed un altro, ma mi accorgo che ogni volta viene fuori un aspetto differente, questo perché le sfaccettature sono tante. Chi soffre, o meglio, chi ne ha sofferto ed ha avuto il modo di indagare sa. Chi si trova invece, ad avere a che fare con un malato non si renderà conto subito di quanto sta accadendo alla persona: siamo bravi a nascondere e a nasconderci, a far finta che tutto vada bene. Non lo facciamo per vittimismo, ma perché il digiuno ci esalta, ci fa sentire forti: ci dona la piacevole illusione che possiamo controllare la nostra vita mentre è la vita stessa che ci sta sfuggendo tra le mani.
Quindi?
Quindi dopo aver raggiunto i 130kg a 25 anni (ed innumerevoli diete da specialisti e poi fai da te), ho avuto la fortuna di poter chiedere aiuto. L’ho fatto silenziosamente, come silenziosissime e nascoste erano le mie abbuffate durante le quali riuscivo ad ingurgitare anche 2000/3000kcal in mezz’ora.
Ho trovato un gruppo di auto-aiuto: un piccolo forum con persone che si raccontavano. Trovare esperienze simili, background e dinamiche familiari così uguali alla mia mi ha fatto sentire a casa. Qualcuno era in cura, qualcuno no, ma tutti riuscivamo a darci una mano e iniziavamo ad analizzare con lucidità quanto accadeva. Rileggendo oggi quelle conversazioni, posso accorgermi dei periodi di non lucidità di ognuno di noi: la nostra forza era proprio il riuscire a svegliare l’altro dal torpore, risollevandolo dall’abisso in cui stava di nuovo scendendo. Iniziai a capire di come il vedermi diversa allo specchio a distanza di poche ore potesse essere un problema e non un’effettiva trasformazione: da un momento all’altro della giornata ero “gonfia – no però ora mi si vedono gli zigomi – ora no” e questo poteva cambiare sia l’esito della mia giornata, sia il mio comportamento nei confronti del cibo.
Questo percorso, dopo circa due anni, iniziò ad andare di pari passo con un’alimentazione controllata e l’inizio dello sport. Che bello vedere la bilancia scendere, che bello vedere che quei pantaloni taglia 64 iniziavano ad andare larghi. Lo scoglio psicologico dei 100kg e poi ancora giù. Ad 80 mi vedevo magra, ma ancora avevo paura a passare negli spazi stretti e a sedermi in un cinema con quei dannati braccioli in cui il mio enorme sedere non sarebbe entrato.
Quando perdi tanto peso è fisiologico che il tuo corpo vada in allarme e decida di fermarsi. Il tuo corpo si ferma, la tua testa no e all’improvviso ti ritrovi che non ti basta più perché tu non puoi più controllare il tuo corpo. E se non puoi controllare il tuo corpo significa che nulla più andrà come deve, come decidi che debba andare. I perché delle abbuffate compulsive possono essere tanti: per me, e l’ho capito solo dopo anni ed ora con la terapia, era energia inespressa. Mangiavo per accumulo, per tenere tutto con me, per controllare che tutto rimanesse con me. Si chiama paura dell’abbandono. Paura che l’abbandono dipenda da te stesso, da qualcosa che tu hai fatto.

Ad 80kg mi fermo. La bilancia non scende più. Inizio sessioni giornaliere di fitness che durano due ore. E non mangio. Il mio diario alimentare, strumento che oramai utilizzo da ben due anni ininterrottamente, sembra scritto da un colibrì a dieta. Giornate in cui mi reggo con una sola mela verde. Le abbuffate sono scomparse quasi del tutto, ma mi pongo l’obiettivo, quando faccio sport, di fare tre o quattro pasti che abbiano al massimo 100kcal ognuno. Annoto tutto. Anche i caffè non zuccherati. La caramella. Il morso al cioccolatino.
Piango, letteralmente piango, al pensiero di dover uscire e mangiare una pizza. Naturalmente l’unica cosa che avrei toccato quel giorno. Sono perfetta nella mia distruzione che va di pari passo con l’ossessione dell’apparire sempre eccessivamente in ordine: mai un capello fuori posto, mai un’unghia con lo smalto rovinato in un punto invisibile. Il nervosismo che deriva dal capire che una di queste cose non è andata come desidero e che non ho modo di rimediare mi fa diventare un’altra persona: buia, aggressiva.
Come ne sono uscita? La realtà è che ci è voluto tanto tempo: anche quando ho raggiunto un’apparente stabilità non ero ancora guarita del tutto. Oggi ho 35 anni e sebbene non abbia più abbuffate e non pratichi più il digiuno, sono ancora a parlarne. Ne parlo con chiunque sento ne abbia bisogno e ne parlo con la mia terapeuta. È proprio grazie a lei che ho capito di aver fatto tanta strada da sola fino a quel momento, ma che avrei avuto bisogno di una mano tesa dall’alto per sciogliere tutti i nodi che ancora mi tenevano stretta.
I dca sono come un’enorme lettera “Q”: è un continuo girotondo, ci si illude di poter uscire da quella coda, ma quando sei lì per imboccarla, il vortice ti riprende dentro.
Uscirne non è facile: fa paura, fa male, ma non farà mai tanto male quanto l’esserci dentro.

Diana C.

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