martedì 10 ottobre 2017

La mia ancora di salvezza


Il disturbo alimentare è come un demone che divora il tuo corpo, giorno dopo giorno, fino a spegnerti, riducendoti ad uno scheletro.
Identificarlo non è facile, soprattutto all'inizio, ma i comportamenti sono evidenti: rifiuto del cibo che poi diventa un'ossessione, mania del controllo, confronto con lo specchio e la bilancia, ricerca assoluta della perfezione...
Il disturbo alimentare per me, che l'ho provato sulla mia pelle, rappresenta il senso di vuoto, un vuoto incolmabile, un senso di dolore profondo. Molto spesso le persone giudicano e pensano che la persona che soffre non voglia mangiare per un semplice capriccio, senza soffermarsi a pensare che magari dietro ad rapido dimagrimento si può nascondere una sofferenza.
Chiedere aiuto per chi soffre di un disturbo alimentare non è per niente semplice, è un po' come sentirsi falliti. Nel mio caso, erano i miei genitori che mi spingevano a chiedere aiuto, erano terrorizzati, ma io ovviamente mi rifiutavo. Anzi, diventavo nervosa e aggressiva alla frase "ti devi fare aiutare".
Poi un giorno, quando ero al controllo dalla nutrizionista, che mi pesò, ero arrivata ad un peso molto rischioso ed in quel momento capii di quanto grave fosse la situazione. Solo a quel punto ho alzato le mani e ho chiesto aiuto. È stata lei, la mia nutrizionista che mi ha indirizzato ad andare da uno specialista, mi fissò lei la visita dallo psichiatra e devo dire che è stata la mia salvezza.
La mia famiglia non mi ha mai abbandonata, nonostante le notti in bianco che gli facevo passare dalla paura. I miei genitori hanno sempre creduto in me, mi hanno sempre preso per mano e accompagnato in questo mio duro percorso affinché io cercassi di evitare il ricovero (per grazia di Dio l'ho evitato). Per molti mesi li ho visti piangere, ho visto scritto nei loro occhi il senso di impotenza, e ho sofferto con loro perché io non avevo la certezza che il giorno dopo sarei stata ancora in vita.
Chi soffre di questo disturbo spesso si sente anche solo, e io mi sentivo sola sempre, a parte i miei genitori, non avevo nessuno, nemmeno amici. E penso non ci sia cosa più brutta, più triste, più dolorosa, più drammatica che sentirsi soli anche accanto a chi ci ama. Loro sono stati per me la mia ancora, infatti oggi ho un'ancora tatuata: è la mia ancora di salvezza.
Ho seguito per mesi un percorso di psicoterapia, faticoso. Non è per niente facile. È stressante. Visite su visite. Nessuno mi ha aiutato. Senza ombra di dubbio i farmaci hanno contribuito, ma ne sono uscita da sola con le mie forze e se ripenso a quello che ho fatto mi scendono le lacrime perché non è da tutti uscirne senza ricovero. Devo ancora sistemare delle cose per dire di aver vinto definitivamente, ma sono sulla buona strada.
Non uscivo mai di casa, la mia vita sociale so limitava ad un semplice "ciao" e quelle rare volte che uscivo, indossavo felponi per nascondere la mia magrezza o, peggio ancora, le ossa sporgenti. Stavo male e non sapevo come esternare il mio dolore perché nessuno mi poteva comprendere. Mi ricordo che scrivevo su un quaderno, scrivere era l'unico modo che mi aiutava a liberarmi, ma è una cosa che non farò mai leggere a nessuno.
Penso sia importante condividere la propria esperienza perché in primis è giusto che le persone che ti conosco sappiano quello che hai passato e come l'hai superato, e poi perché magari la tua esperienza potrà essere utile a tantissime altre ragazze. Una parola in più per una persona che soffre è importante.
Prima di iniziare a fare una dieta "fai dai te" pensateci due volte, perché perdere il controllo è un attimo. Non chiudetevi in voi stessi e non lasciatevi morire, l'anoressia è una brutta bestia. Ricordatevi che un corpo scheletrico non sarà mai felice, perché la vera felicità non si misura con le bilance o indossando una taglia 38, la felicità si misura con i sorrisi delle persone che avete intorno.

Chiara Pellicci

Nessun commento:

Posta un commento