martedì 28 agosto 2018

Un corpo, un dono


Oggi, in seguito a un discorso con una cara amica, che conosco da poco ma che è entrata diretta nel mio cuore, ho ripensato a me alcuni anni fa. Ho pensato a quando mi trovavo al mare o in piscina e cercavo di trovare un modo, la forza o non so che, per camminare e portare in giro un corpo che non mi sembrava mai abbastanza bello, che non mi sembrava adatto ad indossare un costume, un corpo quasi estraneo, colpito dallo sguardo degli altri, segnato dagli occhi giudicanti che appartengono a quest’epoca così poco tollerante, così esigente, così inumana a volte. Quello stesso corpo che mi avrebbe poi donato due figli meravigliosi, con cui avrei camminato per il mondo per realizzare i miei sogni, il corpo grazie a cui avrei sentito cos’è l’amore…fino a pochi anni fa era come un’entità separata con cui non sapevo che fare. Era goffo, grosso, ingombrante…? 
Non era niente di tutto ciò, ma così lo sentivo. 
Per molto tempo ho provato a non sentirlo, ad anestetizzarlo, attraverso digiuni assurdi, infinite diete, e niente era mai abbastanza, bramavo una perfezione che non avrei mai raggiunto e che ha lasciato dietro se una rabbia che ancora non ho lasciato andare. Perché oltre ai disturbi alimentari, forse prima o dopo o tutt’intorno, esistono troppe donne che soffrono relegate nelle aspettative di questo mondo, nei diktat su come il corpo femminile dovrebbe essere. Solo alcune settimane fa al mare ne ho conosciute così tante. Donne che in un attimo di confidenza, di sorellanza, mi hanno raccontato della fatica quotidiana di accettarsi, dei chili in più che sono come una zavorra che toglie sorrisi, della vergogna, dei tentativi di “aggiustare” un corpo che sembra sempre essere sotto lo sguardo inquisitorio di una società di malelingue. E la percezione delle donne di essere costantemente su un banco di prova è una terribile condanna. Non importa che diventiamo medici, imprenditrici di successo, madri e nonne, scrittrici appassionate o qualsiasi cosa volgiamo essere…sempre nel cuore sopravvive la sensazione di non essere abbastanza, di dover fare qualcos’altro. Doversi adeguare ai canoni di magrezza odierni è una delle più grandi violenze a cui noi donne siamo costantemente sottoposte. Incastrate tra i tentativi di dimagrire o rassegnate a vivere in un corpo che sembra non andare mai bene. 
Ma se mettessimo da parte un attimo le riviste di moda, le fashion blogger photoshoppate e le pubblicità dei cereali integrali, le diete scaricate sui telefoni, i propositi “da domani mi metto a dieta”. Se per un attimo potessimo guardare il corpo per quello che ci consente di fare…potremmo sentire un moto di amore dal quale partire per cambiare.  Ecco, caro mondo, ti presento il corpo che ha dato alla luce figli, il corpo con cui ho imparato a camminare, il corpo scaldato dagli abbracci di chi mi ha amato, il corpo seduto sulla sedia più meravigliosa del mondo a discutere la tesi di laurea, il corpo che ha corso per i prati con tanti sogni tra le mani, il corpo stanco di chi ha tanto lavorato, il corpo con cui mi sono innamorata. Ti presento un corpo che è come è, segnato e ferito, fiero e forte, che solo per una cosa voglio che sia perfetto: perché si compia il mio destino. E per far questo non serve che il bikini calzi come fossimo dei manichini. Noi donne abbiamo troppe cose da fare, non permettiamo a un mondo malato di trasformarci in esseri senza energie, troppo occupate ad essere perfette per fare ciò per cui siamo nate, qualsiasi cosa sia. 
Non abbiate paura delle gambe troppo grosse, ma solo di chi vi chiede di cambiare. 
State lontane da chi guarda cose che non hanno alcuna importanza per ciò che in questa vita volete fare. 
Siate la forza che madre natura vi ha dato in dono.

Federica

 

martedì 21 agosto 2018

Partire da qui


Questa sono io a 18 anni.
Avevo già lo sguardo di chi aveva già sofferto abbastanza. Un po' spento, triste e tanto incazzato.
L'inizio del mio incubo peggiore, incappata in una situazione in cui difficilmente ne sarei uscita.
Un disturbo alimentare che ha cercato di strapparmi via la vita in un tempo brevissimo. Questa sono io. Quella che non si è fermata quando avrebbe dovuto, e quella che si voleva fermare quando non avrebbe potuto. Questa ero io a 18 anni, una bambina intrappolata da se stessa, con la testa incatenata e le mani legate. Questa ero io, che stavo tracciando velocemente una strada senza ritorno.
Questa ero io, che agli occhi estranei appariva fragile ed insicura, esattamente come appaio oggi. Oggi invece sono una donna con un passato potente, che ha vissuto cose che a 18 anni non avrebbe dovuto vivere.
Oggi sono anche un po' quella bambina, che è diventata un po' più forte di quella che era in questa foto, con qualche momento di debolezza che tenta ancora di riportarla giù tra gli abissi, e che con grande fatica riesce sempre a risalire.
Oggi sono una donna che non si vergogna di raccontare il suo passato e la sua storia, che non ha nessun tipo di problema e di imbarazzo ad approfittare di Facebook o di qualche altro mezzo di comunicazione. Lo riscriverei altre mille volte e sicuramente non rovino alcuna immagine di me stessa. Non mi vergogno a confessare di aver sofferto di anoressia nervosa, che il peso più basso sia stato 33 chili, che le conseguenze più atroci siano state la depressione, l'iperattività, l'autolesionismo, la solitudine. No, non mi vergogno affatto. E non mi vergogno perché sono umana, esattamente come lo siete voi, e sono stracolma di difetti, gli stessi che avete voi, e darei la vita affinché questo messaggio possa arrivare al cuore o nelle mani di chi sta vivendo una situazione analoga alla mia. Per quanto riguarda voi altri, immancabili bigotti e teste di legno, giudici e spettatori della vita altrui, che avete sgranato gli occhi dopo la quarta riga di questi post, che avete letto queste parole assumendo l'atteggiamento di chi resta indignato, sbalordito ed incredulo che una storia così intima e personale possa essere spiattellata su Facebook, a tutti voi voglio rispondere che le storie sono fatte per essere raccontate e spiegate, e che Facebook a volte può essere sfruttato per diffondere messaggi di speranza, verso coloro a cui la speranza è stata rubata. Quindi ben vengano testimonianze e racconti come questo, perché forse, l'aiuto che si può dare a chi è rimasto da solo senza alcuno strumento per uscire dalla merda, potrebbe anche partire da qui (cosa che mi auguro possa accadere davvero). Oggi sono Alessia e ho 29 anni, e non mi vergogno a raccontare della malattia di cui ho sofferto, anche se non mi è stato chiesto di farlo.

Alessia


lunedì 20 agosto 2018

Ci sono anch'io.


Da quanto tempo è che non ti abbracci? 
Da quanto tempo è che non ti guardi allo specchio non di sfuggita, ma osservandoti senza il timore di vederti? 
Da quanto tempo è che non senti il tuo corpo come tuo, invece di viverti come una bambola persa sul ciglio della strada? 
Da quanto tempo è che non provi il desiderio di sorridere senza un motivo, di muoverti senza paura del giudizio altrui, di parlare senza avere quel nodo in gola provocato dal tuo cuore che batte più veloce del dovuto? 
Per dare atto alla frase che hai sempre rivendicato, "ci sono anch'io", devi per forza ESSERCI, devi manifestare la tua presenza attraverso il tuo corpo, la parola, l'energia, la tua vitalità. 
Paura del mondo? Di sicuro. 
Ma prova a considerare le linee del tuo corpo come linee di contatto, e non di separazione dal mondo. Come un confine tra te e ciò che ti circonda, linee di un traguardo che arriverai ad oltrepassare restando te stesso, senza perdere i tuoi contorni. 
"Ci sono anch'io" non si ottiene scomparendo, non si raggiunge rimpicciolendo cuore ed emozioni, cancellando cibo ed ossigeno. 
Ha senso voler comunicare la propria presenza con l'assenza? 
"Ci sono anch'io" perché non ho paura di crescere, e quindi di cambiare. 
"Ci sono anch'io" perché voglio identificarmi con la mia forma in divenire che riesce a comunicare con ciò che aldifuori di me anch'esso muta. 
"Ci sono anch'io" perché sono fragile e da questa fragilità traspare la fragilità della paura stessa, che se esiste significa che può essere superata, come il confine tra me ed il mondo. 
"Ci sono anch'io" perché sto iniziando a dedicare del tempo per me stesso, in virtù del fatto che ESISTO, ed é un tempo che nessun altro può darmi, un tempo che non sarà mai sprecato.

Elisa

 

domenica 19 agosto 2018

Rinascere


Arriva un punto in cui ti ritrovi ad un bivio. Un punto in cui, con inquietante lucidità e freddezza devi decidere se vuoi davvero morire o davvero ricominciare a vivere. E per quanto paura ti facciano entrambe le strade, quello è esattamente il punto in cui capisci che tu a quel limbo tra la vita e la morte in cui ti sei incastrata non vuoi più appartenere. Anche se ti ha protetta, anche con le sue bugie ti ha fatto sentire a casa, anche se ti è servito. Anche se ti è parso di starci bene e di non poter vivere senza. Anche se ti ci sei identificata in quella ragnatela di lacrime e ossa, e anche se pensi di non essere più niente senza di Lei. Tu lì non ci vuoi più stare. Perché esattamente a quel punto comprendi come ogni giorno che continui a passare con quel pesantissimo velo grigio sugli occhi e sul cuore, non stai vivendo. Stai sopravvivendo. E non hai più voglia di trascinarti stancamente aspettando la fine della giornata sperando di non stare troppo male. E allora devi decidere per forza e di strade ne hai solo due. Abbandonarti al tuo stesso lento suicidio che eri stata così brava a intraprendere, con tutte quelle regole, quelle imposizioni, quegli assurdi freddi calcoli matematici totalmente noncuranti delle mie tue umane necessità. Oppure affrontare la vita. Quella vera, quella difficile, quella che fa paura. Ti fai prendere per mano da un lato da chi ha le competenze per aiutarti. Dall’altro lato da chi ti ama. E con le tue gambe, pronte a fortificarsi sempre di più, procedi da sola verso la tua rinascita. Rinasci, prima di tutto, nutrendoti. 

Quando ricominci a mangiare il mondo ricomincia a colorarsi. Quel velo grigio lentamente cade e riscopri i colori. Quando ricominci a mangiare cominci a riscoprire il mondo, a scoprire te stessa. Quando ricominci a mangiare perché “hai fame”, perché “ti va”, perché “questo è buono e ora ne ho proprio voglia” e non perché Lei ti dice “devi ingerire tot kcal e bruciarne almeno il doppio”, “questo è troppo, prendi quest’altro, a chi importa di quello che vuoi”, “non ne hai davvero bisogno” inizi a riacquisire la Libertà che avevi perso. Quando ricominci a mangiare le persone che ti amano ti diranno “brava” come se stessi scalando una montagna e tu ti sentirai forse ridicola a ricevere complimenti per una cosa così banale e naturale come mangiare, specie quando i complimenti tu te li sei sempre dovuta sudare con azioni ben più straordinarie. Ma la verità è che non c’è nulla di più straordinario delle Briciole in Rinascita. Quindi lascia che quei “brava” pieni di amore e orgoglio ti riempiano il cuore e colmino come oro colato le crepe della tua anima. Quando ricominci a mangiare ti puoi sentire sbagliata. Ti puoi sentire un fallimento. Ti puoi sentire Nulla senza quel controllo che tanto ti illudeva di star bene. Ti senti di non appartenere più a Lei ma di non essere ancora libera. Ti senti senza identità. Ti senti ancora malata ma non abbastanza. Ti senti già sana ma non abbastanza. Ti senti come se improvvisamente non avessi più la tua etichetta, la tua collocazione nell’universo. Ti senti in bilico tra la voglia di andare avanti e la voglia di tornare indietro. Ed è proprio lì che non devi mollare. Perché alle tue spalle hai lasciato tanto dolore e distruzione. Se continui a guardare avanti, quando ricominci a mangiare, sei proiettata verso la luce alla fine del tunnel. 

Quando ricominci a mangiare non avrai cosa più cara della lentamente ritrovata normalità. La normale libertà di non contare le calorie di ogni singolo alimento ingerito. La normalità di un pranzo in famiglia senza sapere con esattezza quanti grammi di cibo hai nel piatto. La normalità di un gelato con la tua migliore amica una sera d’estate improvvisato sul momento. La libertà di prendere i cereali della colazione senza doverli pesare. La normalità di un cucchiaio di olio sull’insalata. La semplicità della pasta al pomodoro. La normalità di andare a trovare la nonna senza l’ansia di dover rifiutare qualche immancabile cibo offerto. L’aperitivo con gli amici. La pizza il sabato sera. La spesa al supermercato fatta di fretta, senza dover vagliare ogni marca comparando per ore tutti i valori nutrizionali. La merenda se si ha fame. 

Quando ricominci a mangiare ricominci a vivere. 
(Ri)cominci ad amarti. 
Anche se Lei non vuole. Ma Lei è crudele e spietata. 
Tu no. Tu meriti di amarti. Tu meriti di vivere. 
E succede che mentre rinasci ti scopri e ti ami per davvero. Ti perdoni di tutto il male senza fine che ti sei inflitta. Vuoi dimostrarti di saperti volere bene e finisci per amarti con tutta te stessa.

Arianna

 

venerdì 17 agosto 2018

Indispensabile.



"Non sono indispensabile!"
Oggi ricomincio da questa frase. È infondo una frase che mi libera e non mi sminuisce affatto!
Quando iniziai a chiedere aiuto perché mi rendevo conto di avere un problema ormai da anni, incontrai una gastroenterologa che collaborava con una psicologa che capì il mio disturbo e mi fece fare terapia di gruppo, mi disse "Il tuo corpo si gonfia perché è l'unico modo che hai di far barriera tra te e gli altri! Perché tutti possono invaderti ed entrare dentro te!"
Io ricordo che a quella frase mi misi le mani sul volto e piansi!
Oggi invece penso che le cose non stanno esattamente così! 
Oggi ho compreso che sono io che mi sono espansa nel corpo e nelle intenzioni!
Io ero propensa verso gli altri, loro dovevano vedere la mia grandezza, le mie qualità ed amarmi perché io nelle loro vite ero indispensabile!
Quando cresci che l'amore è qualcosa che devi meritare ecco che quella bambina desiderosa d'amore rende reale il suo sogno!
Lo fa inconsciamente, lo fa nel modo sbagliato, ma le sue scelte sono dettate dall'unica risposta che all'epoca poteva darsi!
Arrivo a 45 anni a svelarmi questa cosa, che viveva dentro me chissà da quanti anni e a cui ho tenuto fede per quasi una vita!
In questo intento io ho invaso ed ho vissuto sulla mia pelle più di quanto dovessi, ho incolpato gli altri del mio malessere, non ho dato loro fiducia e spazio...il famoso iper controllo sulle situazioni, non è perché ne sei una possibile vittima e cerchi di difenderti, ma perché tu sei colma e cerchi di trattenere!
Il cibo allora diventa l'anestetico per non sentire il dolore e la fatica, diventa un mezzo per non scappare ma per fermarsi in quella condizione!
Perché scappare vorrebbe dire rinunciare, e rinunciare vorrebbe dire non vedersi più "all'altezza", liberarsi vorrebbe dire ritornare nei nostri confini!
E allora in quei confini la felicità diventa cosa nostra, il renderci felice o meno non dipendente più da nessuno, mi devo piacere per ciò che sono e non per ciò che faccio. È una rinuncia grande quello che mi chiedo e infondo io sono anni che stimo le mie capacità in base al carico che porto! 
Ora svuoto il sacco e che succede? 
Sono libera di andare dove? 
Ma dove voglio andare?
Altri sono in grado di farlo, di pensare a loro stessi e condividere con gli altri! Ma io ho sempre fatto il porto sicuro per tutti, li ho accompagnati come fossi la loro terza scarpa! Temo la mia vita sia vuota se rinuncio, perché infondo non so darmi più niente!
Sono solo paure, lo so!
Devo solo sperimentare!
E in fondo sapere che la gioia, il dolore, sono solo responsabilità mia, un po' mi rincuora!
E come mettere o togliere dal sacco una quantità di emozioni che sono mie e non di un tutto che mi travolge!
Ci provo, cosa potrà mai accadermi?
Al massimo arriverò ad altre considerazioni e migliorerò la mia posizione trovando il giusto equilibrio.

Clara


giovedì 16 agosto 2018

Tu sei ABBASTANZA.



Ehi, tu. 
Sì, dico a te. 
A te che non ti sei mai sentito all'altezza, a te hai sempre dubitato di te stesso e non hai mai creduto davvero nelle tue capacità. 
A te che non ti sei mai considerato abbastanza in niente, ti proverò che per tutto questo tempo hai sbagliato. 
E sono stata io la prima a sbagliare, per tutta la vita ho creduto di non essere mai abbastanza brava, abbastanza bella, abbastanza magra, abbastanza intelligente, ABBASTANZA. Se un voto a scuola era sotto le mie aspettative, significava che non mi ero impegnata abbastanza, se prendevo il voto desiderato, ero contenta a metà perché pensavo che avrei potuto prendere di più. Se un ragazzo non mi guardava, voleva dire che non ero abbastanza carina da meritare attenzioni, se una ragazza non voleva essermi amica, significava che non ero abbastanza simpatica. 
E così, finisci per convincerti che in te non c'è niente che vada bene, e ti scordi il fatto che il tuo pensiero é stato distorto da quello degli altri, o meglio, da quello che tu pensi sia quello degli altri. Si chiama atelofobia (ateles, imperfetto, fobia, paura), la paura di essere imperfetti. 
Ebbene, da poco tempo a questa parte, sto imparando a vivermi dentro, a capire che non é dal pensiero che gli altri hanno di me che devo basare la considerazione che io ho di me, ma semplicemente é il contrario: dal livello di stima che io provo nei miei confronti, di conseguenza si regola quello altrui. 
Dunque, ora sono qui per dimostrarti che, solo soffermandosi sulla parola stessa "abbastanza", tu sei già abbastanza a priori, perché quando ti basti, ti basta trovare le scuse per non farlo. D'altra parte, se la perfezione non esiste, perché dovrebbe nascere in noi il timore di non esserlo? 
ABBASTANZA. 
Amati. Dall'amore è iniziata la tua vita e per farla continuare ti serve altro amore, sia esso ricevuto, sia esso donato, ma soprattutto che parta da te e arrivi dinuovo a te. Amati per tutte le volte che ti sei negato amore, amati per tutti quegli istanti in cui sei stato debole, amati per essere riuscito a superare quel dolore, amati per curare la tua sofferenza. Amati perché te lo meriti, perché sei ABBASTANZA degno di questa vita, perché se non sei tu il primo ad amarti, è difficile che tu sappia riconoscere e accogliere quello delle persone che ti circondano. 

Bastati. Siamo alla perenne ricerca del famoso "qualcosa in più", di un'aggiunta che ci faccia sentire più vicini alla perfezione. Ma ad ogni aggiunta ne subentra un'altra, e così via. E se provassimo a fermarci, se restassimo a vedere cosa succede se decidiamo di bastarci, così, proprio come siamo adesso? Se pensassimo di essere finalmente ABBASTANZA, cosa potrebbe mai succedere? 

Butta. Butta quel passato e quei pensieri che ti provocano rancore e dolore, spezza la catena del senso di colpa che ti impedisce di conoscere ciò a cui tieni veramente. Ma li conosci, i tuoi sogni, i tuoi desideri, le tue passioni, o senti solo quella voce che ti urla "tu non sei ABBASTANZA e quindi non puoi"? 

Aumenta. Aumenta la fiducia che riponi in te stesso, credi con tutte le tue forze nella persona che sei, scommetti su chi vuoi diventare, ma non dubitare delle tue capacità ed abilità. Se c'è una cosa che non é ABBASTANZA é proprio la considerazione che hai di te stesso. 

Salvati. Salvati da quei pensieri immateriali che ti fanno trascurare la materia di cui sei fatto. Salvati da un'esistenza passata a credere di non essere ABBASTANZA uomo, quando tutto quello che devi sapere è che invece sei ABBASTANZA umano. E benché l'aiuto di chi ci vuole bene sia fondamentale, solo tu decidi se salvarti e solo tu puoi farlo davvero. 

Trovati. Trova il modo di incastrare i pezzi del puzzle che ti sono rimasti, e se non trovi l'incastro perfetto, crearlo! Possiedi ABBASTANZA pezzi per realizzare un nuovo quadro straordinario, serve solo un po' di inventiva e di audacia. Trovati nella persona che vedi riflessa nello specchio, e non in quella che il tuo cervello ti mostra. Trova il modo di guardarti con il cuore, e credimi che riuscirai a scorgere anche la tua anima. 

Afferma. Afferma la tua voglia di lottare, la tua voglia di vita, la tua voglia di scoprire ogni nuovo giorno, il forte desiderio di poter essere migliore. Afferma la tua voglia di azione nel mondo, e qualsiasi cosa farai o penserai sarà ABBASTANZA perché tu per primo l'hai creduto tale. 

Nutriti. Nutriti con le parole, con gli sguardi, con il cibo, con gli abbracci. Non privarti di ciò che nutre la tua anima, come fosse un'assurda punizione per non essere ABBASTANZA degno per la felicità. 

Zittisci. Zittisci le voci della tua parte peggiore, quelle che pretende siano legge per te, che ti fanno sentire sbagliato ed inferiore sempre e dovunque. Fai tacere queste accuse e prova ad ascoltare il silenzio privo di preoccupazione e colmo di ABBASTANZA pace verso te stesso. 

Accettati. Accettati in primo luogo per chi sei, con le tue esigenze e volontà, per il tuo essere uno ed unico. Accetta il passato e il futuro, accetta che ora sei qui e che possiedi ABBASTANZA motivi per non dubitare più di te stesso. Accetta la vita come viene, senza pretese o dispiaceri, ma con tanta fiducia nel domani che verrà.
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Se sei arrivato fino alla fine, hai avuto abbastanza forza e voglia di leggere qualcosa che forse già sapevi, anzi, che di sicuro ti sei ripetuto mille volte, ma che se detto da qualcun altro diventa reale ed anche possibile da mettere in pratica. Non sono un esempio lampante di ragazza che crede ciecamente in se stessa, però voglio davvero provare ad esserlo, ed ho aspettato di scrivere tutto ciò perché volevo sentire davvero mie queste parole, crederci sul serio. Non ho altri mezzi se non la parola per aiutare e sostenere il prossimo, e tutto questo di sicuro non sarà ABBASTANZA, però non mi tiro indietro alla promessa che mi sono fatta. Ora che sto veramente capendo quanto non sentirsi all'altezza sia deleterio per una vita degna di rispetto, vorrei tanto che lo capissero anche le persone a cui tengo. 
Grazie per la tua lettura :)

Elisa

 

mercoledì 8 agosto 2018

Come neve



Apri gli occhi sul mondo piccola creatura,
e ammira la grande bellezza della natura.
Fai passi incerti piccolina, ti guardi intorno con timore.
Ma lo senti questo suono? È la voce del tuo cuore.
Bum, bum, bum...un altro passo e stai al ritmo di questa melodia,
sarà la bussola che poi ti mostrerà la tua via.
Ma senti un po' freddo e vorresti calore...
ma sei troppo triste per vedere il sole.
Il paesaggio s'imbianca e cade la neve
è uno specchio dell'anima quest'atmosfera lieve.
Ogni fiocco una speranza, che cade a terra silenziosa...
e dopo muore come i tuoi sogni, in cui non sei più fiduciosa.
Sei troppo sola e disperata, immersa in questo candore
solo tu con le tue lacrime, un pianto che non fa più rumore.
Bum, bum, bum...ti ricordi questo suono?
È ancora il cuore a comandare, ti ricorda che sei viva e ti sprona a proseguire.
Rialzati, forza, e continua il tuo cammino...
alla fine della strada troverai il tuo destino.
Non indugiare nella pioggia e nella neve, ma cerca un po' il sereno...
Ricorda che, in fondo, meriti anche tu l'arcobaleno.

Maria Elena

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Cara Spumy,
così ti facevi chiamare, Spumosa, un nome che dentro sé racchiude il tuo desiderio di affetto e di carezze. Un bisogno di amore il tuo, che purtroppo la vita non ti ha dato la possibilità di conoscere davvero. Sei volata via pochi giorni fa, troppo presto, senza più forza per combattere ma sempre con una parola di conforto per il prossimo. 
E la tua gentilezza merita di essere ricordata, come tu meriti di essere mantenuta in vita anche adesso, attraverso gli splendidi versi che scrivevi, e che magari un giorno avresti voluto pubblicare. In questo modo, avresti diffuso nel mondo questo bellissimo dono, ovvero dar voce alle emozioni nelle quali ognuno di noi avrebbe potuto riconoscersi.
Tutto il dolore che hai provato, tutta la sofferenza passata, ora possono finalmente farti respirare e sorridere, perché dove sei ora non c'è posto per la sofferenza.
Con tutto il mio affetto, tua Ellie.

Elisa
 

sabato 4 agosto 2018

Si era ammalata di grigio e di piombo


Una mattina la ricetta era pronta, Petra decise di perdere peso, non poteva più essere schiacciata da quel piombo e non aveva più intenzione di essere passiva. Decise, senza troppe paure o ritrosie, che smettere di mangiare potesse essere la via giusta, aveva già iniziato da mesi a regolare il cibo ed era stato facile, aveva perso qualche chilo, ma qualche chilo di corpo equivaleva a tonnellate di piombo, le dava un forte senso di potere. Così iniziò la discesa, così Petra decise di smettere di vivere. 
La cosa, per Petra, fu più facile del previsto, in effetti sarebbe un falso storico, raccontare che perdere peso richiese la stessa fatica di studiare, o di allenarsi, o di combattere la solitudine. Perdeva chili senza sforzarsi troppo, ed otteneva quello che aveva sempre voluto, sentir sparire il piombo e muoversi leggera come le farfalle. Un altro beneficio del calare di peso era sentirsi forte, ogni volta che qualcuno sottolineava il dimagrimento, si sentiva onnipotente e quando la bilancia certificava che quanto detto dagli altri era la pura verità, sentiva salire dallo stomaco un brivido di energia. 
Ma ciò che più le faceva credere di aver indovinato la strategia giusta, era l’anestesia, più calava meno sentiva, il suo tempo era talmente tanto investito nel contare e smaltirle le calorie, che era sparito Sergio [il nonno], l’esame di stato, gli abbandoni e tutto quello che l’aveva piegata per anni. Non aveva nemmeno la necessità di continuare ad indurirsi tanto non provava dolore. Il piombo ogni tanto bussava sul cuore ma lei non lo ascoltava più. 
Petra aveva iniziato l'università e raggiungeva la perfezione, ogni esame era una vittoria, un bottino che lei sentiva come riscossa per come era stata trattata da quella professoressa di lettere, era un “hai visto!!!” per Ivo, una dimostrazione per i genitori e un punto in più contro il piombo. 
Tutto questo, però, non poteva durare a lungo, quando si scherza con il piombo bisogna sapere che lui non perde le partite senza lottare, che fa finta di sparire per poi attaccare di sorpresa. Il piombo e’ uno stratega, temporeggia, sa aspettare e poi sferza attacchi violenti. Continuare a perdere peso richiedeva una dedizione senza momenti di distrazione, scegliere gli alimenti da eliminare, fare attività fisica senza ascoltare la stanchezza e riuscire in tutto questo senza che nessuno se ne accorgesse. La preoccupazione delle persone poteva essere un serio problema, sia perché Petra non voleva pesare su nessuno, sia perché se si fossero accorti di quello che stava facendo avrebbero potuto metterle i bastoni tra le ruote. Smettere di mangiare era una professione, avrebbero dovuto darle uno stipendio, è un lavoro a tutti gli effetti, non ci sono domeniche tanto meno festività. 
La vita di Petra diventava ogni giorno più pesante, eppure aveva iniziato per divenire leggera, cosa era accaduto ad un certo punto? Dove aveva sbagliato? Le persone più vicine a lei facevano domande, i genitori sapevano esattamente cosa stesse accadendo, e poi lui, Marco, la persona che più di tutti risentiva della ricerca di leggerezza di Petra. Non si concedeva sgarri, mai un gelato (quanto le piaceva), una cena fuori, un peccato di gola. Dentro a queste regole doveva stare anche Marco, le voleva così bene che faceva solo timidi tentativi di ribellione. Inoltre, questa vita lo legava sempre più a lui, era l’unica persona che Petra teneva vicina, l’unica con la quale si confidava. Una prigione a tutti gli effetti, aveva preso il piombo lo aveva modellato e lo aveva trasformato in una gabbia. Smettere di mangiare aveva avuto solo la funzione di spostare il piombo da dentro a fuori, nulla più. La vita aveva perso il colore, era tutto grigio, lei era diventata un automa con un programma identico ogni santo giorno: svegliarsi, fare colazione, iniziare a pensare a cosa non mangiare per pranzo, quanta attività fisica fare, iniziare a pensare a come dribblare la cena. In tutto questo studiava e dava esami, ma erano una passeggiata rispetto a quanta fatica faceva per vivere, o meglio sopravvivere
Se malauguratamente, qualcosa rompeva questo schema, una cena a cui non poteva mancare, una festa, la domenica con la palestra chiusa, la giornata diventava un incubo e Petra doveva irremovibilmente smaltire a costo di andare a camminare col gelo e con la pioggia. Non sapeva smettere, era una droga, la bilancia era diventata amica o nemica a seconda di quello che scriveva sul display. 
Quanto c'era voluto per arrivare a questo livello? Un anno circa, aveva semplicemente tolto un alimento e poi un altro ed un altro ancora, aveva ristretto i pasti a piccoli spuntini e aveva aumentato la palestra (...) ma era comunque costantemente in angoscia. 
A proposito della solitudine, quel vuoto che da sempre aveva accompagnato le sue giornate si era riempito. Aveva Marco ed aveva tutto quel da fare per non prendere neanche un etto. Chi si sentirebbe solo in una vita così piena? Lei, lei era sola come mai, sola nella sua follia, sola perché aveva fatto il vuoto intorno a sé. Non si sentiva capita da nessuno, ad eccezione di qualche ragazza che incontrava in palestra, nelle sue stesse condizioni. Le riconosceva al primo sguardo, erano magre ma non era quello l’elemento distintivo, era lo sguardo vuoto, criceti che correvano sui tapis rotu- lant senza un minimo segnale di divertimento, ombre che si muovevano silenziose. Se le trovava in giro per il mondo le riconosceva dalle forme, dai vestiti forzatamente larghi, se invece le incontrava ad un tavolino vedeva rituali a lei familiari. Piatti mangiati a metà, selezione di alimenti leggeri, cotture senza olio, sguardi tristi davanti al cibo che ormai non aveva nessun sapore. La vita aveva un solo colore, come detto prima, il grigio. Il colore plumbeo della tristezza e della perduta libertà. Il piombo aveva invaso l’arcobaleno e lo aveva ridotto a una tinta monotona…come le fotografie in bianco e nero. Marco studiava medicina, voleva diventare un dottore, ma non aveva ancora deciso la specializzazione. Lui, il primo ad iniziare a capire, il primo a guardare le ossa di Petra in evidenza ed il primo a dare un nome a quello stato. Un nome che (…) è come una scatola dove vengono rinchiuse mille cose simili ma nessuna uguale all’altra. 
Petra non era una categoria di malattia, Petra si era ammalata per colpa del piombo. “Petra, come ti posso aiutare?… Petra smettila per favore, ti farai del male… Petra le tue ossa, abbiamo studiato oggi che una delle conseguenze della cattiva alimentazione e’ l’osteoporosi… Petra prima o poi ti andrà via il ciclo mestruale”, queste alcune delle cose che Marco tentava di dire a Petra. Lei lo ascoltava, lo guardava triste, ma non registrava mezza parola di quelle che Marco provava a farle capire. 
Senza tirarla troppo oltre, Petra si era ammalata di grigio e piombo, aveva perso tanto peso corporeo ed acquistato leggerezza, ma la vita la schiacciava più di prima, non aveva che peggiorato la situazione, adesso era un piccolo piombo attaccato ad una lenza da pesca che dondolava nella vita. Ovviamente l'università non risentiva di tutto questo, in tre anni esatti aveva la laurea in mano con il massimo dei voti. Si era presentata in sede di tesi con un punteggio tale, da permettersi di scrivere un lavoro non tanto gradito alla commissione, ma nel quale lei aveva messo tutta se stessa. Era il suo unico campo di ribellione quello, nessuno avrebbe mai più potuto rovesciarle addosso tonnellate di metallo solo con un voto. 
Una volta laureata iniziò subito a lavorare e richiese un ti- rocinio volontario in un reparto ospedaliero, Petra era diventata una che insegna le parole. Lei che nei suoi anni ne aveva avute così poche per parlare di sé, aveva scelto di ridare la parola a chi l’aveva perduta, od a chi non aveva imparato correttamente ad usarla. Si impegnava tantissimo in questa professione, e riusciva a tenere fuori dalla stanza di terapia la sua realtà, era malata sì, ma non quando lavorava. Era sicura, decisa. Tutto il carattere che non aveva nella vita lo tirava fuori nel lavoro, prendeva decisioni e non temeva nessun medico con il quale si trovava a collaborare. Si sentiva forte perché quella scelta professionale era una delle poche cose che aveva fatto tutta da sola e ne conseguiva un forte senso di maturità. Forse si legava un po' troppo con i pazienti, ma in fondo ciò che distingue un computer da una persona è l’umanità e negli anni a venire avrebbe mantenuto tale convinzione salda dentro di sè, anche oggi. Tolta, però, l’isola del lavoro, in tutto e per tutto era ormai dipendente dall’esterno dai suoi genitori, da Marco, dal controllo, dalla palestra e sopratutto dal mangiare che rifiutava ma intorno al quale ruotava tutta la sua vita. Era ormai leggera come una farfalla ma aveva uno spazio talmente tanto piccolo che non riusciva nemmeno ad aprirle le ali, figurarsi se poteva volare
Gli anni passavano e dai 18 arrivò ai 25 in un baleno, non aveva mai raggiunto un peso talmente tanto basso da essere presa per i capelli, non aveva mai avuto episodi che avessero portato alla luce la verità, che in realtà tutti sapevano, si era ammalata in modo discreto. Anche nella malattia non era stata decisa davvero, ma per assurdo era stata la cosa peggiore, perché per anni aveva inflitto al suo corpo torture senza che nessuno potesse fare qualcosa per fermarla, a parte alcuni inutili tentativi della madre e di Marco. (...)
Un giorno la rabbia spaccò gli argini ed emerse in tutta la furia possibile. Era indemoniata, il suo cor - po scheletrico traboccava di dolore e di spasmi. "Una crisi di nervi! " disse la dottoressa, consigliando di darle qualche "goccia per calmarsi". Le prese quelle gocce, ne prese tante, si calmò tanto da restare come uno zombie sul divano due giorni, si alzava per andare in bagno e barcollava, le cadevano le lacrime in modo silenzioso ed il tempo si era sospeso. La mentre di Petra era entrata in una bolla, vedeva il mondo in modo sfuocato, sentiva le voci ma non le ascoltava. Era sola, finalmente sola. Si misurò con il piombo e lo accolse, capì che solo attraverso l'accettare quello che lei era poteva risollevarsi. Per alleggerirsi aveva la necessità di farsi dei muscoli, imparare a sollevare il peso e come un lanciatore scagliarlo lontano da lei. 
Non si cambiano i dolori interiori, partendo dal cambiare l'esterno, non si cambiano gli effetti per modificare le cause. Partire dalle colpe non serve per pacificarsi con i colpevoli, soprattutto se le più grandi responsabilità sono della propria indole. Non era Sergio con la sua morte ad averla abbandonata, non era Dona che aveva smesso di tenerla per mano, né l'esame di stato ad averla ridotta ad un robot, era lei che era nata con quel bagaglio da alleggerire, aveva semplicemente bisogno di ripercorrere la propria storia e passo per passo comprendere dove e come quel piombo avesse preso forza ed un chilo alla volta lasciarlo andare
Petra su quel divano e piena di calmanti decise che era arrivato il momento di smettere di soffrire

Diletta

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Estratto dal racconto "La leggerezza del piombo", disponibile in versione integrale al seguente link.

 

giovedì 2 agosto 2018

A mia madre


Oggi ho accompagnato, come di consueto, mia madre al cimitero per portare il quotidiano saluto sulla tomba di mio padre. Mia madre arriva, si pone davanti alla foto di lui, e mentre io sto cambiando l’acqua ai fiori, lei lo saluta. Lo fa in maniera delicata, intima, lasciando trasparire l’amore e il sentimento che l’ha unita una vita intera a quell’uomo che da due anni e mezzo non c’è più.
Durante il tragitto di ritorno però, qualcosa è cambiato rispetto agli altri giorni e abbiamo incominciato a parlare di quando ero piccola. È stato strano per me riportare la memoria a quei momenti non richiamati direttamente da me, ma raccontati attraverso le parole di mia madre. All’improvviso, è come se fossi stata inondata da una dolorosa malinconia che arrivava dall’aver visto nitidamente la sofferenza di mia madre. Una sofferenza che mi è arrivata come uno” schiaffo” in pieno volto nel vedere il suo rammarico e senso di colpa per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. I miei genitori hanno trascorso tutta la loro vita a lavorare per assicurare a noi quattro figlie un certo futuro economico, ma per farlo, hanno dovuto sacrificare il loro tempo da trascorrere con noi. Io e le mie sorelle, siamo state cresciute dalla nonna paterna che è stata la classica nonna matriarcale che dettava legge in modo severo e autoritario e che, purtroppo, ne sono consapevole solo ultimamente, soffriva di un disturbo dell’alimentazione. Ricordo ancora vivamente il cibo nascosto negli armadi della sua camera dove si chiudeva a chiave per mangiare senza essere vista e sgridata per le conseguenze che allora si credeva fossero solo legate al diabete.
L’antica rabbia che ho sempre provato ricordando il passato, oggi non ha avuto modo di esprimersi perché lo “schiaffo” ricevuto nel vedere tutta la sofferenza di mia madre è stato più forte. Era lì, piccola, indifesa, racchiusa nel suo corpo curvato e indebolito dallo scorrere degli anni e dalle fatiche sopportate, eppure, nella sua delicata fragilità, era ancora lì presente, con la forza dignitosa che caratterizza solo chi ha attraversato enormi tempeste.
Ora mi ritrovo qui a scrivere, e mentre lo faccio, sento rifiorire dentro di me il prezioso senso del  perdono.
Per anni ho provato astio per non aver avuto i miei genitori vicino nei momenti di bisogno...
Per anni mi sono rinchiusa nell’illusoria gabbia dell’anoressia, rifiutando qualsiasi contatto esterno per la paura di non essere vista ed essere abbandonata.....
Per anni ho creduto di non essere amata perché non degna di amore...
Ma oggi mia madre mi ha regalato un dono prezioso: la vita non è solo sofferenza, non è solo sacrificio, non è solo malattia, non è solo solitudine, non è solo rabbia....C’è sempre l’altra faccia della medaglia....che ci dimentichiamo spesso di andare a vedere....e dall’altra parte della medaglia c’è l’amore.....l’amore con il senso profondo della vita....
Grazie mamma.

Francesca