mercoledì 30 dicembre 2015

IO SONO LEI COMANDA

Io non sono malata, io sto benissimo. Lasciatemi stare!” Questa era la mia convinzione, “ IO NON SONO ANORESSICA”. È stata la frase che ricordo di aver ripetuto infinite volte, sbraitando come un’indemoniata, dagli occhi rossi e colmi di lacrime ma carichi di rabbia e odio. Tutto il resto è solo un ricordo offuscato e caotico di quel giorno tremendo. Nella mia testa sono rimasti solo flash, frammenti di pochi secondi confusi di pura disperazione e follia. Io, rannicchiata in un angolo dello studio medico, l’infermiera che tentava di avvicinarsi, il mio psichiatra che, irremovibile, parlava di ricovero immediato. E poi, mia madre e mio padre, lì, in piedi, paralizzati, mano nella mano, lo sguardo terrificato. E quegli occhi, gli occhi di mio padre, occhi che mai dimenticherò per il resto della mia vita. C’era una volta una ragazza timida e sensibile ma gioiosa, felice e con una voglia di vivere che forse in pochi potevano uguagliare o superare. Alice era il suo nome, e le stava a pennello, perché il suo mondo era esattamente come quello delle meraviglie. Alice aveva tutto: una famiglia eccezionale, una casa bellissima immersa nel verde della natura, circondata da tantissimi amici. Alice aveva tante passioni, la più preziosa era la cucina, in particolare la cultura e le tradizioni alimentari. Il suo punto debole era la sensibilità che da sempre l’ha resa più vulnerabile alle disgrazie della vita e del mondo. Se non che, in una fredda e tranquilla sera di gennaio, Il paese delle meraviglie dove esistevano amore, amicizia e sogni, fu colpito da un tornado che spazzò via tutto, senza lasciar tracce di colori, allegria. Alice stessa sparì, risucchiata in un buco nero. Ora al suo posto al suo posto c’è un corpo schiavo di un parassita ripugnante che ha rubato la sua anima, rendendola solamente un burattino nelle mani della morte. Quella ragazza diciassettenne ero io, prima di quella sera, che mai avrei voluto vivere. 20 gennaio 2011, precisamente giovedì, quando, in un’atmosfera di risa tra amici, tutti radunati in una saletta, 4 parole sono bastate a stroncare il clima di gioia che aleggiava nella sala: RAGAZZI E’ MORTO CISCO. Paralizzata, non riuscivo a capire, non riuscivo a parlare, non riuscivo a piangere. Penso sempre al mio passato. Ho necessità di farlo, di ricordare. Ho bisogno di chiudere gli occhi e catapultarmi indietro di quattro anni, quando cominciai le sedute settimanali dallo psichiatra, iniziando una cura farmacologica antidepressiva, quando la mia vita iniziò a sgretolarsi senza che me ne rendessi conto e senza pensare a chi mi voleva bene, ma pensando solo a me stessa. Come fossi un kamikaze pronto a farsi esplodere, uccidendosi e uccidendo le persone a me più care. Ma Forza, senso di onnipotenza, ecco cosa sentivo inizialmente, ed è quello che mi ha fregato. Iniziai così a ragionare in maniera perversa: Tutto doveva essere sotto il mio controllo, tutto doveva essere perfetto. vivevo la giornata meccanicamente, ogni azione aveva un suo orario preciso. La scuola diventò un’ossessione, non potevo permettermi di saltare nemmeno un giorno. L’ordine della casa diventò un chiodo fisso, ogni oggetto aveva una sua collocazione stabilita. E, soprattutto, anche il cibo diventò un mania. Mangiavo poco, ma stavo bene, i giorni passavano e mangiavo sempre meno, eppure stavo anche meglio. Smisi quasi totalmente di mangiare e mi sentivo Dio. Spinta verso quel buio pericoloso che non mi spaventava, anzi mi incuriosiva, mi provocava così misteriosamente scuro e tetro dall’odore afrodisiaco, irresistibile. Non potevo fermarmi. L’adrenalina che mi scorreva nelle vene ogni volta che riuscivo a saltare un pasto con l’imbroglio era talmente elevata che mi nutriva, mi sfamava, non avevo bisogno di mangiare, non sentivo la fame. E così andavo avanti, veloce come un Freccia rossa, sicura in tutto e per tutto. Il tempo passava e il mio corpo si alleggeriva Nel frattempo ero diventata un prodigio dell’inganno, maestra nell’arte di raccontare bugie, stratega di pianificazioni atte a evitare di ingerire cibo, ero perfino arrivata al punto di riuscire ad ingannare i miei genitori pure quando ero sotto il loro controllo, tutti seduti a tavola col pasto pronto davanti, riuscivo a finire tutto, ma di quel tutto niente finiva nel mio stomaco. Felpe larghe con tasche capienti, una decina di fazzoletti a disposizione, velocità e attenzione ed il gioco era fatto. Io mi alzavo dal tavolo col sorriso sotto i baffi, felice di non aver mangiato e andavo a “sotterrare i cadaveri nascosti” mentre i miei genitori erano convinti che avessi mangiato. La maturità si avvicinava, io cominciavo ad avvertire stanchezza e fatica. Ricordo i pomeriggi trascorsi a studiare in solitudine, mentre i miei compagni studiavano insieme, scatenando in me senso di abbandono e umiliazione. Ed era così in fondo, mi avevano abbandonata, esclusa. Proprio come accade nel regno animale: se fai parte di un branco devi rispettarne i ritmi, ma se TU piccolo cerbiatto, ti ferisci, sei più debole, lento e rimani indietro, diventando un fardello per i compagni che non si faranno scrupoli ad esiliarti dal branco. Così d’impatto, il cerbiatto si ritrova solo, in mezzo al bosco, dove tutto è più difficile: il cammino, difendersi da bestie feroci e sopravvivere. Ecco, io mi sono sentita un po’ come quel cerbiatto. Arrivai, in ogni caso a dare l’esame di maturità con estrema debolezza fisica e mentale ma ottenendo, comunque, un ottimo risultato. Ero felice, fiera di me e dei miei sforzi, ma sola, fiancheggiata e tenuta in piedi per miracolo dalle persone che amo di più, mia madre, mio padre e mio fratello. Finalmente finita la scuola, data la maturità, si fa festa, mare, sole. Ma non fu così per me. Ero seriamente in pericolo e provarono a spronarmi, aiutarmi, farmi ragionare, ma io non capivo, anzi mi arrabbiavo, pensavo solo “ma cosa vogliono da me, è la mia vita”. La stessa vita che ho messo terribilmente in pericolo, la stessa vita che per poco ho perso. Metà luglio, avevo la morte addosso, devastata irriconoscibile, ossa vistosamente sporgenti, occhi spenti e opachi, pelle grigiastra, capelli deboli, che perdevo al solo passaggio delle dita, fredda, labbra viola in piena estate, ossa dolenti e quel peso che calava, calava, calava. Eppure non mi importava, non mi spaventava di rischiare l’arresto cardiaco né la grave osteoporosi che si stava rosicchiando le ossa, al punto che solo inciampando avrei potuto fratturarmi femore e colonna vertebrale. Insomma vivere o morire era irrilevante, non sentivo più niente, totalmente apatica. Dai 54 chilogrammi iniziali, calai sempre più, sino al momento più critico 35 e poi 32, 30...28 chilogrammi. RICOVERO IMMEDIATO Fui ricoverata al centro disturbi alimentari di Pietra Ligure, Ospedale Santa Corona. Ricordo tutto, dal primo giorno all’ultimo, i pasti consumati silenziosamente, con la paura degli sguardi delle altre ragazze. I pomeriggi trascorsi dormendo, sedata dai farmaci, le attività settimanali, l’infermiera che mi svegliava ogni mattina per misurare la pressione. Ricordo quella maledetta parola urlata dall’infermiera di turno: “TERAPIA” e noi pazienti, in fila per prendere il nostro cocktail di farmaci, un mix di gocce e pastiglie. Ricordo le visite serali dei parenti, quando venivano i miei genitori che accoglievo con sguardo rabbioso. E tutte le sere, quando, sotto le coperte con le lacrime agli occhi e il pianto in gola aspettavo che il sonno mi prendesse, per poi svegliarmi e realizzare che non era stato un brutto sogno, ma il ricovero lo dovevo vivere veramente. Son passati 3 anni da quell’estate, 3 anni difficili, per me e per la mia famiglia. Infatti dopo un graduale miglioramento, sempre seguendo una dieta e visite mensili al centro, ho raggiunto il mio normopeso. Non mi spaventava il mio corpo, né il numero segnato sulla bilancia, era finita. Pensavo di averla sconfitta, di stare bene. Ma mi sbagliavo di grosso. Mi rinchiusi in un’ampolla, protetta da tutto e da tutti. Diffidente, spaventata dalle persone che mi circondavano, avevo paura di fare nuove amicizie, per poi essere di nuovo abbandonata. Passavo i pomeriggi dormendo, ma quella per me era normalità, così mi sentivo tranquilla, ma non mi accorsi del pericolo che stavo correndo, finché non arrivò il secondo schiaffo della morte. Una sera di fine maggio, ero in cucina con mia madre, ridevamo, lei preparava da mangiare, io tagliavo la frutta e improvvisamente il buio. Quando ripresi coscienza, ero circondata dagli operatori dell’ambulanza, che cercavano con forza di caricarmi sulla sedia a rotelle. Fui portata all’ospedale, ricoverata in neurologia. Attacco epilettico, feci vari esami e, infine, la causa di quell’attacco improvviso era dovuta ai farmaci che stavo assumendo, il passaggio repentino da un’elevata dose di gocce ad una ridotta scatenò in me l’attacco. Questo è ciò che vi è scritto nella cartella del ricovero. Ma la verità, è diversa, è stata colpa mia. Sono stata incosciente, stupida. Io ABUSAVO di quel farmaco, gocce che prendevo alla sera, non più di 15, ma io arrivai a finire una boccettina nel giro di 4-5 giorni. Ecco perché dormivo tutto il giorno. Dopo pranzo mi bombardavo di quelle gocce e non so neanche quante ne assumessi, perché le succhiavo direttamente dalla boccettina. Stetti ricoverata una settimana, poi di nuovo a casa. Nel giro di 3 mesi persi di nuovo peso, quasi 10 chilogrammi ero sempre stressata in lite con tutti, soprattutto, con me stessa piena di sensi di colpa per il male causato ai miei genitori. A cavallo tra dicembre 2013 e gennaio 2014 ci fu la grande svolta. Un grave problema di salute riguardante mia madre, fece sì che decidessi di prendermi delle responsabilità, dovevo aiutarla, per farlo dovevo avere energie e per avere energie dovevo mangiare, mangiare di più, controvoglia, con sensi di colpa!? Non importa dovevo mangiare e MANGIAI. Ora ero io che, insieme a mio padre e mio fratello, facendo la mia piccola parte mi prendevo cura di lei. Ed è così che tra mille problemi, lacrime, fatica posso dire: sono ancora viva, malata, ma viva mi trovo ai limiti del normopeso, la strada della guarigione è molto lunga ancora, ma questa volta non ci casco, non abbasso la guardia. Ho imparato molto nell’arco di quest’anno, soprattutto ho accettato il fatto di essere malata, ammettendolo a me stessa e agli altri, senza vergogna, ne parlo spesso ed anche tramite social esprimo i miei sentimenti, il mio dolore, il dolore che prova una qualsiasi donna, ragazza con un problema alimentare. Non voglio smettere di lottare, assolutamente, per me stessa, ma anche per tutte le altre persone con un DCA, voglio far sentire la mia voce. Voglio soprattutto essere la voce di chi non ha più la parola, trovandosi sotto 3 metri di terra, morta di una morte assurda. Morta di una morte ancor troppo poco considerata.
Alice Villa

lunedì 14 dicembre 2015

La guarigione

La guarigione sta, forse, anche nell'assecondare la tempesta e poi lasciare che passi? Come accettare di fare un giro di montagne russe per poi fermare la giostra. Meglio, riuscire a fermarla. Questa è la differenza.
I digiuni hanno fame di abbuffate. E' un cane che si morde la coda. Sappiamo che nel momento in cui rifiutiamo il cibo, quel rifiuto chiede il conto 24, 48 ore dopo eppure lasciamo che accada consapevoli di quanto la debolezza scateni la fame famelica della malattia. Siamo spettatori di noi stessi, ci scrutiamo per agire meglio, per non lasciarci affondare più, per capire cosa ci porta a barcollare e come riprendere l'equilibrio. La guarigione agisce nel momento in cui la malattia sferra solo un colpo, lo incassi, ma poi la metti con le spalle al muro. Fai in modo che si sieda nel suo angolo e se ne stia cauta.
E' una iena, ma sappiamo domarla ormai. Il punto di forza è questo.
Ora, riusciamo a guardare negli occhi la sua fame, riusciamo a guardare quello che ci fa. Quando ci prende la mente nelle sue mani e la sentiamo. E' una questione di attimi, perché nel momento stesso in cui sentiamo che agisce su di noi riusciamo a liberarci dalla sua morsa.
Imparare a domare la tempesta, è questo il punto. Far tornare la calma interiore.
Non può più nulla e la consapevolezza di ciò ci permette di guardarla agire per poterla fermare. Come se la vedessimo dall'esterno per la prima volta, come se ci piegassimo per un attimo illudendola che può vincere. Eppure è solo un tattica. Un modo per distrarla, disarmarla e sferrare il colpo che ci permetterà ancora di riprendere in mano noi stessi.
La guarigione sta nel guardarsi, scusarsi per tutte le volte che abbiamo creduto di non essere abbastanza, per tutte le volte che abbiamo attribuito al cibo la facoltà di parlare per noi, di essere parole, di essere il dolore. Poi scusarsi, ancora, e promettersi di non lasciarsi mai. Promettersi le parole. Il gusto. Se stessi.

Rossella Assanti

giovedì 10 dicembre 2015

Riemergere dall'inconsistenza



Tre pensieri scritti nel pieno della malattia…
Vorrei essere.
Vorrei essere proprio così: diafana, trasparente, percepibile a fatica. Confondermi e sparire nello spazio intorno a me e mostrarmi nuovamente quando quello che posso offrire è di nuovo un sorriso. È inutile esistere il resto del tempo, è troppo pesante per se stessi e per gli altri.
Il rischio però, diventa quello di non ricomparire mai più.
E sarebbe un rischio? No piuttosto una scelta, non abbiamo scelto noi di “essere”, forse, se avessimo potuto, avremmo scelto di “non essere” o di non essere così, o di non essere sempre, di essere a volte, qualche volta sì e qualche volta no, di essere solo in alcuni momenti e tutto sarebbe… ancora più spaventoso.
Forse si deve essere sempre altrimenti non si sarebbe mai e forse si deve essere tutto altrimenti non si sarebbe niente.
Mi capita spesso di pensare “vorrei essere fatta di aria”, mi sentirei così libera, così leggera, così incredibilmente parte del tutto. Ma in fondo sarei nulla.
Allora penso di poter essere qualcosa di diverso ma di ancora più leggero e sfuggente. Vorrei essere fatta di un materiale simile al fuoco. Di fuoco e polvere. Perché il fuoco? Perché è libero, sfuggente, non si può prendere, rinchiudere, segregare, toccare. Forse, solo sfiorare. La polvere serve a darmi la percezione di me stessa, quando voglio esistere aumenta, altrimenti brucia via. E il fuoco, che tende incessantemente a protendere verso l’alto, mi libera di ogni fastidiosa sensazione di attrazione gravitazionale. Ma non è fuoco caldo. La sua anima è ghiacciata. Brucia solo se si prova a toccarlo. Troppo in profondità, con troppa violenza. Altrimenti ha un bisogno disperatamente immenso di essere scaldato, e di voler smettere di bruciare la polvere, di raccogliere tutta la cenere e di nascere nuovamente e riemergere dall’inconsistenza.
Pensiero per il 25esimo anniversario di matrimonio dei miei genitori… in clinica… ripensando alla mia infanzia e agli attacchi di panico che mi straziavano durante la notte…
“Mamma scusami.
Papà perdonami.
Sorellina mia, tu non c’entravi niente.
Mamma, io e te di fronte al nero, io e te di fronte alle mie angosce. Io che mi aggrappo a te, tu che mi prendi in braccio e mi aiuti ad aprire gli occhi, piano piano, e mi spieghi che non bisogna avere paura, che tutto si può affrontare, insieme. Mamma chi sono io e chi sei tu? Chi è che ha paura? Chi è spaventata di più dalle mie angosce tra me e te? Vorrei tanto mettermi così accanto a te. E sentirmi dire che non c’è niente, che i mostri non esistono, che nessuno nel pieno della notte cercherà di pugnalarmi alle spalle, che posso rilassarmi e chiudere gli occhi, e addirittura cambiare posizione nel letto, che casa mia è un posto sicuro, che non devo rimanere sveglia per proteggere mia sorella e voi, che dormite nella stanza accanto; non devo porre attenzione a ogni minimo, flebile rumore. Dimmi che domani mattina sarete ancora tutti vivi e che anche io lo sarò. Ti prego, dimmelo. Muovendomi potrei perdere la concentrazione e allora sarebbe la fine. Morirei e non potrei salvare nessuno di voi. Sto sudando ma ho freddo. Non posso spostare le coperte. Sorellina ti prego svegliati e dì a mamma di portarti un bicchiere d’acqua. Mamma accendi la luce e racconta le favole a Silvia, mi piacciono tanto, mi piacciono quelle che racconti sempre... la signora con la brocca di latte, mi piace come dici brocca, e quella del topolino o il bue e la volpe, mi piace tanto il suono della tua voce, parli così bene…
Ma io non ti ho mai aiutata, non ti ho mai chiesto aiuto, non ti ho mai dato la possibilità di essere la mia mamma. Mamma, scusami, non ti ho permesso mai nemmeno di essere la mamma di Silvia.
Sono una ladra. Ho rubato a te e a papà due figlie e a Silvia due genitori. E cosa vi ho dato in cambio? Che oggi, giorno del vostro 25esimo anniversario di matrimonio non sono con voi, non farete nulla perché, come dice papà, avete altro a cui pensare. Questo altro sono io. No, questo altro siamo noi, è vero, dobbiamo pensare ad altro.
Mi dispiace, avrei voluto metterci di meno a liberarmi di questo cancro. Ma è un cancro della mente, fa parte di me, non so da dove attaccarlo.
Mamma, papà, sento che ci sto riuscendo, non so bene come ma voglio restituirvi tutto ciò che vi ho tolto.
Provo tanta rabbia. Un po’ verso di voi ma, soprattutto, verso me stessa.
Tanta rabbia nei confronti di quella stupida bambina orgogliosa che credeva di essere onnipotente e di poter salvare il mondo. Ma chi ti credi di essere?
Tanta compassione verso quella ragazzina incapace di esprimersi.
Tanto odio verso quella ragazza che ha pensato bene di affidarsi a lei, alla sua migliore amica, alla sua arma più potente… l’anoressia.
Tanta pena verso quella giovane donna che non voleva riconoscersi come tale e giocava con il cibo e con il suo corpo, e non sapeva come scappare da se stessa.
Tanta rabbia, compassione, odio, schifo, nei confronti suoi. Lei, quella parte di me che vuole uccidermi, che gioisce nel sentire il dolore, che esulta quando scopre che ho le ossa bucherellate…sono più leggere, tra poco elimineremo del tutto anche quelle, sta andando tutto a meraviglia. Follia. Penso delle cose orribili.
È lei che cerca di fare del male a tante fragili ragazze che non capiscono con che cosa stanno giocando.
Mamma, lei fa parte di me, ma da adesso in poi sarò io quella figurina che si aggrappa alla tua spalla, e tu l’altra figura che si metterà insieme a me, di fronte al nero. Si mamma, d’ora in poi te lo permetterò, ti permetterò di spiegarmi che per vedere meglio basta solo accendere la luce, lo sai, io preferisco le candele…
Non importa quale luce sceglierai o se riuscirai a trovarne una, la cosa importante è che staremo insieme, mamma e figlia.
Tanti auguri mamma.
Tanti auguri papà.
Oggi è la vostra festa.
Godetevela tutta.”


Francesca Fabiani

giovedì 3 dicembre 2015

Quello che resta della malattia

Tutto ciò che resta della malattia è un eco. E' quella flebile voce che ti fa digerire male l'amore,lo rende indigesto, ti sussurra di non meritarlo. S'insinua nei punti fragili che ti restano, è acqua che cerca il suo varco per inondare il terreno. E' il rifiuto, quel tuo: “No, grazie” ad ogni gesto che ti viene offerto, come se non fossi abbastanza per averlo, viverlo, accettarlo. Quello che resta sono fiammiferi di paure, serve un soffio per spegnerle. Non incendieranno l'anima.
Non restano che macerie, nelle quali affondare le mani per tastare il terreno sul quale ricostruire. Sporcarsi di se stessi.
Quanto pesano i silenzi che diventano mine inesplose nel corpo se non li si mette alla luce? Non pesano. Fluttuano nell'anima nutrendosi avidamente del buio, di quel buio che inconsapevolmente gli diamo, come se fosse il tetto che gli abbiamo costruito sulla testa.
La chiave è partorirli. Partorire bombe di parole, lanciarle nel mondo e lasciare che il mondo le inondi a sua volta, le accolga. Fare in modo che trovino il loro spazio ed esistano. Guardarle vivere. Perché è lì che sono racchiuse le nostre fragilità, quelle che portiamo in grembo, quelle da mettere alla luce per poterle amare. Denudarsi dei timori, guardarli dritti negli occhi. Noi, che troppo spesso li teniamo bassi, quasi a far vincere quella voce affamata che ci alberga dentro, che si prende gli occhi e li avvolge nel timore di non saper essere o di non essere abbastanza. Per guardare. Per essere guardati.
Quasi volessimo conferire cecità al mondo per paura che ci rigetti. Come se fossimo un organo durante un allotrapianto e avessimo paura che le difese immunitarie inizino ad attaccarci, fino all'ultimo, fino a non riconoscerci e rigettarci. Ecco, è questo che resta dei disturbi alimentari, della malattia che abbiamo vissuto: la carne viva della paura. Un pensiero che pulsa sotto pelle e si nasconde tra le retine instabili di sguardi insicuri.
Solo una cosa può battere più forte: la volontà di essere. Ciecamente. Liberamente. Chiudere gli occhi solo per mettere in moto gli altri sensi, la pelle acquisisce una sensibilità maggiore in chi è cieco. Diventa il sentore principale. Permette di vedere la vita toccandola, di sentirla. Permette di sentirsi. E' questa la chiave. Avanzare verso le paure, come in una partita a scacchi. E l'avanzata è già una vittoria.

L'anoressia, la bulimia, i disturbi alimentari hanno fame di debolezze. Siamo noi questa volta a dare loro digiuni.
Rossella

mercoledì 25 novembre 2015

La realtà come giudizio




Un riscontro con la realtà esterna tante volte può diventare l 'unico modo per avere percezione di se stessi, di quello che ti sta accadendo fisicamente ed emotivamente. Ricordo ancora uno degli episodi più significativi per me in cui venni a contatto con la realtà della mia magrezza. Ero seduta in macchina e una sensazione spiacevolissima di colpo mi assalì, una doccia fredda. Il sedile di quella macchina perse la sua reale funzione per diventare un vero e proprio 'mezzo di comunicazione'. Non stava più lì per farmi sedere, ma per dirmi quello che mi stava succedendo. La sensazione di esser seduta su una roccia spigolosa piuttosto che su qualcosa di relativamente morbido, fu il messaggio che mi inviò. Un messaggio che provai immediatamente a decifrare. Si il mio corpo era dolorante, a causa del contatto delle mie ossa sporgenti con il sedile di quella auto. Mi mossi con una certa irrequietezza avendo l’impressione che dovessi solo trovare la giusta posizione, pensando di aver assunto solo una postura sbagliata, ma in realtà qualsiasi posizione assumessi il dolore non mi abbandonava; schiena, glutei erano ‘aggrediti’ dalle mie ossa. Il messaggio diventava sempre più chiaro, o meglio, metteva in dubbio qualcosa, quella certezza falsa che il mio corpo fosse sano. Una voce che però strozzavo in pochissimo tempo. Se fisicamente sentivo e, rifiutando di sentire, cercavo di mettere a tacere il mio corpo, emotivamente la sensazione sgradevole della preoccupazione per la mia persona moriva sul nascere. Preoccupazione che si risvegliava solo attraverso il confronto con le persone, che inevitabilmente notavano la mia ‘pericolosa’ minutezza, un senso di angoscia che però per me si mescolava all'idea del giudizio. Nonostante il mio istinto di autoconservazione provava in tutti i modi a parlare, cercando anche nelle parole altrui quella dimensione del reale che io non avevo e che in qualche modo poteva salvarmi, l’ombra del giudizio mi remava contro. Una voce imperava dentro di me e mi diceva: 'la loro preoccupazione è espressione di un mio comportamento sbagliato' come se ancora una volta ci fosse stata la convinzione che ero io a voler stare male, che ero sbagliata. La volontà di capire per poter fare luce su quello che mi stava accadendo, così come il terrore di farlo perché tutto si trasformava in uno spietato giudizio. Cercare disperatamente così come fuggire, tutto nello stesso momento. La realtà, quella realtà che rifiutavo era per me prevalentemente giudizio. Allora, quale ‘migliore’ strada se non quella di rifuggire quella realtà, se ai miei occhi appariva così dolorosa. Quale migliore ‘soluzione’, se non costruire un mondo tutto mio, fatto di regole tutte mie, che mi davano modo di farmi vedere quello che io decidevo, perché su quello potevo avere un controllo? E tutto continuava ad essere sempre e solo una trappola dalla quale però potevo disincagliarmi solo io.
Rosy


mercoledì 11 novembre 2015

Ritornare a vivere



Sorridere, amare, gioire… che bello sarebbe se potessimo - a comando - decidere il sentimento o l’emozione su cui volerci sintonizzare! Purtroppo non è così semplice! Neppure le più belle favole narrano di storie unicamente positive, infatti dietro un lieto fine spesso si celano tormentate vicende. Ebbene… è così che voglio credere che sarà la mia vita: forse la tempesta che vivo ogni giorno, ormai da anni, è solo il naturale percorso che serve e che prelude un magnifico finale. È vero, è difficile credere costantemente a questa ipotesi; non sempre riesco ad essere coerente con le mie idee, ma per fortuna in mezzo a tanti - troppi - momenti di negatività e pessimismo a volte si fa largo un piccolo spiraglio di luce che chiamo speranza e che mi permette di andare avanti nell’attesa che prima o poi qualcosa cambi nella mia vita - o meglio, nella mia mente - e che magari un giorno svegliandomi riuscirò a guardarmi con occhi nuovi. Si, perché è tutto lì il problema: non tanto l’immagine riflessa allo specchio, quanto invece il filtro dei miei occhi; un filtro “arrugginito”, distorto e da sostituire… un filtro che mi fa vedere solo il peggio, il brutto, il nero di un’immagine che di per sé sarebbe invece un arcobaleno di colori.
Convivere quotidianamente con le proprie sensazioni non è mai semplice; non lo è per la gente comune e men che meno lo è per me, per noi, per tutte quelle persone che vivono, soccombono o lottano contro un disturbo alimentare. Come si può aver voglia di fare qualcosa quando nella tua mente continua a martellare l’idea di te che non vali niente!! Credo che per molti di noi sia proprio da questo disagio e senso di inferiorità rispetto al resto del mondo che nasce il bisogno di sentirsi unici, forti, di assumere il “controllo” sull’unica cosa che possa dipendere da noi: il cibo, il peso… il nostro corpo! Ci nascondiamo erroneamente dietro la convinzione che il cibo è il nostro primo nemico o, al contrario, il nostro unico amico e in un caso piuttosto che nell’altro, finiamo esclusivamente col farci del male. Sì… perché è inutile dire che il problema alimentare, in qualunque modo esso si manifesti, non può che arrecarci dolore - fisico e mentale - lasciandoci cadere in un baratro, sempre più giù, sempre più lontano dalla realtà e da ciò che sarebbe giusto perseguire; eppure, esso assume un aspetto tanto “amichevole” nei nostri confronti da farci sentire al sicuro quando ci sta accanto: il problema alimentare, diventa il nostro fedele compagno di vita! Si tratta però di un compagno un po’ “scomodo”: geloso, possessivo, ci vuole tenere solo per sé, ci porta ad isolarci da tutto e da tutti fino a che noi, povere vittime, completamente infatuate da questo “amore proibito”, diveniamo burattini da manovrare a suo piacimento: non siamo più noi ad avere il controllo né della nostra alimentazione né, a lungo andare, della nostra vita. Così, quella forza e quella supremazia che pensavamo di avere all’inizio, finiscono per perdersi strada facendo e nella maggior parte dei casi, ce ne rendiamo conto quando è ormai troppo tardi.
Tante volte, nei miei momenti di lucidità, quando l’ansia, la paura e lo sconforto - ormai compagni di vita - mi danno un po’ di tregua, mi soffermo a riflettere sul motivo per cui la mia vita in un certo momento abbia preso questa brutta piega; perché, nonostante la consapevolezza di quanto stare così mi faccia soffrire, non riesco a dire “basta”, a tirar su le maniche una volta per tutte e ricominciare a vivere.
E dire che ci ho provato diverse volte a guarire!!                                                                                                     Eppure c’è sempre qualcosa che mi blocca nel percorso: per quanto duro esso sia, per quanti passi avanti io riconosca di aver fatto, c’è sempre quel momento di smarrimento che mi fa sentire “sbagliata” nel voler cambiare; e “presuntuosa” nel voler provare a non ascoltare i mille pensieri che incessantemente frastornano la mia mente. E così, in un niente si torna indietro… mesi di sacrifici si perdono in un baleno e prima che io possa accorgermene ciò che avevo riguadagnato mi sfugge di mano, ritornando punto e a capo, nell’ombra più totale. E di nuovo pianto, tristezza, umore depresso… dove va a finire la gioia di vivere? Dove vanno a nascondersi quella forza e quel coraggio che mi inducono ad andare avanti nonostante tutto?
Tante domande… Poche risposte… Ma forse è così che deve andare; forse chi vuole davvero guarire da un disturbo alimentare deve prepararsi ad affrontare un lungo e tortuoso viaggio, dove non si va in prima classe ma probabilmente in autostop; dove non si sosta in un hotel a cinque stelle ma nelle bettole… Tuttavia, fra i tanti viaggi che nella nostra vita avremo la possibilità di fare, quello verso la guarigione resterà di certo il più memorabile e significativo poiché, nel momento in cui saremo arrivati a destinazione, riceveremo il dono più prezioso che sia possibile desiderare: ritornare a vivere, ovvero… sorridere, amare, gioire!

Maria Cognata



mercoledì 28 ottobre 2015

Il ruolo dei genitori

“L'amore che possiamo dare a noi stessi non può darcelo nessuno, neanche una madre”. Questa frase è la chiave che tengo appesa al collo. Il mio post-it della vita.
E' il genitore la salvezza, la via, la vita per una persona nel turbine dei disturbi alimentari? Può essere l'ancora di salvataggio?
Un genitore, un parente o una persona che vive a stretto contatto con la realtà dei disturbi alimentari, ha senza dubbio il compito di modificare determinati atteggiamenti nei confronti di chi ne è affetto. Deve provare a muovere nel modo giusto le corde di questo delicato e complesso strumento che è la malattia. Ma non è certo la salvezza. Da cosa dovrebbe salvarci? Da noi stessi? No, il baricentro di essa è dentro di noi. Spetta a se stessi l'arduo compito di rimettersi al mondo. Rinascere.
E come possono capire loro quanto sia delicato e complessa la bestia che alberga dentro, se nessuno li prende con mano per farglielo vedere?Ai medici spetta il compito di analizzare, spiegare, diventare chirurghi dell'anima. Tante sono le incomprensioni. L'anoressia, la bulimia, i binge, sono il più grande labirinto dell'animo umano. Contorto. Complesso. Diabolico. Tanti sono i genitori che si perdono nella paura, nel dubbio di non sapere cosa fare, come comportarsi di fronte a quell' ingranaggio rotto nel motore della vita dei loro figli, che proprio non vuole partire. Si ostinano a guerriglia-re dietro un piatto vuoto e numeri mortali. Molti non comprendono le dinamiche, i perché, la forza e la fragilità di queste malattie.
D'altra parte è difficile per una persona nel pieno di un DCA accettare la non comprensione da parte di chi le sta accanto. Quanto e come può farlo?
La risposta che ho dato a me stessa è una, impressa a caratteri cubitali nella mente: possiamo accettare questo fatto nel momento in cui capiamo e accettiamo che anche i genitori, come ogni essere umano, ha dei limiti. Che si svincolano dall'amore, non lo compromettono. Quello resta lì, immutabile, infinito, nel più grande angolo di cuore. Il fatto è che spesso nessuno gli insegna la sofferenza che c'è dietro un disturbo alimentare. Nessuno gli insegna l'alfabeto e il linguaggio di questa malattia. Noi possiamo raccogliere le sfumature d'amore nascoste dietro ogni loro singolo gesto, qualsiasi esso sia.
Il resto è nostro compito, come una riabilitazione dopo che ci si è rotti una gamba: bisogna trovare da sé il proprio equilibrio, barcollare, fare un passo alla volta, contare sulla forza delle proprie gambe, del proprio amore.

Rossella

venerdì 16 ottobre 2015

Sabrina



Per raccontare la storia di mia figlia Sabrina, dovrei ritornare indietro negli anni. Io, mamma di Sabrina nasco nel 1944 figlia di n.n. Cresco in un orfanotrofio fino all'età di 16 anni.
Trovo un lavoro e mi sposo nel 1965 con un brav'uomo, mi inserisco in una famiglia, la sua, che mi accoglie e mi vuole bene. L’anno successivo, nel 1966 il 23 maggio nasce Sabrina. E’ bella come il sole. Siamo felici e lei cresce bene. Dopo tre anni arriva Edj, il fratellino, crescono felici e bravi come tutti i bambini. Il destino è in agguato, mio marito si ammala a soli 31 anni di una brutta malattia ai polmoni. Entra ed esce dagli ospedali per ben 16 anni con alti e bassi. E’ un uomo buono e dolce con i bambini, ma riescono a star poco con lui. Muore a soli 47 anni, Sabrina ha 22 anni, Edj 19. Penso col senno di poi e con l’esperienza acquisita in questi anni che, Sabrina abbia incominciato proprio allora a soffrire in silenzio.
Qui inizia il suo calvario.
E’ una ragazza piena di amici. Ha il ragazzo, la storia finisce dopo cinque anni.
Trova un altro amore, sarà quello che le starà vicino.
Sembra apparentemente una ragazza felice, ma qualche cosa sta covando.
Lei incomincia a fare sport, danza, di tutto e di più in maniera ossessiva. La sua dieta, adottando varie scuse, diventa sempre più restrittiva, lamenta una stitichezza ostinata e per anni, di nascosto, assume lassativi, tisane e altro. Si rivolge a specialisti di Milano e Parma.
A lungo andare si rovina l’intestino al punto tale che deve esser operata. I medici le raccomandano di seguire una dieta specifica per lei. Io cerco di seguire alla lettera le indicazioni dei medici, ma lei fa quello che vuole. Si riprende bene. Decide in seguito di andare a Trento con il suo caro Denis, lei lavora come estetista, sembra soddisfatta ma io incomincio a preoccuparmi. Perché direte voi? Sabrina cala di peso, me ne accorgo anche se lei si mimetizza sotto i maglioni larghi.
Davanti alla mia insistenza di voler sapere cosa c’è che non va, mi tranquillizza dicendomi che lavora troppo. Avendo parecchio tempo a disposizione, le preparo le cose che le piacciono, vado nel suo appartamento a Trento e per aiutarla, faccio i lavori di casa, convinta di risolvere il problema, povera illusa! Ma come ho fatto a non accorgermi che era una cosa assai più grave! Passa un po’ di tempo finché un giorno vedendola dimagrita ancora, mi rivolgo al mio medico condotto, il quale mi prepara la carta per un ricovero urgente.
Entra in ospedale, è il suo primo ricovero. Un po’ di flebo, un po’ di integratori ma poca umanità. Le persone come Sabrina venivano viste come capricciose, viziate e come tali venivano trattate. Ritorna a casa, il suo ragazzo e tutti noi cerchiamo di aiutarla, di starle vicino convinti che tutto si sarebbe sistemato. Purtroppo siamo solo all'inizio, i ricoveri si alternano alle dimissioni.
Un giorno in una lettera da consegnare al medico di base c’era scritto: -Sabrina è affetta da anoressia nervosa-. Mio Dio, ma cosa è questa cosa? Consulto un vocabolario, per un attimo ho sentito il peso del mondo sulle mie spalle, ma combattiva come sono, me lo sono scrollata di dosso ed ho iniziato la mia grande battaglia contro l’Anoressia. Brutta bestia, mi dicevo, fatti avanti vedrai con chi hai a che fare! Il tempo passa mia figlia si riprende, sta un po’ meglio e incomincia a lavorare a par-time. Viene seguita da un dietologo, da uno psicoterapeuta e si va avanti. Io divento la sua ombra, ci sono sempre forse troppo e lei diventa mamma dipendente. Sono io che vado in cerca di medici, lavoro per lei, quasi quasi respiro anche per lei. Solo adesso mi rendo conto di quante cose sbagliate ho fatto, ho reso mia figlia ancora più fragile. Ma tenete presente che io avevo dichiarato guerra all'anoressia. Passano i mesi fra alti e bassi finché un giorno il suo ragazzo la riporta a casa. Mi dice che fa fatica a starle dietro, deve lavorare, è via tutto il giorno, Sabrina non era più in grado di lavorare. Rincomincio a vivere con mia figlia e l’ora dei pasti diventa un incubo per lei e per me. Mangiamo assieme, ma lei appena finito corre in bagno. Tento inutilmente di bloccarla, le parlo, la prendo in braccio ma senza risultato. Ho provato a chiudere la porta del bagno e lei vomitava in cucina. La mia battaglia incominciava nel vero senso della parola! La sgridavo, la supplicavo, piangevo, ma lei continuava la sua amicizia con la “Bestia”. Viene ricoverata per la prima volta in psichiatria, aveva acquisito dei comportamenti maniacali. Andando avanti e in dietro da Trento, pensavo a cosa avrei potuto fare perché mi dicevo: io sono sua madre, devo fare qualcosa, io la salverò.
Invece questo ricovero è il primo di una lunga serie durata ben 4 anni.
Entra per la prima volta in una comunità fuori regione, sta 3 mesi, un vero fallimento! Viene mandata a casa perché non collabora.
Trovo un bravo psicoterapeuta, lei si trova molto bene e sembra che le cose vadano un po’ meglio, riprende a fare il suo lavoro a casa con le sue amiche e conoscenti, così si sente gratificata e guadagna qualche soldino. Vedendo che stava un po’ meglio decido di prendermi una piccola vacanza di una settimana. Mio figlio mi rassicura prendendosi l’incarico di occuparsi, assieme a mia nuora, di Sabrina.
Al mio rientro vedo purtroppo che lei è di nuovo in crisi, lì mi prende un grande senso di colpa. Io non dovevo allontanarmi, che razza di madre sono! Sabrina sente che sta male e chiede di essere ricoverata, aveva dei comportamenti maniacali che la portano di nuovo in psichiatria. Vado da lei quasi tutti i giorni, ma lei è angosciata e mi chiede il perché, invece di darle un supporto psicologico, la riempiono di farmaci. Riparte per un’altra comunità, non chiedetemi dopo quanto tempo perché non ricordo più le date, tante erano le entrate e le uscite. Va a Brescia e ci rimane circa tre mesi, poi anche da lì viene messa alla porta. Vengo contattata alle ore 13 circa, mi dicono che devo essere lì entro le 15 altrimenti Sabrina verrà messa su un taxi. Grazie comunità di Brescia per la vostra umanità. Vado a prenderla e si ricomincia di nuovo. Alti e bassi, crisi isteriche, vomitava e poi si sentiva in colpa. Quando lei andava in bagno scappavo e andavo a nascondermi perché se io non ero presente quando lei usciva, non aveva le crisi. Stavo per ore in soffitta, dove da una finestra potevo controllare se Sabrina andava e ritornava. Lei, dovete sapere, dopo aver vomitato, andava sempre al cimitero sulla tomba del suo papà e dei suoi nonni a qualunque ora. Io aspettavo che lei ritornasse e andasse a letto. Dopo un po’, quando pensavo che si fosse addormentata rientravo in casa. Il giorno dopo si ricominciava e a momenti, la disperazione mi portava a pensare di scappare, di farla finita, ma poi il pensiero della mia sfida alla malattia prendeva il sopravvento. La mia cara figlia ritorna nuovamente in psichiatria e da lì riparte per un’altra comunità, questa volta in Piemonte. Ci rimane circa 3 settimane, ma poi scende di peso e sono costretti a ricoverarla in ospedale, ma essendo fuori regione la trasferiscono di nuovo a Trento in psichiatria. Ci rimane un po’ di tempo. Sento parlare di una clinica universitaria a Pisa. Lì sembra siano più preparati e mi faccio in quattro per farla andare giù. Quando ho visto il posto avendola accompagnata con l’ambulanza, ho pensato di essere arrivata nell’anticamera dell’inferno! In questo reparto erano ricoverate, secondo me, le persone senza speranza. I tavoli, le sedie, tutto era inchiodato a terra e c’erano telecamere ovunque. Sabrina finisce subito legata mani e piedi a letto controllata a vista. Io non vorrei discutere sul sistema, ma ancora adesso mi chiedo a cosa è servita questa atrocità. Per poterla vedere partivo da casa alle 3 e mezza del mattino, arrivavo a Pisa alle 13 circa. Potevo stare con lei un paio di ore, andavamo fuori a fare un giretto, poi si rientrava. Credetemi non vedevo l’ora di scappare da lì, avevo il cuore che mi scoppiava. Quando arrivavo avevo una valigia piena di pigiami e asciugamani puliti, quando ritornavo indietro invece la stessa valigia era piena delle stesse cose ma sporche, piene di vomito. Ho chiesto più volte se, essendo lontana, potevo avere modo di usufruire di una lavanderia, ma la risposta era sempre la stessa “No”. Ritornavo a casa con questa valigia pesante che puzzava! In treno, sebbene avessi il posto prenotato, me ne stavo vicina all'uscita perché temevo che le persone sentissero l’odore che proveniva dalla valigia. Arrivavo a casa verso le 24, tutto questo per 4 lunghi mesi. Avevo il cuore pieno di angoscia e dolore, perché vedevo la mia cara Sabrina soffrire tanto, se avessi potuto sarei andata io al suo posto. Viene sottoposta anche all'elettrochoc, senza risultato. Viene rispedita a Trento nuovamente in psichiatria, ma riparte quasi subito per una nuova comunità, Portogruaro. Lì, a differenza degli altri posti, ho trovato umanità anche nei miei confronti, ma eravamo arrivate tardi, la dimisero dopo due mesi circa perché non c’era più niente da fare. Il dottor Salvo, responsabile del centro, ci abbracciò e mi disse sussurrando: mi faccia sapere. Capii subito cosa intendeva dire. Ma io non volevo mollare, non potevo. La mia rabbia verso la “bestia” che mi stava portando via la mia cara Sabrina, aumentava sempre di più. Lei entra in una casa protetta di Trento, la “Casa del Sole”. C’erano persone con svariati problemi, seguite dal centro salute mentale, ma nonostante tutto, si trova bene. Ha la sua cameretta, la sua indipendenza. Io la vedo quasi tutti i giorni e speravo nella mia incoscienza che la sua permanenza lì potesse essere provvisoria. Povera illusa, ma io mi ero mangiata il cervello! Come facevo a non vedere che non c’era più niente, era uno spettro, era trasparente! Il giorno 10 agosto, un giovedì mattina decido di portarle alcune cose che mi aveva chiesto, trovo assieme a lei nella sua camera, il nostro medico condotto. Lui si era preso l’incarico di seguire Sabrina anche lì, la stava visitando. Le finestre sono aperte, è una bellissima giornata. Mi mette una mano sulla spalla e mi dice: sua figlia se va avanti così non arriva alla fine del mese.
Mia figlia ignora le parole del dottore e se ne va a fumare. Io scoppio a piangere, Sabrina ritorna e mi dice: non piangere per me, perché questa non è vita! Io l’abbraccio la accompagno di sotto al sole. Mi allontano, salgo in macchina, la guardo per l’ultima volta nello specchietto retrovisore, consapevole che forse era l’ultima volta che la vedevo! Non so come ho fatto ad arrivare a casa. Verso le 19 dello stesso giorno, arriva una telefonata dalla “Casa del Sole”: venga giù sua figlia non sta bene. Parto consapevole che Sabrina non c’era più.
Maledetta Anoressia, hai vinto tu. Sabrina è sul letto, ha gli occhi aperti, azzurri; ha uno sguardo dolcissimo. Mi siedo sul suo letto, la accarezzo, la bacio per l’ultima volta. Addio adorata figlia mia, raggiungi pure il tuo caro papà e i tuoi nonnini come tu li chiamavi, ma ti prometto che finché avrò la forza: lavorerò in nome tuo, perché nessuna madre, nemmeno la peggiore, dovrà mai vedere morire una figlia così.
Ti prometto che farò tutto il possibile per aiutare quei poveri genitori che si troveranno ad affrontare la “Bestia”. Ce la sto facendo, faccio parte di un associazione: l’ARCA, sono una volontaria. Quando parto da casa per fare il mio dovere di volontaria, guardo la foto di mia figlia, la saluto e le dico: aiutami, stammi vicino. Vi assicuro che all’ARCA c’è pure lei!
CIAO SABRINA NON TI DIMENTICHERO’ MAI!!!
MAMMA

Anneliese Zanon                                         



lunedì 12 ottobre 2015

Sentirsi liberi di sentirsi umani


Cerco affetto, sento il bisogno di sentirmelo addosso. Cerco attenzioni ma forse a modo mio, ricevere e liberarsi allo stesso tempo da esse. Liberarsi da quelle attenzioni che mi hanno sempre innalzato su un piedistallo, al di sopra di tutto e di tutti.Cerco affetto che non si traduca in attenzioni come modo per dire ‘Ecco la Principessina’. L’intoccabile, l’infallibile….Io sono ‘solo’ Rosy e come tale voglio essere trattata e considerata. Umana, con i suoi pregi i suoi difetti. Mi si deve mandare a quel paese che lo si faccia! Affetto e non un’aura di soprannaturalità che non riesco più a sentirmi addosso, non mi appartiene. Io carne e ossa come tante persone. Speciale, un appellativo che mi sta soffocando. Mi fa sentire estremamente idealizzata. Io non ho bisogno di essere idealizzata, ho bisogno di sentire le mie debolezze, la mia umanità, la possibilità che anche io posso, mi sia concesso di sbagliare e che ho diritto, posso ricevere affetto nonostante non sia perfetta.Vivere nell'idealizzazione significa dover rispettare aspettative che possono condurti all'autodistruzione. Anche aver dimostrato una certa forza fino ad oggi paradossalmente non mi ha aiutato. Si è tradotta in un delirio di onnipotenza come risultato della proiezione di quell'immagine della Rosy ‘speciale’, perfetta, infallibile.Una forza che ha sempre dovuto nascondere ogni sentore di debolezza, fragilità, di un semplice ‘Non ce la faccio’ .Onere, responsabilità ai quali sembra non possa assolutamente sottrarmi. Non voglio più stare su un trono, troppo scomodo per me. Una posizione investita di preziosità e regalità che mi fanno sentire inarrivabile.
Rosy

lunedì 5 ottobre 2015

Fame d'amore





Placare la fame d’amore, placare quella per il cibo. Due bisogni che per quanto possa sembrare assurdo possono essere legati da un filo invisibile, un filo conduttore che li mette continuamente in comunicazione rendendoli un’unica cosa. L’amore come il cibo fonti insostituibili alle quali attingere per stare al mondo, per vivere. Eppure si può, ci si impone di placarle nel momento in cui diventano demoni. La fame d’amore se non viene appagata, se non si trova la giusta strada per far si che quell'amore ti riempia in maniera naturale sentendo tutta la sua magia, non solo ti spaventa e tendi ad annullarla ma cominci a percepire quell'amore solo come qualcosa di irruento, che ti aggredisce, che ti investe fagocitandoti senza abbracciarti con tutto il calore possibile e immaginabile…quel calore si trasforma in fiamme che ti consumano bruciandoti o scompare totalmente per far posto a un gelo paralizzante. Lo spirito non riceve, o meglio non deve ricevere alcun nutrimento così come il corpo. Il mondo dello spirito così come quello del corpo possono sentire alla stessa maniera, non si è solo spirito o soltanto corpo non esiste o…o, entrambi costituiscono un tutt'uno, se soffre l’uno soffre anche l’altro. Se l’uno non è in grado di vedere anche l’altro diventa cieco. Poi un giorno ti capita una cosa inaspettata e straordinaria allo stesso tempo. In uno dei miei momenti più critici , quando ho cominciato a sentire fame di cibo, a riconoscerla, ad ammettere di sentirla, nonostante la cosa mi potesse sconvolgere, contemporaneamente sono riuscita a percepire quella fame d’amore per me ormai sconosciuta. Se fino a quel momento il ‘NON DEVI SENTIR IL BISOGNO DI UNA CAREZZA, DI UN ABBRACCIO, DI UNO SGUARDO ‘INNAMORATO’’ non mi aveva mai mollato e si muoveva di pari passo con l’imperativo ’NON DEVI SENTIR IL BISOGNO DI CIBO’ , la necessità di sentire il cibo in bocca e nello stomaco e di ‘RIEMPIRMI’ si affacciava piano piano insieme al bisogno di sentire l’affetto e l’amore di mia madre, di RIEMPIRMI di esso. Ricordo ancora quella telefonata mentre ero in clinica ’Mamma mi manchi, vorrei un tuo abbraccio. Per me udire quelle parole dalla mia bocca è stato qualcosa di indescrivibile soprattutto se penso a chi erano rivolte, mia madre. Sentirmi in quel momento significava voler sentire, voler ricevere, essere accolta ed accogliere. Riconoscermi ed essere riconosciuta. Stavo ascoltando i miei bisogni, che rivelazione! Ed ora ogni giorno per me è una rivelazione, una sorpresa. Piano piano sto scoprendo cosa significa tutto questo, non sto imparando ad amare e a ricevere amore, non possiamo ridurre tutto a delle nozioni a dei parametri da seguire. L’amore non si impara si vive….

Rosy

mercoledì 30 settembre 2015

Samantha



Faceva freddo ed era marzo, i fiori faticavano a schiudersi e il cielo prometteva sempre nevicate, un’insolita atmosfera avvolgeva questo sud italico, saturo di lamenti e litanie, di credenze e vergogne. Un silenzio accartocciava le parole non dette, quelle racchiuse in un umore difficile da decifrare, in un corpo che parlava senza farsi sentire. Era fragile Samantha, lo era sempre stata, vittima del paesino, delle situazioni che l’avevano fatta diventare grande quando ancora avrebbe dovuto stringere a sé una bambola, giocare a nascondino, disegnare la vita su un foglio di bambù, colorarla con le tempere che tanto amava. La vita, invece, ti coglie alle spalle, ti prende e gioca, ma ti fortifica, così almeno ho sentito dire. Succede per caso, quando sei ancora intento a decifrare il volo vorticoso di una farfalla che ignora la brevità del suo essere, quando cerchi di gettarti negli odori del passato che non ritrovi tra maglioni sgualciti, tra vecchie stoviglie che non conservano nulla, neanche temerarie tracce sfuggite al detersivo. Non è mai troppo tardi per incominciare: una partita a scacchi, un libro comprato tempo addietro, un corso lasciato a metà. Non è mai troppo tardi per scoprirsi: ci si trova negli accordi stonati di un ritornello che non esce, tra le righe di un quadernetto che avevi perso, nei giochi di cui non ricordi più il metodo, nei viaggi e nei sogni, nelle ore di macchina e di silenzio che accompagnano un’avventura o una cura.
Samantha aveva venduto ogni specchio, si conosceva, si sapeva. Non aveva bisogno di essi, ma solo di affetto, di calore, di passione, di occhi pieni di vita, in grado di infonderle fiducia. Aveva barattato le sue certezze una domenica mattina, al mercatino in piazza, sotto sguardi severi e colmi di pregiudizi: aveva conosciuto una donna carica di odio, approfittatrice che, però, le dava forza e coraggio in cambio di energie, minuti, speranze. Era stata subito bene, qualcuno le aveva preso la mano, l’aveva compresa cogliendo le sue innate debolezze. Aveva preso a sentirsi forte, avrebbe potuto combattere finalmente, senza chinare la testa, senza diventare rossa. Le amiche la videro rinvigorire, prendere coscienza, spavalda. La casa era fredda e l’orologio segnava sempre l’ora tanto attesa, quella del pranzo, in cui, lenta, lei avrebbe potuto muovere le sue pedine, perché quel piatto non conteneva cibo, ma nascondeva proprio la sua scacchiera. I rigatoni erano mossi come lente sagome indistinte, movimento che scrollava di dosso il condimento di turno, poi con un gesto finale, come chi bara e vuol vincere a tutti i costi, tutto finiva per terra, se il cane era in casa, oppure nelle tasche di pantaloni, tute. Un meccanismo perfetto senza inceppi, né possibilità di errore. Samantha vinceva, non aveva rivali nonostante giocasse in trasferta, una casa mai sentita tale, un misto di sentimenti contrastanti che le cucivano addosso quell’aria distratta e in attesa, attesa di vivere, perché in fondo è questa la meta, sia quando lo si capisce in tempo che quando tutte sfugge velocemente, come una giostra impazzita. L’anoressia è un vestito che non conosce taglie, ognuno se lo fabbrica per sé, ognuno è sarto, ci si sceglie il tessuto giusto, il cotone, l’ago adatto. L’anoressia è la compagna che non fa domande, ma dà ordini, il maestro che dirige l’orchestra in silenzio: è la risposta alla solitudine interiore, uno strumento di lavoro, una curva a gomito, la luce abbagliante di un auto che non ti fa vedere oltre, ma ti rapisce, ti fa procedere nel buio indistinto della notte, che poi è anche un po’ la vita.
Samantha ne ha giocate di partite, ne ha vinte tante, ne ha perse altrettante. Perdeva ogni giorno nella sua soddisfazione personale, in quelle mosse precise che le donavano forza, ma che le toglievano il fiato poco per volta. In questa vita ci si stanca anche di vincere, ci si stanca di perdere, di non vincere, di perdere nonostante la fatica. Samantha sapeva di essere il burattino insicuro della signora gentile conosciuta in quella domenica di marzo, ma amava poter essere, avere le sue carte in mano, poterle spendere alla prima occasione. Samantha sognava ancora, non mangiava, ma desiderava se stessa, quella bambina che faceva arrabbiare i nonni con i suoi giochi, si specchiava nelle foto scolorite dal tempo e si sentiva diversa, quasi come se descrivessero un’altra vita, un’esistenza lontana e ormai andata. I sogni, ah i sogni, questi signori senza anima, senza materia, in grado di farci desiderare la vita, farci splendere gli occhi ed emozionarci innanzi alla quotidianità: un anziano che non rinuncia alla passeggiata domenicale, a prendere un aereo e raggiungere i nipoti lontano, un tramonto in un pomeriggio di dicembre, una mela donata a un clochard, la luna che a sera illumina i campi di pomodori, gli ulivi che filtrano i paesaggi lontani. Samantha mi ha insegnato tanto, a correre senza catene, a resistere nonostante tutto, a sciogliermi dai vincoli che attanagliano l’anima.
Ora corre veloce, come una locomotiva che non conosce epoche e che sfida il nuovo per sentirsi ancora utile. Corre veloce e libera, perché, in fondo, anche quella vecchia signora, dagli occhi scavati e le gote nere, un vestito troppo corto e un neo sotto il mento, non era altro che l’accumulo delle proprie paure, delle proprie ansie, delle sue insicurezze, che andavano solo stese al sole in un pomeriggio d’autunno, tra le pause di uno scirocco impavido.


Giuseppe Zanzarelli

mercoledì 23 settembre 2015

Amare ed essere amati

Amare ed essere amati non è facile quando vivi o hai vissuto nella tempesta dei disturbi alimentari. L'anoressia, la bulimia, i binge braccano anche l'amore. Non è facile nemmeno trovare qualcuno in grado di esserci senza scarnificare le ferite. Qual è dunque il ruolo che svolge la persona coinvolta in una relazione durante o dopo la malattia?
In entrambi i casi credo che la parola chiave sia una: la spensieratezza. Trovate qualcuno che a tavola vi faccia dimenticare la guerra che vivi o hai vissuto col cibo. Perché è lì che hai consumato le peggiori battaglie ed è lì che hai anche bisogno di pace. Siamo fatti di seta, fragili. Basta poco a lasciare un piatto pieno, a scavare a vuoto nel cibo, a ingurgitarlo e poi vomitare tutto, quasi a voler rigettare qualcosa che di noi o del mondo ci è andato di traverso.
Basta un nulla che è tutto. Basta troppo silenzio, troppi sguardi, troppo di quel qualcosa che dia il via al mare di voci della malattia o al suo eco.
C'è bisogno di qualcuno che faccia il solletico alle nostre fragilità, che a tavola ci faccia provare il sapore delle risate. Che ci faccia dimenticare la guerra e tutte le catene che ci tengono legate alla famelica sensazione di inadeguatezza.
Certo, spetta a noi sbrigliare l'anima, abbandonare l'illusorio e mortale rifugio che è la malattia, placare l'ingorda fame del cuore. E' il primo passo verso se stessi. Ma possiamo slegare il resto dei nodi, con il tempo, anche con l'aiuto di qualcuno che dia il “la” a quello che semplicemente siamo, che soffi sulla polvere dei vuoti e ci mostri i nostri punti di luce, quanto siamo in grado di dare, quanto spazio c'è negli angoli più nascosti del cuore.
A quel qualcuno spetta l'ardua impresa di farci sentire addosso tutto il peso della spensieratezza.
Non ci vuole un manuale di istruzioni per stare accanto ad una persona che ha sofferto o soffre di disturbi alimentari. Grazie e rispetto fungono da cemento armato. Sono necessari pazienza, tempo, amore. Voglia e capacità di darle spazio. Amare quello spazio. E' vitale la gentilezza.
Non si possono misurare le parole, ma le si può guardare negli occhi prima di gettarle sul mondo o su chi si ha di fronte. Hanno la capacità d'insinuarsi nella pelle e colpire i nervi scoperti. Sono deleterie frasi come: “Rovinati pure quanto vuoi, è la tua vita.” Ma la vita dipende anche da chi ci è accanto.
Sono pericolosi e taglienti gli atteggiamenti di chi sminuisce ogni piccolo passo che facciamo per noi stessi. Non è di quello che necessita l'anima, né tanto meno il corpo.

C'è semplicemente bisogno di qualcuno che ci faccia depositare le armi che abbiamo alzato contro il mondo e contro di noi.

Rossella

martedì 15 settembre 2015

Siamo ben altro



Quante volte mi sono chiesta cosa ci fosse di sbagliato in me, cosa non andasse, perché “ero” così.
E quanto tempo mi ci è voluto per capire che io non “ero” così, ero solo ammalata. Si, ammalata di una malattia che ti fa credere di essere qualcun altro, qualcuno in cui non ti rispecchi, che non riconosci e che non vorresti essere. E' vero, l'anoressia ti fa credere, almeno nella prima fase, che tutto va bene, che quello che fai è la cosa giusta, che il cibo è qualche cosa di superficiale, di inutile anzi, di dannoso per te e la tua vita. Ti fa credere che l'unica cosa di cui hai bisogno è… il nulla. E in questa fase ci stai bene, ti ritrovi, ti vedi come mai ti sei vista prima: una persona speciale che riesce a fare tanto (… e di più), senza quello di cui gli altri hanno bisogno; ti fa credere di essere superiore, “diversa” nel bene. Ti fa credere di poter bastare a te stessa, te e te, te e lei.
In realtà così non è e poco alla volta ti accorgi che quel mondo in cui sei entrata è ben lontano da quello dove vorresti vivere. Ti accorgi che ti sei allontanata così tanto dalla realtà da rendere irraggiungibili tutte le cose e le persone a cui tieni, tutti i tuoi sogni, tutte le tue speranze…
E a quel punto punto, cosa succede? Cosa vivi? Cosa provi? Provi tanta paura, paura di quello che ti sta accadendo, di quello che potrebbe succedere… convivendo con la malattia e, nello stesso tempo, vivendo senza di lei.
Inizia così una lotta tra te e te per capire/accettare e lottare per quella che è la cosa giusta per la tua vita, ossia il riappropriarti dei tuoi spazi, dentro e fuori: dentro i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti, fuori dalla tua persona, nel mondo dove vorresti tornare.
Una lotta a senso unico, perché è tra te e te, una lotta sfinente, che sembra non voler finire, ma è anche una lotta che può essere fatta in compagnia di chi ti vuole aiutare, di chi ti vuole bene e non aspetta altro che un tuo gesto per unirsi a te. Una lotta difficile, lo so, l'ho combattuta anch'io, ma è la battaglia più importante che puoi vivere, quella per la tua vita.
Quanto dolore si nasconde dietro i disturbi del comportamento alimentare. Quanta solitudine, quanta vergogna, quanti sensi di colpa. Si perché c'è anche l'altro lato della medaglia, quello della bulimia, che ti fa sentire talmente a disagio, talmente “sporca” da farti pensare di non meritare niente e nulla di più, niente e nulla di diverso da quello che vivi... un costante, incessante senso di inadeguatezza e sofferenza.
Ma è davvero così? Davvero essersi ammalati vuol dire non meritare una vita diversa? Davvero soffrire giorno e notte per un qualche cosa che non si è cercato vuol dire non avere diritto di avere/fare/provare le cose che per tutte le altre persone sono scontate?
No, non è giusto, per niente.
Lo so, è quello che si prova, è quello che si vive nel profondo, dentro, dove nessuno può vedere cosa c'è e quanta tristezza si nasconde, magari sotto qualche facciata di normalità… perché nessuno si accorga di quello che si vive, per non essere giudicati… perché nessuno potrebbe capire.
E' vero, ci sono tante persone che non possono capire, che non hanno gli strumenti o la sensibilità per farlo, però ci sono anche persone che invece possono farlo, che possono capire, ascoltare e, magari, starci vicino, di quella vicinanza di cui ognuno di noi ha bisogno, una vicinanza sincera, spontanea, che va al di là delle apparenze e che vuole guardarci per “vederci” per come siamo veramente, ossia persone come le altre, magari fragili, sì, ma non c'è niente di male in questo, magari sensibili sì, ma nemmeno in questo c'è nulla di male, magari anche ferite, ma pur sempre persone con una propria personalità, con propri desideri, con propri sentimenti e valori e, soprattutto, con tanto, tanto da dare... cosa che va ben al di là di una malattia.

Daniela Bonaldi                                        




mercoledì 2 settembre 2015

Storia di una crisalide che si trasforma in una timida farfalla



“Per capire chi sei ricorda da dove vieni”…
Mi ha sempre colpita questa frase poiché ritengo che guardarsi indietro, soffermandosi su ciò che è stato, non deve essere occasione di turbamento, in virtù del rievocare sofferenze e stati d’animo negativo, ma ha il suo senso laddove aiuti a ricordare chi si era e da quali grandi battaglie si è venuti fuori. Tutto ciò porterà a vivere il presente e il futuro con più forza e determinazione. Se in passato sono stati superati grandi “mostri”, è certo che si ha la forza tale per affrontare e vincere anche altri che potrebbero ripresentarsi sul proprio cammino.
Fatta questa premessa, è ora di scrivere di Crisalide.
Un nickname scelto da una ragazzina di 11-12 anni quando cominciava a utilizzare il web e le varie piattaforme virtuali. Una scelta, la sua, fatta non casualmente: voleva credere di essere nei suoi anni più difficili, quelli della costruzione dell’identità, quelli di preparazione alla vita per poter poi, non troppo in là nel tempo, spiccare il volo e riuscire a trasformarsi in quella che il suo cuore desiderava.
Cosa desiderava intimamente Crisalide?
Vedere e respirare amore attorno a sé, nutrirsi di questo sentimento vitale, puro, genuino e spontaneo scevro da ogni tipo di ipocrisia e di “maschera”. In particolare, per essere più concreti, lei voleva vederlo dalle persone con cui passava più tempo: i suoi genitori. Invece, la realtà era completamente differente e cosa ancora peggiore, era sempre stata quella da che lei poteva averne memoria. Litigi continui, offese, parole denigratorie e a seguire pianti della persona più debole emotivamente della coppia (la madre) e lunghi e pesanti silenzi: era questo ciò di cui doveva nutrirsi tutti i giorni Crisalide. Inoltre sua madre, per ovviare al suo disastrato rapporto con il marito, oltre che usarla come valvola di sfogo, (a tal proposito, Crisalide ha poi capito che l’errore più grande di un genitore è invischiare il proprio figlio intromettendolo nei suoi problemi coniugali), incentrava ogni sua attenzione su sua figlia, tanto da chiuderla, come si suol dire,  in “una campana di vetro” inibendone le relazioni e contagiandola con tutte le proprie preoccupazioni.
Intanto gli anni passavano. Crisalide si avvicinava sempre più alla maggiore età. Piuttosto che fregarsene e pensare a divertirsi e a godersi i suoi anni migliori, come una qualsiasi altra adolescente avrebbe fatto, manteneva la sua profonda e spiccata sensibilità verso i problemi altrui. Non riusciva a fare finta di niente e non farsi coinvolgere dalle situazioni negative circostanti, come le suggeriva ogni volta la sua psicologa che arrivò anche a definirla: la “paladina” di una famiglia “patologica”.
Crisalide non era però debole e fragile come si poteva pensare, anzi. Aveva coraggio e determinazione visto che, attraverso quello che è poi stato il disturbo alimentare conclamato, ha saputo fare emergere i problemi profondi ed esistenti attorno a lei fino ad allora taciuti e nascosti.
Il desiderio di controllo del clima circostante portò Crisalide a controllare i suoi impulsi e le sue emozioni e la frustrazione, data dall’impossibilità di nutrirsi di dolcezza, armonia, amore, fu inconsciamente convertita nella mancanza di appetito e, quindi, nel non nutrirsi a sufficienza di cibo. Anche il cibo più buono, di cui fino a qualche tempo prima era golosissima, non le importava e lo rifiutava. Questo comportamento mandò i genitori in tilt. Sua madre ancora di più le dava amore morboso con atteggiamenti di compatimento che non le erano poi davvero di aiuto. Suo padre pensava che la giusta soluzione fosse rimproverarla quando non mangiava abbastanza oltre che minimizzare ogni sintomo fisico lamentato dalla ragazza.
“Che stai a fare sempre a letto? Non hai niente, sono solo tue fissazioni! Possibile che non sai farti manco un’amica? Vedi se pensi ad uscire!”
Tutto ciò faceva ancora più male a Crisalide. Lei aveva bisogno di tenerezze, amore, non di certo di materialismo (le prelibatezze che suo padre le faceva trovare quasi quotidianamente) e di frasi che la sminuissero. Per contro, sua madre le diceva: “Non pensare a tuo padre, quello non ti capisce” e implicitamente le faceva capire che solo con lei a casa fosse al sicuro e protetta. Insomma una dicotomia di pareri che la mandavano in totale confusione. (Ecco cosa succede quando manca totalmente un accordo e una veduta comune tra i genitori).
In lei subentrarono i sensi di colpa perché credeva che le discussioni quotidiane dei suoi genitori fossero soprattutto a causa sua (non che prima, come precedentemente scritto, non ci fossero!).
Dopo svariati ricoveri e visite mediche per i disturbi fisici incorrenti e segnali di un non stare bene psicologico prima che fisico, qualche medico cominciò a parlare di anoressia. Termine che però venne da subito categoricamente negato e allontanato dai genitori. A Crisalide, invece, non interessava tanto dare un nome al suo star male quanto stare meglio e perché no cambiare aria.
E fu così che quando la psicologa di riferimento le prospettò la possibilità di andare in un centro per Dca a non pochi chilometri di distanza, lei accettò di buon grado. I genitori molto meno: sua mamma perché non riusciva a pensare di poter stare lontana da sua figlia (la sua àncora di salvataggio), suo padre perché sopraffatto da vergogna (cosa dovevano pensare ora colleghi di lavoro, parenti e affini che mia figlia è anoressica?), timore (ora sono costretto anche io a mettermi in discussione nei numerosi colloqui con gli psicologi che mi attendono) e forse anche un briciolo di stanchezza (il viaggio verso una città sconosciuta da fare circa due volte al mese).
Con il senno di poi, l’entrata al centro si è dimostrata essere stata la vera salvezza. Colloqui settimanali da nutrizionisti, dietologi o psicologhe varie, effettuati in passato, erano risultati fini a sé stessi e avevano sortito un beneficio limitato considerando che poi Crisalide non sapeva gestire al meglio la sua vita a casa. Doveva cambiare ambiente!
Il centro risultò essere l’occasione per socializzare e per sentirsi davvero a casa grazie alle strette relazioni con le altre ragazze (provare lo stesso tipo di dolore avvicina) e la comprensione che gli operatori le dimostravano. Breve parentesi: purtroppo sulla sua strada alla ricerca di qualcuno che potesse farla stare meglio, nei suoi anni di malessere, Crisalide ebbe a che fare con medici che avevano sminuito il suo stato interpretandolo come capriccio o eccessiva ansia.
Ritornando alla vita nel centro, per Crisalide non fu però tutto liscio, per lo meno nei primi mesi.
Trovarsi a tu per tu con i pasti (troppo eccessivi per lei) da dover finire e con tante regole da rispettare non fu affatto facile. In compenso l’acquisto di forze fisiche e lo scemarsi dei disturbi fisici, con cui prima doveva quotidianamente combattere, erano per lei un risultato incredibile! Stava ritornando a vivere o forse viveva davvero per la prima volta. Finalmente si “sentiva”, comprese di essere capace di “farsi amiche”, di essere divertente, simpatica e non sempre malinconica e depressa. Imparò ad esprimere le proprie emozioni e a conoscersi. Tra le varie attività del centro amava tantissimo l’ippoterapia e il contatto con gli animali.  Il suo percorso nel centro terminò. Il ritorno a casa la spaventava, chiese, infatti, timidamente agli educatori di allungare la sua permanenza lì ma le fu risposto negativamente. Era giunto il momento di vivere fuori facendo tesoro di ciò che aveva conquistato.
Aveva messo su parecchi chili e la cosa non le dispiaceva anzi! Si vedeva più bella e, soprattutto, poteva ritornare a correre, a fare lunghe passeggiate, faticose salite, tutte cose che possono sembrare scontate ma che per lei non lo erano. Poteva avere maggiore concentrazione, insomma, in una sola parola, poteva cominciare ad ESSERE.
Anche se in realtà, si accorse subito che le mancava un’altra cosa: il nutrimento per la sua anima. E fu così che pochi mesi dopo si ritrovò a rivedere quella che era stata la sua religione acquisita passivamente. L’abbandonò per tuffarsi in un’autentica e libera relazione con Gesù senza la presenza di automatismi, schemi religiosi e tradizionalismi. Da quel momento e tuttora, può fare affidamento alla fede in un Padre celeste. Nel Vangelo, non a caso, si trova scritto: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati». E la giovane donna era “malata” di amore!
A distanza di anni, come è oggi Crisalide?
Si è trasformata in una timida, molto impacciata e ancora inesperta farfalla. Il suo volo si contraddistingue sin da subito per molte cose.
E’ un volo fatto di desiderio di provare quei sentimenti per un ragazzo che in adolescenza non aveva potuto vivere, di sperimentare emozioni, di non aver paura di essere donna (gioisce ancora all’arrivo del menarca mensile visto che per anni era scomparso), di riuscire a pensare più a se stessa e meno a quello che la circonda.
La timida farfalla si sta ancora formando, spesso cade, vorrebbe cambiare qualcosa di lei, prega che ogni residuo sentimento di rabbia, per ciò che è stato e che ancora non è come vorrebbe (un’altra  consapevolezza raggiunta è che gli altri non è detto che cambino soprattutto se non hanno voglia di farlo e quindi di chiedere aiuto come Crisalide ha sempre fatto), possa spegnersi lasciando spazio solo ed esclusivamente alla consapevolezza che tutto ciò che è accaduto e accade, anche e soprattutto di negativo, ha un suo senso e serve a diventare persone migliori.
Sta tuttora comprendendo come, gli atteggiamenti dei suoi genitori che l’hanno ferita, non siano stati frutto di cattiveria. Il più delle volte si trattava di amore dato in maniera sbagliata. Inoltre ha compreso che chi non sa amare nella maniera giusta (e quindi senza fare danno) è perché a sua volta non l’ha mai visto fare ed imparato.
In questo volo ha scelto di laurearsi come educatrice: “Anni fa ero io nella condizione di dover essere curata, a breve desidero fortemente assumere, invece, le vesti di educatrice per poter “prendermi cura”. Da una parte, con la gratificazione nel cuore verso quegli “angeli custodi” (educatori) che mi hanno aiutato a riprendere in mano la vita e, dall’altra, con la consapevolezza di possedere una marcia in più per infondere messaggi di guarigione e di speranza: perché fuori dal tunnel c’è la luce e la vita è un dono che merita di essere vissuto!”- è quanto riporta la sua tesi tra i suoi ringraziamenti finali.
Vola sempre più in alto farfalla, comprendendo di essere molto di più di ciò che credi e di ciò che gli altri possono dirti. Ama e lasciati amare ancora di più.
Il dca è un mostro, è una prigionia, un’illusione. Porta a credere di farti stare bene ma in realtà ti imprigiona ogni giorno di più, ti annulla. Non sei forte quando sai fare a meno del cibo, sei forte quando chiedi aiuto e non hai paura del cambiamento. Uscire dal tunnel si può!

Alessia La Notte



venerdì 31 luglio 2015

Tenebra,mia luce



“Non mi farai cambiare idea. È inutile, lo sai che non ti ascolto.”
Già in troppi sanno, in troppi vedono; alcuni intuiscono, oppure suppongono. È insopportabile avere la sensazione di essere osservati, spiati e stare in un perenne stato di allerta, come se qualcuno potesse scoprirla, come se qualcuno la volesse punire. Subisce silenziosa l’irragionevole castigo che si sta infliggendo, un male che si fa consapevolmente tutti i giorni. Agisce involontariamente, la parte razionale di lei è rinchiusa in un groviglio inestricabile di noncuranza, è diventata ormai un automa incontrollabile. La situazione le è scivolata dalle mani, diventando estremamente insostenibile. Se prova ad esternare i suoi sentimenti - le sue ossessioni - tutti la scambiano per una paranoica occasionale e provano compassione nel guardarla, mentre si crogiola nella sua quieta anormalità.
“E poi sai già come la penso: le persone sono superficiali, inconsapevoli. Mi guardano, ma non vedono.” dice.
Vorrebbe, invece, che potessero rovistare nei suoi pensieri e capire che tutto in lei urla. Vorrebbe che avessero occhi per scrutare nei suoi sensi vuoti e scorgere lo scenario della sua esistenza: fredde pareti di marmo e un candido cratere, al quale affida tutto lo squallore delle sue colpe. Accade tutti i giorni, da settimane che non conta più, non un momento di respiro, tra un morso e l’altro. In verità, compatisce se stessa, mentre si scopre intenta a cercare il suo riflesso nell'acqua sporca e fangosa, in quel buco; a guardare allo specchio gli occhi di un qualcuno che non è più lei, osservando venature e rossore anormali su quel volto livido; ad ascoltare il suo affannoso respiro andare su e giù per lo sforzo di sembrare sempre più sottile e piccola. Vive in un continuo stato di disillusione procrastinatrice, come se conoscesse l’immediato rimedio per porre fine a questa sua assurda bramosia di torturarsi.
“Credo che in fondo non mi importi davvero. Uscirne o no, intendo”.
Pensa invece che le basti sentirsi dire che è troppo magra e che non mangia abbastanza, pensa che le basti leggere da un ago il giudizio su di sé, per valutare se deve farsi del male o meno.
Prova soddisfazione nell'osservarsi allo specchio. Il suo bacino sembra una pianura sconfinata e sterile. Sente improvvisamente nascere in lei un indeterminato stimolo che prende possesso del suo corpo e che la invita - la persuade - a colmare il suo vuoto, ancora e ancora, instancabilmente, senza trovare un termine ai suoi vani tentativi di riempire quella tanto agognata desolazione. Porta le mani al volto e osserva le sue dita, complici di ripetuti atti contrari, strumenti innaturali di liberazione e contemporaneamente di pentimento. Premono sulla punta della penna per scrivere, parola su parola, il disprezzo per se stessa. Le fissa, rovinate dall'acido; la gola brucia e uno schifoso sapore riempie la sua bocca mentre ansima e piange. Piange perché non comprende quello che sta facendo. Ma è ancora quel disumano pensiero a sedare la sua disperata sofferenza:                                                
“Penso che mi basti sentire la nausea appena ne ho bisogno”.
Quando quella fase di assopimento termina, quando la coscienza si risveglia e scuote quell'avvolgente culla di torpore, si rinchiude in casa, indegna dello sguardo altrui; e si guarda intorno, con espressione vacua, indifferente a ciò che accade, troppo lontana per partecipare alla realtà, troppo vicina per non esserne impaurita; e si accorge di non essere davvero al mondo, ma di osservarlo tristemente, rimanendo composta ed inerte dietro ad una lastra di plastica opaca; e sente la vita che le scivola addosso, ma non riesce ad afferrarla.
“Non voglio parlarne. Nessuno capirebbe.”
Così scende, scende nel baratro del suo vuoto, così accogliente che, nell'abbracciarla, la sovrasta tutta e la soffoca; e si chiede se ne valga la pena: si chiede se vivere in un eterno presente valga davvero tutto questo dolore.

Martina Morossi



mercoledì 15 luglio 2015

Ti infliggi depressione e piangi la felicità



Ho resettato la mia vita intera e poi ho ricominciato, non da zero ma quasi. Non da zero, ma la gente che mi vedeva per strada non mi riconosceva, quindi a quello zero c’ero vicina. Mi sono accorta solo molto tempo dopo dello sforzo disumano che avevo dovuto fare per cambiare rotta a una vita che, dopo anni di retta via, aveva preso una brutta curva.
Per convincere me stessa che quello che era successo in realtà non aveva cambiato niente... Ho cambiato tutto!
E non me ne capacito ancora se penso alla mostruosità che sono riuscita a covarmi dentro.
Ma nonostante tutto continua a piacermi la consapevolezza di portarlo sempre con me quel mostro. Perché, alla fine, non l'ho mica distrutto. L'ho abbracciato.
Mi ha promesso che rimarrà con me. E io, che è vero, lo so.
Ed è proprio questo che in altri momenti frega, che mi frega.
Ogni quotidiano giorno in cui riesco fortunatamente ad aprire ancora, di nuovo, gli occhi, davanti a me ci sono ancora certi pensieri.
Insomma, diciamocela tutta, la Bestia non muore mica! Quando va bene matura, si calma, viene placata, ma rimane lì. E rimane lì anche quando diciamo fieramente “Sì. Io sono guarita”. In fondo si sa che pizzica quella parola “guarita”.
Io non voglio portare negatività con le mie parole, perché io stessa mi riempio di parole positive ogni giorno per sopravvivere. Ma io stessa porto anche dentro di me la consapevolezza che sapere che quella Bestia non è mai morta, non è mai guarita, suscita uno strano senso di piacere.
Un ambiguo senso di piacere.
Ambiguo, sì, è la parola chiave.
Pensi una cosa e, contemporaneamente, il suo esatto opposto.
Ti guardi e ti odi e vuoi cambiare. Ma allo stesso tempo non lo fai e rimani ferma lì, dove non ti piace stare.
Rifletti e contratti con te stessa il prezzo di qualcosa che per gli altri è naturalmente intrinseco nell'istinto di sopravvivenza, esattamente quello che hai cancellato e distrutto in te.
Escogiti vie e soluzioni eroiche per salvarti da sola, ma non ce la farai.
Lo sai.
Non ce la farai.
Di nuovo non vedi soluzione se non chiudendo gli occhi e sognando quella pace che trovi immensa solo dentro di te.
Quella pace che ti sorge sui polpastrelli gelidi quando li fai scivolare sulle ossa acute e dure.
Poi, passando il tempo, i mesi, gli anni, quel sogno diventa malinconico, inevitabilmente, evolvendosi in ricordo di quell'equilibrio insano in cui ti eri disposta. Diventa nostalgico quando ti ritrovi in un’altra fase, che sapevi sarebbe arrivata ma non volevi ammetterlo. Quando hai lasciato vincere la parte sana di te stessa. Si perché è così che si pensa! Lascio un po’ libera lei. Poi torna la Bestia. Poi torna la te sana. E poi la Bestia di nuovo e quando torna la Bestia e trova un corpo cambiato, quando trova un corpo sano ti fa subito voler tornare alla fase precedente. E tu le credi! Perché è troppo ammaliante. Perché è troppo potente. E tu ci credi perché non hai ancora capito che devi andare avanti. O forse lo hai capito giusto un po’, giusto quel poco che ti fa pensare che  andando avanti potrai fare ciò che vuoi.
Potrai giocare di nuovo quanto vuoi.
Arrivi anche a pensare che forse va bene così, perché non potevi più farlo prima, non potevi più lasciar giocare la Bestia a suo piacimento con il tuo corpo: tutti si preoccupavano troppo per te.
Adesso invece puoi. Nessuno sarà preoccupato perché tutti “ti vedono bene”.
E quanto frizza quel “ti vedo bene”?
Quanti pensieri ti fa esplodere in testa?
Ma perché ancora la pensi così?
Perché non riesci ad associare quell'andare avanti all'accettare un corpo sano ma, piuttosto, pensi che si possa andare avanti semplicemente tornando indietro?
Forse perché non sei guarita?
Ma quando guarirai?
E ti piacerà dire “sono guarita”?
A me non è piaciuto.
Ma ho vinto lo stesso. Questo amo dire: “Ho vinto”.
Mi piace dirlo perché contro la Bestia ho combattuto. L’ho odiata e, intanto, odiavo me stessa ma la facevo giocare come voleva.
Provavo piacere a farla giocare. Era come se la bambina che è in me desse il permesso all'adulta di far ciò che voleva, di imporre tutte le regole che voleva. E che soddisfazione imporre quelle regole. Sempre di più, sempre più stringenti, sempre più gravi.
E che dolore quando una di quelle regole veniva minimamente dirottata!
La bambina doveva scontare pene tremende. E godeva, sì, godeva nel punirsi e ripromettersi che quella regola sarebbe stata rispettata mille volte più fortemente.
Ambiguità è la parola chiave. Ti infili sempre di più nel labirinto e brami, poi, di più l’uscita.
Ti compiaci nel vederti scomparire e, poi, rimpiangi la tranquillità.
Ti infliggi depressione e piangi la felicità.
Anoressia. Prova a dirlo.
Senti che tintinnio fa tra i denti?
Senti che lettere dure e risuonanti?
E poi c’è quella “o” in mezzo che imbottisce tutta la parola, la estende e ne crea un’eco, la allunga e la fa sembrare elegante.
E’ ammaliante, seducente, intoccabile, indicibile, crea imbarazzo, impotenza, punti di forza, soddisfazione, gratitudine. Ragazzi non è uno scherzo, è questo che frega:
è la forza che ti fa riscoprire in te stessa l’anoressia!
Ma poi Bestia. Perché Bestia? Se diventa bacchetta magica, se diventa fatina?
Bestia perché ti uccide se può. In modo losco e disonesto.
Ti uccide in ogni caso.
Quando ti punisce. Quando si congratula. Quando strilla disperata perché si sente trascurata. Quando ti mangia la carne e ti cambia l’anima. Quando ti sale agli occhi e lentamente toglie loro il respiro.
Ma si può guarire da ciò che ti crea dentro così tante emozioni?
Ma davvero si vuole uccidere quella che riconosciamo come unica salvatrice?
No. Non si vuole. Non si vuole quando si è raggomitolati nelle sue mani né quando la parte sana è più vigile. Non si vuole cancellare comunque sia.
Ed in ogni momento di scompenso, di tristezza, di paura, io cerco quelle ossa.
Io interpello la Bestia, ancora.
Ma se non è da guarire, non c’è via d’uscita?
Si che c’è.
C’è la vittoria.
C’è la conquista di una convivenza pacifica. C’è l’acquisizione di sicurezze nuove. C’è il provare di nuovo sensazioni calde. C’è il non pensare che lasciando un po’ libera la bambina non ci siano più freni e sia tutto allo sbaraglio. C’è una forza di volontà e di vita che va oltre a tutto quanto.
Va oltre agli sguardi bastardi della gente, alla paura di mostrare al mondo cosa vuol dire essere sana e felice e non magra, compiacente e plasmabile.
Va oltre al pensare di cancellare ogni regola se non c’è più la Bestia. Va oltre allo stare bene nello stare male. Va oltre.
E allora vinci, dico, non guarisci.
Dico che puoi vedere sguardi increduli e allucinati anche sfoggiando i tuoi begli occhi sereni e in pace. Lanciando uno sguardo sai quanti animi muovi?
Seduci tu il mondo da ragazza, donna che sei. E’ ciò che sai fare meglio! Non lasciarti sedurre dal gelo. Dall'opportunità di ibernare un presente che diventerà presto anacronistico e scomodo.
Accetta di convivere con la Bestia che è in te e fa in modo che lei accetti te.
Ricordale ogni giorno che la lascerai vivere, che le vuoi bene e che deve volertene anche lei, non può più divorarti. Basta.
Lascia stare i manichini spigolosi ed evita di importi di esibire la tua magrezza come trofeo.
Non è un trofeo è un dolore che cresce e crescerà.
E non credere che non si noti, usa quanto trucco vuoi, mascherati quanto vuoi, che sei triste si vedrà.
Sentiti fiera della donna che puoi o potrai essere e del tuo percorso.
Fa della tua vincita il vero trofeo e dillo, gridalo, che tutte le te che ti porti dentro stanno finalmente bene insieme!
Che i tuoi giorni non sono più calcoli, che il piatto pieno ti crea sconforto ma non importa svuotarlo tutto!
Dillo a te stessa davanti ad uno specchio che sei bella se sei in pace!
Perché non è pace finché la tua serenità dipende altamente da quante ossa riesci a contare o da quante calorie riesci a togliere. Non è tregua finché ti addormenti pensando al cibo e ti risvegli pensandoci sempre, e più te lo neghi più ci pensi.
Non aver paura di provare a ripristinare una te autentica.
Fai tesoro di ciò che ti eri imposta.
Non dovrai mica cancellare una parte di te! Nessuno te lo chiede. Nessuno ti chiede di essere ciò che non vuoi o che non ti soddisfa. Nessuno ti ha detto che dovrai essere inutile, una qualunque, una che passa inosservata, una che non ha valore.
Non lo sarai mai!
Devi solo trovare il modo di farlo venir fuori in modo diverso quel valore tuonante che ti senti dentro.
Smettila di pensare che chi volevi punire, perché ti ha fatto male, facendolo sentire impotente poi l’avrà vinta.
Perché puoi ferirlo anche in altri modi!
Non sono una fan del perdono e della compassione verso chi fa male, quindi non pensare che senza quel tuo disagio non metteresti più in difficoltà chi vuoi, se era questo uno dei tuoi intenti, perché hai milioni di risorse dentro di te. Puoi vederle se solo le cerchi un po’.
Scrivigli, rispondigli, urlagli.
Puoi sempre usare le parole.
Se combinate in modo giusto, le parole, sanno infilzare più di quelle ossa appuntite.
Vedi uno sguardo che non ti piace da parte di qualcuno, senti parole che non ti sono gradite nei tuoi confronti? Magari proprio riferite al tuo essere sana? Sorridi allora! Sorridi in faccia agli infami. Togli quei limiti che ti sei data nei tuoi e negli altrui confronti, sfondali, distruggili!
Rispondi o semplicemente pensa dentro di te “Sto lavorando per volermi bene. Nessuno sa, là fuori, cosa ho passato e cosa sto passando per imparare a volermi di nuovo bene. Nessuno ha voce in capitolo se non io. E io sto imparando a volermi bene. Non c’è altro che importa.”
Allora, sì, un giorno farai il tuo ingresso nella vita stupendo tutti, di nuovo. E non ci sarà persona che non rimarrà sbalordita dal fatto di non essersi resa conto di cosa stavi facendo.
Sarà una soddisfazione. Credimi. Quella soddisfazione che hai già provato vedendo gli occhi di chi ti ha mandato il messaggio: “Ma come fa ad essere così magra?”, “Non è più lei” o magari anche “Vorrei essere come lei”, la ritroverai portando, a testa alta, stampata sul tuo viso la strada che hai fatto e continui a fare. La forza che hai di mantenere il tuo equilibrio.
Non è da tutti, credimi, questo ti renderà speciale più di quello che già sei.
Questo sarà il trionfo che lascerà tutti a bocca aperta.
Sarà la certezza che farà brillare i tuoi occhi come non era mai successo.

Celeste Belcari