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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

martedì 1 dicembre 2020

La sofferenza dona - Laboratorio 17 novembre 2020

 

Il laboratorio di stasera è stato ricco di spunti di riflessione e condivisioni non facili da
approfondire in un contesto che non sia quello del laboratorio. Si è discusso molto della
sofferenza, soprattutto del confine che esiste tra il dolore del genitore e quello della propria figlia o
figlio che soffre di un disturbo alimentare. Tutto è iniziato con l’input ricevuto da condivisioni di più
familiari che purtroppo si sono trovati a vivere in questi giorni la dolorosa situazione di avere a che
fare con la non conoscenza del disturbo alimentare da parte del personale medico a cui si sono
rivolti. C’è chi si è sentito ancora rispondere che il comportamento della propria figlia non è che il
risultato di capricci, chi ha ricevuto sguardi giudicanti per l’aspetto fisico , chi si è sentita costretta
a rinunciare a un percorso terapeutico iniziato da 9 mesi per intraprenderne uno in sostituzione ad
esso con uno psicologo nuovo. Queste situazioni non dovrebbero accadere. Oltre a non fornire il
servizio di cura appropriato c’è la discriminazione verso queste patologie. È importante fare
qualcosa che vada al di la del reclamo in se’, e a tale proposito si è voluto ricordare l’impegno e
sostegno che ognuno di noi può mettere in atto firmando la petizione http://chng.it/FtSbHR5w
per far sì che che i disturbi del comportamento alimentare possano entrare a far parte dei LEA, i
livelli essenziali di assistenza sanitaria, e ricevere finalmente la dovuta considerazione e la cura
che meritano. Queste esperienze causano un dolore profondo nella persona che soffre di un
disturbo del comportamento alimentare. Non dimentichiamo mai che la malattia, anche se in
maniera non funzionale, è pur sempre una risposta risolutiva a un disagio interno che fa stare
male. Sentire certe parole pronunciate da persone che hanno un ruolo professionale nell’ambito
sanitario, è peggio del ricevere uno schiaffo in pieno viso. Lo schiaffo in un certo qual modo riesce
a destarti, a darti uno scossone, a farti sentire la pelle reagire al contatto della mano che ha
sferrato il colpo. Al contrario, certe parole vanno a minare la poca stabilità rimasta, l’effimera
identità in cui la persona che soffre di un disturbo del comportamento alimentare si è identificata.
Certe parole fanno male perché continuano a far sentire la persona malata invisibile agli occhi
degli altri. La propria sofferenza viene sminuita, non considerata, in certi casi addirittura derisa. La
reazione a tale atteggiamento non può che essere una chiusura totale accompagnata dal
desiderio impellente di abbracciare ancora più forte la malattia procurandosi dell’ulteriore male
fisico per cercare di attutire quel dolore che si sente dentro e sembra lacerare l’anima. Sembra di
vedere un animale braccato dalla paura.
Il genitore che si trova a vivere questa esperienza, prova l’impulso naturale di proteggere la
propria figlia o figlio dal provare certe emozioni. Questo però può essere in un certo modo “
pericoloso” poiché si priva la persona di fare esperienza dell’emozione stessa. Ancora una volta
dobbiamo ricordare l’ importanza di vivere le emozioni, indistintamente dalla loro connotazione
positiva o negativa, poiché permette di avviare il conseguente processo di elaborazione di quello
che si sta vivendo. Spesso si nutre l’idea che la guarigione debba avvenire in un contesto in
qualche modo ovattato, in cui nulla possa scalfire ulteriormente lo stanco sentire dei propri figli. In
realtà, non può esserci guarigione senza il vivere direttamente ciò che accade, soprattutto gli
eventi negativi. La consapevolezza non è mai un processo facile da mettere in atto, se lo fosse,
saremmo tutti consapevoli. E non è nemmeno l’immagine di luce e colori che di solito le viene
associata. Anzi. Per arrivare a veder l’arcobaleno, occorre partire dal nero più assoluto; da lì si
passa alle varie sfumature di grigio per arrivare al bianco. Ma non siamo ancora all’arcobaleno
poiché serve oltrepassare sia il nero che il bianco, che rappresentano poi il pensiero dicotomico
della malattia stessa: il tutto o il niente; il mangio o non mangio.
Il genitore che interviene per proteggere il proprio figlio o figlia dalla sofferenza che sta vivendo in
quel momento, ostacola questo passaggio essenziale. Non si procede più verso l’arcobaleno ma
si rimane invece fermi tra il nero e il bianco. C’è ovviamente una questione importante da chiarire.
Il desiderio di protezione che prova un genitore è un desiderio innato, impossibile da non provare
e proprio per questo non si può assolutamente lasciare che i genitori si assumano il carico della
sofferenza dei propri figli poiché ne uscirebbero entrambi annientati. E allora cosa bisogna fare?
Bisogna chiedere aiuto. Si ma se la propria figlia o figlio non vuole farsi curare? Ancora una volta
non dimentichiamo che il disturbo del comportamento alimentare è arrivato come soluzione a un
disagio, quindi risulta chiaro che la cura significa per loro togliere ciò che fino a quel momento ha
rappresentato apparentemente la soluzione. “E se mi togli la soluzione, di me cosa resta”?
Non è della “cura” che ha bisogno la persona che soffre di un disturbo del comportamento
alimentare quanto di una persona esterna e professionale che la stia ad ascoltare e comprendere,
anche e soprattutto nei suoi silenzi. La persona che soffre di un disturbo del comportamento
alimentare ha bisogno di essere vista. “ Come mai non sorride più? Che cosa ha spento la luce
nei suoi occhi? Che cosa è che la spaventa” ? La persona che soffre di un disturbo del
comportamento alimentare non chiede di essere curata, chiede di essere capita. Questo è
l’approccio al quale un genitore può orientarsi per affrontare con la propria figlia o figlio 

l’eventuale tematica di iniziare un percorso terapeutico. Sapere di poter trovare un porto in cui
attraccare. Un porto in cui riposare sotto la guida sicura di un faro che indica la direzione da
intraprendere una volta ritrovato le forze per riprendere il proprio viaggio.
Un papà ha raccontato con viva emozione quanto lui si sia sempre impegnato nel cercare di
vedere la parte sana della propria figlia. Questo lo ha aiutato a non confondere la sua sofferenza
con quella di lei. Anche se sono passati due anni dai momenti critici della malattia, questi ricordi
ancora suscitano in lui forti emozioni per quello che ha vissuto lui e l’ intera famiglia nell’affrontare
il disturbo alimentare. Significative sono state poi le parole che la figlia ha pronunciato durante
una terapia familiare” papà non mi ha mai trattato da malata, e questo mi fa sentire bene”..Queste
parole rivelano l’importanza di non identificare la persona con la malattia poiché questo ne
rafforza il legame distorto. Una mamma ha condiviso una sua riflessione sorta ascoltando le
diverse condivisioni. Ricordando anche lei il periodo di maggior presenza del disturbo alimentare,
non si era mai accorta di quanto la sua casa si fosse trasformata in quel periodo in una struttura
residenziale. Gli orari della giornata erano ben scanditi: accompagnare la figlia a scuola, andarla a
riprendere, tornare a casa e qui, convivenza totale con la malattia. Questa mamma però non ha
mai anteposto la sofferenza della figlia alla sua. Ha sempre tenuto ben distante i confini. E questo
sicuramente ha aiutato entrambe a veder ed elaborare il loro reciproco sentire e far sì che la figlia
si affidasse alla madre. Una ragazza ha condiviso un ricordo affioratole durante il laboratorio. Nei
momenti bui in cui la sofferenza della malattia era prepotentemente presente, lei sentiva il bisogno
di cercare i suoi occhi riflessi nello specchio per ritrovare in qualche modo quel contatto ancora
esistente tra lei e la sua parte più profonda che sentiva di star perdendo. Questi momenti hanno
rappresentato un passo fondamentale per la sua crescita. Un’altra ragazza ancora ha riportato
quanto si senta grata nell’ aver superato la malattia riconoscendo i tanti momenti di sofferenza
vissuti che le permettono ora di comprendere cose che prima non riusciva nemmeno a vedere.
Con emozione ha raccontato dell’esperienza di questi giorni. Accompagnando il suo papà a una
visita medica, ad un certo punto, guardandola con la sua espressione di amore, le ha detto: “non
sono preoccupato di invecchiare perché ci sei tu “. Se da una parte questo l’ha spaventata per
l’inevitabile trascorrere del tempo, dall’altra l’ha riempita di emozione e gratitudine poiché ora lei
può ricambiare finalmente la cura e l’amore che ha ricevuto in tutti i suoi anni di malattia, con
l’impegno quotidiano di trasmettergli la luce e la gioia ritrovata dopo anni di sofferenza.
La sofferenza non è la malattia. La malattia toglie, la sofferenza dona.
Anche i genitori possono riportare quella luce e gioia che il disturbo alimentare ha soffocato e
privato di ogni espressione vitale.


La frase della settimana è: LA SOFFERENZA DONA.

domenica 8 novembre 2020

Sotto la punta dell'iceberg - Laboratorio 4 novembre 2020

 

Il laboratorio di stasera è iniziato con una domanda precisa: “ Come gestire la rabbia che la
propria figlia manifesta in più occasioni durante la sua permanenza a casa e che fa sentire noi
genitori completamente messi ko?” Questa domanda in realtà rappresenta un aspetto importante
da non sottovalutare, il genitore funge da cuscino su cui scaricare ogni tensione ed emozione
repressa. E se questo da un lato è importante perché permette alla propria figlia o figlio di poter
esprimere e far esperienza della sua emozione, dall’altro lato occorre darne un seguito costruttivo
e non distruttivo. Il fatto di poter esprimere l’emozione è fondamentale perché nel momento
stesso in cui questa si manifesta, permette di ricevere un feedback istantaneo sulla presenza e
intensità dell’emozione stessa. Il poter riflettere su ciò che si smuove e si agita dentro di se’ è
importante. Il parlarne apertamente una volta che le acque si sono calmate, aiuta questo
processo di consapevolezza.
Spesso in un disturbo alimentare ci si sofferma a vedere solo la punta dell’iceberg, ovvero, ci si
ferma a guardare il cibo che non viene consumato, il cibo che viene ingurgitato, le abbuffate, i
digiuni, il continuo camminare su e giù....dimenticando tutto il sommerso che sta al di sotto e in
cui risiede la vera causa di tutta quei comportamenti disfunzionali dettati dalla malattia. Nel
sommerso vi è la sofferenza della persona, e anche la strada per ritrovare una comunicazione
diretta con lei. Ma cosa bisogna fare per non fermarsi alla punta dell’iceberg? In realtà, il disturbo
alimentare si diverte a fare un’amalgama di tutto quanto. Ruoli, identità, emozioni, pensieri, sono
tutti messi in un unico calderone ed è difficile distinguere cosa appartiene a chi. Spesso i genitori
finiscono col costruire la propria vita solo in funzione della malattia. Smettono di frequentare gli
amici, di uscire perché devono stare a casa altrimenti la figlia o figlio è solo, rinunciano alle
vacanze perché diventano un delirio, non si dedicano più a ciò che li fa stare bene perché si
sentono in colpa a provare benessere. Un senso di colpa che in ogni caso non ha ragione di
esistere perché i genitori NON HANNO NESSUNA COLPA del disturbo alimentare dei propri figli.
Sono malattie complesse perché la causa è sempre multifattoriale, colpisce tutti gli aspetti della
persona, in primis le relazioni familiari. Il disturbo alimentare gioca a far sentire la famiglia
impotente così da avere pieno controllo e potere su di essa. E in questa impotenza ognuno ne
esce vittima e perdente.
Ogni cosa si riduce a un continuo pensiero focalizzato su quello che può far stare bene i propri
figli, ciò che può aiutarli a guarire, a ritornare a vivere. Pensieri che si accavallano e che portano a
un loop ossessivo in cui alla fine ci si ritrova tutti invischiati in quell’indistinta amalgama
indifferenziata. Paradossalmente, se da una parte i figli manifestano la malattia attraverso la
messa in atto dei sintomi, i genitori rappresentano la malattia attraverso il pensiero ossessivo e
fisso su di essa. Tutti immobili, fissi e stagni davanti alla sola punta dell’iceberg.
Il percorso di cura, al contrario, necessita di quel lavoro interiore profondo che porta ad
addentrarsi nella parte sommersa di questo iceberg. I genitori in questo processo sono una
risorsa preziosa, ma per poter mettere in atto le loro potenzialità, hanno bisogno che qualcuno gli
mostri il gioco subdolo che la malattia ha messo in scena con loro. Il desiderio più grande dei
genitori è rivedere i propri figli liberi dalla malattia e spesso cercano in tutti i modi di spronarli
verso comportamenti più sani: “ dovresti cercare qualcosa che ti fa stare bene...ti stai
trascurando... non ti dedichi più ai tuoi interessi... non esci più con i tuoi amici... non vai più in
vacanza.....” .
Come da testimonianza di una ragazza che ha vissuto il disturbo alimentare, se questi stimoli
possono essere da una parte corretti, ci sono fasi della malattia in cui ogni cosa che viene detta
non viene recepita dalla persona che sta male; sia che sia un familiare a dirlo, sia che sia un
terapeuta. Tutto sembra scivolare via senza alcun effetto. In realtà, ogni parola, gesto,
comportamento viene registrato e al momento opportuno ritorna vivido in memoria. I genitori di
questa ragazza non hanno mai smesso di mostrarsi amorevoli, presenti, attenti. Nonostante le
risposte poco accoglienti della figlia, si sono sempre comportati da genitori, senza assumere ruoli
da terapeuta. Nel momento in cui lei stessa ha deciso di voler andare a vivere da sola, l’hanno
lasciata libera di farlo. Non si sono trasformati in controllori. La mamma non è mai andata a casa
di lei per verificare che mangiasse, che facesse la spesa, che si prendesse cura di se’. Nel week
end il papà non ha mai trascurato la moglie per trascorrere tutto il tempo con la figlia. Se decideva
di farlo, marito e moglie lo facevano insieme, di comune accordo. Sempre uniti, come coppia e
come genitori. Non hanno permesso alla malattia di prendere possesso dei loro ruoli. Il,disturbo
non è riuscito ad amalgamare tutto. Ognuno è rimasto genitore, marito, moglie, figlia. E ora che
questa ragazza è guarita ha potuto dire che ad aiutarla tanto è stato anche l’esempio che i suoi
genitori le hanno trasmesso.
Tornando alla metafora iniziale dell’ iceberg, che cosa può fare un genitore affinché la propria figlia
o figlia decida di addentrarsi nel sommerso senza rimanere immobile a fissare la punta dell’iceberg? Occorre dare l’esempio. Come? Affrontando il proprio iceberg. Anche i genitori sono
immobili davanti a ciò che vedono attraverso i loro occhi. Nel sommerso però c’ è ancora quel
uomo e quella donna che sognavano una vita serena, una famiglia unita e felice. E che ora invece
si trovano ad affrontare una malattia che gli ha portato via tutto, e che li fa soffrire, chiusi nel loro
dolore e impotenza. Ebbene, queste emozioni che provano i genitori sono le stesse emozioni che
turbano i loro figli. Entrambi sono intrappolati nella malattia, entrambi sono immobili davanti alla
punta dell’iceberg. Inconsciamente i genitori pongono richieste risolutive ai loro figli del tipo “ io
non posso essere felice finché tu stai male” e questo carica l’altro di una responsabilità che rende
ancor più dolorosa e difficile la situazione in se’. Ma, come è stato detto prima, la famiglia è una
risorsa preziosa. Perché possa avvenire un cambiamento, deve essere il genitore per primo ad
addentrarsi nel suo sommerso: “ Da quanto tempo non frequenta più i suoi amici? Da quanto
tempo non si prende cura di se’? Da quanto tempo non si dedica a ciò che lo fa stare bene? Ma
soprattutto, da quanto tempo non ascolta più i suoi desideri?”
Un papà ha condiviso la sua esperienza. Lui è sempre stato visto come un modello da seguire:
ottimi voti a scuola, un lavoro gratificante, una rete di amici intorno a se’. Un giorno ha deciso di
raccontare a sua figlia di quante difficoltà ha incontrato da ragazzino. Frequentava un giro di
amicizie un po’ ribelle, al liceo è stato bocciato, era la preoccupazione vivente dei suoi genitori.
Arrivato all’università ha però voluto fare qualcosa per se stesso, e ha cominciato a impegnarsi
sodo per realizzarsi, riuscendo a laurearsi con 110 e lode e svolgere il lavoro per cui aveva tanto
studiato. Dopo questa confessione, la figlia ora si rivolge spesso a lui per chiedergli di aiutarla
nei compiti. Il papà non è più il modello irraggiungibile con cui competere e confrontarsi, ma è al
contrario la persona che ha vissuto le sue stesse problematiche e che può capire veramente
come può sentirsi quando lei è in difficoltà.
Quando i propri figli attraversano i momenti di crisi della malattia, sembra che tutte le fatiche fatte
in precedenza non siano servite a nulla. Come se si ritrovassero di nuovo tutto da capo. Quando
si ricade nelle dinamiche del disturbo alimentare, sembra impossibile rialzarsi. Una ragazza ha
raccontato che a segnare veramente il suo percorso di guarigione sono stati proprio quei momenti
più difficili e bui della malattia, poiché è nella crisi più profonda che arrivano nuove
consapevolezze. Nei suoi ricordi vi è l’immagine di una bugna fatta nel frigo nuovo a casa dei suoi
genitori causata da una brutta litigata finita con uno scatto di rabbia in cui vi aveva sbattuto
contro una sedia. Quella bugna per lei è stata significativa poiché ogni volta che lo sguardo si
posava di su di essa, le ricordava immediatamente che lei non voleva più aver dentro di se’ quella
rabbia distruttiva.
Infine, una mamma è intervenuta confidando quanto quel senso d’impotenza provato in ogni suo
tentativo di contatto con la figlia, si sia trasformato grazie alla condivisione di tutte quelle
emozioni comuni a ogni genitore che sta vivendo o ha vissuto la stessa esperienza. Questo
accade perché viene naturale non fermarsi alle parole dell’altro, viene naturale addentrarsi nella
sua storia perché è come addentrarsi nella propria ... viene naturale non rimanere immobili davanti
alla punta dell’iceberg...perché quel sommerso lo si conosce .. se ne è fatta esperienza.

La frase della settimana è: IL PERCHÉ, È SOTTO LA PUNTA DELL’ICEBERG. 

 

 

domenica 25 ottobre 2020

E vivo...

Se la pioggia mi abbandona
Lascio che sia
un po' del mio pianto
A cullarmi la notte
Le sento le onde del mare
Che navigano sulle guance
le mie ciglia alla deriva
Le mie labbra
cercatori di amori liquidi
Se le lacrime scavassero il volto
Forse sarei più bella
Se la pioggia scavasse il corpo
Forse sarei più magra
È la luce che riflette nei miei occhi
che fa sembrare il mio dolore
Una lucciola nel buio
Sono una falena
Il mio lampione
Si chiama malinconia

---

È la malinconia
La tenera carezza
Che Mi sfiora il volto
E mi dice che non so più amare
È tra gli anelli della mia colonna vertebrale
Che si incastrano le mie paure
Se fossi foco arderei il modo
Se fossi amata non mi torturerei

---

Oh, se solo la malinconia che ho nel petto potesse tramontare ogni giorno così come tramonta il sole
ad ogni alba
forse
potrei riscoprirmi felice
e rinascere tra i monti e i cieli che ho sognato tanto
Ad agio
per ora
mi culla la notte
poggio il capo sul cuscino
ascolto il mio cuore battere
e mi sembra di poter esistere
Essenziale
mi accarezza il mio respiro
e vivo

---

Mi spogliai della pelle
per sfiorare con le dita la mia carne
Si deve scavare in profondità per trovare la radice del dolore
Per una carezza c'è bisogno di potersi sfiorare
ma il mio male non lo afferri
è leggero
è così leggero
ma nessun vento fa sì che voli via
Lo tengo con me
lo tengo stretto
soltanto per un altro po'.

A.

 

 

sabato 24 ottobre 2020

Ritrovare il "gusto" della vita - Laboratorio 21 ottobre 2020

 

Nel laboratorio di stasera si è cercato di approfondire la tematica su quanto un disturbo
alimentare incida nella vita di una famiglia che ne viene colpita. Ad un tratto ogni cosa cambia, la
quotidianità viene stravolta travolgendo l’intero nucleo familiare. Non si riconoscono più ruoli,
orari, non c’è più condivisione, dialogo, sorrisi. Tutto ruota intorno alle dinamiche manipolatrici del
disturbo alimentare. Spesso la famiglia non viene coinvolta in un percorso di cura ma viene
lasciata ai margini creando in lei ancora di più la sensazione di isolamento e incomprensione.
Questo ovviamente non aiuta poiché è fondamentale che ci sia un sostegno anche per coloro che
convivono con una persona che soffre di queste malattie. Come si è voluto evidenziare, occorre
partire dal comprendere il linguaggio del disturbo alimentare in quanto serve ad alleggerire il
grande carico emotivo e fisico che i genitori si trovano a sopportare. Il disturbo alimentare opera
in maniera subdola, si infiltra tra le pieghe di quella che una volta era la “normalità” e, senza
rendersene conto, impone le sue nuove regole. Molti genitori stasera hanno posto tante domande
inerenti a problematiche di non facile gestione e comprensione. È emerso che la prima difficoltà
che si incontra riguarda a come ci si debba comportare nelle varie situazioni che si vengono a
creare, soprattutto quelle che hanno a che fare con l’orario dei pasti. È giusto lasciare che la
propria figlia mangi da sola, isolandosi e non permettendo a nessuno di entrare in cucina per due
ore fino a quando il rituale del pranzo/cena non sia finito? Questa è una dinamica tipica del
disturbo alimentare che spesso si accetta per quieto vivere poiché contrastare tale decisione
sarebbe fonte di un conflitto continuo, però, come da testimonianza di un papà, non porta altro
che a potenziare ancora di più la forza rituale del disturbo alimentare. Che cosa si può fare? Agire
a piccoli passi ( come più volte menzionato durante i laboratori). Incominciare a riprendere il
proprio ruolo di padre e madre ( abbiamo ricordato ancora l’importanza di non trasformare se
stessi in terapeuti e la propria casa in una struttura residenziale). Questo significa iniziare a dettare
delle regole, che vadano a smuovere un poco quella zona confortevole in cui il disturbo alimentare
crea la ritualità e che risulta poi difficile da smantellare. Come ha evidenziato una mamma, non è
giusto che la famiglia venga privata del proprio spazio. D’altra parte, è necessario anche che ci sia
l’esempio pratico che mostra che non si è disposti a sottostare a certe imposizioni, questo aiuta a
far capire all’altro che si può tener testa alla malattia, rivelando che non è poi così forte e
invincibile come ama mostrarsi agli occhi di chi ne cade sotto il suo potere ammaliante e
incantatore.
A questo punto del laboratorio si è sottolineato l’importanza che non possono esserci risposte
univoche per ogni cosa poiché tutto dipende dalla situazione e dalla storia personale di ognuno. A
prova di questo, una mamma ha posto un suo dubbio riguardo al fatto che la propria figlia aveva
in un certo senso imposto un orario di cena e lei, per non andare a creare ulteriore ansia, aveva
accettato di adeguarsi a questo nuovo orario. Quindi aveva acconsentito alla malattia di porre la
sua regola? Anche qui occorre osservare la situazione. Quanto incide questo cambiamento sulla
famiglia? O meglio, questo orario comporta un sacrificio, stress, difficoltà organizzativa per gli altri
membri del nucleo familiare? Se la risposta è si, serve trovare un’alternativa affinché ci sia il minor
disagio possibile da tutte le parti, se al contrario questo non implica alcun problema, si può
andare incontro a questa richiesta per agevolare la tranquillità e diminuire il carico di ansia che tali
situazioni creano.
Un’altra mamma invece non sa come comportarsi con la propria figlia che, iniziato un percorso di
cura in una struttura residenziale, telefona piangendo che vuole tornare a casa. Cosa si deve fare?
Cerchiamo prima di tutto di capire chi è che parla. In una situazione del genere, emerge
prepotentemente la malattia che, sentendosi attaccata, cerca in tutti i modi di poter ritornare in
quel contesto per lei sicuro e di facile manipolazione come la casa. È chiaro che nelle lacrime c’è
la sofferenza della propria figlia, ma, ripetendo il concetto di prima, il genitore non può essere il
terapeuta. Quando si inizia un percorso di cura, queste paure sono le prime ad emergere ma
affinché si arrivi alla consapevolezza che è la malattia la causa dello star male ( e non è al
contrario la soluzione) occorre vivere pienamente queste difficoltà affinché si chieda aiuto ai propri
terapeuti, iniziando così a essere collaborativi, e non al contrario, rivolgersi ai genitori per ritornare
a casa e riavere il pieno controllo della malattia.
Una cosa importante da sottolineare è il fatto che accade spesso che i genitori nutrano alte
aspettative sull’esito di una cura, questo perché si ha la credenza che un disturbo alimentare dia
risultati evidenti fin da subito. In realtà questo non accade quasi mai poiché ci vuole tempo per
scardinare le dinamiche che il disturbo ha creato. Accade di frequente che il genitore non veda
segni di guarigione, anzi, a volte i sintomi appaiono ancor più evidenti. Ma allora a cosa serve la
terapia, il ricovero, lo psicologo, la nutrizionista se poi il sintomo rimane? Non è così. Ci sono tutti i
meccanismi di difesa che la malattia mette in atto che devono essere scardinati ma
contemporaneamente è necessario ricostruire tutto quello che la malattia ha distrutto.
Il disturbo alimentare, come spesso viene detto, rappresenta la soluzione a un problema divenendo
una sorta di stampella con cui camminare e con cui senza di esso diventa impossibile andare avanti.
Se pensiamo a una persona con una gamba malata che si sorregge su una stampella, è evidente
che non le si può togliere questo sostegno improvvisamente poiché cadrebbe a terra. Sono
proprio questi i momenti in cui c’è bisogno di supportare la famiglia affinché possa comprendere
quello che sta accadendo nella mente della propria figlia e riuscire a gestire meglio le proprie
emozioni e pensieri. Il laboratorio è nato con questo obiettivo.
C’è stata poi la domanda di una mamma la quale non riusciva a capire la decisione
contraddittoria della propria figlia che le aveva esplicitamente chiesto di poter essere seguita da
una nutrizionista per non sentire più la fatica di dover decidere ogni giorno cosa mangiare e
comprare, per poi ritrovarsi a vedere sabotare dalla stessa lo schema alimentare proposto. In
questa situazione, dov’è che si manifesta e opera il disturbo alimentare? Qui c’è la piena
rappresentanza dell’aspetto contraddittorio e dicotomico della malattia. Da una parte il bisogno di
addossare a una persona esterna la responsabilità di scegliere e dall’altra la paura di perdere il
controllo. In un disturbo alimentare ciò che si vede è il comportamento dell’altro ( che non è che la
punta dell’iceberg). Tutto il processo mentale che è alla base della malattia è invisibile agli occhi.
Nel momento che la persona chiede un supporto al nutrizionista, immediatamente compare la
malattia che comincia ad attaccare con una incessante e ossessiva serie di pensieri : “ Non vorrai
mica mangiare quello che c’è scritto? Guarda che poi non entri più nei vestiti. Poi gli altri
vedranno che sarai ingrassata......” Questi sono solo alcuni dei pensieri che ininterrottamente
occupano la mente di chi è affetto da un disturbo alimentare. Per questo è indispensabile che ci
sia la presenza combinata di un percorso psicoterapeutico che aiuti ad affrontare queste paure e
costruire contemporaneamente un rapporto sano e non conflittuale con il cibo. Intraprendere un
percorso nutrizionale senza l’accompagnamento di un altrettanto percorso psicologico non aiuta
perché lascia scoperta tutta la parte legata al pensiero ossessivo e al controllo.
In un’altra situazione un papà ha chiesto cosa deve fare per far sì che sua figlia non vada sempre a
camminare? Ripetiamo, ciò che è visibile in un disturbo alimentare è il comportamento, ma il reale
problema sta in ciò che è invisibile, ovvero nella mente. Non è impedendo di andare a camminare
che si ha la soluzione. Anzi, farlo rinforzerebbe quel modo di agire. E allora un genitore non può
fare nulla? Un genitore può cominciare a creare una comunicazione che non è più focalizzata sul
disturbo ( non hai mangiato, cammini troppo, sei magra, devi mettere su peso o devi dimagrire ...)
ma è diretta sulle emozioni, su ciò che fa stare male ma soprattutto, ricercare quelle sensazioni,
comportamenti, situazioni, contesti che fanno stare bene, che fanno emergere un guizzo di vita,
che creano anche una progettualità verso qualcosa che piace. Aiutare la propria figlia o figlio a
ritrovare il “gusto” della vita. Una mamma infine ha voluto riportare la sua esperienza di come,
dopo tante difficoltà, cadute, rialzate, ora sua figlia e’ pronta a riaffacciarsi alla vita, conscia di
quanto il percorso verso questa consapevolezza è avvenuto attraverso uno scontro diretto con se
stessa e con le persone a lei care.

La frase della settimana è: RITROVARE IL “GUSTO” DELLA VITA. 

 

lunedì 19 ottobre 2020

Cara malattia...

Cara malattia.
Cara amica mia.
compagna forte, determinata, sempre presente.
Senza chiedermi il permesso sei entrata nella mia vita,
mi hai convinta di non poter più vivere senza di te..
E invece, sotto quella sicurezza che mi promettevi si nascondeva una profonda voglia di distruggermi.
Ci sei riuscita, amica mia, mi hai rubato tutto.
Mi hai rubato momenti che non torneranno più.
Mi hai rubato tutte le emozioni che un essere umano può provare.
Mi hai lasciata nuda, debole, indifesa.
Mi hai voltato le spalle.
E ora io mi chiedo, è questo che fanno le amiche?

Cara malattia.
Cara amica mia.
Grazie.
Grazie per avermi resa quella che sono oggi.
Grazie per avermi insegnato ad essere forte.
Grazie per avermi fatto aprire gli occhi.
La tua presenza mi ha cambiata, ha cambiato chi mi stava accanto, ha cambiato la visione che ho del mondo, delle persone, la visione che ho di me.
Grazie di esserci stata ma, ora, non ho più bisogno di te.
Non voglio più vedermi attraverso i tuoi occhi,
ho capito che loro non dicono la verità.
Ora mi guardo e mi vedo.
Mi vedo bellissima.
Stai ridendo vero? lo so, non mi hai mai sentito dire questa frase.
O meglio, l'ho detta tante volte anche in tua presenza, ma non c'ho mai creduto.
E invece ora voglio urlarlo.

Cara malattia.
Cara amica mia.
So che certi legami non finiranno mai.
So che vorrai continuare a stare al mio fianco, ti conosco.
E sai che ti dico? te lo concedo.
Ma questa volta, le regole, le decido io.

M.