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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

venerdì 15 giugno 2018

In contatto con la malattia


"Abbiamo perso troppo tempo ad occupare il tempo."

Questo tatuaggio è per me. L’ho fatto il 15 Marzo, giornata contro i disturbi alimentari. Per ricordarmi di quanto tempo ho perso dietro tutti i meccanismi, pensieri, paure dettate da tutto quello che c’è dietro questa malattia.
Sono Martina, ho sofferto di anoressia per quasi 5 anni, ho perso gli anni più belli della mia adolescenza pensando di fare il meglio per me stessa, occupavo così tutto il mio tempo perdendolo in realtà...solo un anno fa ho avuto la forza di affrontare il problema e guardare in faccia la Martina che viveva in un corpo consumato dalla malattia.
Sono entrata in una clinica, sono entrata ancora più in “contatto” con la mia malattia, la riconoscevo nelle ragazze che condividevano con me ogni pasto intorno a quel tavolo che odiavamo tanto, nell’educatrici che speravano di darci la forza per liberarcene, nella psicologa che cercava di tirare fuori le mie emozioni, vedevo l’anoressia negli occhi tristi di mia madre, in quelli lucidi di mia sorella la riconoscevo nel silenzio di mio padre...ho fatto passi avanti, poi passi indietro, poi ancora avanti e ora sono qui a parlarne; oggi Martina riesce a vedere tutto in modo diverso, oggi so che non sono stupida e non lo ero.
Ero solo debole, come lo sono ora, perché il passato non mi ha abbandonata, lo sento sempre al mio fianco, riaffiora, mi fa paura, urla ma la maggior parte delle volte riesco ad urlare più forte io...questo tatuaggio è per me che ora non mi vergogno più a parlare di tutto questo, nessuno deve vergognarsi ad avere un cuore così tanto grande da essere capace di soffrire. 

Martina

martedì 5 giugno 2018

Come un fiore, fragile e delicato


Non so proprio da dove iniziare a parlare di ciò che mi è successo, forse perché è arrivato tutto improvvisamente come un treno in corsa. Mi sono posta mille volte la domanda 'Perché a me?' ...non credo essere la sola ad avere questo interrogativo che mi preme in testa ogni giorno. 
Ho un po' paura a raccontarmi, a mettermi a nudo davanti a chi ha il coraggio di leggere…ma credo che sia importante conoscere e far sapere a chi ne soffre di non essere soli. 
È la seconda volta che mi alzo in piedi, dall'anoressia, in quattro anni. 
Ci si può alzare e urlare alla vita quanto si vale. 
È inutile raccontare lo sforzo immenso investito nell'attività fisica, il conto disperato e maniacale delle calorie concesse, i pianti allo specchio, i vestiti che sembravano stretti ma erano larghi. 
È inutile raccontare il dolore che si prova, dico solo che non lo auguro a nessuno e a chi lo vive ricordo che si può, si deve, stare meglio. Per noi stesse. 
A settembre del 2017 ho voluto prendere in mano la mia vita e mi sono affidata a coloro che oggi definisco i miei 'angeli custodi'. Ho iniziato a conoscermi, a esplorare i sentimenti e le emozioni che provavo e quelle che non credevo di star provando. Sembra strano...ma succede. Ho vissuto, si proprio cosi, per 5 lunghi mesi distante da quelle altre tre persone che normalmente si definiscono famiglia…ma ero arrivata al punto di non conoscere chi mi stava attorno, ad isolarmi e ad odiare chi lottava al posto mio. Giorno dopo giorno volevo scappare, tornare a casa per non affrontare il dolore…ma ho resistito, ho affrontato e ho guadagnato. Non ero sola ad affrontare il percorso in clinica a Villa Margherita (VI), avevo al mio fianco, per camminare mano nella mano, C. con cui ho stretto un legame unico che tutt'ora conservo, lo stesso A. 
Oggi sul mio braccio sinistro porto questo tatuaggio, simbolo di rinascita. 
Due sono i fiori aperti i quali simboleggiano le due volte in cui sono caduta nell'anoressia. 
Vi è un fiore che non è sbocciato, il quale è un augurio a non rendere viva una terza ricaduta. 
I tre fiori simboleggiano i tre anni dall'esordio a quando ho deciso di incidere ciò che mi ha segnata. Tre sono pure i mesi in reparto, tre sono anche i componenti della mia famiglia. 
Il fiore di ciliegio è simbolo di pace interiore, rappresenta la bellezza effimera della vita. Sono stata fragile come un fiore, delicato...ma bisogna ricordarsi che il fiore è bello cosi come si presenta! 
Ciao, sono Caterina, ho 20 anni e sto prendendo in mano la mia vita. Si può stare meglio. Lo devo a me stessa. Lo devi a te stessa.

Caterina 

 

lunedì 4 giugno 2018

Di anoressia si guarisce




L'anoressia, mal conosciuta come mancanza d'appetito.
No, non lo è affatto,
Non è inappetenza.
Non è uno stomaco che non riesce a digerire.
Non è niente di tutto questo.
L'anoressia è un disturbo alimentare grave, con un alto tasso di mortalità, tra i giovanissimi, gli adolescenti e gli adulti. La percezione del proprio corpo è alterata e distorta, la mancanza di autostima porta alla depressione e spesso anche all'autolesionismo e poi al suicidio.
A 29 anni ho un bagaglio di esperienze orribili, cose che mi porterò dietro per tutta la vita e che non intendo cancellare per nessuna ragione al mondo. A 18 anni avevo già visto tutto e al tempo stesso avevo già vissuto esperienze che non avrei mai immaginato di poter vivere. Lontana dalla mia famiglia per mesi.
Ho visto la morte accarezzarmi giorno dopo giorno e avvicinarsi a me sempre di più.
Ho visto la mia testa spegnersi, non ragionare e sragionare al tempo stesso.
Ho visto il mio corpo emaciato da un dolore devastante.
Ho visto compagne di viaggio morire, ma per fortuna ne ho viste di più farcela.
Ho visto la pazzia superare i limiti, rituali quotidiani diventare ossessioni.
Ho conosciuto la rabbia, la stanchezza, l'infelicità e la depressione.
Ho odiato me stessa, ho odiato anche l'amore.
Ho odiato anche l'odio stesso.
Ho visto e sentito abbastanza.
Forse per questo anche io un giorno mi sono detta che ce l'avrei fatta.
Di anoressia si guarisce.

D.

mercoledì 23 maggio 2018

Caro Corpo...


Caro Corpo,
si dice spesso che tu sia "l'abito del disagio" e credo questa sia una delle migliori definizioni per descrivere il rifugio in cui alberga un disturbo alimentare.
Ma cos'è in fondo un corpo usato e maltrattato per "colpa" della malattia?
Che cosa resta di quel corpo quando la malattia lascia finalmente spazio alla vita, alla luce, ai desideri di chi lo abita?

Sin da piccola ti ho sempre regalato poche, pochissime, attenzioni. Un po' per educazione, un po' per abitudini di famiglia, per me sei sempre stato di secondaria importanza rispetto alla mente. Per principio, non è mai stato importante essere necessariamente belli per valere. Ma essere in salute, quello si, a prescindere: "la salute prima di tutto".

E poi, invece, paradosso dei paradossi, mi sono ammalata di un disturbo che "mangia" la mente distruggendo il corpo.
Sai, Corpo, forse solo da quando ho iniziato a ricordarmi che esisti anche tu, e che io senza di te non esisto (cioè a ricordarmi che gli esseri umani non sono solo mente, ma anche corpo, l'uno non può prescindere dall'altro e viceversa) e a prestare ascolto a S., non più solo alla voce intransigente della malattia, ho iniziato a rendermi davvero conto di quanto ti ho trascurato negli anni. Messo in un angolino, sfruttato sempre per un fine, per uno scopo, usato per sopravvivere alle mie giornate (sai com'è, in alcuni momenti anche respirare era uno sforzo che richiedeva energia…), un "biglietto da visita" per la mia malattia.

E ho iniziato così a farti la guerra. Su di te ho sfogato spesso le tensioni e le ossessioni della mente, la mia rabbia, le mie frustrazioni, alimentando così un circolo vizioso che solo dopo anni, tanti anni, ho saputo riconoscere nella trappola del disturbo alimentare.
Pensa, ho dovuto riconoscermi in un disturbo alimentare, cioè riconoscere (e accettare) la malattia, ancor prima che la tua bellezza e il tuo essere in salute (come succede normalmente alle ragazzine), per ricominciare a guardarti, ad ascoltarti, a interrogarmi su ciò di cui hai davvero bisogno per essere, per stare al mondo.

E proprio perché per stare al mondo non basta soltanto respirare, una volta superato questo primo enorme scoglio, ho iniziato a scavare, a scavare dentro, nei meandri del mio passato, a guardarmi con tutte le mie paure addosso. Mi sono seduta a tavolino con le mie fragilità, a regolare i conti con un 'mostro' che non mi ha concesso di assaporare, di vivere appieno la mia giovinezza.    
Dopo un lungo lavoro introspettivo, ho finalmente iniziato a capire che cosa stava succedendo: la malattia ci stava mangiando, ci stava spegnendo, caro Corpo. La malattia ci ha raggirati, allontanati: ai miei stessi occhi, tu sempre più ingombrante, io sempre più inadatta.

Ho ancora paura, lo confesso. Paura di toccarti, di accarezzarti, di coccolarti. Eppure quel gran bisogno di abbracci, di contatto umano, per sentirmi viva, per sentire un po' d'amore. Per amarmi e sentirmi amata come un essere umano in carne ed ossa.
Abbiamo probabilmente ancora un po' di strada da percorrere prima di poterci riabbracciare e sentirci uniti, indissolubilmente. Ma ho fiducia in chi mi è accanto e mi sta guidando, passo dopo passo, fuori dalla caverna in cui ci siamo rintanati per tutto questo tempo, per scoprire che lì fuori il mondo può avere colori bellissimi. 

S.

 

giovedì 17 maggio 2018

Ritornare a sorridere


Mi chiamo Selene e ho 30 anni, vivo in un paesino nella provincia di Reggio Calabria e oggi, così come molte ragazze, ho deciso di raccontare la mia storia.
Avevo all'incirca 13 anni quando mi sono ammalata di anoressia, prima di allora un male per me sconosciuto. Sin da piccola sono stata una bimba abbastanza tranquilla, sempre sorridente senza dare mai problemi ai miei genitori,andavo a scuola e ho sempre dato il meglio di me, ero una figlia modello insomma, abbastanza semplice e senza nessun grillo per la testa. Fin quando un giorno dentro di me qualcosa è cambiato, la ragazzina che sorrideva a tutti e a tutto ha iniziato a spegnersi, dentro di me è sceso il buio, era l'ultimo anno di scuola media quando entrai in questo tunnel, non so nemmeno io spiegare come tutto è precipitato, tutto così all'improvviso, ero un po' robusta per la mia età (così dicevano i miei compagni), iniziai a non sentirmi alla pari con gli altri e a non mangiare. Giorno dopo giorno, più non mangiavo e più mi sentivo forte, la voce dentro di me era sempre più generosa nei miei confronti, ormai la malattia si era presa gioco di me e io impotente la lasciai fare per ben 3 lunghi anni! Anni di angoscia, di lotte, di promesse mai mantenute nei confronti della mia famiglia, anni di lacrime, di disperazione, perché quando sei impotente davanti ad una figlia che giorno dopo giorno rischia di morire cosa puoi fare? I miei erano agli estremi, la malattia non si era solo impossessata di me, ma aveva tolto la serenità e la felicità alla mia famiglia! Io più tempo passava, più mi sentivo forte e bella, stavo riuscendo ad arrivare ad essere come gli altri mi volevano, già, perché il giudizio degli altri era importante, da ben 64 kg iniziali arrivai a pesarne 28, un gran traguardo per me e una grande sofferenza per la mia famiglia che per non perdere una figlia era arrivata agli estremi!
I miei hanno un panificio nel paese dove abitiamo, avevo cacciato loro anche le forze e la voglia di lavorare. Ho una sorella più piccola che allora troppo piccola fu costretta pure lei a maturare per causa di forza maggiore. Mi hanno portato ovunque, feci una visita in una Clinica sul lago di Garda, ma i tempi di attese erano troppo lunghi e non potevo restare nemmeno un mese in più in quelle condizioni, così dopo essere stata sotto cura dal Dott. Minutolo a Reggio Calabria, venni trasferita nell'ospedale in neuropsichiatria infantile! È stato un percorso lungo, difficile e complicato, la malattia era più forte, un giorno vincevo io, 3 vinceva lei, ma non potevo farmi andare via, non sarei arrivata in nessun posto e allora da lì stava ritornando la voglia di vivere che c'era in me, piano piano grazie alla mia famiglia e ai dottori ce l'ho fatta.
Ce l'ho fatta e ora sono qui a portare la mia testimonianza a molte ragazze che lottano ogni giorno. Molte purtroppo muoiono perché il cuore non regge più, ti mancano le forze e ti abbandoni, ma non può e non deve vincere la malattia, si presenta come amica, fa vedere quello che non esiste e poi in un battito di ciglia ti toglie tutto! Non lasciate che questo succeda, amate voi stesse così per come siete, la perfezione non esiste, non esiste magrezza che ti renda bella e felice, la magrezza è tristezza e vuoti che giorno dopo giorno sono sempre più difficili da riempire. Fatevi del bene, volendovi bene e al diavolo il giudizio della gente, coloro che giudicano non sono amici o tanto meno lo fanno in modo costruttivo.
Da questa esperienza ho imparato che la vita è solo una e niente e nessuno può togliercela.
Non lasciatevi ingannare da uno specchio e non abbattetevi, guarire si può e io ne sono la prova!
Se avessi dato retta alla malattia a quest'ora non mi sarei goduta il mare, un tramonto, una vacanza, non mi sarei sicuramente sposata e non avrei realizzato uno dei sogni più belli che una donna possa desiderare, l'arrivo di un bambino. Si, perché a breve sarò mamma e vi assicuro che nella vita queste sono le vere vittorie! Apparire non serve, serve saper amare e sorridere alla vita, a un nuovo giorno e ad ogni occasione bella che la vita ci presenta!

Selene