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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

sabato 8 settembre 2018

Siamo il nostro tesoro


Pensaci. Siamo tutti dei subacquei. 
Siamo ossessionati da cosa si nasconda nel nostro abisso, dalla perenne ricerca di quel qualcosa di irraggiungibile ma che, per lo stesso fatto di esserlo, incita ancora di più la sua ricerca. 
Nel momento in cui ci lasciamo andare, sentiamo il peso del nostro corpo che ci trascina giù, sempe più giù, mentre proviamo una piacevole sensazione di brivido. 
Alcuni di noi ad un certo punto si accorgono di essere scesi troppo, così si muovono e cominciano la risalita. 
Altri invece continuano a scendere, scendere nel buio verso l'ignoto tesoro che credono di poter trovare sul fondale. 
Non ti sto dicendo di non provare a cercare il tuo tesoro, perché ne hai tutto il diritto e la facoltà di scelta. Ma se, una volta toccato il fondo, scoprissi che non c'è nessun tesoro, o che non hai ossigeno sufficiente per restare lì, oppure che questo tesoro esiste ma é tanto prezioso quanto pesante da non poterlo portare in superficie con te? 
Cosa scegli, perle e pietre preziose, o te stesso? 
Ricorda che l'unico tesoro che potrai mai avere sei solo tu, possiedi già il tesoro della tua anima, non ti serve andare a cercarlo negli abissi dell'oscurità. 
Se te ne dai la possibilità, puoi scoprire che anche in superficie c'è tutto un mondo da scoprire, un mondo che riesci a vedere ed ammirare grazie alla luce che emana, una luce più potente grazie a quella che stai emanendo tu stesso. 
E ti stupirai di quante persone stavano cercando il tesoro che cercavi anche tu, solo che loro lo troveranno in te.  

Elisa  

 

martedì 28 agosto 2018

Un corpo, un dono


Oggi, in seguito a un discorso con una cara amica, che conosco da poco ma che è entrata diretta nel mio cuore, ho ripensato a me alcuni anni fa. Ho pensato a quando mi trovavo al mare o in piscina e cercavo di trovare un modo, la forza o non so che, per camminare e portare in giro un corpo che non mi sembrava mai abbastanza bello, che non mi sembrava adatto ad indossare un costume, un corpo quasi estraneo, colpito dallo sguardo degli altri, segnato dagli occhi giudicanti che appartengono a quest’epoca così poco tollerante, così esigente, così inumana a volte. Quello stesso corpo che mi avrebbe poi donato due figli meravigliosi, con cui avrei camminato per il mondo per realizzare i miei sogni, il corpo grazie a cui avrei sentito cos’è l’amore…fino a pochi anni fa era come un’entità separata con cui non sapevo che fare. Era goffo, grosso, ingombrante…? 
Non era niente di tutto ciò, ma così lo sentivo. 
Per molto tempo ho provato a non sentirlo, ad anestetizzarlo, attraverso digiuni assurdi, infinite diete, e niente era mai abbastanza, bramavo una perfezione che non avrei mai raggiunto e che ha lasciato dietro se una rabbia che ancora non ho lasciato andare. Perché oltre ai disturbi alimentari, forse prima o dopo o tutt’intorno, esistono troppe donne che soffrono relegate nelle aspettative di questo mondo, nei diktat su come il corpo femminile dovrebbe essere. Solo alcune settimane fa al mare ne ho conosciute così tante. Donne che in un attimo di confidenza, di sorellanza, mi hanno raccontato della fatica quotidiana di accettarsi, dei chili in più che sono come una zavorra che toglie sorrisi, della vergogna, dei tentativi di “aggiustare” un corpo che sembra sempre essere sotto lo sguardo inquisitorio di una società di malelingue. E la percezione delle donne di essere costantemente su un banco di prova è una terribile condanna. Non importa che diventiamo medici, imprenditrici di successo, madri e nonne, scrittrici appassionate o qualsiasi cosa volgiamo essere…sempre nel cuore sopravvive la sensazione di non essere abbastanza, di dover fare qualcos’altro. Doversi adeguare ai canoni di magrezza odierni è una delle più grandi violenze a cui noi donne siamo costantemente sottoposte. Incastrate tra i tentativi di dimagrire o rassegnate a vivere in un corpo che sembra non andare mai bene. 
Ma se mettessimo da parte un attimo le riviste di moda, le fashion blogger photoshoppate e le pubblicità dei cereali integrali, le diete scaricate sui telefoni, i propositi “da domani mi metto a dieta”. Se per un attimo potessimo guardare il corpo per quello che ci consente di fare…potremmo sentire un moto di amore dal quale partire per cambiare.  Ecco, caro mondo, ti presento il corpo che ha dato alla luce figli, il corpo con cui ho imparato a camminare, il corpo scaldato dagli abbracci di chi mi ha amato, il corpo seduto sulla sedia più meravigliosa del mondo a discutere la tesi di laurea, il corpo che ha corso per i prati con tanti sogni tra le mani, il corpo stanco di chi ha tanto lavorato, il corpo con cui mi sono innamorata. Ti presento un corpo che è come è, segnato e ferito, fiero e forte, che solo per una cosa voglio che sia perfetto: perché si compia il mio destino. E per far questo non serve che il bikini calzi come fossimo dei manichini. Noi donne abbiamo troppe cose da fare, non permettiamo a un mondo malato di trasformarci in esseri senza energie, troppo occupate ad essere perfette per fare ciò per cui siamo nate, qualsiasi cosa sia. 
Non abbiate paura delle gambe troppo grosse, ma solo di chi vi chiede di cambiare. 
State lontane da chi guarda cose che non hanno alcuna importanza per ciò che in questa vita volete fare. 
Siate la forza che madre natura vi ha dato in dono.

Federica

 

martedì 21 agosto 2018

Partire da qui


Questa sono io a 18 anni.
Avevo già lo sguardo di chi aveva già sofferto abbastanza. Un po' spento, triste e tanto incazzato.
L'inizio del mio incubo peggiore, incappata in una situazione in cui difficilmente ne sarei uscita.
Un disturbo alimentare che ha cercato di strapparmi via la vita in un tempo brevissimo. Questa sono io. Quella che non si è fermata quando avrebbe dovuto, e quella che si voleva fermare quando non avrebbe potuto. Questa ero io a 18 anni, una bambina intrappolata da se stessa, con la testa incatenata e le mani legate. Questa ero io, che stavo tracciando velocemente una strada senza ritorno.
Questa ero io, che agli occhi estranei appariva fragile ed insicura, esattamente come appaio oggi. Oggi invece sono una donna con un passato potente, che ha vissuto cose che a 18 anni non avrebbe dovuto vivere.
Oggi sono anche un po' quella bambina, che è diventata un po' più forte di quella che era in questa foto, con qualche momento di debolezza che tenta ancora di riportarla giù tra gli abissi, e che con grande fatica riesce sempre a risalire.
Oggi sono una donna che non si vergogna di raccontare il suo passato e la sua storia, che non ha nessun tipo di problema e di imbarazzo ad approfittare di Facebook o di qualche altro mezzo di comunicazione. Lo riscriverei altre mille volte e sicuramente non rovino alcuna immagine di me stessa. Non mi vergogno a confessare di aver sofferto di anoressia nervosa, che il peso più basso sia stato 33 chili, che le conseguenze più atroci siano state la depressione, l'iperattività, l'autolesionismo, la solitudine. No, non mi vergogno affatto. E non mi vergogno perché sono umana, esattamente come lo siete voi, e sono stracolma di difetti, gli stessi che avete voi, e darei la vita affinché questo messaggio possa arrivare al cuore o nelle mani di chi sta vivendo una situazione analoga alla mia. Per quanto riguarda voi altri, immancabili bigotti e teste di legno, giudici e spettatori della vita altrui, che avete sgranato gli occhi dopo la quarta riga di questi post, che avete letto queste parole assumendo l'atteggiamento di chi resta indignato, sbalordito ed incredulo che una storia così intima e personale possa essere spiattellata su Facebook, a tutti voi voglio rispondere che le storie sono fatte per essere raccontate e spiegate, e che Facebook a volte può essere sfruttato per diffondere messaggi di speranza, verso coloro a cui la speranza è stata rubata. Quindi ben vengano testimonianze e racconti come questo, perché forse, l'aiuto che si può dare a chi è rimasto da solo senza alcuno strumento per uscire dalla merda, potrebbe anche partire da qui (cosa che mi auguro possa accadere davvero). Oggi sono Alessia e ho 29 anni, e non mi vergogno a raccontare della malattia di cui ho sofferto, anche se non mi è stato chiesto di farlo.

Alessia


lunedì 20 agosto 2018

Ci sono anch'io.


Da quanto tempo è che non ti abbracci? 
Da quanto tempo è che non ti guardi allo specchio non di sfuggita, ma osservandoti senza il timore di vederti? 
Da quanto tempo è che non senti il tuo corpo come tuo, invece di viverti come una bambola persa sul ciglio della strada? 
Da quanto tempo è che non provi il desiderio di sorridere senza un motivo, di muoverti senza paura del giudizio altrui, di parlare senza avere quel nodo in gola provocato dal tuo cuore che batte più veloce del dovuto? 
Per dare atto alla frase che hai sempre rivendicato, "ci sono anch'io", devi per forza ESSERCI, devi manifestare la tua presenza attraverso il tuo corpo, la parola, l'energia, la tua vitalità. 
Paura del mondo? Di sicuro. 
Ma prova a considerare le linee del tuo corpo come linee di contatto, e non di separazione dal mondo. Come un confine tra te e ciò che ti circonda, linee di un traguardo che arriverai ad oltrepassare restando te stesso, senza perdere i tuoi contorni. 
"Ci sono anch'io" non si ottiene scomparendo, non si raggiunge rimpicciolendo cuore ed emozioni, cancellando cibo ed ossigeno. 
Ha senso voler comunicare la propria presenza con l'assenza? 
"Ci sono anch'io" perché non ho paura di crescere, e quindi di cambiare. 
"Ci sono anch'io" perché voglio identificarmi con la mia forma in divenire che riesce a comunicare con ciò che aldifuori di me anch'esso muta. 
"Ci sono anch'io" perché sono fragile e da questa fragilità traspare la fragilità della paura stessa, che se esiste significa che può essere superata, come il confine tra me ed il mondo. 
"Ci sono anch'io" perché sto iniziando a dedicare del tempo per me stesso, in virtù del fatto che ESISTO, ed é un tempo che nessun altro può darmi, un tempo che non sarà mai sprecato.

Elisa

 

domenica 19 agosto 2018

Rinascere


Arriva un punto in cui ti ritrovi ad un bivio. Un punto in cui, con inquietante lucidità e freddezza devi decidere se vuoi davvero morire o davvero ricominciare a vivere. E per quanto paura ti facciano entrambe le strade, quello è esattamente il punto in cui capisci che tu a quel limbo tra la vita e la morte in cui ti sei incastrata non vuoi più appartenere. Anche se ti ha protetta, anche con le sue bugie ti ha fatto sentire a casa, anche se ti è servito. Anche se ti è parso di starci bene e di non poter vivere senza. Anche se ti ci sei identificata in quella ragnatela di lacrime e ossa, e anche se pensi di non essere più niente senza di Lei. Tu lì non ci vuoi più stare. Perché esattamente a quel punto comprendi come ogni giorno che continui a passare con quel pesantissimo velo grigio sugli occhi e sul cuore, non stai vivendo. Stai sopravvivendo. E non hai più voglia di trascinarti stancamente aspettando la fine della giornata sperando di non stare troppo male. E allora devi decidere per forza e di strade ne hai solo due. Abbandonarti al tuo stesso lento suicidio che eri stata così brava a intraprendere, con tutte quelle regole, quelle imposizioni, quegli assurdi freddi calcoli matematici totalmente noncuranti delle mie tue umane necessità. Oppure affrontare la vita. Quella vera, quella difficile, quella che fa paura. Ti fai prendere per mano da un lato da chi ha le competenze per aiutarti. Dall’altro lato da chi ti ama. E con le tue gambe, pronte a fortificarsi sempre di più, procedi da sola verso la tua rinascita. Rinasci, prima di tutto, nutrendoti. 

Quando ricominci a mangiare il mondo ricomincia a colorarsi. Quel velo grigio lentamente cade e riscopri i colori. Quando ricominci a mangiare cominci a riscoprire il mondo, a scoprire te stessa. Quando ricominci a mangiare perché “hai fame”, perché “ti va”, perché “questo è buono e ora ne ho proprio voglia” e non perché Lei ti dice “devi ingerire tot kcal e bruciarne almeno il doppio”, “questo è troppo, prendi quest’altro, a chi importa di quello che vuoi”, “non ne hai davvero bisogno” inizi a riacquisire la Libertà che avevi perso. Quando ricominci a mangiare le persone che ti amano ti diranno “brava” come se stessi scalando una montagna e tu ti sentirai forse ridicola a ricevere complimenti per una cosa così banale e naturale come mangiare, specie quando i complimenti tu te li sei sempre dovuta sudare con azioni ben più straordinarie. Ma la verità è che non c’è nulla di più straordinario delle Briciole in Rinascita. Quindi lascia che quei “brava” pieni di amore e orgoglio ti riempiano il cuore e colmino come oro colato le crepe della tua anima. Quando ricominci a mangiare ti puoi sentire sbagliata. Ti puoi sentire un fallimento. Ti puoi sentire Nulla senza quel controllo che tanto ti illudeva di star bene. Ti senti di non appartenere più a Lei ma di non essere ancora libera. Ti senti senza identità. Ti senti ancora malata ma non abbastanza. Ti senti già sana ma non abbastanza. Ti senti come se improvvisamente non avessi più la tua etichetta, la tua collocazione nell’universo. Ti senti in bilico tra la voglia di andare avanti e la voglia di tornare indietro. Ed è proprio lì che non devi mollare. Perché alle tue spalle hai lasciato tanto dolore e distruzione. Se continui a guardare avanti, quando ricominci a mangiare, sei proiettata verso la luce alla fine del tunnel. 

Quando ricominci a mangiare non avrai cosa più cara della lentamente ritrovata normalità. La normale libertà di non contare le calorie di ogni singolo alimento ingerito. La normalità di un pranzo in famiglia senza sapere con esattezza quanti grammi di cibo hai nel piatto. La normalità di un gelato con la tua migliore amica una sera d’estate improvvisato sul momento. La libertà di prendere i cereali della colazione senza doverli pesare. La normalità di un cucchiaio di olio sull’insalata. La semplicità della pasta al pomodoro. La normalità di andare a trovare la nonna senza l’ansia di dover rifiutare qualche immancabile cibo offerto. L’aperitivo con gli amici. La pizza il sabato sera. La spesa al supermercato fatta di fretta, senza dover vagliare ogni marca comparando per ore tutti i valori nutrizionali. La merenda se si ha fame. 

Quando ricominci a mangiare ricominci a vivere. 
(Ri)cominci ad amarti. 
Anche se Lei non vuole. Ma Lei è crudele e spietata. 
Tu no. Tu meriti di amarti. Tu meriti di vivere. 
E succede che mentre rinasci ti scopri e ti ami per davvero. Ti perdoni di tutto il male senza fine che ti sei inflitta. Vuoi dimostrarti di saperti volere bene e finisci per amarti con tutta te stessa.

Arianna