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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

martedì 15 settembre 2015

Siamo ben altro



Quante volte mi sono chiesta cosa ci fosse di sbagliato in me, cosa non andasse, perché “ero” così.
E quanto tempo mi ci è voluto per capire che io non “ero” così, ero solo ammalata. Si, ammalata di una malattia che ti fa credere di essere qualcun altro, qualcuno in cui non ti rispecchi, che non riconosci e che non vorresti essere. E' vero, l'anoressia ti fa credere, almeno nella prima fase, che tutto va bene, che quello che fai è la cosa giusta, che il cibo è qualche cosa di superficiale, di inutile anzi, di dannoso per te e la tua vita. Ti fa credere che l'unica cosa di cui hai bisogno è… il nulla. E in questa fase ci stai bene, ti ritrovi, ti vedi come mai ti sei vista prima: una persona speciale che riesce a fare tanto (… e di più), senza quello di cui gli altri hanno bisogno; ti fa credere di essere superiore, “diversa” nel bene. Ti fa credere di poter bastare a te stessa, te e te, te e lei.
In realtà così non è e poco alla volta ti accorgi che quel mondo in cui sei entrata è ben lontano da quello dove vorresti vivere. Ti accorgi che ti sei allontanata così tanto dalla realtà da rendere irraggiungibili tutte le cose e le persone a cui tieni, tutti i tuoi sogni, tutte le tue speranze…
E a quel punto punto, cosa succede? Cosa vivi? Cosa provi? Provi tanta paura, paura di quello che ti sta accadendo, di quello che potrebbe succedere… convivendo con la malattia e, nello stesso tempo, vivendo senza di lei.
Inizia così una lotta tra te e te per capire/accettare e lottare per quella che è la cosa giusta per la tua vita, ossia il riappropriarti dei tuoi spazi, dentro e fuori: dentro i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti, fuori dalla tua persona, nel mondo dove vorresti tornare.
Una lotta a senso unico, perché è tra te e te, una lotta sfinente, che sembra non voler finire, ma è anche una lotta che può essere fatta in compagnia di chi ti vuole aiutare, di chi ti vuole bene e non aspetta altro che un tuo gesto per unirsi a te. Una lotta difficile, lo so, l'ho combattuta anch'io, ma è la battaglia più importante che puoi vivere, quella per la tua vita.
Quanto dolore si nasconde dietro i disturbi del comportamento alimentare. Quanta solitudine, quanta vergogna, quanti sensi di colpa. Si perché c'è anche l'altro lato della medaglia, quello della bulimia, che ti fa sentire talmente a disagio, talmente “sporca” da farti pensare di non meritare niente e nulla di più, niente e nulla di diverso da quello che vivi... un costante, incessante senso di inadeguatezza e sofferenza.
Ma è davvero così? Davvero essersi ammalati vuol dire non meritare una vita diversa? Davvero soffrire giorno e notte per un qualche cosa che non si è cercato vuol dire non avere diritto di avere/fare/provare le cose che per tutte le altre persone sono scontate?
No, non è giusto, per niente.
Lo so, è quello che si prova, è quello che si vive nel profondo, dentro, dove nessuno può vedere cosa c'è e quanta tristezza si nasconde, magari sotto qualche facciata di normalità… perché nessuno si accorga di quello che si vive, per non essere giudicati… perché nessuno potrebbe capire.
E' vero, ci sono tante persone che non possono capire, che non hanno gli strumenti o la sensibilità per farlo, però ci sono anche persone che invece possono farlo, che possono capire, ascoltare e, magari, starci vicino, di quella vicinanza di cui ognuno di noi ha bisogno, una vicinanza sincera, spontanea, che va al di là delle apparenze e che vuole guardarci per “vederci” per come siamo veramente, ossia persone come le altre, magari fragili, sì, ma non c'è niente di male in questo, magari sensibili sì, ma nemmeno in questo c'è nulla di male, magari anche ferite, ma pur sempre persone con una propria personalità, con propri desideri, con propri sentimenti e valori e, soprattutto, con tanto, tanto da dare... cosa che va ben al di là di una malattia.

Daniela Bonaldi                                        




mercoledì 2 settembre 2015

Storia di una crisalide che si trasforma in una timida farfalla



“Per capire chi sei ricorda da dove vieni”…
Mi ha sempre colpita questa frase poiché ritengo che guardarsi indietro, soffermandosi su ciò che è stato, non deve essere occasione di turbamento, in virtù del rievocare sofferenze e stati d’animo negativo, ma ha il suo senso laddove aiuti a ricordare chi si era e da quali grandi battaglie si è venuti fuori. Tutto ciò porterà a vivere il presente e il futuro con più forza e determinazione. Se in passato sono stati superati grandi “mostri”, è certo che si ha la forza tale per affrontare e vincere anche altri che potrebbero ripresentarsi sul proprio cammino.
Fatta questa premessa, è ora di scrivere di Crisalide.
Un nickname scelto da una ragazzina di 11-12 anni quando cominciava a utilizzare il web e le varie piattaforme virtuali. Una scelta, la sua, fatta non casualmente: voleva credere di essere nei suoi anni più difficili, quelli della costruzione dell’identità, quelli di preparazione alla vita per poter poi, non troppo in là nel tempo, spiccare il volo e riuscire a trasformarsi in quella che il suo cuore desiderava.
Cosa desiderava intimamente Crisalide?
Vedere e respirare amore attorno a sé, nutrirsi di questo sentimento vitale, puro, genuino e spontaneo scevro da ogni tipo di ipocrisia e di “maschera”. In particolare, per essere più concreti, lei voleva vederlo dalle persone con cui passava più tempo: i suoi genitori. Invece, la realtà era completamente differente e cosa ancora peggiore, era sempre stata quella da che lei poteva averne memoria. Litigi continui, offese, parole denigratorie e a seguire pianti della persona più debole emotivamente della coppia (la madre) e lunghi e pesanti silenzi: era questo ciò di cui doveva nutrirsi tutti i giorni Crisalide. Inoltre sua madre, per ovviare al suo disastrato rapporto con il marito, oltre che usarla come valvola di sfogo, (a tal proposito, Crisalide ha poi capito che l’errore più grande di un genitore è invischiare il proprio figlio intromettendolo nei suoi problemi coniugali), incentrava ogni sua attenzione su sua figlia, tanto da chiuderla, come si suol dire,  in “una campana di vetro” inibendone le relazioni e contagiandola con tutte le proprie preoccupazioni.
Intanto gli anni passavano. Crisalide si avvicinava sempre più alla maggiore età. Piuttosto che fregarsene e pensare a divertirsi e a godersi i suoi anni migliori, come una qualsiasi altra adolescente avrebbe fatto, manteneva la sua profonda e spiccata sensibilità verso i problemi altrui. Non riusciva a fare finta di niente e non farsi coinvolgere dalle situazioni negative circostanti, come le suggeriva ogni volta la sua psicologa che arrivò anche a definirla: la “paladina” di una famiglia “patologica”.
Crisalide non era però debole e fragile come si poteva pensare, anzi. Aveva coraggio e determinazione visto che, attraverso quello che è poi stato il disturbo alimentare conclamato, ha saputo fare emergere i problemi profondi ed esistenti attorno a lei fino ad allora taciuti e nascosti.
Il desiderio di controllo del clima circostante portò Crisalide a controllare i suoi impulsi e le sue emozioni e la frustrazione, data dall’impossibilità di nutrirsi di dolcezza, armonia, amore, fu inconsciamente convertita nella mancanza di appetito e, quindi, nel non nutrirsi a sufficienza di cibo. Anche il cibo più buono, di cui fino a qualche tempo prima era golosissima, non le importava e lo rifiutava. Questo comportamento mandò i genitori in tilt. Sua madre ancora di più le dava amore morboso con atteggiamenti di compatimento che non le erano poi davvero di aiuto. Suo padre pensava che la giusta soluzione fosse rimproverarla quando non mangiava abbastanza oltre che minimizzare ogni sintomo fisico lamentato dalla ragazza.
“Che stai a fare sempre a letto? Non hai niente, sono solo tue fissazioni! Possibile che non sai farti manco un’amica? Vedi se pensi ad uscire!”
Tutto ciò faceva ancora più male a Crisalide. Lei aveva bisogno di tenerezze, amore, non di certo di materialismo (le prelibatezze che suo padre le faceva trovare quasi quotidianamente) e di frasi che la sminuissero. Per contro, sua madre le diceva: “Non pensare a tuo padre, quello non ti capisce” e implicitamente le faceva capire che solo con lei a casa fosse al sicuro e protetta. Insomma una dicotomia di pareri che la mandavano in totale confusione. (Ecco cosa succede quando manca totalmente un accordo e una veduta comune tra i genitori).
In lei subentrarono i sensi di colpa perché credeva che le discussioni quotidiane dei suoi genitori fossero soprattutto a causa sua (non che prima, come precedentemente scritto, non ci fossero!).
Dopo svariati ricoveri e visite mediche per i disturbi fisici incorrenti e segnali di un non stare bene psicologico prima che fisico, qualche medico cominciò a parlare di anoressia. Termine che però venne da subito categoricamente negato e allontanato dai genitori. A Crisalide, invece, non interessava tanto dare un nome al suo star male quanto stare meglio e perché no cambiare aria.
E fu così che quando la psicologa di riferimento le prospettò la possibilità di andare in un centro per Dca a non pochi chilometri di distanza, lei accettò di buon grado. I genitori molto meno: sua mamma perché non riusciva a pensare di poter stare lontana da sua figlia (la sua àncora di salvataggio), suo padre perché sopraffatto da vergogna (cosa dovevano pensare ora colleghi di lavoro, parenti e affini che mia figlia è anoressica?), timore (ora sono costretto anche io a mettermi in discussione nei numerosi colloqui con gli psicologi che mi attendono) e forse anche un briciolo di stanchezza (il viaggio verso una città sconosciuta da fare circa due volte al mese).
Con il senno di poi, l’entrata al centro si è dimostrata essere stata la vera salvezza. Colloqui settimanali da nutrizionisti, dietologi o psicologhe varie, effettuati in passato, erano risultati fini a sé stessi e avevano sortito un beneficio limitato considerando che poi Crisalide non sapeva gestire al meglio la sua vita a casa. Doveva cambiare ambiente!
Il centro risultò essere l’occasione per socializzare e per sentirsi davvero a casa grazie alle strette relazioni con le altre ragazze (provare lo stesso tipo di dolore avvicina) e la comprensione che gli operatori le dimostravano. Breve parentesi: purtroppo sulla sua strada alla ricerca di qualcuno che potesse farla stare meglio, nei suoi anni di malessere, Crisalide ebbe a che fare con medici che avevano sminuito il suo stato interpretandolo come capriccio o eccessiva ansia.
Ritornando alla vita nel centro, per Crisalide non fu però tutto liscio, per lo meno nei primi mesi.
Trovarsi a tu per tu con i pasti (troppo eccessivi per lei) da dover finire e con tante regole da rispettare non fu affatto facile. In compenso l’acquisto di forze fisiche e lo scemarsi dei disturbi fisici, con cui prima doveva quotidianamente combattere, erano per lei un risultato incredibile! Stava ritornando a vivere o forse viveva davvero per la prima volta. Finalmente si “sentiva”, comprese di essere capace di “farsi amiche”, di essere divertente, simpatica e non sempre malinconica e depressa. Imparò ad esprimere le proprie emozioni e a conoscersi. Tra le varie attività del centro amava tantissimo l’ippoterapia e il contatto con gli animali.  Il suo percorso nel centro terminò. Il ritorno a casa la spaventava, chiese, infatti, timidamente agli educatori di allungare la sua permanenza lì ma le fu risposto negativamente. Era giunto il momento di vivere fuori facendo tesoro di ciò che aveva conquistato.
Aveva messo su parecchi chili e la cosa non le dispiaceva anzi! Si vedeva più bella e, soprattutto, poteva ritornare a correre, a fare lunghe passeggiate, faticose salite, tutte cose che possono sembrare scontate ma che per lei non lo erano. Poteva avere maggiore concentrazione, insomma, in una sola parola, poteva cominciare ad ESSERE.
Anche se in realtà, si accorse subito che le mancava un’altra cosa: il nutrimento per la sua anima. E fu così che pochi mesi dopo si ritrovò a rivedere quella che era stata la sua religione acquisita passivamente. L’abbandonò per tuffarsi in un’autentica e libera relazione con Gesù senza la presenza di automatismi, schemi religiosi e tradizionalismi. Da quel momento e tuttora, può fare affidamento alla fede in un Padre celeste. Nel Vangelo, non a caso, si trova scritto: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati». E la giovane donna era “malata” di amore!
A distanza di anni, come è oggi Crisalide?
Si è trasformata in una timida, molto impacciata e ancora inesperta farfalla. Il suo volo si contraddistingue sin da subito per molte cose.
E’ un volo fatto di desiderio di provare quei sentimenti per un ragazzo che in adolescenza non aveva potuto vivere, di sperimentare emozioni, di non aver paura di essere donna (gioisce ancora all’arrivo del menarca mensile visto che per anni era scomparso), di riuscire a pensare più a se stessa e meno a quello che la circonda.
La timida farfalla si sta ancora formando, spesso cade, vorrebbe cambiare qualcosa di lei, prega che ogni residuo sentimento di rabbia, per ciò che è stato e che ancora non è come vorrebbe (un’altra  consapevolezza raggiunta è che gli altri non è detto che cambino soprattutto se non hanno voglia di farlo e quindi di chiedere aiuto come Crisalide ha sempre fatto), possa spegnersi lasciando spazio solo ed esclusivamente alla consapevolezza che tutto ciò che è accaduto e accade, anche e soprattutto di negativo, ha un suo senso e serve a diventare persone migliori.
Sta tuttora comprendendo come, gli atteggiamenti dei suoi genitori che l’hanno ferita, non siano stati frutto di cattiveria. Il più delle volte si trattava di amore dato in maniera sbagliata. Inoltre ha compreso che chi non sa amare nella maniera giusta (e quindi senza fare danno) è perché a sua volta non l’ha mai visto fare ed imparato.
In questo volo ha scelto di laurearsi come educatrice: “Anni fa ero io nella condizione di dover essere curata, a breve desidero fortemente assumere, invece, le vesti di educatrice per poter “prendermi cura”. Da una parte, con la gratificazione nel cuore verso quegli “angeli custodi” (educatori) che mi hanno aiutato a riprendere in mano la vita e, dall’altra, con la consapevolezza di possedere una marcia in più per infondere messaggi di guarigione e di speranza: perché fuori dal tunnel c’è la luce e la vita è un dono che merita di essere vissuto!”- è quanto riporta la sua tesi tra i suoi ringraziamenti finali.
Vola sempre più in alto farfalla, comprendendo di essere molto di più di ciò che credi e di ciò che gli altri possono dirti. Ama e lasciati amare ancora di più.
Il dca è un mostro, è una prigionia, un’illusione. Porta a credere di farti stare bene ma in realtà ti imprigiona ogni giorno di più, ti annulla. Non sei forte quando sai fare a meno del cibo, sei forte quando chiedi aiuto e non hai paura del cambiamento. Uscire dal tunnel si può!

Alessia La Notte



venerdì 31 luglio 2015

Tenebra,mia luce



“Non mi farai cambiare idea. È inutile, lo sai che non ti ascolto.”
Già in troppi sanno, in troppi vedono; alcuni intuiscono, oppure suppongono. È insopportabile avere la sensazione di essere osservati, spiati e stare in un perenne stato di allerta, come se qualcuno potesse scoprirla, come se qualcuno la volesse punire. Subisce silenziosa l’irragionevole castigo che si sta infliggendo, un male che si fa consapevolmente tutti i giorni. Agisce involontariamente, la parte razionale di lei è rinchiusa in un groviglio inestricabile di noncuranza, è diventata ormai un automa incontrollabile. La situazione le è scivolata dalle mani, diventando estremamente insostenibile. Se prova ad esternare i suoi sentimenti - le sue ossessioni - tutti la scambiano per una paranoica occasionale e provano compassione nel guardarla, mentre si crogiola nella sua quieta anormalità.
“E poi sai già come la penso: le persone sono superficiali, inconsapevoli. Mi guardano, ma non vedono.” dice.
Vorrebbe, invece, che potessero rovistare nei suoi pensieri e capire che tutto in lei urla. Vorrebbe che avessero occhi per scrutare nei suoi sensi vuoti e scorgere lo scenario della sua esistenza: fredde pareti di marmo e un candido cratere, al quale affida tutto lo squallore delle sue colpe. Accade tutti i giorni, da settimane che non conta più, non un momento di respiro, tra un morso e l’altro. In verità, compatisce se stessa, mentre si scopre intenta a cercare il suo riflesso nell'acqua sporca e fangosa, in quel buco; a guardare allo specchio gli occhi di un qualcuno che non è più lei, osservando venature e rossore anormali su quel volto livido; ad ascoltare il suo affannoso respiro andare su e giù per lo sforzo di sembrare sempre più sottile e piccola. Vive in un continuo stato di disillusione procrastinatrice, come se conoscesse l’immediato rimedio per porre fine a questa sua assurda bramosia di torturarsi.
“Credo che in fondo non mi importi davvero. Uscirne o no, intendo”.
Pensa invece che le basti sentirsi dire che è troppo magra e che non mangia abbastanza, pensa che le basti leggere da un ago il giudizio su di sé, per valutare se deve farsi del male o meno.
Prova soddisfazione nell'osservarsi allo specchio. Il suo bacino sembra una pianura sconfinata e sterile. Sente improvvisamente nascere in lei un indeterminato stimolo che prende possesso del suo corpo e che la invita - la persuade - a colmare il suo vuoto, ancora e ancora, instancabilmente, senza trovare un termine ai suoi vani tentativi di riempire quella tanto agognata desolazione. Porta le mani al volto e osserva le sue dita, complici di ripetuti atti contrari, strumenti innaturali di liberazione e contemporaneamente di pentimento. Premono sulla punta della penna per scrivere, parola su parola, il disprezzo per se stessa. Le fissa, rovinate dall'acido; la gola brucia e uno schifoso sapore riempie la sua bocca mentre ansima e piange. Piange perché non comprende quello che sta facendo. Ma è ancora quel disumano pensiero a sedare la sua disperata sofferenza:                                                
“Penso che mi basti sentire la nausea appena ne ho bisogno”.
Quando quella fase di assopimento termina, quando la coscienza si risveglia e scuote quell'avvolgente culla di torpore, si rinchiude in casa, indegna dello sguardo altrui; e si guarda intorno, con espressione vacua, indifferente a ciò che accade, troppo lontana per partecipare alla realtà, troppo vicina per non esserne impaurita; e si accorge di non essere davvero al mondo, ma di osservarlo tristemente, rimanendo composta ed inerte dietro ad una lastra di plastica opaca; e sente la vita che le scivola addosso, ma non riesce ad afferrarla.
“Non voglio parlarne. Nessuno capirebbe.”
Così scende, scende nel baratro del suo vuoto, così accogliente che, nell'abbracciarla, la sovrasta tutta e la soffoca; e si chiede se ne valga la pena: si chiede se vivere in un eterno presente valga davvero tutto questo dolore.

Martina Morossi



mercoledì 15 luglio 2015

Ti infliggi depressione e piangi la felicità



Ho resettato la mia vita intera e poi ho ricominciato, non da zero ma quasi. Non da zero, ma la gente che mi vedeva per strada non mi riconosceva, quindi a quello zero c’ero vicina. Mi sono accorta solo molto tempo dopo dello sforzo disumano che avevo dovuto fare per cambiare rotta a una vita che, dopo anni di retta via, aveva preso una brutta curva.
Per convincere me stessa che quello che era successo in realtà non aveva cambiato niente... Ho cambiato tutto!
E non me ne capacito ancora se penso alla mostruosità che sono riuscita a covarmi dentro.
Ma nonostante tutto continua a piacermi la consapevolezza di portarlo sempre con me quel mostro. Perché, alla fine, non l'ho mica distrutto. L'ho abbracciato.
Mi ha promesso che rimarrà con me. E io, che è vero, lo so.
Ed è proprio questo che in altri momenti frega, che mi frega.
Ogni quotidiano giorno in cui riesco fortunatamente ad aprire ancora, di nuovo, gli occhi, davanti a me ci sono ancora certi pensieri.
Insomma, diciamocela tutta, la Bestia non muore mica! Quando va bene matura, si calma, viene placata, ma rimane lì. E rimane lì anche quando diciamo fieramente “Sì. Io sono guarita”. In fondo si sa che pizzica quella parola “guarita”.
Io non voglio portare negatività con le mie parole, perché io stessa mi riempio di parole positive ogni giorno per sopravvivere. Ma io stessa porto anche dentro di me la consapevolezza che sapere che quella Bestia non è mai morta, non è mai guarita, suscita uno strano senso di piacere.
Un ambiguo senso di piacere.
Ambiguo, sì, è la parola chiave.
Pensi una cosa e, contemporaneamente, il suo esatto opposto.
Ti guardi e ti odi e vuoi cambiare. Ma allo stesso tempo non lo fai e rimani ferma lì, dove non ti piace stare.
Rifletti e contratti con te stessa il prezzo di qualcosa che per gli altri è naturalmente intrinseco nell'istinto di sopravvivenza, esattamente quello che hai cancellato e distrutto in te.
Escogiti vie e soluzioni eroiche per salvarti da sola, ma non ce la farai.
Lo sai.
Non ce la farai.
Di nuovo non vedi soluzione se non chiudendo gli occhi e sognando quella pace che trovi immensa solo dentro di te.
Quella pace che ti sorge sui polpastrelli gelidi quando li fai scivolare sulle ossa acute e dure.
Poi, passando il tempo, i mesi, gli anni, quel sogno diventa malinconico, inevitabilmente, evolvendosi in ricordo di quell'equilibrio insano in cui ti eri disposta. Diventa nostalgico quando ti ritrovi in un’altra fase, che sapevi sarebbe arrivata ma non volevi ammetterlo. Quando hai lasciato vincere la parte sana di te stessa. Si perché è così che si pensa! Lascio un po’ libera lei. Poi torna la Bestia. Poi torna la te sana. E poi la Bestia di nuovo e quando torna la Bestia e trova un corpo cambiato, quando trova un corpo sano ti fa subito voler tornare alla fase precedente. E tu le credi! Perché è troppo ammaliante. Perché è troppo potente. E tu ci credi perché non hai ancora capito che devi andare avanti. O forse lo hai capito giusto un po’, giusto quel poco che ti fa pensare che  andando avanti potrai fare ciò che vuoi.
Potrai giocare di nuovo quanto vuoi.
Arrivi anche a pensare che forse va bene così, perché non potevi più farlo prima, non potevi più lasciar giocare la Bestia a suo piacimento con il tuo corpo: tutti si preoccupavano troppo per te.
Adesso invece puoi. Nessuno sarà preoccupato perché tutti “ti vedono bene”.
E quanto frizza quel “ti vedo bene”?
Quanti pensieri ti fa esplodere in testa?
Ma perché ancora la pensi così?
Perché non riesci ad associare quell'andare avanti all'accettare un corpo sano ma, piuttosto, pensi che si possa andare avanti semplicemente tornando indietro?
Forse perché non sei guarita?
Ma quando guarirai?
E ti piacerà dire “sono guarita”?
A me non è piaciuto.
Ma ho vinto lo stesso. Questo amo dire: “Ho vinto”.
Mi piace dirlo perché contro la Bestia ho combattuto. L’ho odiata e, intanto, odiavo me stessa ma la facevo giocare come voleva.
Provavo piacere a farla giocare. Era come se la bambina che è in me desse il permesso all'adulta di far ciò che voleva, di imporre tutte le regole che voleva. E che soddisfazione imporre quelle regole. Sempre di più, sempre più stringenti, sempre più gravi.
E che dolore quando una di quelle regole veniva minimamente dirottata!
La bambina doveva scontare pene tremende. E godeva, sì, godeva nel punirsi e ripromettersi che quella regola sarebbe stata rispettata mille volte più fortemente.
Ambiguità è la parola chiave. Ti infili sempre di più nel labirinto e brami, poi, di più l’uscita.
Ti compiaci nel vederti scomparire e, poi, rimpiangi la tranquillità.
Ti infliggi depressione e piangi la felicità.
Anoressia. Prova a dirlo.
Senti che tintinnio fa tra i denti?
Senti che lettere dure e risuonanti?
E poi c’è quella “o” in mezzo che imbottisce tutta la parola, la estende e ne crea un’eco, la allunga e la fa sembrare elegante.
E’ ammaliante, seducente, intoccabile, indicibile, crea imbarazzo, impotenza, punti di forza, soddisfazione, gratitudine. Ragazzi non è uno scherzo, è questo che frega:
è la forza che ti fa riscoprire in te stessa l’anoressia!
Ma poi Bestia. Perché Bestia? Se diventa bacchetta magica, se diventa fatina?
Bestia perché ti uccide se può. In modo losco e disonesto.
Ti uccide in ogni caso.
Quando ti punisce. Quando si congratula. Quando strilla disperata perché si sente trascurata. Quando ti mangia la carne e ti cambia l’anima. Quando ti sale agli occhi e lentamente toglie loro il respiro.
Ma si può guarire da ciò che ti crea dentro così tante emozioni?
Ma davvero si vuole uccidere quella che riconosciamo come unica salvatrice?
No. Non si vuole. Non si vuole quando si è raggomitolati nelle sue mani né quando la parte sana è più vigile. Non si vuole cancellare comunque sia.
Ed in ogni momento di scompenso, di tristezza, di paura, io cerco quelle ossa.
Io interpello la Bestia, ancora.
Ma se non è da guarire, non c’è via d’uscita?
Si che c’è.
C’è la vittoria.
C’è la conquista di una convivenza pacifica. C’è l’acquisizione di sicurezze nuove. C’è il provare di nuovo sensazioni calde. C’è il non pensare che lasciando un po’ libera la bambina non ci siano più freni e sia tutto allo sbaraglio. C’è una forza di volontà e di vita che va oltre a tutto quanto.
Va oltre agli sguardi bastardi della gente, alla paura di mostrare al mondo cosa vuol dire essere sana e felice e non magra, compiacente e plasmabile.
Va oltre al pensare di cancellare ogni regola se non c’è più la Bestia. Va oltre allo stare bene nello stare male. Va oltre.
E allora vinci, dico, non guarisci.
Dico che puoi vedere sguardi increduli e allucinati anche sfoggiando i tuoi begli occhi sereni e in pace. Lanciando uno sguardo sai quanti animi muovi?
Seduci tu il mondo da ragazza, donna che sei. E’ ciò che sai fare meglio! Non lasciarti sedurre dal gelo. Dall'opportunità di ibernare un presente che diventerà presto anacronistico e scomodo.
Accetta di convivere con la Bestia che è in te e fa in modo che lei accetti te.
Ricordale ogni giorno che la lascerai vivere, che le vuoi bene e che deve volertene anche lei, non può più divorarti. Basta.
Lascia stare i manichini spigolosi ed evita di importi di esibire la tua magrezza come trofeo.
Non è un trofeo è un dolore che cresce e crescerà.
E non credere che non si noti, usa quanto trucco vuoi, mascherati quanto vuoi, che sei triste si vedrà.
Sentiti fiera della donna che puoi o potrai essere e del tuo percorso.
Fa della tua vincita il vero trofeo e dillo, gridalo, che tutte le te che ti porti dentro stanno finalmente bene insieme!
Che i tuoi giorni non sono più calcoli, che il piatto pieno ti crea sconforto ma non importa svuotarlo tutto!
Dillo a te stessa davanti ad uno specchio che sei bella se sei in pace!
Perché non è pace finché la tua serenità dipende altamente da quante ossa riesci a contare o da quante calorie riesci a togliere. Non è tregua finché ti addormenti pensando al cibo e ti risvegli pensandoci sempre, e più te lo neghi più ci pensi.
Non aver paura di provare a ripristinare una te autentica.
Fai tesoro di ciò che ti eri imposta.
Non dovrai mica cancellare una parte di te! Nessuno te lo chiede. Nessuno ti chiede di essere ciò che non vuoi o che non ti soddisfa. Nessuno ti ha detto che dovrai essere inutile, una qualunque, una che passa inosservata, una che non ha valore.
Non lo sarai mai!
Devi solo trovare il modo di farlo venir fuori in modo diverso quel valore tuonante che ti senti dentro.
Smettila di pensare che chi volevi punire, perché ti ha fatto male, facendolo sentire impotente poi l’avrà vinta.
Perché puoi ferirlo anche in altri modi!
Non sono una fan del perdono e della compassione verso chi fa male, quindi non pensare che senza quel tuo disagio non metteresti più in difficoltà chi vuoi, se era questo uno dei tuoi intenti, perché hai milioni di risorse dentro di te. Puoi vederle se solo le cerchi un po’.
Scrivigli, rispondigli, urlagli.
Puoi sempre usare le parole.
Se combinate in modo giusto, le parole, sanno infilzare più di quelle ossa appuntite.
Vedi uno sguardo che non ti piace da parte di qualcuno, senti parole che non ti sono gradite nei tuoi confronti? Magari proprio riferite al tuo essere sana? Sorridi allora! Sorridi in faccia agli infami. Togli quei limiti che ti sei data nei tuoi e negli altrui confronti, sfondali, distruggili!
Rispondi o semplicemente pensa dentro di te “Sto lavorando per volermi bene. Nessuno sa, là fuori, cosa ho passato e cosa sto passando per imparare a volermi di nuovo bene. Nessuno ha voce in capitolo se non io. E io sto imparando a volermi bene. Non c’è altro che importa.”
Allora, sì, un giorno farai il tuo ingresso nella vita stupendo tutti, di nuovo. E non ci sarà persona che non rimarrà sbalordita dal fatto di non essersi resa conto di cosa stavi facendo.
Sarà una soddisfazione. Credimi. Quella soddisfazione che hai già provato vedendo gli occhi di chi ti ha mandato il messaggio: “Ma come fa ad essere così magra?”, “Non è più lei” o magari anche “Vorrei essere come lei”, la ritroverai portando, a testa alta, stampata sul tuo viso la strada che hai fatto e continui a fare. La forza che hai di mantenere il tuo equilibrio.
Non è da tutti, credimi, questo ti renderà speciale più di quello che già sei.
Questo sarà il trionfo che lascerà tutti a bocca aperta.
Sarà la certezza che farà brillare i tuoi occhi come non era mai successo.

Celeste Belcari


mercoledì 1 luglio 2015

Tutto sommato sono contenta di me



Tutto sommato sono contenta di me, di accettarmi per quella che sono, sia con pregi e difetti e di non voler essere la fotocopia di nessuno al di fuori di me. Ho imparato ad agire con coraggio senza più preoccuparmi di compiacere agli altri, anche nelle situazioni meno favorevoli e con esiti poco vantaggiosi. Morale: dovendo comunque scegliere tra perdere gli altri o me stessa, preferisco perdere gli altri per non rinunciare alla mia dignità. Non amo le lagne, né chi si lamenta... sono convinta che chi si lamenta per ogni cosa metta in atto presunzione... si lagna chi vorrebbe modificare il presente senza prendersi alcuna responsabilità e aspetta che gli altri si occupino di lui. Credo che aiutare un lamentoso non sia affatto un atto di generosità, al contrario sia un inganno. Così facendo impedirà al lamentoso di crescere e credere nelle proprie capacità. L'arma vincente per superare gran parte delle difficoltà è agire per affermare se stessi ed essere se stessi. Non è vincente chi si sottrae ad ogni ostacolo per viltà o per avere l'amore altrui. Vincente è chi usa le proprie risorse per farsi valere, chi difende i propri spazi e diritti, chi esprime i propri desideri e raggiunge gli obbiettivi prefissati senza mettere i piedi in testa a nessuno. Non amo chi fa vittimismo, chi manipola, chi si racconta balle, chi tenta di appiccicarsi come una sanguisuga rendendo schiava la libertà e i limiti della disponibilità altrui... questo non è rispetto, è egoismo. So che è un modo sbagliato per chiedere affetto e protezione, ma non capiscono chi vive adeguandosi ai dettami altrui compiacendo gli altri per paura o per opportunismo, lamentandosi incessantemente e restando nella passiva attesa che qualcosa accadrà, verrà assorbito in una spirale di sfiducia e paura di ogni cosa? Tendere una mano, essere attenti e disponibili alle necessità altrui è positivo ma sempre, però, partendo da una posizione di autonomia per non correre il rischio di negare se stessi e fare dell'interlocutore una sorta di ricattatore. Tutti i miei ricoveri, connessi a problemi col cibo, sono avvenuti negli Stati Uniti d'America, ho avuto dei vantaggi, perché quando pazienti come me avevano tentato invano di appiccicarmisi addosso prosciugando le mie già poche energie i vantaggi che ho avuto per liberarmi delle loro catene erano stati quello di dire “sono italiana e non comprendo l'inglese”. Mary, mia madre, era americana e quando le avevo raccontato l'accaduto aveva sorriso: l'inglese lo sapevo correttamente parlare e scrivere. Ciao mamy sarai sempre la stella più luminosa. Il destino ce lo creiamo noi, sapevo che avrei raggiunto le mie mete, che avrei parlato altre lingue e non immaginavo che ad oggi avrei parlato correttamente 7 lingue... ma a che mi servono se sono da mesi inchiodata a questo letto? Un'amica non ancora incontrata, mi ha detto che la mia dignità la difenderò lottando in questo letto. Io posso solo ringraziarla e dirle che, comunque vada, è stata una presenza costante e preziosa per me, la sua positività è indispensabile come l'aria che respiro.


Anonimo