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giovedì 28 maggio 2020

Le cose rotte.


Non ci vuole niente a classificare una malattia in base a semplici parametri matematici o medici, se non addirittura già ad una prima vista si può capire se uno è in salute o no, ma quanta fatica serve per dare alla malattia un senso nella nostra vita? Come si fa a descrivere qualcosa che non si vede, come si fa a curare una parte di te che non sai dove trovare, e ancora, come si fa a tirarla fuori? Cadi e ti rompi un braccio, metti il gesso al braccio, cadi e ti ferisci al ginocchio, disinfetti il ginocchio. Ma quando cadi e ti ferisci l'anima, cosa puoi fare per curarla, quali mezzi devi usare? Ed è inutile fare finta di nulla, perché quei pezzi che ti porti dentro andranno avanti a ferirti e finché non accetterai di essere andato in frantumi non potrai ricomporti. Ricorda che non tutto ciò che è rotto si butta, le cose rotte si possono riparare, ciò che si può salvare può essere valorizzato. E cosa significa riparare, o ri-pensare in modo funzionale per il nostro oggi? Significa trasformare il nostro danno biologico in un significato biografico, nel significato che la malattia del corpo ha nelle nostre vite. Significa dare un senso a ciò che ci ha portato a credere che la vita non ne avesse uno. Significa darci l'opportunità di riscrivere la nostra storia partendo da noi stessi e non seguono ciò che ci detta la malattia. In inglese esistono due termini per riferirsi ad una malattia, "disease" e "illness", il primo descrivendo il lato puramente fisico e visivo, il secondo evidenziando il lato emotivo ed emozionale. Ed è quest'ultimo che ci rende più deboli, più fragili, meno consapevoli, meno noi stessi, è ciò che riesce a pervadere e invadere ogni aspetto della nostra vita fino a disumanizzarla e a renderci dei passivi complici di un complotto contro noi stessi. Ma abbiamo forse qualche colpa, è stata forse una nostra scelta? No, no e no. Ripensare una malattia in termini biografici non significa farla diventare la nostra storia bensì dare ad essa un ruolo in essa, una parte, un tassello del nostro rompicapo che altrimenti rimarrebbe senza un pezzo. Perché sì, la malattia ha fatto parte del nostro passato ma non deve impedirci di scrivere il nostro futuro, e saremo in grado di farlo proprio attraverso la conquista di questa consapevolezza. Il dolore è stato, è esistito, è stato reale ed è stato nostro, ma ora siamo noi a non dover essere più di sua esclusiva proprietà. Perché noi siamo solo nostri. 

Elisa


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