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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

giovedì 13 giugno 2019

Come un'onda d'acqua fresca


Un giorno qualcosa di strano...silenzio...la testa era silenziosa! non c’era più quel chiacchiericcio sfiancante, ma pace e quiete! Mi sono quasi spaventata tanto mi era ormai estranea questa sensazione, poi ho sorriso e ho pianto.
Questo è stato il giorno in cui ho capito di essere guarita dopo aver sofferto per 20 anni di disturbi del comportamento alimentare.
Fino a 42 anni ero l’anoressica cronica, poi improvvisamente una scintilla nel buio, luce seppur debole ma luce… la strada, e di corsa fino a restare quasi senza fiato verso la guarigione, un po’ confusa anoressica “in fase di risoluzione”, infine in ascolto… in attesa di capire chi era Micaela senza malattia.
Chi sono? Ora lo so, mi è arrivato addosso come un'onda di acqua fresca che risveglia da un incubo… Sono tutto ciò che sento! Amore, gioia, tristezza, malinconia, paura… Piango, rido, amo, tremo.. Mi permetto di sentire ed esplorare tutto ciò che arriva, non so se ho più da scoprire dentro di me o fuori. Sono stata molto fortunata, sono riuscita a non perdere il biglietto che la Vita dà in mano a ognuno di noi, per un viaggio che in alcuni momenti è davvero faticoso, ma comunque meraviglioso.
Tra tutte le emozioni che sto scoprendo, la gratitudine è quella che preferisco.. Scalda, rassicura, riempie, è morbida e accogliente. Come la mamma. La sofferenza che ho vissuto e quella che ora vedo intorno a me non riesco a comprenderla, ma ho fiducia. Come quando da bambina giocavo a unire i puntini e non sapevo cosa sarebbe apparso. A volte pensavo di aver sbagliato, che non ne sarebbe uscito nulla. Poi improvvisamente mi stupivo nel vedere come tutto riusciva a creare qualcosa. Così ora ho fiducia in ciò che accade, anche se a volte parrebbe proprio senza senso. Da questa fiducia nasce la gratitudine.
Gratitudine prima di tutto per la Vita, nonostante il passato, per mamma, papà e mia sorella Barbara, per Massimo, per tutte le persone che ho incontrato. L'associazione Mi Nutro di Vita… quella luce l'ho intravista per la prima volta qui… sono certa fosse il momento e probabilmente avevo bisogno di loro perché tutti quelli che mi vogliono bene ci avevano già provato instancabilmente. Qui ho visto che il dolore poteva circolare liberamente senza giudizi. Ho sentito condivisione, qui ho percepito per la prima volta quella fiducia… altri cuori che battevano insieme. È stato il primo posto dove ho sentito di poter essere così come sono, umanamente imperfetta.
A volte mi sembra di sentire un movimento in sottofondo, tutti i cuori che lottano giorno dopo giorno perché ancora imprigionati in questa gabbia, quelli quasi fuori, quelli che sono spettatori impotenti, quelli che operano nel settore, quelli che cercano di darci voce, i volontari.. Tanti battiti, ognuno una piccola goccia, ma insieme un oceano… Una melodia che quando arriva può aiutare a far ritrovare quel biglietto per la Vita.
Questo sottofondo che sento nel cuore, mi rassicura, scalda, nutre la fiducia che, nonostante alcune cose siano difficili da accettare e capire, però siamo in tanti a cercare di fare. Che sia guarire, aiutare, contribuire anche solo stare, aspettare, accettare. Con tutto il rispetto per chi non riesce ancora a vedere quella luce, chi non c'è riuscito, chi non riesce a stare. Perché nessuna sofferenza può essere giudicata.
Ogni cellula del mio corpo urla che si può, si può essere meravigliosamente imperfetti senza paura, senza bisogno di proteggersi dentro gabbie, che in realtà annichiliscono. Con il colore delle emozioni, che ora sento, coloro ogni momento, con il sorriso porto ciò che sono. Momento dopo momento, un arcobaleno a volte più caldo a volte meno.
Non so come ricambiare tutto questo… se non facendo ciò che sento continuare a battere instancabilmente insieme agli altri cuori.

Micaela

lunedì 3 giugno 2019

Lettera da una fenice


Ciao, ti ricordi di me?
Quando ero una ragazzina abbiamo passato giorni interi insieme. Ti ricordi di quando io diventavo sempre più leggera, come un palloncino ad elio pronto a spiccare il volo ma tu eri la zavorra che mi trascinava giù? Ti ricordi di quando io volevo vedere tutto il mondo a colori ma tu mi imponevi di guardare lo stesso film in bianco e nero? Mi illudevi di regalarmi libertà, invece eri solo la mia prigione.
Ti sei insinuata nel vuoto dei miei silenzi per darmi il tuo conforto, come avrebbe fatto un’amica… ma come potevi farlo se invece di dare mi hai tolto? Mi hai tolto la bocca per mangiare, la pelle e la carne per sentire, gli occhi per sorridere. Anziché scacciare i miei fantasmi mi hai fatto diventare uno di loro… te lo ricordi? E di quando avevo fili di lana al posto dei capelli? E di quando il viso era una tela bianca e inespressiva con tre solchi sopra? Te ne ricordi? Beh, io sì. Se ci penso, mi manca il respiro.
Ma non posso dimenticare. Non voglio più farlo. Un giorno finalmente, spogliata di tutto, ho smascherato la tua menzogna. E ho capito…
Ho capito che ogni briciola rifiutata era un mio sorriso che si perdeva.
Ogni uscita rifiutata era amore che andava sprecato.
Ogni sguardo evitato era un’occasione mancata per guardarmi dentro attraverso l’altro.
Ogni specchio che avrei voluto infrangere raccontava la bugia dettata dai miei occhi e dalla loro visione distorta.
Ti scrivo forse perché so che probabilmente ci rivedremo, come in questo momento, in qualche ricordo incastrato nella mia mente, ma volevo ribadirti il mio addio, già detto tempo fa, quando ho deciso di fare della mia vita una festa ambita, dove non c’è spazio per te e per la tua ingombrante sagoma, e per quella oscura ombra che gettavi su di me.
Ora ci sono solo luci accecanti e musica ad alto volume. Ora contano soltanto coloro che ballano con me in questa danza libera e che suonano in questa orchestra che vibra di suoni insieme a me.
E adesso io ballo, io canto, io rido, io splendo. E tutto questo grazie alla nuova me.
Ciao! 

Una ex anoressica risorta dalle sue stesse ceneri
C.


lunedì 27 maggio 2019

Io ho deciso di amarmi.




Caro compagno di esistenza,
ti scrivo queste poche righe per salutarti. Siamo stati insieme per tanti anni e per molteplici ragioni sei stato la mia spalla.
Tu non mi hai abbandonato quando mi sentivo sola ma io ora voglio volare. Preferisco iniziare un nuovo capitolo. Ne sento il bisogno sai?
Voglio lasciare le certezze, le abitudini e tuffarmi in qualcosa di nuovo: "l'amor proprio". Ho sete di vita. Tu sai cosa significa vivere? Non credo, ma ti sono grata per avermi accompagnata fin qui. Mi sentivo al sicuro sapendoti al mio fianco. Ora ti vedo con altri occhi, so che ci sei, che a volte mi aspetti lì, al solito posto, al solito angolo di casa ma non credo che tornerò. E se dovessimo incontrarci sappi che sono cambiata, l'evoluzione è inevitabile per sopravvivere. Sei come il primo amore e quindi ti penso, ci sei, ma scavo dentro di me e trovo la forza per resisterti. Non ti amerò più come prima. Ho altri progetti per la "nuova me", voglio ritornare a scrivere, leggere,creare, sorridere e ridere. Voglio circondarmi di gente e voglio sentirmi sempre nel posto giusto.
Quanto mi hai fatta sentire inadeguata, te lo ricordi? Mi avevi convinta che la diversità fosse un difetto, mi avevi fatto credere che nessuno potesse amare una come me. Ti ho dato ascolto perchè ero piccola, insicura e non sapevo dare valore a tutto quello che la mia vita aveva da offrirmi.
Ora eccomi, mi trovo seduta di fronte ad un pubblico di persone che mi somigliano, mi rivedo in loro. Non mi giudicano sai? Ed è per questo che io le rispetto e sto imparando a rispettarmi. Io ho deciso di amarmi. E tu?

Tatiana


lunedì 20 maggio 2019

Un lungo viaggio


Ora siediti e fai un respiro profondo.
Sei sorpresa, non è vero?
Dopo anni passati a cercare te stessa, eccoti qua.
Troppo presto ti sei trovata faccia a faccia con la crudeltà della vita e così sei corsa via.
Hai avuto paura e sei fuggita in cerca di un barlume di speranza e perché no, anche di qualche risposta.
Questo viaggio si è rivelato più faticoso del previsto a tal punto che hai deciso di toglierti del peso di dosso per viaggiare più leggera.
Pensavi di aver trovato la scorciatoia e, senza riflettere attentamente, hai proseguito per la tua strada.
Quello che dapprima era un peso da 10 è diventato da 20, poi da 30 e così via.
Tu che eri partita alla ricerca della felicità perduta, ti sei trovata davanti a un burrone.
Hai avuto paura.
Questa volta però la paura aveva un aspetto diverso, più subdola e martellante, fatta di numeri e di schemi.
Fatta di privazioni e di digiuno, di bugie e di sofferenza.
Era un continuo scendere a patti con te stessa, convincerti di meritare uno spicchio di mela dopo due giorni con lo stomaco vuoto.
Stavi cercando di tirare fuori tutta la delusione e la rabbia per non avere trovato le risposte che cercavi, per avere imboccato la strada sbagliata.
Il mondo pian piano ha iniziato a perdere colore e tu con esso.
Stanca di tutto, ti sei seduta sul ciglio del burrone a guardare il tempo scorrere lentamente e quel vuoto dentro diventare una voragine.
Sarebbe bastato un leggero soffio di vento a farti perdere l'equilibrio.
Nonostante tutto, sei rimasta lì a lungo, immobile e pensierosa, indecisa se alzarti o lasciarti andare.
La paura si è fatta da parte.
Guardando intorno, ti sei riscoperta nella vastità di quel posto e hai fatto un passo indietro.
Il mondo pian piano ha iniziato a riprendere colore e tu con esso.
Oggi eccoti qua, di ritorno da questo lungo viaggio mentre raccogli i pesi che ti eri lasciata alle spalle.
Non avrai trovato le risposte che speravi, ma hai avuto coraggio di ritornare indietro.
Con l'augurio che questo coraggio non ti abbandoni mai, ti stringo forte.

Giulia


giovedì 16 maggio 2019

A cuore vuoto


"Una persona affamata non sarà mai in grado di giudicare il cibo"

È una frase di una verità disarmante. Dopo tanto tempo che ci priviamo di una cosa così naturale e quotidiana, è conseguenza logica che quando ce la concediamo non riusciamo a vederla per ciò che realmente é. Un'astinenza protratta a lungo non può rendere lucidi nel momento effettivo in cui ritorniamo alla fonte dell'astinenza stessa. E di fame ne abbiamo, anche se non ce ne rendiamo conto o non vogliamo dar ascolto al nostro corpo. E infatti non vogliamo ascoltarlo, lui cerca di parlarci e sa ancora parlare, ma siamo noi a tapparci le orecchie, forse anche perché la nostra mente è già troppo piena di parole e pensieri. 

E come abbiamo fame di cibo, abbiamo fame di emozioni, di dolcezza, di comprensione, arrivando paradossalmente a non sentirne più il bisogno, e quindi a non renderci conto che sia il nostro corpo sia la nostra anima sono affamati. Va da sé che la fame, di qualunque tipo essa sia, non si placa con altra fame, bensì diminuisce con gli stessi elementi che rifuggiamo, ovvero cibo, amore, presenze e parole. Ma non si esaurisce subito, anzi, non penso si esaurisca mai del tutto, e infondo è un bene. Se però la fame diventa troppa, non si riesce subito ad apprezzare e comprendere il vero valore di questi elementi, ma lo si capirà pian piano, un pezzetto alla volta, dandoci il tempo di riabituarci alla vita. L'importante è non avere fretta di riscoprirla, rischiando di fare una sorta di indigestione vitale. Pensate ai sub che dagli abissi profondi devono compensare la pressione per ritornare in superficie, e non possono farlo di botto, in modo veloce e drastico, è la stessa cosa quando noi vogliamo riemergere dai nostri abissi interiori, bisogna farlo poco per volta, altimenti si rischia di peggiorare la situazione. 
Abbiate pazienza e siate comprensivi con voi stessi, accettate e rispettate i momenti no e siate orgogliosi di quelli in cui vi sentite bene, e soprattutto assaporate il cibo, le emozioni, le presenze per quel che sono, arrivando alla loro vera essenza,  perché a "cuore vuoto" non si ragiona. 

Elisa


lunedì 13 maggio 2019

Grazie, Sorè.


A volte pesa tutto,
dalle persone alle parole,
mi pesano persino le tasche vuote.
Pesa il mondo, anche se lo tengo con due mani.
Io con una maglia scolorita
a tirar calci ad un pallone,
tu con protezioni e paradenti
per difenderti il cuore.
Io dieci centimetri più alta di te,
a grandezza di cuore
fidati che vinci te.
I tuoi orari che non cambiano mai,
è arrivata l'ora di cambiarli oramai.
I tuoi occhiali sporchi in giro per casa,
li trovavo persino sul comò.
Il tuo sorriso, però,
ti giuro non l'ho mai visto senza filtri,
per favore resisti
che se cadi adesso porti giù anche me.
Adesso hai meno effetti su di te;
meno luce nei tuoi occhi
che vuoi far sembrare verdi,
i tuoi occhi che mi ricordano il mare
anche se l'azzurro non c'è.
Ricordi le giornate intere,
quelle tra me e te,
a prendere Bucaneve con il mignolo,
o a mangiare quelle caramelle
che zia aveva nella tasca chissà da quando?
Sorè, quando litigavamo e
mantenevi la tua classe e
rispondevi in italiano;
io che mi arrabbiavo e
parlavo in dialetto perché non lo sopportavi.
Sorè, la tua faccia stanca
a mezzanotte meno un quarto,
sopra un libro di fisica, di latino o di filosofia,
mi è rimasta in mente.
Sorè, il tuo sorriso bianco,
i capelli rosa-viola,
le lentiggini sul naso
e gli occhi dal colore indefinito.
Adesso hai meno effetti su di te;
meno luce nei tuoi occhi
che vuoi far sembrare verdi,
i tuoi occhi che mi ricordano il mare
anche se l'azzurro non c'è.


Non è solo una poesia, non è una canzone, non è una pagina di diario; oggi, 11 Maggio 2019, leggo, per caso, di nascosto, le parole che mia sorella aveva fin'ora ben custodito nella sua testa e nel suo quaderno, parole che meritano di arrivare a tutti voi. 
Oggi, 11 Maggio 2019, grazie a queste parole ammetto per la prima volta che 5 anni fa sono entrata in questo vortice che ti travolge e non ti lascia andare; ci sono dentro da 5 lunghi anni e mai mi sono accorta che trascinavo gli altri con me. Ho sempre pensato che ANA le respingesse, le persone, in realtà le porta a cadere con te, non tanto per farti avere un po' di compagnia, ma per rinfacciarti ogni volta che TU sei diversa.
Non sono brava come lei con le parole, ma posso dirvi di non mollare, di andare avanti a testa alta, con le vostre gambe e con le vostre forze, di amarvi, anche se sono io la prima a non farlo, di accorgervi che tutti possiamo sbagliare, di rialzarvi e di continuare ad andare avanti... 
E poi, a volte, di dirlo quel "grazie Sorè", perché solo così sarete ancora più forti.
Grazie, Sorè.

Alessia


sabato 11 maggio 2019

Il nostro tappeto


Le mie vene d’inchiostro sanguinano parole, coltellate sulla carta bianca, scrivono promesse a mezza voce, l’amaro fugace di un ricordo che muore subito in una trama salata. Ti scrivo dall’ordito intricato, dal nostro tappeto…

Imparo a memoria i lineamenti della tua mano, del tuo sguardo incrostato di sogni, speranze. Io e te accoccolate sul tappeto. Cerchiamo di imitare a menadito il passato, come quando ero bambina, come quando ero ancora figlia, vivace e brillante. Come quando eri ancora mamma, bella e severa, fragile e profonda. Come quando i nostri pori, vestiti di pelle d’oca, palpitavano forte. Arrossati. Come quando eravamo vive.
Il tappeto riecheggiava delle nostre voci, dei tuoi schiaffi; imperlato dai miei insulti salati, dal mio dolore che colava a picco, scavando le guance fino al tessuto antico; intrecciandone la trama. Mi ricordo ancora il profumo della sua storia, impigliata ai fili: olezzi di spezie e venditori scaltri dalla pelle scura; le tue gambe agili che danzavano tra i colori marocchini, lo sguardo ammiccante di papà.
Lo vedo ancora, il solco dei tuoi passi nervosi, i tuoi ricci sparsi. Non mi capivi, a volte semplicemente pensavi bastasse socchiudere le palpebre per avere una vita perfetta, idilliaca. Rimanevi così, ad occhi serrati, anche solo per pochi minuti. Assaporavo celata quegli attimi che spillavano verità.
Ho lasciato scorrere gli anni, gustando minuti, ore. Immobile.
Le lancette incavavano cunei rossi in punti ombrosi, chiazzati di scuro. Il mio corpo era l’unico rifugio dai tuoi pensieri invadenti. La tua luce mi fa ancora paura. Quella lama disarmante, impietosa, che denudava ogni imperfezione, ogni angolo incrinato, ferito.
Ti ho visto, sai, provare a leccare i miei squarci, mentre dormivo; le tue nocche premute sul letto, nella trapunta notturna. Piangevi, mamma. In silenzio. E io muta, fingevo un respiro pesante.
Vestiti troppo grandi, i miei contorni sempre più smussati, sempre più aguzzi, freddi. I tuoi timori sempre più sfacciati. Volevo uno spazio, solo un cantuccio segreto, tutto mio. Dove i corpi non devono essere morbidi, pieni di curve. Imbarazzanti. Un rifugio lontano dal tuo amore troppo forte, mamma. Logorante.
Mi sono persa in uno specchio allungato e non sono più tornata.
Il tappeto aveva una chicca di polvere in più. Non sei più entrata nella nostra stanza.
Hai preso un martello un po’ arrugginito; era l’unico in casa. Hai infranto il mio riflesso in milioni di briciole. Mi sono smarrita nei frammenti appuntiti, affilati. Scie rosse sulle braccia, nostalgiche di un respiro tiepido. Il tuo.
Poi, un giorno, ho smesso di sentirti gridare. Ho ipotizzato una tua resa. Forse per una volta, finalmente, appoggiavi la mia scelta.
Ero troppo fragile, come carta velina.
Come cristallo.
Non ero adatta per una cosa così brulicante, travolgente. Non ero fatta per questa vita.
Forse per la prima volta avevi capito che dovevo appassire per smettere di sanguinare o lasciare che la mia cassa toracica aderisse alla pelle, come chiodi.
Sono uscita un attimo, gli occhi esausti di salsedine. Ho scorto qualcosa di diverso sul nostro tappeto. Brividi algidi si annodavano sulla bocca del mio stomaco. Erano i tuoi capelli quelli che fioccavano piano, eri tu, sformata, accasciata su una sedia a rotelle. Erano i tuoi, quegli occhi tracimanti di terrore.
Inaccettabile.
Piena di rabbia ti ho lasciata lì, senza notare le tue labbra seccarsi, assottigliarsi sempre di più. Non mi accorgevo della tua voce. Il silenzio mi si è cucito addosso, una maschera egoista e omertosa.
Ho lasciato traboccare il tuo sguardo in gocce pesanti, piene di rimpianti.
Ti ho lasciata da sola su quel tappeto, mentre le mie ossa dure bruciavano, corrodevano la carne restante.
Ti ho odiata con tutta me stessa, mamma. Ho odiato i palpiti nel mio petto.
Ho incatenato le palpebre, stavolta senza imitarti, senza immaginare altre vite possibili.
Ho annegato le pupille per annaspare nel buio, in un arido niente. Dove non potevi esserci. Dove il tuo amore instancabile non poteva sfiorarmi.
Quando ho districato le ciglia, di scatto, non c’era alcuna differenza. Era davvero tutto nero, senza più sogni, senza i colori, senza voci. Senza più te.
Ho scorto una conchiglia sul tappeto, come quelle che in estate raccoglievamo insieme, sulla spiaggia umida e dorata. Lo sciabordio del mare fresco. Ho pianto al ritmo dei miei battiti perché sapevo.
Avevi preferito rinunciare alla tua forza, al tuo respiro per inchiodarmi con la tua luce vecchia, di supernova.
Hai preferito andare via, senza disturbare. Ho pensato volessi mettermi alla prova, vedere se fossi ancora capace di amare. Amarti.
Ma non c’era più il tuo odore, mamma. Mancavano il tuo ordine impeccabile, il profumo dei trucchi in bagno, l’aroma del caffè-latte a solleticarmi fin sotto le coperte.
Ho urlato.
Ho squarciato quella calma insulsa.
Ho calpestato il nostro tappeto. Trucioli di polvere in una spirale.
Soffocavo, tossivo.
Ho corso fino a non sentire il mio petto sussultare, fino a sanguinare, fino a scorticare pelle, muscoli, ossa, cellule.
Mi sono lasciata cadere, proprio lì, al centro della stanza. Su una macchia del tappeto; mi ricordava i contorni di una tua lacrima. E ho annusato una possibilità, una scintilla.
Ma è sfuggita rapida, in un guizzo. Era un riverbero delle tue ciglia, delle tue iridi. Ne sono sicura.
E così, zaino in spalla, le gambe tremanti, ho inspirato forte. Tutti quei pezzi invisibili, quelle particelle indelebili; il tuo amore.
Ho riscaldato così quella voragine, il mio corpo vuoto che implorava disperatamente pienezza. Me ne sono andata via anch’io, silenziosa. Cercavo i tuoi schizzi di luce che hai sparso per me, mamma.
Sono andata via per ridisegnare un corpo vero, non più imbarazzante.
Per riscrivere il colore roseo della mia pelle, per sprigionare la spuma selvaggia dei nostri ricordi, abbattendo muri, errori, rimpianti. Perfezioni ingannevoli.
Vado via senza mete precise. Ogni giorno un po’ più vera, più viva, più me. Un po’ più te.
Perché l’amore è l’unica cosa che non può morire, che resta.

Tua, Luce.

domenica 5 maggio 2019

Un tuffo verso la libertà


Cara ex allenatrice,
sono Manuel, il ragazzo che fino a qualche anno fa si allenava con te. Spero che tu stia bene.
Ti scrivo perché ho bisogno di parlare con qualcuno e tu sei stata l’ unica persona con cui io sia mai riuscito a confidarmi.
Ricordi cosa ti avevo detto prima di trasferirmi? Ti avevo promesso che avrei dato il massimo tutti i giorni e avrei partecipato alle olimpiadi. Ecco, ora è finito tutto.
Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera dalla Commissione Antidoping in cui mi viene annunciato che sono squalificato per i prossimi due anni e che tutti i risultati ottenuti nella scorsa stagione sono stati annullati. Sapevo che sarebbe successo fin dal giorno in cui hanno fatto dei controlli a sorpresa ma, ingenuamente, continuavo a credere che questo non sarebbe mai accaduto.
So cosa stai pensando ma prima di giudicarmi ti prego di leggere quello che sto per raccontarti.
Quando sono arrivato ad Ostia tutto mi sembrava magnifico: la piscina del Centro Federale è stupenda e mi allenavo insieme a persone che ammiravo. Presto però ho iniziato a pensare di non essere alla loro altezza: gli allenamenti erano molto difficili e, anche se davo sempre il massimo, non sempre riuscivo a star dietro agli altri. Essere il più lento non mi andava giù, sembrava che tutti i miei sforzi fossero inutili. Mi sentivo piccolo e debole e odiavo il mio corpo che non mi permetteva di andare abbastanza velocemente e di sopportare la fatica.
All' inizio mi imposi una dieta iperproteica ma mi sembrava che più i giorni passavano e più i miei muscoli diventassero fiacchi.
Provai a risolvere questo “problema” iscrivendomi in palestra e presto finii per passarci ogni secondo libero, spesso arrivando stanchissimo agli allenamenti in piscina. Gli altri dicevano di vedermi molto più muscoloso ma io non riuscivo a crederci e continuavo ad invidiarli. Detestavo il mio corpo, ai miei occhi si rifiutava di crescere.
Avevo anche molta paura di ingrassare. Volevo diventare forte e muscoloso ma se c'è troppo grasso i muscoli non si vedono. Se mi capitava di mangiare del cibo fuori programma mi sentivo in colpa e contavo quante ore in più avrei dovuto passare in palestra per annullarne gli effetti.
Sognavo di poter mangiare e riposarmi come tutti gli altri ma mi dicevo che loro non avevano bisogno di fare quello che facevo io per avere dei corpi scolpiti mentre per me nemmeno bastava. Ero disperato, non riuscivo a capire cose non andasse bene in me.
Fu così che iniziai a prendere anabolizzanti. Sapevo che era sbagliato ma l’ unica cosa che per me contava era far crescere i muscoli, sarei stato disposto a tutto pur di avere un corpo che riuscivo a ritenere accettabile. Anche a diventare un drogato, perché, anche se non ne vedevo gli effetti, le dosi di cui sentivo di aver bisogno aumentavano sempre di più. Non lo facevo per barare, volevo solo smettere di farmi schifo.
Seguendo l’ illusione di diventare muscoloso ho distrutto il mio sogno: non parteciperò alle olimpiadi.
In questi giorni ho riflettuto molto su quello che è successo e sono giunto alla conclusione che ho un problema che è necessario risolvere. Appendo il costume al chiodo e inizio una nuova battaglia, quella per riprendere in mano la mia vita.
Crescerò, ma non nel senso che ho sempre dato a questa parola: diventerò forte, invincibile, e non avrò bisogno di essere muscoloso per mostrare al mondo il mio valore. 
Mi dispiace aver deluso le vostre aspettative ma probabilmente erano troppo alte per me. Ora è arrivato il momento di pensare a me stesso ed iniziare ad amarmi.
Io sono pronto.
Un abbraccio,
Manuel

--

Testo scritto da S.M.


giovedì 18 aprile 2019

Il peso della sofferenza


Ricordo perfettamente il giorno in cui ti accompagnai  dalla dottoressa dopo estenuanti tentativi di farti comprendere che non si può smettere di mangiare, avevi solo 15 anni, ho lottato con tutta me stessa per farti capire le sofferenze e le conseguenze che avresti subìto. Il dialogo non esisteva, mi imponevi di non fare domande, ma eseguire ordini dettati da quella voce che sentivi dentro che ti ossessionava e non avevi la forza di spegnerla, un’ossessione ai miei occhi inconcepibile e straziante. All'inizio non riuscivo a percepire la malattia non comprendevo cosa stesse succedendo, ricordo solo il senso di colpa, lo stupore per le tue convinzioni illogiche, lo sgomento di non trovare soluzioni per alleviare la tua sofferenza, ti vedevo dimagrire sempre più, ma continuavi a ridurre il cibo spezzettandolo minuziosamente  impiegando ore  a ingerirlo, bevendo contemporaneamente litri d’acqua e poi tanta ginnastica per bruciare calorie, il tutto condito dalla rabbia di non aver raggiunto il risultato. Il risultato alla fine arrivò un giorno in cui persi i sensi e dovetti ricoverarti in urgenza e poi lunghi mesi in vari reparti col sondino e la nutrizione parenterale. Rischiasti di morire mentre eri ricoverata ho temuto di perderti per sempre, per la paura ti coprii con tutto quello che mi capitava sottomano sciarpe cappelli, ti strinsi forte ma i tuoi occhi erano socchiusi intravede o le pupille miotiche non avevi riflessi non rispondevi a nessuno stimolo eri in stato d’incoscienza non sapevi neanche di essere al mondo. Provai rabbia impotenza e solitudine e il desiderio di urlare BASTA.

È dura lottare contro un mostro senza identità di cui non si conosce la causa ma che provoca effetti devastanti, i medici che ancora oggi ringrazio ti hanno riportato alla vita. Mi rivolgo alle persone che non conoscono la malattia, il D.A. non è un capriccio, non è voglia di dimagrire, è un disagio profondo un vuoto che nessuno riesce a colmare, è sentirsi inadeguati, diversi e non accettati da chi ti sta vicino. Un urlo silenzioso che provoca danni enormi. È un esperienza dura, difficile sia per chi ne soffre sia per la famiglia, provocando solchi profondi nell'anima, un dolore incolmabile come un lutto quotidiano, noi combattiamo ormai da 3 anni e 8 ricoveri. Oggi stai meglio ma voglio pensare al futuro e non più al presente. Sono la tua mamma e vivo sotto scacco della malattia ma guardo il mondo con occhi diversi. Vorrei poter aiutare le ragazze vorrei dir loro “non siete sole e non siate sole”, figlia mia ti ripeto spesso “non mollare mai non lo meriti tu sei diversa, hai una marcia in più”, hai mostrato coraggio e forza mentre attraversavi un mare in tempesta aggrappata con le poche forze ad una zattera nella speranza di non affondare, mentre i tuoi coetanei ignari trascorrevano una vita spensierata con gli amici, la famiglia fra risate scherzi e la quotidiana serenità com’è giusto che sia per la vostra età. Vorrei aggiungere inoltre che chi soffre non ha bisogno di sentirsi additato come “diverso” ma ha il desiderio di essere ascoltato e coinvolto nelle amicizie senza essere giudicato e quindi venire condannato 2 volte.
 
Una mamma



domenica 14 aprile 2019

L'A B C sbagliato



Cara Elisabetta, 
in questa fresca serata di silenzio, senza luna e con delle nuvole a disegnare strane figure nel cielo, ti scrivo per dirti che non è stata colpa tua.
Quando una vita è scritta in un altro alfabeto e non con quello dell'amore, è così che va a finire. È morto papà, un tumore inguaribile: “E’ volato in cielo”, ti hanno comunicato quella mattina nebbiosa. Freddo pungente. Tu, bimba, che avevi appena imparato a scrivere, hai creduto di esserne la causa. “Pensiero magico infantile”, ti hanno detto anni dopo, ma tu, cerbiatto indifeso quale eri, avevi interiorizzato l'idea di essere portatrice di morte. Impugnata una falce, hai indossato un saio nero e hai ricoperto i tuoi boccoli con un velo scuro: eri la Nera Mietitrice. Hai smesso di parlare, dovevi scomparire.
Quando una vita è scritta in un altro alfabeto e non con quello dell'amore, è così che va a finire. È il giorno del tuo decimo compleanno e tua madre, bussando alla porta della camera, dice di avere una sorpresa per te. Illusa e speranzosa, sei uscita dal rifugio, e, subito, tra le sue mani, hai notato un cesto colmo di dolcetti. Freddo pungente. Indossata una maschera, con il ghiaccio al posto del sangue, hai ringraziato sorridendo ed hai accostato le sbarre della tua cella, senza sbatterle, dovevi essere una bambina rispettosa. I tuoi occhi, che urlavano a squarciagola, sono passati inosservati. Avevi fame, di altro. Desideravi un abbraccio. Una pioggia di lacrime amare ha iniziato a solcare il tuo viso.
Quando una vita è scritta in un altro alfabeto e non con quello dell'amore, è così che va a finire. Hai aspettato a lungo la fata turchina o un principe azzurro con un cavallo bianco, ma la speranza si è man mano affievolita fino a scomparire. Allora hai accettato caramelle da uno sconosciuto e sei salita sulla giostra. Si sono accese le luci. È partita la musica. Il marchingegno ha iniziato a girare, sempre più velocemente. L'inizio dell’apocalisse. Un frutto del peccato basta per una settimana. Questa è la tua lucida follia. Fai trenta giri del campo e stai meglio.Ti convinci di avere il controllo, ma è il controllo che ha te. Diventi sempre più piccola. Le vertebre pungono. Il maglione che indossi sembra appeso ad una gruccia. Chiudi gli occhi. Ti ritrovi con lo stomaco gonfio. Flash. “Cos’è successo?”. Flash. Non lo sai, vuoi solo liberarti. “Vado a fare una doccia”, dici. Esci dopo un'ora, distrutta.
Quando una vita è scritta in un altro alfabeto e non con quello dell'amore, è così che va a finire. In cerca di una parvenza di normalità, vai in giro per negozi e ti sembra di essere al Luna Park. Specchi deformanti ovunque. Ma non sei in un parco giochi, sei nel mondo reale. Lanci un muto urlo disperato. Vuoi scendere dalla giostra, non è più divertente, ma non puoi. Sei incastrata in un incubo. Doveri ed oneri. Obblighi e dettami. Il piacere è negato, abolito. Perdi capelli come perdi amicizie, apri il cassetto e non ci sono più sogni, smarrisci la voglia, la voglia di vivere. “Occupa una piastrella”, ti dici. “Non meriti nulla, sei un peso”, ti ripeti. Inizi a giocare a tris sulle tue braccia.
Cara Elisabetta, ti scrivo per dirti che, sebbene nella tua vita sia mancato il linguaggio dell'amore, non è la soluzione giusta continuare a mendicare attenzioni parlando attraverso il tuo corpo, non è la soluzione giustacontinuare a torturarti in cambio di una mollica di affetto. Tu sei una piuma con il piombo alle caviglie. Tu sei il cigno che riflette elefanti di Dalì. Tu sei la ragazza di cristallo. Delicata e preziosa.
Prenditi cura di te.
Con affetto, te stessa. 

Elisabetta


mercoledì 10 aprile 2019

La torre dell'anoressia


"E ogni ostacolo che supererò sarà come un colpo d'ali e là io volerò"

Una delle tante, troppe paure che non ci permette di migliorare, è pensare che torneremo come prima, che se il nostro corpo torna ad essere quello che era prima della malattia, allora anche noi torneremo ad essere il tipo di persona che odiavamo. Facciamo il grande sbaglio di confondere contenuto e contenitore, il nostro animo con il nostro aspetto. Ma una volta che l'animo cambia non sarà mai più lo stesso, anche se viene messo dinuovo nello stesso corpo di una volta. Sempre nello stesso bicchiere puoi metterci l'acqua, ma poi anche dell'aranciata, del vino, qualsiasi cosa tu voglia bere, qualsiasi cosa tu voglia essere.

Vorrei interrogare sia la Me passata sia la Me presente, perché reputo si debbano sempre sentire due campane e diverse visioni di un unico argomento. Do la parola all'Elisa del passato, che di paure ne sa molto più di me ora.

"Se per guarire devo ritornare in quel corpo, da cui è iniziata tutta la mia sofferenza, il mio dolore, il mio odio e cattiveria verso me stessa, be allora passo, me ne resto in questa zona d'ombra dove nessuno può vedermi o sa che esisto, qui dove la malattia è l'unica che mi capisce. È l'unica che conta con me le calorie e i chili da perdere, altrimenti chi mi aiuterebbe a farlo? Tiene il conto anche degli amici e amori persi, delle occasioni sprecate e delle lacrime versate, o forse di questo ha perso anche lei il conto. È l'unica che mi parla sempre e mi incita a spingermi sempre più in là, verso quel "sempre di meno" che non è mai abbastanza. È grazie ai suoi consigli che sono riuscita a costruirmi la mia bella torre segreta, e dopo così tanta fatica col cavolo che torno indietro, ho paura di tornare in quel corpo che non mi faceva sentire altro che la pesantezza della vita, la pesantezza del non sapere chi io fossi".

Ora invece sentiamo cos'ha da dire l'Elisa di adesso. 

"Cara Me, non posso darti torto. Essere al sicuro dai pericoli dei mondo ci fa sentire calmi e tranquilli, ci fa pensare che vada tutto bene e di avere la situazione pienamente sotto controllo. Ma ti chiedo, sei al sicuro da te stessa?
Vedo che sorridi con la bocca, ma lo stai facendo anche con il cuore? E poi,  non ti senti stretta in quella torre, tutta sola con il corpo esile che hai paura quasi a sfiorarti per non romperti? Ti dirò una cosa, tu sei già rotta, ad ogni passo che fai salendo quella dannata torre perdi pezzi di te. Arrivata in cima ti senti certo più leggera, ma cosa ti rimane? Ah, certo, hai lei, c'è sempre lei fedele al tuo fianco, che sciocca. Lei, sempre pronta a criticarti, a dirti cosa non va in te, a ricordarti cosa non sei, a contare con te quanto manca alla tua morte. E ti dirò di più, nessuno verrà a salvarti, nessuno scalerà la torre, ma non perché non ti stiano cercando, anzi, ti cercano da quando te ne sei andata senza salutare o lasciare un messaggio. Non verrà nessuno semplicemente perché non sanno dove sia la tua torre, da tanto bene l'hai nascosta. E dunque questa la vita che vuoi, la non-vita che hai scelto? Ora vorrei darti un consiglio, per quanto utile tu possa considerarlo: fa' un bel respiro e, senza pensarci troppo, corri giù per la scalinata e chiudi a chiave l'anoressia nella torre. Non la stai eliminando, non voglio che tu la uccida, voglio solo che la escluda dalla tua vita, una vita che potrai ricostruire grazie ai pezzi che troverai scendendo le scale. Troverai quelli che ti serviranno, perché quelli troppo leggeri saranno volati via, e quelli troppo pesanti saranno sprofondati senza lasciare traccia, cosicché raccoglierai solo quelli che riuscirai a sollevare senza fatica. E credimi, uscita da lì respirerai a pieni polmoni la vita, respirerai l'amore di chi ti stava aspettando e non ha mai perso la speranza di riabbracciarti, rientrerai nel tuo corpo che ora sarà degno di questo nome. Ma dentro, dentro non sarai mai più la stessa. Sarai migliore
."

Elisa


lunedì 8 aprile 2019

Io sono Luna


Mia dolce Ana,
Ne é passato di tempo eh?
Come stai? Mi chiedo dove tu possa trovarti in questo momento.
Insomma dove sono tutte le promesse che mi avevi fatto? Dov'é finita quella che credevo la mia migliore amica?
Una compagna di viaggio, una fonte di ispirazione, un accumulo di speranza...
Con te ho trascorso quelli che credevo i miglior peggiori momenti della mia vita sempre, se così possiamo definirla.
Credevo di aver imparato tutto da te, ma in particolar modo cosa volesse veramente dire la parola: "Vivere".
La realtà é che invece hai fatto tutt'altro.
Mi hai insegnato a morire, ma non una cosa indolore, mi hai insegnato come trafiggermi e uccidermi lentamente.
Mi hai accecato, non vedevo più nulla se non te. Brillavi di luce propria, una luce oscura che mi ha trascinato sul filo del rasoio.
Con te tutto quello che all'apparenza sembrava impossibile, riusciva invece a prendere vita.
Pensavo di aver finalmente incontrato una persona che non mi avrebbe mai abbandonato, ma poi con il passare del tempo, mi sono resa conto che in realtà eri solo frutto di una mia fantasia malata.
Perché gli altri non ti vedevano?
Perché mi credevano pazza?
Tu c'eri, ne ero sicura.
Più mi guardavo in quel maledetto specchio, più trovavo la forza e il coraggio di andare avanti e più la bilancia scendeva, più sentivo di star meglio.
Avanti eh, mi viene da sorridere adesso usando questo termine.
Quello che equivaleva a un andare avanti per me, era in realtà un retrocedere per tutti.
Ma allora chiariamoci, che razza di amica é una persona che vuole trascinarti alla soglia di un dolore mortale?
Oggi, dopo quasi 3 anni che combatto con te, ho deciso di svelarti un segreto: "Hai tentato di rovinarmi e credimi ci sei riuscita, ma contro ogni  aspettativa mi sono rialzata e sono risalita da quel buco nero che mi aveva risucchiata".
Non vedevo.
Non sentivo.
Non respiravo.
Batteva il mio cuore? Non ricordo.
Ho dimenticato.
Ero circondata da numeri, conti e specchi, ossessioni e obblighi.
Passi e beh km... Ora sono solo cicatrici.
Le gambe facevano male, ma non volevo dar a nessuno la soddisfazione di ammettere che avevano ragione loro, che in realtà io stavo morendo.
Non era mai abbastanza, era sempre solo sufficiente proprio perché a causa tua la perfezione regnava sovrana nella mia mente annebbiata .
A pensarci ora però mi rendo conto di una cosa: "Non c'era niente di perfetto in te, in noi.. Cioé come può essere perfetto un mostro? Già la parola dice tutto."
Una ragazza di 16 anni, intrappolata nel corpo di una bambina di 10.
Che schifo eh?
E poi torni, anzi ritorni, con fatica, forza e costanza, ti rialzi, ma allo stesso tempo, al tuo ritorno dagli abissi, ti rendi conto che non sei cambiata solo tu, ma anche tutto quello che ti circondava.
Ana, dolce e devastante Ana,
Hai cercato di portarmi via tutto e no, non nego che in parte ci sei riuscita, ma sai una cosa?
Non ero io.
Io sono Luna, non sono te.
Avevano ragione tutti, in realtà tu non esistevi.
Eri solo una stupida e tremenda malattia mortale  che aveva preso vita nel mio corpo, forse per esternare un dolore che neanche io riuscivo a comprendere.
Ma é proprio quando tocchi il fondo che decidi di rialzarti no?
Insomma che senso ha guardare il mondo al contrario?
È così bello quello che ci circonda e non importa se ancora non lo vediamo, non importa quanto tempo ci metteremo per vederlo...
La cosa importante é che prima o poi torneremo a vedere e non solo, ma anche a sentire.

Chiudi gli occhi e ascolta, ascolta il tuo cuore che batte di nuovo e sii orgogliosa del fatto che ancora produce un suono musicale e poi guardati intorno e decidi cosa farne della tua vita, ogni secondo é prezioso, perché in un solo secondo tutto può cambiare.
Ho sempre avuto paura di perdere le persone e ne ho perse fin troppe, ma perderti Ana credo sia stata la cosa migliore di tutta la mia vita.
Non nego che guardandomi allo specchio qualche volta la mia mente non si ricordi di te e non nego neanche che tutte le paranoie che per anni mi hanno accompagnata siano del tutto sparite, ma questo non vuol dire che io non possa averle piano piano abbandonate.
Sei quello che sei perché sei una ed unica.
Sei quello che sei perché il passato ti ha formato e quando ha visto che eri pronta ti ha abbandonato.
Sei quello che sei perché quando ti svegli alla mattina decidi tu se sorridere o meno, decidi tu come affrontare la giornata.
E sarai quello che sarai perché tu e tu soltanto potrai decidere cosa diventare.
Abbiamo una sola vita e ci sono già abbastanza sofferenze, guardati intorno e cerca di recuperare tutto quello che hai perso.
Ti dico una cosa però: "Ana lasciala lì, non era reale, tu sei una persona, non una malattia".
Non é un arrivederci
Il nostro é un addio.

Con affetto e un tocco di paura
La tua vecchia Luna.


mercoledì 3 aprile 2019

Cara anoressia...


Cara anoressia,
È un da un po' che ci siamo perse di vista. Non posso negarti che a volte ancora ripenso ai momenti passati insieme. Al bene che mi hai fatto. Alla forza che mi hai dato di evitare di affrontare il mondo, le responsabilità, la vita. 
Però c'è anche un altro lato di te che non posso dimenticare.
Non posso scordare il fatto che eri punizione e causa della stessa. Non mi hai fatta sentire all'altezza, mi hai fatta sentire sbagliata.
Mi hai illusa, facendomi credere di non meritare niente. Mi hai fatto male, o meglio, mi hai fatto credere di meritare il male che ho lasciato mi autoinfliggessi. Mi hai fatto perdere la mia adolescenza oltre che il peso e l'appetito.
Mi hai illusa facendomi credere di essere invincibile, di non aver bisogno di niente e nessuno. Dovevo bastarmi da sola, se mi sentivo debole un cucchiaino di miele era l'unica arma a me concessa.
Però sai una cosa? Hai presente i miei genitori? Quelli a cui urlavo contro quando mi chiamavano a tavola per mangiare un pugno di riso scondito? E i miei amici? Quelli con cui non uscivo più perché mi vergognavo? Beh loro in realtà non se ne sono mai andati, anche se "grazie" a te ero convinta del contrario.
È grazie a loro, e a tutti quelli che mi hanno aiutata a rendermi conto che non avevo bisogno di te per essere me stessa, è grazie a loro se sono qui a scriverti, ora.
Mi hai fatta vergognare. Di come ero, di come stavo diventando, di come sono stata. Avevo paura, ero terrorizzata all’idea di chiamarti con il tuo nome. Ero convinta di non avere alcun problema, di stare bene. Se stare bene era non riuscire a guardarmi, non avere la forza di andare a scuola, non riuscire a ridere, sentirmi sempre in colpa, allora avevo ragione, stavo bene.
Mi hai fatta concentrare su di noi, su di me e su di te. Tutto girava intorno a al desiderio del nulla. Un’anestesia totale. Ho fatto si che mi lasciassi condizionare così tanto da una cosa di cui nemmeno osavo pronunciare il nome. Ancora non so come me lo sia lasciato permettere, ma spero di capirlo presto.
Con te al mio fianco ho conosciuto la sofferenza. Non solo la mia e delle troppe ragazze che ho conosciuto, ma anche quella di chi ci stava intorno. Di chi guardava da fuori senza poter fare nulla. Di chi ci guardava negli occhi e vedeva sguardi persi, affamati di cibo e di vita, terrorizzati dallo stesso cibo e dalla stessa vita. La sofferenza di chi ci stringeva tra le braccia con la paura di farci male. La sofferenza di chi ci parlava pesando le parole per il timore di dire una parola sbagliata. La sofferenza di chi aveva il coraggio di metterci davanti alla realtà che ci ostinavamo a non voler vedere. La sofferenza di chi tornava nonostante tu mi lasciavi credere di poter farcela da sola. Eri al mio fianco ma non facevi male solo a me.
Guardami ora. Non ti mentirò dicendoti che sto bene, ho smesso di mentirmi a riguardo. Sono insicura, vado in ansia facilmente, sono tutto fuorché perfetta. Ci sono giorni che passo nel letto a guardare film e giorni in cui non riesco a stare ferma trenta secondi di fila. Eppure sono serena. So di non essere perfetta, ma so che se il prezzo per la perfezione siamo io e la mia felicità, allora non ne vale pena.
Sicuramente mi hai resa più consapevole, ma in quella consapevolezza c'è anche la certezza di non aver più bisogno di te.
Perché i problemi non spariscono se scappo, si accumulano e basta. E prima o poi dovrò affrontarli, con o senza di te ma, non prendertela, senza di te è meglio.

Alice 

domenica 31 marzo 2019

Una Margherita d'Inverno




Cara Marghe,

sei stata un fiore bisognoso, talmente fragile da spezzarsi semplicemente con una folata di vento. Nessuno ti ha annaffiata, accudita, nessun raggio di sole ti ha sfiorata. Ma anzi ti hanno calpestata senza riguardo e senza pietà.

Sei nata come un bocciolo colorato, pieno di sfumature pronte a sfoggiare la loro bellezza. Purtroppo qualcosa è andato storto, non sei mai sbocciata.

Crescendo, sei diventata sempre più sensibile e fragile… Fino ad ammalarti. Forse per la poca sicurezza in te stessa, forse per il poco amore ricevuto, forse per attirare l’attenzione, per essere finalmente accudita da qualcuno.

Ricordo quanto eri esile, ammaccata, sola. Eri completamente soggiogata da colei che ritenevi tua amica, l’anoressia. Sei stata catapultata nel mondo delle ossessioni, delle paure e del masochismo.

Numerosi ricoveri, pianti isterici, disperazione, urla, tagli, sangue…

Ricordo quanta ansia avevi durante la giornata. Iniziando dal mattino, su cosa metterti perché dovevi indossare qualcosa che potesse contenere grandi quantità di cibo; l’ansia su dove ti avrebbero messa in “sala terapia”, perché se eri di spalle alle OSS non avresti potuto nascondere; le camminate in giardino a temperature disumane; le comparazioni su chi era più magro, su chi mangiava cosa. Ma il panico maggiore arrivava al momento dei pasti, in particolare pranzo e cena. Oh, quanto olio su quelle vaschette di plastica bianche… quanto cibo, rispetto alle altre. Eppure in quella maledetta vaschetta c’era il tuo nome stampato. Non potevi scappare.

I pranzi più disperati, quelli domenicali. Ritenevano che la domenica doveste mangiare cose più “elaborate”, perché così funzionava in una famiglia tradizionale. Così, spesso avevate Pollo arrosto con Patate al forno; o pomodori ripieni di tonno e verdure grigliate… un incubo. Quante volte, hai desiderato morire.

Troppa sofferenza per un fiore piccolo come te. Tanti ricoveri salva vita, ma nessuno che ti abbia aiutato veramente. Ciò che ti ha salvata, è stata proprio la vita. Perché un giorno hai detto basta, hai preso le redini e hai iniziato a lottare veramente. Ti sei resa conto che era importante capire il senso della tua esistenza, non annientarti. Perché tutti noi abbiamo un senso. E dobbiamo trovarlo, a costo di stravolgere la propria vita.

Tu ti sei messa in gioco, hai lasciato da parte tutto il resto e ti sei data un senso. Ti sei posta mille domande che alla fine hanno avuto risposte. Tante cose ancora sono irrisolte, ma l’unico modo per risolverle è vivere. Giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, tutto si sistema e trova il suo equilibrio. Importante: saper aspettare.

 Paradossalmente il tuo senso è quello assicurarti che tutti stiano bene, ma senza uccidere ciò che sei. Il tuo lavoro come massaggiatrice, ti ha insegnato a schermarti abbastanza da non assorbire tutto il dolore degli altri ma allo stesso tempo sai alleviarlo.

Tutte le persone lasciate da parte in questi anni, erano ancora lì ad aspettarti. Capendo così che non sei mai stata sola. Che ti amano incondizionatamente. Compreso l’amore della tua vita, che hai allontanato bruscamente allora, ma che è sempre stato ad attenderti. E adesso siete finalmente insieme, stavolta per davvero.

Chi ti ama ti ammira, per la forza che hai avuto e per quella che hai ogni giorno. Alcune persone si sono confermate come ciò che credevi, ma non importa. Ne hai tante, tantissime altre.

Adesso hai chi si prende cura di te: TE STESSA. Hai capito che la persona più importante presente nella tua vita sei tu. E che, senza di te, niente funziona. L’equilibrio tra mente, anima e corpo… quel corpo tanto odiato, DEVE far parte di te. Senza ripudiarlo, senza devastarlo. E’ il tuo tempio e da tale devi trattarlo. Non ce ne sono altri, questo è e questo avrai.

Alla fine abbandoni tutte le tue paure e inizi a vivere, scoprendo che tutto ciò che un tempo ti terrorizzava, adesso sono semplici attimi che fanno parte della vita. Adesso ti emozioni per una giornata di sole dopo anni di pioggia, per un panorama mozzafiato o per un bacio inaspettato. Sei così piccola rispetto al mondo, eppure ti senti tanto forte da conquistarlo. Mentre prima eri un bocciolo difficile da sbocciare, ora sei un albero con solide radici. Ogni tanto si spezzano, ma ce ne sono altre mille a sorreggerti.



Questo va a tutte le anime fragili, che credono fermamente di essere schiacciate dall’universo. E’ vero, siamo un microcosmo rispetto al macrocosmo dell’universo, ma ciò non significa che siamo inutili. Dovete trovare il vostro senso e andare oltre all’apparenza delle cose. Perché dietro a quest’ultima c’è un vortice di emozioni e bellezze che, prima di darvi per vinte, dovete provare. Nel mio piccolo microcosmo, vi giuro che il bello c’è, dobbiamo solo imparare a vederlo. 

Margherita

sabato 30 marzo 2019

Ritorno alla Vita



Ciao Giammy,
così è come ti piaceva esser chiamato e ancora oggi, quando penso a te e ti parlo sussurrando nella mia mente, faccio attenzione a nominarti come tu più volevi. Sono trascorsi ormai sei anni e mezzo da quel freddo e buio giorno d’estate in cui volasti via da noi. La freddezza e l’assenza di luce di quel giorno riecheggiano ogni volta che provo a ricordare quell’estate così intossicata di angoscia, tormento e morte. Ricordi il primo giorno in cui ci siamo conosciuti, eravamo due ragazzini incoscienti di quattordici anni che stavano per iniziare una nuova avventura liceale, ignari di cosa ci avrebbe riservato quel futuro troppo colmo di sogni davanti a noi. Ancora ricordo quella gita in Sicilia, che ci bloccò tutti su un battello per 12 ore ininterrotte e ci costrinse a diventar abili scopritori dei metodi più innovativi di trascorrere più velocemente il tempo. Quanto sarebbe bello, oggi, che quelle 12 ore si fossero trasformate in 24, 48, forse anni, per bloccare inevitabilmente quel momento li, fissarlo eternamente su quel battello, per non farti più andare via, per non costringerci più a doverti vivere solo per mezzo di un sogno. Quella gita rimarrà eternamente impressa in me, coinciderà sempre con un punto di non ritorno, perché è da lì che la bestia “affamata” iniziò pian piano sempre più a togliermi cibo, amore, tempo e respiro. Tutto iniziò con la privazione di cibo, per quella bestia doveva essere sempre meno, sempre il minimo, sempre insufficiente a soddisfare uno stomaco che rimpiccioliva giorno dopo giorno. Il mio corpo non richiedeva più nutrimento, si preoccupava solo di saziare quella bestia di odio e rassegnazione, e più la bestia mangiava e cresceva, e più diventava vigorosa, imponente ed importante nella mia vita. Esistevo solo io e lei, dal puntuale risveglio mattutino, al puntuale addormentamento notturno. In quel giorno di agosto ormai la vera me esisteva solo in una piccola parte nascosta del mio cuore, perché la bestia era diventata così gigante da sovrastare ormai il piccolo corpicino in cui ero racchiusa. Quella piccola me in quella piccola porzione di cuore urlava terribilmente, voleva poter uscire di lì ed impossessarsi nuovamente del suo corpo, ma la bestia teneva quella gabbia d’oro saldamente chiusa. Mentre io ogni sera mi addormentavo, la bestia stringeva leggermente di più quella corda intorno al mio collo. Un nodo in più ogni giorno mi stringeva, più avanzava il tempo e più respirare diventava complicato. Non immagini quanto è stato difficile e quanto tempo è passato prima che riuscissi a scriverti, a parlarti, troppo offuscata dal senso di colpa e dal disprezzo che provavo verso me stessa. In quel maledetto giorno di agosto, mentre io vivevo la mia annichilente quotidianità anoressica, tu morivi, accasciandoti a terra davanti ai tuoi amici e non rialzandoti più. Da un lato c’ero io che da anni mi lasciavo morire lentamente, rifiutando la fortuna di una vita che denigravo e rinunciando adun futuro luminoso che spegnevo. Dall’altro lato, invece, c’eri te, un ragazzo con una strabordante voglia di crescere e sognare, che perdevi ingiustamente e precocemente dal nulla la tua giovane vita. Quante volte mi sono sentita indegna di essere viva, non sopportavo la rintronante consapevolezza che al posto mio potevi esserci tu. Qualche mese dopo che te ne sei andato, rinchiusa in un terribile reparto psichiatrico, con un sondino che mi fuoriusciva dal naso, ho trasformato quella rabbia che provavo verso me stessa in consapevolezza. Ho capito che io dovevo rinascere per entrambi. Nel momento in cui io ho deciso di vivere ho deciso di ESSERE, sia per me, sia per te. Il mio corpo è diventato il tuo corpo, le mie vittorie sono diventate le tue vittorie, i miei occhi sono diventati i tuoi occhi. 

Tua A.

mercoledì 27 marzo 2019

Lettera di una bambina affamata


Ciao Vita, 
è un po’ che non ti sento. So che non sei tu a nasconderti, ma io a fuggirti. Mi trovo nel pieno della dittatura della mente sul corpo, degli schemi sugli istinti, mentre tu sei da tutt’altra parte: fuori dalla mia testa, lontana dai pensieri. Adesso m’illudo d’incontrarti nell’adrenalina che provo quando avverto fame e non la soddisfo e un’energia mi scorre nelle vene sottoforma di euforia. Allora sì che mi sento lieve, ogni cosa rallenta e tutto diventa possibile, perché lo sballo della fame è simile a quello del primo bicchiere di vino: il buco nello stomaco diviene un anestetico, affondo le unghie nel vuoto fisico per distogliermi da quello emotivo. Sto scomoda nella pienezza perché, una volta soddisfatto il corpo, ci si ritrova faccia a faccia con i bisogni dello spirito e quelli sono ardui. Le carenze nutritive zittiscono quelle affettive, inghiottite per nutrirsi della propria repressione emotiva. La si ingurgita fino a implodere, la propria repressione e, dopo, non vi è più posto per il cibo: si funziona a fame. Può essere persino eccitante, la fame. Ci si può masturbare per ore, pensando a lasagne al forno e tiramisù, pizzette a sfoglia e pasticcini alla crema. Spalanchi la bocca, immaginando che vi atterrino dense colate di cioccolata nera, un fiume di piacere che ti regala più orgasmi che se pensassi al tuo ex. Godi di quel sapore rievocato, godi di non doverla pesare, quella cioccolata, di non dover pensare a quante calorie abbia. Visualizzi orge di cibo e ci sguazzi, finalmente libera.
L’anoressia è un bavaglio. Una stretta sulla bocca che non si limita a non farvi entrare il cibo, ma a non lasciare uscire fuori le emozioni. Ed è anche un tappabuchi: tolta quella esplode tutto, saltano quei delicatissimi, fragili ingranaggi che hanno contribuito a metterla in moto. E’ stato quando questi hanno iniziato a girare che ti ho allontanata, Vita: quando ho trovato nella privazione la risposta a domande poste da tempo, questioni aperte che chiedevano d’essere risolte e trovavano via d’uscita nel conteggio delle calorie. Ho preso tutti i miei vuoti, le mie mancanze e i miei abbandoni e ci ho arredato il tunnel umido e nero in cui mi ero impantanata. Nel mio petto fremevano paure, insicurezze e bisogno di certezze; io ho rilanciato con il controllo del peso. Quel peso che ho tolto ai miei sogni, ai miei progetti e alle mie ambizioni - e intanto ho reso te pesante. La mia Vita. E’ stata la paura a bloccare il tuo fluire dentro me: non credevo di poterne provare tanta - men che meno per la pizza, un tempo il mio cibo preferito, una festa di gioia e spensieratezza miste al profumo del forno a legna. In realtà c’è ben altro, sepolto sotto l’ansia per la farina, l’olio e il sugo. E’ soprattutto il mondo là fuori a farmi paura, credo. La verità è che ho terrore di guardare in faccia i miei sogni che si sgretolano, così lascio che a dissolversi sia il mio corpo. Almeno, di questa disfatta sono io l’artefice. Il cibo non è che un tramite, un cavo da tagliare per interrompere gli scambi con l’esterno, mettersi in stand-by e far calare una cupola di vetro su sé stessi, un po’ come la rosa della Bestia: io sono la rosa e l’anoressia la Bestia incapace di colmare quel vuoto, lasciandomi appassire in attesa che cada anche l’ultimo petalo, isolata in un rifugio a cui sono cresciute le sbarre. E, a furia di non aprire la serratura, ho dimenticato dove ho gettato la chiave - e anche di averla gettata. Eppure, quella che trovo nella fame non è che la tua misera, scialba ombra. Perché tu, Vita autentica, Vita pura, non sei fatta di schemi, regole e limiti autoimposti, né tantomeno di numeri, liste e pianificazioni esasperate. Tu non sei nella paura. Non sei nelle occhiaie, nella faccia smunta e nell’amenorrea.  Tu sei in quel volto che vorrei tanto riavere: nell’espressione serena, nel sorriso rilassato e, soprattutto, negli occhi che brillano nuovamente. Colmi di te.
Sei nell’odore dei pini, nell’innocenza di quelle albe d’estate confortate dall’aroma del caffè e del pane tostato. Sei nella sabbia calda di sole e nell’aria inebriata di mare. Sei su quel palco dove ti ho sentita più forte che mai. E nelle risate senza fiato, nell’uscire dagli schemi, nei programmi che saltano, nel farsi cogliere impreparati. Nei sapori, nel cibo che davvero nutre e appaga. Quello che non controlliamo è proprio ciò che ci tiene in vita: il respiro, i battiti del cuore, le emozioni che proviamo, la natura che ci circonda, i sentimenti che ci legano ai nostri affetti, l’amore che nutriamo verso le nostre passioni. Tutto questo è Vita, tutto questo sei Tu. Voglio accogliere con gioia la liberazione dal controllo, sentirti nella pancia e non scappare. Lo devo alla bambina affamata che c’è dentro di me e che esige nutrimento, cure, esperienze che soddisfino la sua curiosità. Io rispondo con l’elemosina, lascio cadere mezzo centesimo sul piatto per poi tornare ad ignorarla. Lei, però, sta imparando ad alzare la voce. A pretendere ciò che le spetta di diritto. Ed io devo trovare il coraggio di aprire le orecchie.
Mi manchi, Vita. E mi manco anch’io. Mi manca la bambina sognatrice, la ragazza determinata. La voglio riabbracciare e scusarmi per averla spenta e messa da parte. E’ ora di cambiare arredamento a questo tunnel: smontare i quadri, buttare i mobili ricoperti di muffa. Dipingere scenari ricchi di colori e sfumature, piantare fiori e idratarli, nutrirli d’acqua, aria e luce. Perché io lo so che questo disturbo ha scelto la ragazza sbagliata. Se è vero che io non avevo programmato l’anoressia, anche lei non aveva messo in conto me. Deve capire con chi ha a che fare, che posso riaccompagnare gentilmente ma fermamente i miei mostri alla porta, rispedendoli al mittente. Aggrappandomi a te, stringendoti forte. Accettando la fame, i bisogni dell’anima e scegliendo di appagarli. Scegliendo quest’appetito per te.
Non voglio più accontentarmi dell’elemosina.

Roberta

lunedì 25 marzo 2019

Come un uragano



Ciao! 
Non so come iniziare e non so neanche bene cosa dire. È la prima volta che rompo il silenzio che mi ha da sempre accompagnato. Dico "da sempre" perché di anni ne sono passati un bel po’ da quel giorno, quello in cui non mi sembrava così sbagliato dimagrire un pochino, perché alla fine si tratta solo “di perdere qualche kg”.

Già, è così che ho iniziato io, avevo 15 anni e non so ancora spiegarmi bene che cosa non andasse in me, ma c’era qualcosa che proprio non mi piaceva. Era una sensazione forse, di qualcosa a metà tra insoddisfazione e inadeguatezza. Ogni tanto ci ripenso e mi chiedo se lo capirò mai. So solo che la sensazione di “potere” che ti travolge non appena ti rendi conto di avere il controllo del tuo corpo è diventata nei mesi l’unica voce che riuscivo a sentire. L’anoressia nasce da un piccolo sussurro, che piano piano ti attrae quando ti senti vulnerabile o sola, o quando ti senti inadatta, poco adeguata, insufficiente. L’unica cosa che devi fare è seguirla. Lei non ti tradirà mai, ha la soluzione apposta per te. Basta fare come dice. E poi “si può smettere quando si vuole”.

È talmente annebbiante che non ti rendi conto più di niente. I vestiti si allargano, le forze diminuiscono, ti manca il fiato anche solo per salire un piano di scale. Ma tu niente, continui, dritta, su quella strada. Dove ti porta non lo sai, ma non riesci a pensare ad altro che a percorrerla. Ti illudi che ci sarà una fine e che sarai veramente felice. Quindi continui, perseveri, controlli. Controlli il peso, le calorie, i movimenti, “se mi pettino i capelli così nessuno si accorge che me ne sono caduti così tanti”. La tua intera vita ruota intorno a questo. E nel mentre non riesci neanche a renderti conto di cosa stai perdendo. Di tua madre che vede sua figlia scomparire.

All’inizio sembra super: ti senti piena di possibilità, in grado di fare tutto. Ma poi dimagrisci e Anoressia non è ancora contenta. Devi fare di più. L’anoressia è diventata un lavoro a tempo pieno. Trascorri la giornata a contare le calorie, a pensare a cosa fare, a raccontare bugie su bugie alle persone che sono preoccupate. Non capisci neanche tanto bene il perché di quella preoccupazione, perché tu “hai tutto sotto controllo”. E poi, c’è una cosa che credo non dimenticherò mai: quella sensazione di freddo perenne che ti pervade in ogni momento.

Non riesci a smettere, sei esausta, mentalmente a pezzi. Intorno a te ti pregano di farti aiutare. Ma è questa la tua vita? A un certo punto qualcosa si rompe. Perdi il controllo. Come finisce questa storia? Non lo so ancora, è una battaglia di tutti i giorni. Mi sono resa conto che forse non è mai possibile debellare un disturbo alimentare, credo che se ti ammali questo diventi parte di te. Forse la porteremo sempre dentro di noi. E allora penso che da questo forse possiamo imparare. Imparare a guarire, imparare a credere in noi stesse, imparare a combattere con la forza di un urgano, imparare che dopo ogni discesa c’è una salita tanto dura quanto appagante quando si arriva in cima. 

Un giorno, uno di quei giorni in cui pensi di non farcela, un mio amico che non smetterò mai di ringraziare per quanto mi ha aiutato, mi ha detto “no man is an island entire of itself”. Per cui vi dico, fatevi aiutare, lottate, abbiate la forza di risollevarvi e cambiare le cose e non abbiate paura di farvi scaldare da quella famosa luce in fondo al tunnel.

Sara

venerdì 22 marzo 2019

Senza prova evidente


Li sentivo i brusii, le risatine e poi la prof, quella di matematica mentre eravamo tutti in fila aspettando suonasse la campanella “ma com’è che sei così grassa?”. I medici, i parenti, chiunque mi conoscesse, perché io ero quella grassa, quella enorme, quella del “ma non la fai la dieta?” racchiuso in un sorriso mesto di commiserazione.
Ma che ne sanno loro del buio che ti avvolge quando non ti guardi più allo specchio, della paura della luce che possa mostrarti così come sei, mentre affondi le mani e la bocca nella tua nascosta disperazione. Sono solo io e le mille carte chiuse nel cassetto di qualsiasi cosa che possa riempirti lo stomaco, sfondarti lo stomaco, avere quella sensazione di pieno che non riesco a darmi da sola.
Ancora una volta sono solo io e la mia vergogna. Sono solo io e la luce, quella confortante del frigorifero, quella degli scaffali dei supermercati, immensi e sempre accessibili.
Piangi? Cosa piangi? Non piangere, sono forte. Sono più forte anche di tutto questo, devo resistere a tutto il mondo fuori - voglio nascondermi, mangio. Voglio diventare invisibile, mangio -. Tutto si incrina, la vita è il rumore di uno specchio che va in mille frantumi ed è impossibile non guardarsi mille volte ora. Ma quello che si rompe può solo creare qualcosa di nuovo: sono bella, sono io. Sono la persona che desidero essere, mentre la luce riassume toni più naturali, riesco a vedere il sole. Esco a vedere il sole.
La mano tesa è solo la mia e la vedo con i miei stessi occhi che tanto mi hanno mortificato; la bocca serve a parlare, a chiedere aiuto non solo ad afferrare dalla credenza la mia sicurezza mangiabile.
Un passo, due e poi cado. Tre, quattro: i giorni hanno tutti una fine, ma tanti vorrei non iniziassero. Ho le mani che tremano, ho caldo, ho freddo, mangio, non ho fame, sono un drogato. Il primo morso è la mia dose di felicità, poi non li conto più, non li sento più. Mi chiudo, ma non chiudo la bocca e le mani continuano nervose ad afferrare: paura, vergogna, spavento, disgusto. Provo disgusto per tutto questo, ma non posso smettere. Provo disgusto per me stessa e vorrei smettere. Smettere me stessa. Finire. Finirla qui.
Cinque, sei, forse non cado; forse si, ma mi rialzo. Cadere non è l’ultima cosa che farò.
Sette, otto, trenta. Trenta giorni senza binge. Trenta giorni di vita: quella vera. Quella che ti fa arrabbiare, che ti fa gioire, che ti fa stancare, ma perché è vita e sono io ad averne il pieno possesso.
Esco e vedo il sole. Sono diversa, gli altri mi vedono diversa: sono io. Ora sono io, sono me stessa. Sono nel mondo, occupo spazio nel mondo: non ho paura di farlo. Sorrido, parlo, mi muovo e sono affamata, si, affamata di ore che corrono troppo veloci e di sapori, odori.
Oggi, duemilacentrotrentasei giorni di vita. 

D.