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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

mercoledì 12 dicembre 2018

Rifiorire


Mi guardavo allo specchio e mi vedevo enorme, ingombrante, perfettamente in salute. Ma i medici e i miei genitori erano preoccupati, ed io non capivo la loro preoccupazione, non capivo le lacrime di mamma, non capivo le urla nell’ora dei pasti, non capivo la negazione davanti alla mia richiesta di fare una semplice passeggiata. Tutto stava precipitando, compresa la mia voglia di vivere, il mio peso, e la mia voglia di reagire. La felicità stava diventando qualcosa di lontano, un ricordo, un sentimento che non potevo più vivere per chissà quale colpa. Perché si, io mi sentivo tremendamente in colpa come se avessi fatto qualcosa di davvero grave, ma allo stesso tempo non riuscivo a capire cosa. L’unica cosa che sapevo, è che dentro di me si era rintanato un mostro, che mi diceva di non mangiare, che mi sussurrava di essere un fallimento, che mi trattava sempre male, che mi costringeva ad andare a camminare e fare esercizi. Mi sentivo così male, mi sentivo vuota, ricordo pomeriggi passati sul letto a guardare il soffitto, con dentro quella sensazione di malessere immenso.
L’anoressia non è solo l’atto di non mangiare o mangiare poco e determinate cose, l’anoressia è una patologia vera e propria, che logora l’anima, il corpo e la mente. Ancora oggi, nel 2018, sento dire da molte persone o leggo sui social network tanta disinformazione a riguardo, dunque sarebbe meglio che la gente prima di parlare si informasse. Perché di anoressia si muore, di anoressia si sta davvero male. Ho passato 5 lunghi anni in questo tunnel, sono stata in comunità, ho urlato, pianto, preso a pugni il muro, volevo andare via. Ma i miei genitori mi hanno dato la forza di restare, e non ci siamo arresi. Dopo la comunità sono stata in ospedale, e lì ho aperto totalmente gli occhi. Mi sono spaventata tanto, avevo paura di morire. Per la prima volta, dopo cinque anni ho capito la gravità della situazione. Ed ho deciso di prendere in mano la mia vita, per davvero. 
In comunità ho conosciuto molte ragazze con un dca, ho visto tante lacrime sui loro visi, ho visto corpi emaciati, ho visto persone urlare e correre via dalla sala pranzo, ho visto ragazze che camminavano ossessivamente in pochi metri quadri di stanza. Anche io iniziai a farlo. Dopo mangiato mi faceva sentire meno in colpa, e allora mi chiedevo in una stanza a caso e camminavo, come un cane in gabbia. Poi iniziai a farlo anche di prima mattina, quando salivamo al piano di sopra per fare colazione, io ci andavo venti minuti prima, e mi mettevo in una stanza, e camminavo in cerchio. Non mi sentivo una pazza, mi sentivo bene perché mi toglieva un po’di malessere e allora iniziai a farlo ogni giorno. Dopo qualche giorno però, le educatrici iniziarono a sorprendermi mentre camminavo, e ovviamente mi facevano uscire dalla stanza. A volte però, nonostante il loro richiamo, io continuavo, senza darne importanza. In comunità avevamo la possibilità di incontrare i genitori il fine settimana, dunque vedevo mia madre e mio padre il sabato o la domenica, e andavamo a fare un giro rigorosamente in macchina, come specificato dalle educatrici, nei paesi vicini o in qualche parco. Io però, abituata alle mie lunghe camminate, mi sentivo fortemente a disagio nello stare ferma, allora costringevo i miei genitori a fare delle passeggiate, brevi, ma avrei fatto di tutto pur di non restare seduta in macchina. Ricordo che una volta mi portarono in una villetta, con delle giostrine per bambini, io mi precipitai sullo scivolo e inizia a giocare, non curante della gente. 
Avevo 17 anni, ma dentro mi sentivo una bambina. Io volevo rimanere tale. Non volevo crescere. Di cosa avevo paura? Cosa mi bloccava? Spesso la psicologa della comunità mi faceva queste domande, ma io restavo in silenzio perché non sapevo proprio cosa dire. Durante le sedute ero distante. Volevo solo uscire da quella stanza e andare in camera a camminare. Quello era il mio principale obbiettivo della giornata, camminare, bruciare.
È davvero quella la vita che volevo? 
La vita è bella ragazzi, la vita va vissuta, non sprecata in una stanza a spegnersi sempre di più.
Abbiate il coraggio di rifiorire.
 
Cristina
 
 

martedì 11 dicembre 2018

La vera bellezza



A te che ti sei persa e ritrovata ripersa e amata. A me. 
Un mese che ero chiusa in quelle quattro mure con tante altre ragazze. 
Un mese, il mese che non vedevo l’ora che arrivasse, avevo promesso a tutti “un mese. Un fotutto mese.” 
Ma no era impossibile; chi in un mese sarebbe uscito? Nessuno, dovresti essere un mostro. Ma era proprio in quel momento che stavo vedendo da lontano quella luce verso la vita, stavo iniziando a capire cosa stavo vivendo. Cosa ho perso e stavo perdendo. Ormai era andata, ormai non potevo tornare indietro o cancellare il passato; era impossibile. Nessuno, nemmeno io, avevo previsto che il futuro doveva andare in una strada che portava nel buio. 
Io quella ragazza sempre sorridente. 
Io quella ragazza che voleva sempre fare casino. 
Io che parlavo sempre e nessuno poteva spegnere. 
Io che mi sono sempre fregata di quello che la gente pensava su di me. 
Ma purtroppo e non sempre la vita va nella direzione che vorresti e così è successo anche a me. Ero diventata triste. Non ridevo più, piangevo nell’angolo della mia cameretta. Volevo solo morire e scomparire da tutto e tutti. Mi stavo distruggendo. 
Ma è proprio in quel mese che capii tutto questo; prima? Prima stavo vivendo fuori e cosa me nè fregava, avevo tutto quello che volevo e sapevo che piano piano anche quello che voleva lei, che ormai da anni si stava impadronendo di me, stava capitando. Per fortuna ci furono loro, genitori e dottori e insieme alla mia forza, si misero insieme e continuarono a lottare portandomi in un ricovero specializzato; e poi quel lontano 27/03/2017 quando dissero che sarei uscita, che potevo tornando alla libertà. Erano stati duri; da un mese a cinque fottuti mesi. Ma per fortuna lei se nè era andata e la mia vita era tornata. 
Conclusi la maturitá, andai in vacanza con i miei amici, tornai a lavorare come stagionale, feci tutto quello che avevo perso in quegli anni e quei mesi. E poi? E poi uno dei miei sogni, mi trasferii a settembre in una nuova città per l’università, dovetti affrontare un’altra vita. Tutto cambiò e qualche pensiero tornò. Ma io andai avanti sempre più forte. Ed esame dopo esame, finii il primo anno e felice dei risultati tornai nel mio paese per l’estate, ma eccola di nuovo e questa volta era più forte. Stavo male. Soffrivo in silenzio. Soffrivo dentro di me. Luglio, agosto, settembre 2018: “stupida sei tornata e ti stai rimpadronendo di me, ma io non posso, io non ti rivoglio, io voglio la mia vita vattene stronza.” 
Ed ecco di nuovo un nuovo inzio di università, il mio secondo anno; di nuovo una nuova realtà; in quanto dovetti cambiare coinquillina e abitudini, perchè? Perchè non era vivere come l’anno scorso con le miei coinquiline, ma questa volta era più dura, dovevo arrangiarmi tutto e per tutto. La maggior parte del tempo dovevo stare a casa da sola. Non era bello ma la mia forza di farlo per un mio sogno era tanta e cosi riniziai a combattere contro lei. Lei era sempre più forte, ma io ancora di più. 
E poi? Poi iniziai ad uscire con i miei amici dell’anno passato e conobbi un ragazzo. E lá iniziai a capire che non sono male, che posso avere anche io qualcuno che mi trovi “carina”, il punto? Che si devo rimettere su quei chili che ho perso in questi mesi, ma la paura c’è, ma allo stesso tempo la voglia e forse con qualcuno al mio fianco posso iniziare a capire cos'è davvero la bellezza. La bellezza care ragazze, non sono quelle ossa, ma è il vostro sorriso e la vostra felicità. Questa è la vera bellezza. Che se ne frega se siete poco più in carne. Voi dovete amarvi cosi come siete. Tutte, malattia o no, davanti allo specchio non si sentiranno come voglio, ma appena qualcuno ti fa sentire desiderata è la che capisci quanto puoi essere bella, ma con qualche chilo in più lo puoi essere di più. 
E questi chili non è che tu debba ingrassare, ma sono quelli che ti permettono di vivere meglio e con meno pensieri e soprattutto farti desiderare ancora di più. 
Ma proprio oggi 27/11/2018, due anni da quel “un mese e sono da voi; e poi nè passarono altro 4” ; che sto festeggiando, perchè fino a poco fa ero seduta in un’aula davanti a una professoressa a tenere un esame, non difficile ma neanche facile. Ed è stato proprio oggi che ho capito che devo credere di più in me; avevo paura di non farcela e invece un bel voto mi sono portata a casa. Ma proprio oggi ho capito che non sono un numero. Ma sono solamente io. Una ragazza che con la sua allegria riesce a essere bella e forte.

Francesca

 

domenica 9 dicembre 2018

Il "Mostro"



A volte mi chiedo se sono stata realmente forte! Se questa malattia è espressione delle mie debolezze!
Mi chiedo se mi ha permesso solo di nascondermi! Se mi ha dato scuse per non fare!
Poi ho questa immagine, avete presente gli sciami di api che volteggiano ripetutamente intorno a qualcosa, ecco immagino la mia testa avvolta da uno sciame di pensieri, io che credo che essere forte sia non provare alcuna emozione, e più filtro le emozioni e più lo sciame si intensifica!
E mi dico che non è stato facile vivere con quel brusio ininterrotto per così tanto tempo.
Sono stata cieca, sorda, pretenziosa, spietata, terribilmente affranta e annoiata!
Non sono stata sincera con me stessa, a volte nemmeno con gli altri, sempre a costruire meticolosamente il mio personaggio!
Mi sono rimproverata per i miei eccessi, per i miei insuccessi, per l'indifferenza di altri!
Non è stato facile vivere così.
Eppure sono andata avanti.
Nel silenzio ho sempre chiesto a me stessa di superare moltissime prove!
Sono stata così leggera tra le vite degli altri ed elefante nella mia!
No, non è stato per niente facile vivere così!
E mi stupisco, perché pensavo che quello che stava accadendo era solo mio, frutto delle mie scelte e del mio sentire! Ed invece il "teatrino della malattia" consuma il suo dramma in modo simile moltissime di noi!
Allora capisco che non posso darmi la colpa di tutto, che questa è proprio una malattia!
E capisco che devo avere rispetto di me stessa e di tutti quelli che la stanno attraversando!
Mi stupisco del grande lavoro che ho fatto per uscirne, di tutte le fasi che ho attraversato e di essere sopravissuta!
Forse ancora oggi non me ne rendo realmente conto!
È come oltrepassare un labirinto, ti senti spesso ad un bivio e non sai quale scelta sia giusta, a volte fai i conti con una strada cieca e devi ritornare indietro sui tuoi passi, ma in qualunque punto tu sia, non perdere mai la speranza di trovare l'uscita, magari pensi sia finita quando l'uscita è lì poco distante da te!
E poi penso che ho conosciuto il mio mostro, l'altra parte di me e ho imparato a conviverci!
Non potrà più sorprendermi, destabilizzarmi, sconfiggermi!
Ci sono persone che si spaventano di loro stessi, di quella parte che non comprendono!
Io la mia l'ho conosciuta, l'ho odiata, detestata, combattuta, mi sono data per vinta lasciandole tempo, energia, me!
Il "Mostro", non è altro che la parte più fragile di me, ha una voce che ho imparato a tradurre e mi chiede di non dimenticarmi più!  Di ascoltarmi!
Volevo essere una farfalla leggera e volare sopra la mia vita in modo incantevole! Ma sono invece molto di più! Sono un raggio di luce che riflette molte sfumature di colori!

Clara


giovedì 15 novembre 2018

La propria salvezza




"Rifiutarsi di amare per paura di soffrire è come rifiutarsi di vivere per paura di morire

Spesso, nella vita si muore più volte. Non sono morti fisiche bensì interiori. A seconda di come il nostro animo reagisce alle situazioni che viviamo, ci sono vari fattori che possono provocare una nostra morte. Una parola di troppo, una delusione da parte di chi amiamo, un brutto voto, un biscotto in più, la morte fisica di qualcuno che conosciamo, un fraintendimento mai risolto. La lista potrebbe continuare all'infinito, perché ognuno di noi assimila gli eventi in modo del tutto personale e diverso. 
La morte dunque ci circonda, è sempre in agguato e ci impedisce di uscire dal suo cerchio infernale, fino a che non riusciamo più a distingue cosa sia vita e cosa sia morte. Allora perché siamo in vita? Perche dovremmo vivere la nostra vita se intorno c'é l'esatto contrario di essa, che ci spinge a rifiutarla? La vita non ha senso di per sé, è un vero mistero, o se vogliamo dire una magia, e come tutte le magie ha il suo trucco per essere realizzata. La vita possiede l'amore. Dentro ognuno di noi c'è la possibilità di amare, e solo l'amore è in grado di abbattere le barriere di tutte queste morti. 
Mi direte, però anche l'amore fa soffrire, può causare una morte interiore. 
Ma questa sofferenza è la prova che siamo capaci di amare, e anzi dovremmo essere grati di provarla perché ci conferma che in noi c'è vita. In noi c'é la vita che necessita di essere accudita, coltivata, paradossalmente tenuta in vita, e non possiamo farlo se non le facciamo vedere la luce o se non la bagniamo ogni tanto con qualche lacrima. 
Inoltre, questo dolore ci dà la possibilità di ripagarlo con la stessa moneta, ossia amando. Nel vocabolario, una delle definizioni di amore è "(...) desiderio di procurare il bene (...)", creare dunque un bene che parte da noi per poter annientare il male fuori di noi, e non permettergli di entrare nelle nostre vite. E se il bene parte da noi, significa che prima di tutto l'amore colpisce noi stessi, e solo dopo averci toccati può essere donato al prossimo, cosicché lui riceva amore e sua volta sia capace di amare, perché solo quando uno si sente amato, è capace di amare, amare gli altri ma soprattutto di amare se stesso per primo. 
Forse all'inizio ce ne vergogneremo, non sapremo come trasmetterlo, ma con il tempo capiremo che non c'é niente di sbagliato ad amare, non c'é nulla per cui vergognarsene, al contrario. Così la ruota gira, il cerchio della morte pian piano si restringe fino a concidere con la vita stessa, un cerchio che ora può essere fatto di amore. 
E ogni volta che la morte si presenterà sotto gni sua subdola forma, ora sapremo come inscenare la nostra magia, e il suo semplice trucco merita di essere condiviso, perché la vita merita di essere vissuta con stupore, e non con paura.

Elisa
 

domenica 28 ottobre 2018

Dolce, meravigliosa Libertà.


“Arriva un momento in cui ti guardi alle spalle e non vedi solo sofferenza inutile ma vedi tutti i frutti nati da essa. Arriva un momento in cui, nonostante tutto il dolore attraversato, ti senti fortunata ad avere avuto la possibilità di fare un lavoro così profondo su te stessa, di esserti dovuta scontrare con una grande difficoltà che, anche se era iniziata come oscurità opprimente, ora è diventata calda luce del sole. Arriva un momento in cui il tuo cuore si scioglie in un dolce sorriso perché capisci che a vincere sei stata tu!
Allora ogni cosa acquista un enorme valore, anche la più piccola, anche la più banale. Tutto sembra diverso, e non perché sia il mondo esterno a essere cambiato ma perché sei cambiata tu. Inizi a vedere la poesia nascosta in ogni cosa, ad ascoltare la melodia luminosa della vita, a non dare più nulla per scontato. Sei felice, sei felice di essere libera, sei felice di poterti godere la meraviglia che hai attorno. Sei felice di essere viva!”
(tratto dal libro “Dolce,meravigliosa libertà”)

Gli occhi pieni di sole, il cuore pieno di affetto, l’anima piena di luce e la vita che lentamente riacquista un senso: questa è la vera rinascita. 

Rinascita significa libertà. 
Significa riuscire a trasformare una sofferenza che opprime, che distruggere, che non lascia respirare, in sofferenza che arricchisce e che apre la strada ad un meraviglioso cambiamento. 
Significa scoprire di essere ricchi di risorse per affrontare qualsiasi situazione. Forti come un uragano ma anche fragili come un battito d’ali. Resilienti come le piante che sotto la forza del vento si piegano ma non si spezzano, come alberi che cambiano le foglie a seconda delle stagioni ma mantengono forti e salde le loro radici. 

Rinascita significa dolcezza. 
Significa scoprire nuove prospettive attraverso cui guardare la realtà, significa conoscersi e riconoscersi in un mondo di cui prima non si voleva più fare parte. 
Significa scegliere di splendere come il sole, anche quando il dolore sembra voler spegnere ogni fiamma rimasta accesa. Decidere di utilizzare il fondo dell’abisso per prendere la spinta e nuotare verso la superficie. Lasciare che sulla sofferenza, sulla malattia, sull’oscurità sia la vita a vincere. 

Rinascita significa meraviglia. 
Significa saper sfruttare in modo costruttivo la difficoltà e saper cogliere nella crisi quello che di buono può portare. Significa poter finalmente riabbracciare la vita, riabbracciare questo dono prezioso faticosamente riconquistato per proteggerlo con dolcezza. Con la volontà di trasmettere un messaggio di speranza, ho deciso di racchiudere l’essenza della mia rinascita il un libro, “Dolce, meravigliosa libertà”. 
Mi auguro che la luce contenuta in esso possa raggiungere anche i cuori rimasti al buio, rimasti soli, rimasti bloccati in quel luogo di dolore dove la parola “felicità” ha perso qualsiasi significato. Che possa raggiungerli e contagiarli, dipingerli di bellezza, convincerli a lottare. 
Lottare per riconquistare la dolce, meravigliosa libertà che meritano. 
Lottare per riconquistare se stessi. ​
Lottare per riconquistare la Vita.

Elena

 

lunedì 22 ottobre 2018

Riconoscimento


Ho passato anni nel buio più totale, a essere un vegetale senza alcun tipo di emozione. L'unica soddisfazione che sentivo era la percezione di essere un dio, era quel peso della bilancia che volevo veder scendere a tutti i costi, era il senso di onnipotenza che provavo tutte le volte che avevo vomitato. “Ma ti vedi? Sei troppo magra! Sei uno scheletro!” Ma io non potevo vedermi, non potevo sentirmi perchè lei, la bulimia, mi aveva preso tutto!! Tanti anni passati a cercare il medico giusto, la pastiglia giusta per farmi guarire senza successo.... 
Ma a un certo punto arriva la cura: la psicoterapia di gruppo, dove non c'è un farmaco ma si guarisce dando voce al disagio interiore. Finalmente quell'urlo nel silenzio viene ascoltato e prende forma. La maledizione si allontana da me con molta fatica perchè non riesci a staccarti dalla malattia, perchè comunque lei è stata una stampella sicura e forte dove io mi sono aggrappata per tanto tempo.... E' strano dirlo, ma è come se, in un certo senso, lei mi abbia protetto. Poi il bruco che strisciava per non sentire le emozioni e paure diventa farfalla...svanisce l'illusione in cui vivi durante la malattia e per la prima volta arrivano le emozioni che avevo cercato di anestetizzare. 
E inizia il lavoro duro: ci sei tu e ci sono gli altri che non sono un piatto di pasta, ci sono gli altri con cui relazionarsi e non è sempre semplice. Ad un certo punto riesci a dare un senso a tutto, viene fuori gratitudine anche semplicemente per essere in vita, anche se provata duramente, sento gratitudine. Ma questo sentimento non basta, nel momento in cui esci dalla malattia ti scontri con le difficoltà e la quotidianità e il mio passato, la vulnerabilità delle mie emozioni non mi aiutavano, facevano crescere in me tanta rabbia......Cadevo continuamente ma così, cadendo e rialzandomi, diventavo sempre più forte. Poi grazie all'aiuto della mia Fede (Buddhismo) ma grazie soprattutto alla dottoressa Do che mi ha sempre sostenuto e aiutato, ho capito che la rabbia deve trasformarsi in vita, in sentimento propositivo, per cercare di costruire qualcosa e non distruggere. La parola che spiega meglio quello che vorrei è RICONOSCIMENTO. Non si possono lasciare le cose così, non posso immaginare una ragazza che si nasconde dietro al suo male o che si vergogni. Non posso pensare a un genitore disperato che ogni giorno vede consumare la propria creatura senza sapere cosa fare. Abbiamo bisogno di essere riconosciuti per tornare a vivere. Basta con questa morte, vivendo il frastuono dell'urlo nel silenzio. Vorrei una possibilità per me, per le altre, ma allo stesso tempo anche tu che stai di fronte a me, ti concederai una possibilità per conoscermi e capirti di fronte a me.

Anja

 

lunedì 15 ottobre 2018

Una vita senza numeri


Le nostre vite sono attorniate da numeri. 
Quel numero sulla bilancia, quel numero sul foglio del compito in classe, quel numero nel quadrante dell'orologio. Ovunque numeri. 
Puntiamo così tanto alla perfezione, a pretendere che in quel numero ci sia il nostro valore, la nostra dignità, ad illuderci che se abbiamo potere su di esso, lui non avrà potere su di noi. E dove prima nella nostra mente c'erano ricordi di momenti felici, di immagini proiettate nel futuro, di sogni ancora da realizzare, ora al loro posto ci sono solo fredde e apatiche cifre, che non comunicano niente se non un'instabile sicurezza. Così tutte le cose che ci caratterizzano, che ci rendono noi, svaniscono all'improvviso, spodestate dai numeri che ci danno certezza, la certezza che i sogni non erano stati in grado di darci. Però anche i numeri che crediamo amici ad un certo punto ci tradiscono.
Sì, perché anche loro cambiano, anche loro mutano, e non si può basare la vita su qualcosa di apparentemente stabile, perché é la stessa nostra Terra che non sta ferma, figuriamoci le cose che esistono su di essa. Le quantità hanno un valore diverso a seconda della scala con cui vengono lette, duecento grammi equivalgono a due etti, e teoricamente il numero due non può essere uguale a duecento; stesso discorso per l'ora, adesso qui sono le 23, ma in Australia è già un nuovo giorno che ha lasciato dietro sé le presunte perfette lancette dell'orologio. In tutte queste cifre ci riconosciamo perché non siamo più capaci di riconoscere noi stessi, né davanti allo specchio né quando proviamo a guardarci dentro, e pensiamo così di avere in mano la situazione, perché quel numero lo vediamo scritto nero su bianco, abbiamo la sicurezza tangibile che esista, a differenza della nostra esistenza di cui non siamo più tanto sicuri. Ed è questo il nostro sbaglio, dubitare del nostro valore. Dimenticare che fuori dagli schemi c'è altro, c'è la Vita, la Nostra Vita. Non sarà precisa, puntuale, sicura o stabile, ma è Vita. 
E vi assicuro che al mondo é l'unica cosa perfetta.

Elisa

 

sabato 6 ottobre 2018

Ascoltarsi.


Per "guarire" ci diamo moltissimi ordini, passeggiate, non mangiare oltre un certo limite, sopportare il vuoto, riempirlo velocemente e poi nasconderlo col silenzio.
Torniamo a letto incredule di averlo fatto, ci arrabbiamo e mortifichiamo e poi un'altra voce ci dice che domani sarà diverso!
Lottiamo contro di noi oltre che con il male!
Perché non ci ascoltiamo.
Perché non accettiamo le nostre ombre e dobbiamo splendere luce sempre.
Abbiamo bisogno di riflettere la nostra immagine e di vederci belle per sentire che ci siamo, viviamo, che la giornata vale la pena viverla!
E quando il riflesso non ci dice questo, allora non vale la pena niente, noi non siamo quella persona, ci sentiamo lontane da noi stesse!
Viviamo sempre attaccate al riflesso più bello di noi, ne abbiamo bisogno per accettarci!
Ma noi non stiamo in quel riflesso, in ciò che mangiamo, nel riscontro che abbiamo da parte degli altri!
Noi stiamo dove non è permesso a nessuno di entrare a meno che non gli apriamo noi.
Noi stiamo dove non c'è immagine, ma colori.
Noi siamo nella luce di un arcobaleno e nel buio della notte!
Non c'è specchio o bilancia, né regole e buoni propositi, ci siamo noi, nudi di ogni nostro artefatto!
Si guarisce quando ci si ascolta! Quando finalmente ci si sente liberi da dinamiche perché l'unica grande verità è quella che abbiamo accolto dentro di noi, l'unico riflesso che ci trasmettiamo è ciò che siamo dentro!
Ed il mondo non ci fagocita più, abbiamo la nostra strada da percorrere.

Clara


venerdì 5 ottobre 2018

Le emozioni senza voce


Volevo condividere con voi la mia storia. La voglio chiamare ‘le emozioni senza voce’, perché è così che sono davvero i disturbi alimentari. 
Sono emozioni represse che emergono sotto forma di questi mostri. Si, perché i DCA sono mostri, sono subdoli e ti fanno credere di non essere mai abbastanza, di non meritare nulla. 
Ti fanno sentire sola anche in mezzo a mille persone, ti fanno credere che sia meglio stare sempre sole, crogiolarsi nel nostro dolore. 
Vorrei ricordare il preciso momento in cui ho deciso di non mangiare più. 
Vorrei averlo scritto a caratteri cubitali sul calendario ‘SOFIA NON MANGIA PIÙ’. Magari se l’avessi fatto, mi sarei fermata prima di tutto questo, prima della mia morte interiore. Non ricordo nulla di quando la malattia mi ha preso tra le sue braccia, ricordo solo il freddo in piena estate, gli sguardi altrui e i continui pianti. Queste erano le mie giornate. 
Ho intrapreso il percorso in equipe, ho ricominciato da me, mi sono ripresa la mia vita. 
Sto lottando con le unghie e con i denti. 
Sto cercando di amarmi, almeno la metà di quanto mi amano quelli che mi stanno attorno. 
La malattia mi ha portato via tanto, ma mi ha mostrato la forza che ho dentro, la mia caparbietà e mi ha dimostrato quanto valgo. 
Quindi, in conclusione, lottate. LOTTATE sempre, che la vita è molto più bella se si è liberi da schemi e paranoie.

Sofia

 

mercoledì 26 settembre 2018

La mia strada



Mangiare tutto ciò che vuoi senza ingrassare.
Direi che è il sogno di chiunque e chi non lo vorrebbe? Peccato però che questo sogno si trasformi, poco a poco, in un incubo. Non ti accorgi di niente ma inizia a divorarti anzi, inizi a divorarti. Ciò che è una “cosa fica” inizia a diventare un’abitudine finchè non si trasforma in un’ossessione che ti porta anche a volerla far finita una volta per tutte. Hai paura di tutto ma soprattutto di tutti, dei pensieri altrui e credi sempre di essere nel torto e che il mondo l’abbia con te. “Tu devi stare male perché non vali nulla, devi soffrire perché non importa a nessuno di te. Sei sbagliata e sbagli tutto. Mangia fino a scoppiare perchè è l’unica cosa che sai fare”.
BASTA BASTA BASTA. Allora avevo iniziato a scrivere la mia storia con queste righe. Ho riletto più volte e quasi facevo fatica a pensare a ciò che dovevo scrivere quindi BASTA. C’è nel senso sta cavolo di Bulimia mi ha rovinata e sono stanca di doverne parlare in sto modo perché ci sto peggio. Io voglio guarire del tutto e che cavolo e parlarne in questo modo di certo non aiuta. Ho imparato che bisogna pensare positivo. La positività e il sorriso portano alla felicità e tutti noi vogliamo essere felici no?!
Fate una prova: provate a sorridere, così senza senso. Ma quanto si sta meglio? Zio canta a me scompare subito il magone che ho nello stomaco, poi va bè se rileggo sta frase penso di essere mongola :D. Comunque, questo per dire che sorridere fa bene e non ci deve essere sempre una motivazione per ogni cosa che facciamo o pensiamo. Basta avere la mente chiusa, basta comandarci a bacchetta, BASTA. Se poi proviamo ad urlare sta parola è una figata pazzesca, magari dove non c’è nessuno per evitare di passare per delle pazze XD.
Step successivo: sbattersene. Cavolo io ho passato anni e anni a pormi dei problemi solo per una cosa: LA GENTE. Cosa penserà la gente se faccio questo? Se faccio quello? Se mangio questo? Se penso a quello? MA BASTA. Ancora ora lotto contro me stessa per sto cavolo di problema, ho paura della gente, del loro sguardo e di ciò che pensano. Mi faccio dei viaggi mentali assurdi che a confronto un’agenzia viaggi non è niente. Che magari a sta gente non importa un fico secco di me e mi guarda semplicemente perché è strabica, o si è incantata oppure perché sono troppo bella :D. Ah e nel caso la gente abbia veramente da dire qualcosa contro di noi: SBATTIAMOCENE. Cavolo se dovessimo porci dei problemi per ciò che la gente pensa ciaone proprio.
In tutti sti anni tra psicologi e nutrizionisti mi sono resa conto che ciò che mi bastava erano ste due cose: SORRIDERE E SBATTERMENE DI TUTTO E TUTTI. La mia testa mi ha portata qua perché si è creata un’abitudine rigida senza di via sgarro. Ho scoperto che BISOGNA PARLARE E LA SOLUZIONE C’E’ PER TUTTO. Parlare dei problemi è una figata pazzesca perché quando inizi non finisci più, poi quando inizi anche a gesticolare è la fine :D. La cosa difficile di tutto questo? Accettare il pensiero altrui. Non tanto per il fatto di avere ragione o meno, che poi la ragione si dà ai matti si dice :D, ma per il fatto di non sentirci sempre sbagliate. In questo caso vale la regola dello SBATTERSENE e accettare semplicemente idee diverse, se no sai che noia :D
SBAMMM. Ovviamente ste cose io ancora non le faccio ancora bene bene, ci sono periodi difficili però BASTA. Basta sentirsi in colpa ma soprattutto BASTA sentirci fallite rispetto a tutti gli altri perché tutto ciò porta all’invidia e l’invidia e la rabbia sono esattamente l’opposto del sorriso. Si sta meglio a sorridere o a rimanere arrabbiati? Credo che la risposta sia ovvia. Quindi partiamo, partiamo da noi stesse a volerci bene e ad amarci. Come possiamo pretendere di stare bene con gli altri se non stiamo bene con noi stesse? Io credo che ognuno di noi sia egoista perché tutti noi vogliamo stare bene, se stiamo bene di conseguenza tutti quelli attorno a noi staranno bene, il sorriso è contagioso.
Mi sono rovinata con le mie mani. Ciò che più amavo, il motocross, l’ho lasciato andare e ripreso più volte. Ho lasciato andare delle opportunità e un grande sogno, tutto per colpa mia. Perché per troppo tempo ho sprecato attenzioni verso gente cattiva e sinceramente ho provato anche invidia. Un’invidia nei confronti di queste persone perché loro, a contrario mio, ci credono e forse anche troppo, ma lo fanno. Credere in noi stesse penso sia la chiave di tutto.
Ma ora BASTA. C’è quel sogno e lo voglio, Basta pensare al passato e Basta sentirmi fallita. Non voglio più quel magone allo stomaco e voglio sorridere e arrabbiarmi sempre meno se le cose non vanno come ho pianificato. Questo è ciò che dobbiamo fare: RIPRENDERCI TUTTO CIO’ CHE CI SIAMO PERSE.
Devo il sorriso ad una grande persona, che nonostante tutto è sempre stata con me ed è grazie a lui se oggi sto meglio. Trovate quella persona con la quale non dobbiate pensare a ciò che dovete dire. Ah, e che vi metta in testa la parola BASTAAAAAAAAAA.


Giada


martedì 18 settembre 2018

Fame di vita


Ho riflettuto diverse volte su come tutto può cambiare da un istante all’altro. Una volta riacquistata un minimo di lucidità mi sono interrogata cercando di capire perché io stessa abbia stravolto la mia vita. In notti in cui dormire mi è ancora difficile, provo con tutta me stessa a ricordare com’ero prima del mio buio. 
Mi aiuto con le foto, scorro nella galleria, cerco e trovo una me quindicenne serena, spensierata - forse anche troppo - e felice. Andavo ogni giorno a danza da quando ero uno scricciolo di cinque anni, con la scusa di dover fare lo chignone per i saggi tenevo i capelli sempre lunghi, ma così lunghi che ne andavo fierissima, e mi aggiravo tra i corridoi del liceo come una quintina ginnasiale pronta a spaccare il mondo. Mi ricordo che tra il quinto ginnasio e la prima liceo lessi Platone e Pascal e fu proprio quest’ultimo a innestare un semino di consapevolezza nella mia mente: “che cos’è in fondo l’uomo nella natura? [...] l’uomo non è che una canna, la più debole della natura”. E io questa debolezza l’ho percepita tutta ogni giorno di più, ho lasciato che mi prendesse lentamente e mi portasse via. Una debolezza che è anche tristezza, ossessione, paura. Una debolezza che è diventata disturbo del comportamento alimentare, rubandosi 12kg di carne, di serenità, di vita. 
Da un anno all’altro tutto è mutato. Sono cambiata io, sono cambiati gli sguardi su di me. Sono cambiate le parole, e le domande: “Ma Simo? Vuoi dimagrire ancora?” “Simo, ma mangi?” “Simo, così non va”. Sono cambiate le relazioni e le amicizie. La serenità lascia il posto alla frustrazione costante e al senso di abbandono. Perché innumerevoli volte mi sono sentita abbandonata, tradita e troppe volte ho attribuito la colpa agli altri e alla loro incomprensione, senza mai capire che forse un po’ di responsabilità l’avevo anche io. Per il mio ventesimo compleanno, qualche mese fa, ho scelto di indossare un vestito appeso nell’armadio di casa dall’estate del 2015 quando la bilancia segnava ancora 40kg. Ho scelto di indossarlo perché immaginavo il mio ventesimo compleanno come una rinascita.
Ma una rinascita non è possibile. Ho capito, subito appena indossato, che insieme al peso non necessariamente sarebbe tornata anche la spensieratezza innocente, e che il passato ti segna fino alle ossa. E siccome, come Nietzsche affermava, l’uomo non può dimenticare il passato, il proprio passato, ho capito che forse era il caso di affrontarlo, forse era giunto il momento di riuscire ad accettarlo. 
Io non posso rinascere, ma posso andare avanti. Posso riuscire a convivere con le mie ferite senza che queste intacchino ancora il mio presente. E io questo presente lo voglio vivere fino in fondo perché ho fame, tanta fame, di vita.

Simona

 

lunedì 17 settembre 2018

Il peso della leggerezza


Reputo che un cambiamento interiore debba essere accompagnato da un cambiamento esteriore. Che sia nello sguardo, con quel nuovo bagliore negli occhi, o con la sua perdita. Oppure nel tono di voce, ora vivo e attivo, ora spento e dimesso. E vi è un cambiamento a livello fisico. 
Ho fatto dei miglioramenti nell'ultimo periodo, e li chiamo miglioramenti perché mi sento e mi vedo meglio, su questo non c'è dubbio. Ho più forza per affrontare le lezioni di danza e dare il massimo per sentirmi appagata, e comincio a capire quando la mia fame è fame nervosa o solo pura e semplice fame. 
C'è un ma. 
Guardarmi e sentirmi in un corpo diverso, non necessariamente ostile, solo diverso da come l'ho conosciuto negli ultimi anni. Mi ripeto, é un bene, visto che un nuovo riflesso significa una nuova Elisa, un'Elisa che sto costruendo a fatica giorno dopo giorno. 
È un bene che non riesca più a stringermi il braccio o la coscia in una mano, o che non mi si notino più tanto le ossa delle spalle. Una piccola, direi microscopica parte di me però si sente disorientata, confusa, estranea in casa sua. Questo è il motivo per cui appena vedo la bilancia e penso di pesarmi, mi viene un groppo in gola ed abbandono subito l'idea, perché non so davvero che reazione potrei avere, e nel caso fosse negativa non voglio permettermi di buttare all'aria quel poco che ho conquistato, o se non altro quella carica che mi sta facendo tener duro nel mio percorso. 
Perché ci sentiamo così? Perché siamo terrorizzati dall'idea di stare bene? 
Ieri l'ho capito. 
Confondiamo il concetto di stare bene con quello di dimenticare ciò che abbiamo passato. "Ottimo, ora sono normopeso, normo è normale, sono tornato normale" 
E prima cos'ero allora? 
Sottopeso, schiacciato dai miei demoni, sommerso dalle mie angoscie e paure. 
Ma la domanda principale è: il dolore che ho provato era reale, oppure adesso che sto bene si è cancellato, è come se non fosse mai esistito? No. 
Dobbiamo essere onesti con noi stessi, ricordate? Quello che ognuno di noi ha vissuto è stato reale, altroché, altrimenti mi viene da pensare che non ci ritroveremmo in questa situazione. Siamo stati male, e nessuno può dire il contrario. 
Qui arriva il punto di svolta, un pensiero che non é superficiale ma, come direbbe Calvino, è "leggero": siamo disposti a sacrificare il futuro per un cazzo di passato che un futuro non ce l'ha?? 
Se mi chiedete come riesco ad andare avanti, come faccio ad accettare il normopeso, ebbene questa è la mia risposta. Sto accettando un nuovo futuro e sto accettando una nuova Elisa che sarà apprezzata e, perché no, amata per ciò che ha da offrire, e non per quello di cui ha bisogno.

Elisa

 

giovedì 13 settembre 2018

Cercare la luce



Ero la rappresentazione della felicità, anche nel silenzio facevo rumore, uno di quelli belli, eh già... Ero così!
Ero piena, di idee, di amore, di forza, di coraggio.
Avevo un nome, una personalità, ero il mio punto di rifermento. 
Il mio posto nel mondo era la mia anima potente e buona, camminavo con la fede tra le mani...
Come le perdi queste cose? Non te ne accorgi ma giorno dopo giorno, per ogni pezzo che perdevo si allegeriva la mia mente dalle cose belle e si creavano muri di dolore e solitudine. Ho chiesto a me stessa per tanto tempo di chi fosse la colpa, perché io di certo tutto questo non lo volevo. 
Daiiii chi vorrebbe essere incatenata in una gabbia dalle mille facce, nessuna delle quali é la tua ma solo di mostri che appaiono ad ogni ora??
Chi vorrebbe sopravvivere, invece di vivere a braccetto con la libertà? 
Il mio miglior amico in questi anni era proprio colui che mi faceva del male, cioè "la malattia", mi fidavo più di lui che di chiunque altro. 
Sto in silenzio, sorrido al mondo ma piango dentro, voglio smettere di essere qualcuno per le persone e iniziare a essere qualcuno per me stessa. Tra il dire e il fare in mezzo c`é un oceano intero di ostacoli, di dolore, eppure dicono che oltre il mondo è meraviglioso e io ci credo. 
Continuo a combattere nonostante le ferite, non ho potuto fermare chi negli anni mi ha calpestata, non ho saputo fermare la malattia quando ancora era solo un piccola ombra però il mio spirito sa benissimo che vuole vedere la luce e non smetterà mai di cercarla. 
Abbraccio tutti coloro che sono nel bel mezzo della battaglia, coloro che hanno vinto e quelle che non smettono di mollare.
 
Erika
 

martedì 11 settembre 2018

La storia della mia vita - Michela

 
"Che magra che ero!"
Era iniziato tutto così nell'estate del 2003 all'età di 15 anni.
Guardavo delle foto di quando ne avevo 10/11.
In effetti non erano passati chissà quani anni,ma il mio corpo era cambiato...stavo crescendo ed ero nella fase adolescenziale,la fase dei cambiamenti fisici,ormonali e le mille paranoie che quell'età può dare.
Era l'estate della prima superiore,a settembre sarei andata in seconda. Non ero un genio a scuola,ma me la cavavo:studiavo quel che serviva per ricordarmi le cose e quanto riuscivo a stare seduta. Sì perché per me stare ferma era sempre stato un "peso"...o meglio amavo lo sport fin da bambina (sul fasciatoio accennavo le capriole) e studiare ore e ore ferma era un supplizio. Fortunatamente avevo buona memoria (i bigliettini li facevo anch'io,ma sfido chiunque a dirmi che non ha mai copiato) e alternavo il tutto con il pattinaggio artistico a rotelle,sport che ho iniziato a praticare all'età di 7 anni. 
E' stato subito amore e passione per quegli stivaletti tant'è che dopo 3 mesi dall'inizio delle lezioni la mia allenatrice mi aveva voluto far fare la prima gara:ero portata dicevo... e devo ammettere che ci aveva visto bene.
Gli anni passavano,il mio corpo era sempre lungo e magro,soprattutto le gambe,erano kilometriche...e mangiavo in continuo ad ogni ora:un metabolismo doc!
Le mie giornate erano piene tra scuola,allenamenti e,nel tempo libero,a giocare con mio cugino ed i vicini di casa ad ogni gioco possibile: dal nascondino,ai 4 cantoni,al calcio...ero brava anche in quest'ultimo!
Insomma ho sempre praticato sport ed ero portata per ogni disciplina,per il movimento,per la competizione e le sfide.
Mia mamma lavorava dal martedì al sabato,anche nelle festività e domeniche ed io trascorrevo spesso il tempo nel suo salone: tagliavo i capelli alle barbie, mangiavo, leggevo,mangiavo, scrivevo, mangiavo...insomma se non si è capito qundo non sapevo che fare aprivo il frigo o le credenze per cercare cibo perchè con tutto il movimento che facevo avevo sempre fame...ma inmancabilmente dicevo sempre:"Qui non cè nulla da mangiare?!". In realtà è perché il mio stomaco aveva piu' spazio di quanto ne possa contenere il sacchetto della spesa.
Tutto filava liscio,ero una bella bambina,non nascondo che ero riempita di complimenti e ricordo ancora delle frasi che mi dissero quando ero in giovane età: "Farai la modella!"..."Purtroppo Michela avrà tanta invidia attorno nella sua vita per la bellezza e la sua bontà..."
No, non voglio fare l'orgogliosa o quella che se la tira,ma sono tutte parole che non dimenticherò mai perchè, soprattutto la seconda, si rivelerà negli anni come "sfondo" della mia vita, dall'adolescenza in poi.
Dicevo che era l'estate del 2003, il primo anno di superiori era andato bene: mi piacevano la classe e le materie, i professori erano bravi...alcuni non mi andavano proprio giu', ma era tutto nella norma. Stavo bene con me stessa, ma mi vedevo diversa e con qualche forma in più rispetto ad anni prima.
"Voglio tornare a come ero in quelle foto!" mi dicevo: questo lo sapevano solamente il mio inconscio e la mia mente e così iniziai a fare addominali un po' al giorno,così,per mantenermi in forma.
Ormai non andavo più spesso in salone da mia mamma perché ero grande e potevo stare a casa da sola...ballavo, ascoltavo musica e cantavo: nel mio piccolo ho sempre sognato di fare l'attrice, ma non ho mai fatto nulla per diventarlo...mi bastava essserlo sullle 8 ruote!
Ogni giorno mi ritagliavo un'ora per fare ginnastica e con il tempo aggiungevo esercizi ed ore: più sudavo, più mi sentivo felice e soddisfatta.
Ovviamente il cibo era diventato il mio chiodo fisso e, allo stesso tempo, il mio nemico. Limitavo i pasti e mi guardavo allo specchio ogni volta che mangiavo anche un piccolo pezzo di pane come a vedere se ero ingrassata:sembra una cosa assurda, ma la vedevo così la situazione...come se fossi io a decidere dove mandare il cibo nel mio corpo. La mia pancia non doveva gonfiarsi e pretendevo di sentire una sensazione di leggerezza come se fossi "vuota". 
Nel frattempo era arrivato Settembre e con la squadra di pattinaggio eravamo a Riccione per il campionato italiano aics. Era venuta anche mia mamma e, forse perché non mi osservava da tanto o forse perché era evidente, mi disse:"Guarda che larghi che sono quei pantaloni Miky...sei dimagrita troppo!". Dei pantaloni lunghi a righe bianche e azzurre. Non li scorderò mai. Era una a soddisfazione vederli perdere perché necessitavano di una cintura. Ma,in realtà a perdere stavo iniziando a farlo io. Quei kg in meno si stavano portando via i miei sorrisi,la mia sicurezza,la mia felicità.
Arrivò l'inizio della scuola. Le giornate iniziavano ad essere più corte e fresche,iniziò lo studio,le ore sedentarie alle quale non ero più abituata. I pantaloni dell'anno prima mi erano larghi,il mio colore preferito era diventato il nero,i sorrisi erano spenti come la luce nei miei occhi e la ginnastica aumentava sempre di più:non sudavo come in estate e,fino a quando non sentivo la maglietta bagnata non smettevo gli esercizi,raddoppiando quindi le calorie perse non assimilandone poi abbastanza. Mi stavo spegnendo senza sapere cosa stessi facendo,ma mi sentivo bene... fino a quando un giorno di novembre,il mese per me più triste che ci sia, arrivata a casa da scuola mia mamma aprendo la porta di casa mi chiese: "Miky cos'hai? Non vedi che sei troppo magra?". Lì mi sentii orgogliosa e allo stesso tempo debole. Iniziai a piangere e a dire che non ce la facevo più a fare tutta quella ginnastica, come se qualcuno me l'avesse imposta. Abbracciai mia mamma e le dissi che non volevo crescere. Volevo rimanere la bambina piccola e magra delle foto di quando avevo 10 anni. Dopo avermi detto che ero sempre bella e che stavo solamente crescendo, mia mamma la sera, prima di tornare a casa da lavoro, andò a prendermi l'ovetto kinder: da quanto non lo mangiavo! Mi sentii sollevata come se mia madre fosse colei che sapeva quanto e cosa potevo mangiare. Così iniziai a mangiare solo quello che mi faceva lei,ma non avevo il senso di sazietà. Il mio stomaco si era rimpicciolito e, mangiando più del dovuto, mi sentivo gonfia. Dovevo iniziare a fare come i bambini con lo svezzamento, pezzetto dopo pezzetto senza strafare. Da 30 kg che ero arrivata a pesare in circa 3 mesi iniziai a metterne su 15/20. Non mi sentivo più io, o meglio, ero "governata" da mia mamma: lei mi preparava da mangiare e io svuotavo il piatto. Se ero a scuola o da altre parti non mangiavo nulla senza di lei:era come se il cordone ombelicale si fosse riattaccato. Dove c'era mia madre c'ero io e la ginnastica ed il cibo erano misurati fino a quando lei non mi diceva "stop". Sì sembra una storia assurda, quasi come fossi un robot senza cervello, ma l'ANORESSIA è questo: un vortice che inizia pian piano, ti offusca la mente, ti fa capire che il cervello è più forte del tuo stomaco e senso di fame e soprattutto ti "brucia" l'ipofisi...così mi disse la psicologa.
Iniziai ad andare da lei nel periodo tra inverno e primavera quando avevo messo più kg del previsto e non riuscivo a concentrarmi e ad essere me stessa. Mi faceva il terzo grado ad ogni seduta per capire la realtà del mio problema. Ammetto che molte cose di quel periodo non me le ricordo perché il mio cervello era come assente. Sì veramente. Vivevo le giornate chiusa in casa a riordinare il cibo e guardandolo senza mangiarlo,ma solo a fare questo per me era come se fosse andato nel mio stomaco; allora ricomciai a fare addominali sul tappeto del salotto,spostando il tavolino per fare altri esercizi. Passarono altri mesi e i risultati si vedevano:dai 50kg ero arrivata ai 28. Ricordo quell'ago della bilancia che mi spaventó. Ma più di tutto mi spaventarono le persone che mi stavano accanto: mia madre aveva perso tanti capelli,piangeva e lavorava a denti stretti sperando che io riprendessi a vivere normalmente; mia zia mi mise davanti ad uno specchio facendomi notare le costole; mio cugino, per me come un fratello, chiese a tutti: "Ma Miky non muore vero?". Quella domanda così innocente detta da un bambino di 12 anni mi rabbrividí e ancora oggi mi fa scendere una lacrima. La morte. L'idea di morire per paura del mondo e di crescere. Quando questa nemica viene verso di te a passo spedito per toglierti la vita, inizi a capire che hai bisogno di un grande aiuto.
Le mie amiche si erano allontanate, per loro ero come diventata "contagiosa" quando invece avevo solo bisogno di un ancora di salvezza per essere capita e ascoltata. 
Un giorno mia mamma mi disse: "So che ti manca il papà...".
Scoppiai a piangere. Era quella la realtà di tutto. Non volevo dimagrire perché mi vedevo grossa. Volevo dimagrire per tornare piccola: senza pensieri, senza preoccupazioni. Non volevo crescere, avevo paura del mondo. Mi mancava la protezione di un padre, l'essere coccolata da lui. Eppure mi madre mi dava tutto questo, era ed è il mio eroe. Era ed è una mamma che fa anche da padre, ma la mancanza della figura maschile in casa mi rendeva debole come se nessuno mi potesse salvare dai pericoli della vita. "Il primo eroe per una figlia è il proprio papà": questa mancanza ha influito nella mia malattia ed è stata la scintilla della mia insicurezza.
"Fragilmente forte": così mi definivo e sono tutt'ora. Sotto uno sguardo dolce e la bontà che mi caratterizza,nascondo una forza incredibile. Dove voglio arrivo e ciò che desidero lo ottengo. Una forza che ho scoperto solo grazie all'anoressia: se non fosse stato per me, non sarei qui!
Sì,ho rischiato la morte e il mio angelo mi ha salvato. Lo fa ogni giorno. 
Mio nonno materno era il mio pilastro, era burbero, ma con me gli scappava sempre da ridere. Quando ha saputo che mia madre era incinta di me disse: "Che bello,un altro bambino che gira per casa!". A lui non importava se io avessi avuto o meno un padre,ci avrebbe pensato lui a colmare come poteva quel vuoto. Era il mio angelo in terra e poi lo è diventato per davvero. Era il 2004 quando iniziavo a stare meglio,mia mamma finalmente respirava e sorrideva vedendo la sua unica figlia autogestirsi...ma mio nonno iniziò a stare male e, nel giro di pochi mesi, ci lasciò. L'ultimo periodo non riconosceva più nessuno; solo una sera, quando andai a trovarlo a casa, mia mamma gli chiese se sapeva chi io fossi. Lui mi sorrisi e disse: "Michela!". Fu l'ultima parola che mi regaló. Da lì a pochi giorni morì e,inspiegabilmente,sentii dentro di me una grande forza. "Gli Angeli vanno in cielo per aiutare qualcuno in terra": era il febbraio del 2004 e, seppur con alti e bassi,da quel mese iniziai a prendere in mano la mia vita.
Un giorno stavo andando dalla psicologa,entrai nel suo ufficio e le chiesi:"Perchè continuo a venire qui?". Era la frase che lei aspettava da mesi. Stavo guarendo e credendo in me stessa.
Sono passati 15 anni circa da quando sono uscita dal tunnel nero che è l'anoressia e,se mi guardo indietro rifarei tutto,possibilmente senza far soffrire le persone che mi hanno sostenuta e amata con le loro attenzioni.
Con questa esperienza di vita ho potuto capire chi mi era veramente amico e chi lo faceva per comodità. Chi mi diceva: "Mangiaaa!!" o "Sei ingrassata, stai bene così!" senza capire il mio reale problema di identità.
Chili in più o chili in meno:non era quella la soluzione,ma riuscire a trovare il mio posto nel mondo,la mia strada senza conoscere una parte di me,senza mio padre.
Ringrazio anche il pattinaggio perché ha aiutato i miei muscoli a farmi stare in piedi: uno sport che dá tanto e che mi ha permesso di vincere titoli mondiali ed europei indossando la maglia della Nazionale Italiana, il sogno fin da bambina (che sono testarda e determinata l'ho già detto,no?!).
Avrei voluto fare l'università per diventare psicologa perché da un semplice comportamento,il linguaggio o lo sguardo di una persona riesco a capire se c'è qualcosa che non va e il perchè, ma ho seguito le orme di mia mamma e credetemi che essere parrucchiera non è molto diversi dall'essere  psicologi: soltanto un lavoro un po' più creativo!
Purtroppo il posto fisso ancora stenta ad arrivare perché il "Sei bravissima" non supera abbastanza il "Mi costi troppo".
Ma vabbè, siamo tutti più o meno sulla stessa barca e l'importante è non arrendersi mai. Nel tempo che non metto le mani nei capelli alle clienti, alleno pattinaggio: stare con i bambini ti toglie tutti i pensieri oltre a farti sentire amata e fiera di vederli mettere in pratica quello che insegni loro. 
La vita oggi giorno è dura:avere una propria casa e un lavoro stabile è cosa da pochi,ma ho superato di peggio e so che con la mia determinazione e volontà riuscirò ad ottenere tutto...come l'avere una numerosa e un marito che farà da eroe ai nostri figli come ho sempre sognato.
Ho deciso di raccontare la mia storia solamente ora perché non riuscivo ad iniziare a scrivere, ero bloccata e con la mente piena di parole da dire per cercare di essere d'aiuto a chi sta vivendo la mia situazione: perché purtroppo questa è una malattia riconosciuta, ma alla quale le medicine non bastano. Servono tanto amore, pazienza, il saper ascoltare le sofferenze, le mancanze e gestire le proprie emozioni. Sì perché ad essere colpiti dai disturbi alimentari sono i soggetti dal cuore grande e dalla lacrima facile, coloro che hanno un mondo da esternare, ma non sanno come farlo. Io ho trovato la mia salvezza nel pattinaggio, nel recitare su piste di tanti palazzetti. 
Auguro a chiunque di riuscire ad ascoltare il proprio cuore,di non basarsi su una bilancia ne riflettersi ad uno specchio. Sono arrivata a 30 anni con un gran bagaglio di esperienze, con tanta invidia per la semplicità e solarità (aveva ragione quella signora quando me lo disse da piccola) e quando qualcuno non riesce in qualcosa o pensa io non riesca ad ottenere un mio sogno, pronuncia la frase: "È impossibile..." lo guardo,sorrido e penso al mio passato. 
Per me nulla è impossibile, credetemi!
 
Michela
 

lunedì 10 settembre 2018

Rabbia, indifferenza e rassegnazione


Questa è una lettera come tante altre inviate qui.
Una lettera come tante altre, che condivide un punto comune: la rabbia e la rassegnazione.
La rabbia dell’indifferenza e la rassegnazione al destino.

Sono una ragazza come tante altre che soffre di anoressia, che vive in quel mondo fatto di ossa sporgenti.

In quel posto di vuoto, dove le bilance pesano le emozioni, la fame seda i sentimenti, i grammi pesano quintali e i mostri sono fatti di briciole di pane.

In questo mondo io ci ho vissuto per molto tempo, anni, direi.

Ma se c’è una cosa che non ho mai capito, è quanto il mondo possa rimanere indifferente di fronte a tutto ciò.

Io non ne sono uscita perché le istituzioni intorno a me non sanno come trattare il mio disturbo, e nelle mie vicinanze non ci sono strutture adatte.
Io sono solo una “vittima”.

Ma non riesco a capacitarmi.
Quanta altra sofferenza deve avvenire prima che qualcuno faccia qualcosa?
Le statistiche parlano del 30% di probabilità di guarire totalmente, è una percentuale molto più bassa rispetto ad altre malattie, ma allora perché così pochi fanno qualcosa di concreto?

Anonimo


domenica 9 settembre 2018

Mente e Corpo in un abbraccio


E se mi dicessi:
che Mente e Corpo non sono così distanti tra loro, non sono nemici ma anzi sono il team perfetto per preservarmi da possibili minacce?

Se mi dicessi:
che attendo da anni un corpo migliore, ma che il mio corpo da anni è qui e funziona benissimo! Mi protegge dagli attacchi esterni e mi protegge dai miei attacchi! Perché ogni giorno io mi alzo, sia che ho digiunato sia che ho vomitato tutto il sacrosanto giorno di ieri, sia che ho ingurgitato talmente tanto cibo da rimanere stecchita davanti ad un frigo!
 
Se mi dicessi:
che la mia Mente si è sbagliata? ...Ha pensato di proteggermi dal dolore dicendomi che potevo sopravvivere alle difficoltà solo rendendomi diversa e ha chiesto al mio corpo un sacrificio troppo alto e impossibile?
 
Se mi dicessi:
che voglio smettere di pensare a quello che potrei essere e iniziassi finalmente a concentrarmi su chi sono  dandomi finalmente la possibilità di esprimermi, liberando la mia mente da immagini e accarezzando di più il mio corpo.
 
E se dicessi:
alla mia mente che non è l'unica a comunicare grandi verità ma che dovrebbe ascoltare le verità anche del mio corpo, come la stanchezza, la fame, la tensione, le varie sensazioni.
 
E se dicessi:
che Mente e Corpo che si ascoltano vicendevolmente è finalmente ritrovarmi perché il corpo possiede la mia storia, quella dei miei antenati, accoglie ogni mia emozione, mi preserva da ogni minaccia e mi consente di agire, di fare e diventare qualcuno di diverso dalla storia che porto dentro!
E forse l'unica diversità alla quale mente dovevi aiutarmi a desiderare era questa!
 
E se mi dicessi:
che oggi, Mente, riabbracci il nostro corpo, ed io lo accarezzó e abbraccerò perché tu possa sentirlo parte di te, perché tu possa smettere di fargli lotta e ascoltarlo, perché tu possa aiutare me a sentirmi finalmente a casa!

Clara


sabato 8 settembre 2018

Siamo il nostro tesoro


Pensaci. Siamo tutti dei subacquei. 
Siamo ossessionati da cosa si nasconda nel nostro abisso, dalla perenne ricerca di quel qualcosa di irraggiungibile ma che, per lo stesso fatto di esserlo, incita ancora di più la sua ricerca. 
Nel momento in cui ci lasciamo andare, sentiamo il peso del nostro corpo che ci trascina giù, sempe più giù, mentre proviamo una piacevole sensazione di brivido. 
Alcuni di noi ad un certo punto si accorgono di essere scesi troppo, così si muovono e cominciano la risalita. 
Altri invece continuano a scendere, scendere nel buio verso l'ignoto tesoro che credono di poter trovare sul fondale. 
Non ti sto dicendo di non provare a cercare il tuo tesoro, perché ne hai tutto il diritto e la facoltà di scelta. Ma se, una volta toccato il fondo, scoprissi che non c'è nessun tesoro, o che non hai ossigeno sufficiente per restare lì, oppure che questo tesoro esiste ma é tanto prezioso quanto pesante da non poterlo portare in superficie con te? 
Cosa scegli, perle e pietre preziose, o te stesso? 
Ricorda che l'unico tesoro che potrai mai avere sei solo tu, possiedi già il tesoro della tua anima, non ti serve andare a cercarlo negli abissi dell'oscurità. 
Se te ne dai la possibilità, puoi scoprire che anche in superficie c'è tutto un mondo da scoprire, un mondo che riesci a vedere ed ammirare grazie alla luce che emana, una luce più potente grazie a quella che stai emanendo tu stesso. 
E ti stupirai di quante persone stavano cercando il tesoro che cercavi anche tu, solo che loro lo troveranno in te.  

Elisa