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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

giovedì 25 marzo 2021

Gocce di balsamo che si posano sull'anima. Laboratorio del 23 Marzo

Il laboratorio di stasera si è focalizzato su un tema particolare per molti genitori che, soprattutto in questo momento di pandemia, ha un impatto maggiore all’interno di un nucleo familiare. Spesso accade che i ragazzi e le ragazze che vengono ricoverate all’interno di una struttura per un disturbo alimentare, assumano un atteggiamento molto collaborativo con l’equipe terapeutica. Si comportano secondo il modello tipico del bravo/ brava paziente, che potrebbe far pensare che il percorso stia avvenendo nel migliore dei modi. In realtà, spesso non è così. Si compiace il dottore, lo psicologo, il nutrizionista con il fine non di guarire ma bensì di essere dimesso/a al più presto possibile, così da poter tornare a casa e riprendere il controllo dettato e ordinato dalla malattia. Una mamma ha raccontato addirittura che la propria figlia ha inserito nel suo menù in struttura cibi da lei sempre rifiutati a casa, proprio per evidenziare ancora di più il suo impegno.

Tale modalità comportamentale ovviamente non è passata inosservata, poiché la descrizione che questa mamma ha dato relativamente alla condotta tenuta dalla figlia quando era a casa non corrispondeva assolutamente a ciò che veniva riportato dall’equipe terapeutica. La domanda che è sorta nel laboratorio è : “perché accade questo? Perché in struttura alcuni ragazzi e ragazze agiscono bene e una volta a casa si comportano male?” Indubbiamente, rispondere che il problema risiede nella famiglia è molto semplicistico e riduttivo, oltre ad evitare di analizzare la dinamica che si cela dentro. È invece importante cercare di andare oltre, anche se difficile all’interno di un laboratorio, dato che le motivazioni del perché avviene questo possono essere molteplici.

Come detto più volte, anche se la manifestazione comportamentale può essere simile, ciò che spinge ad agire in quella maniera è diversa per ogni ragazzo e ragazza che la mette in atto. Infatti, si assiste ad una modalità che si snoda da un estremo all’altro: da una parte il seguire tutto ciò che viene detto, dall’altra il rifiutare e controllare ogni cosa. Nel mezzo di questi due opposti c’è però la persona, che confusamente, e con sofferenza, agisce in un modo convergente perdendo la consapevolezza di chi essa sia. Questo può portare a un mancato contatto con la realtà che provoca alienazione, smarrimento, senso di non appartenenza. È chiaro che una tale dinamica deve essere affrontata all’interno di un percorso terapeutico, non può essere certamente il compito di un genitore lavorare sulla distorta visione della realtà del proprio figlio/ figlia.

Da qui si può ben comprendere quanto sia errato addossare la colpa interamente sulla famiglia se i figli a casa manifestano il disturbo alimentare. È chiaro che il coinvolgimento di una dinamica familiare consolidata ci sia, ma è compito del percorso di cura affrontare tale quesito, non attribuendone la responsabilità della risoluzione al nucleo familiare. Una ragazza ha condiviso la sua storia raccontando di come lei sia sempre stata catalogata come la paziente perfetta, educata, gentile. Lei faceva ogni cosa che le veniva detto proprio per non deludere questa idea che si era fatta di se stessa e per cercare di uscire al più presto e tornare a gestirsi autonomamente la propria vita ( gestita in realtà dal disturbo alimentare). È stata importante una frase emersa dalla sua narrazione: “ io seguivo ciò che mi veniva detto di fare, ma in realtà non vivevo”. Era come se avesse eretto intorno a se’ un muro di difesa che non le faceva arrivare nessuna emozione, sensazione, nemmeno sapore. Come un’ automa programmato a fare tutto, ma allontanando da se’ ogni forma di sentire. Durante il laboratorio si è discusso del senso di solitudine vissuto dai genitori che si sentono abbandonati in questo momento molto delicato della cura.

È emerso quanto venga a mancare spesso sul territorio una specifica terapia familiare che possa accompagnare i genitori a essere formati e istruiti sul come comportarsi quando si trovano a dover affrontare le dinamiche legate al disturbo alimentare messe in atto dai loro figli nel momento in cui rientrano a casa dopo un ricovero. La struttura sotto certi punti di vista rappresenta un luogo ovattato e protetto, lontano dalle stimolazioni vissute nella quotidianità. Un luogo che contiene, isola da quello che è il diretto contatto con il mondo esterno, quello stesso mondo che tanto spaventa e da cui si cerca di fuggire. La casa al contrario rappresenta il luogo in cui ci si è adattati alle proprie paure utilizzando il sintomo della malattia. Si comprende bene quanto il percorso di cura possa essere complesso dal momento che viene influenzato non solo dalla persona che soffre il disturbo alimentare ma anche dalla fase in cui la malattia stessa si trova.

Altro concetto emerso durante il laboratorio è stato il senso di colpa che un genitore prova dal percepire fortemente su di se’ l’aver sbagliato qualcosa che ha generato il disturbo alimentare, ma quando c’è di mezzo una malattia, non ci sono colpe. Certo, torniamo a ripetere che è inevitabile che alcune dinamiche familiari abbiano influito, ma sono talmente tante la variabili coinvolte all’interno di un disturbo alimentare che non si può assolutamente dare una colpa alla famiglia su quanto è accaduto. Ogni famiglia infatti subisce delle trasformazioni, dei momenti di crisi naturali che ne determinano la sua struttura dinamica. La modalità attraverso la quale si affronta tale cambiamento può sfociare in processi quali un disturbo alimentare.

E qui ritorna l’importanza della terapia familiare che deve essere sempre inclusa all’interno di un percorso di cura di una persona che soffre di un disturbo alimentare. Il laboratorio non rappresenta ovviamente una terapia. La sua risorsa principale è data dai genitori stessi che ne fanno parte. Sono loro che, attraverso le loro condivisioni, arricchiscono il laboratorio stesso. Certo, a volte alcuni temi possono creare dolore, come quando si applica una medicina su una ferita e si avverte subito una sensazione di bruciore. Ma poi, piano piano, quella ferita si cicatrizza. Il disturbo alimentare gioca a creare il vuoto intorno a se’, ma attraverso il laboratorio si cerca di costruire un riparo che possa proteggere e allo stesso tempo indicare la direzione da seguire. È attraverso la storia dell’altro, delle sue emozioni, del suo sentire che riusciamo a riconoscere le nostre emozioni, il nostro sentire, la nostra storia. Le parole divengono come gocce preziose che leniscono ogni ferita... gocce di balsamo che si posano sull’anima .

La frase della settimana : GOCCE DI BALSAMO CHE SI POSANO SULL’ANIMA.

mercoledì 24 marzo 2021

 Il diritto di essere ciò che sono. Xheka (Giona)

Sono nata in Albania il 2 agosto del 1996 e, attorno agli anni 2000, sono arrivata in Italia. Quando raggiunsi il Trentino, avevo all’incirca 4 anni e mezzo. 

I miei genitori, in particolare mio padre, si sono trasferiti in Italia un po' per i problemi economici che il Paese stava attraversando all'epoca ma soprattutto per le mie difficoltà. Da tempo infatti, i medici, avevano già prospettato la mia situazione e proprio per questa ragione hanno pensato di emigrare. Naturalmente questo trasferimento benché sofferto fu portato avanti con coraggio e forza: infatti fin da quando ero in Albania, si sapeva che avrei avuto dei problemi alla vista, perché già all'epoca ci vedevo poco. Una volta arrivata in Italia, in seguito a un lungo pellegrinaggio fra innumerevoli medici, abbiamo avuto la conferma che avrei perso il mio residuo visivo. Inoltre, una volta inseritami nella scuola dell'infanzia, gli insegnanti di sostegno scoprirono presto che avevo anche delle difficoltà uditive, ragione per cui invitarono la mia famiglia a consultare una neuropsichiatra infantile. Venne confermata la diagnosi: per questo motivo, decisero in primo luogo di assegnarmi una logopedista e, successivamente, di prescrivermi leprotesi acustiche. Ed è così che è andata avanti per molti anni, anche se per tutti gli anni delle scuole primarie, il mio udito andava a perdersi sempre di più, con conseguenti otiti e dolori alle orecchie.
La mia fortuna fu che un bel giorno, nell’estate del 2008, incontrai la Lega del Filo d'oro: associazione che in Italia si occupa delle persone sordocieche e con disabilità psicosensoriali. Grazie a loro, ho conosciuto nuove possibilità di comunicare, nonché ausili innovativi dedicati alle persone sordocieche. Fra questi ce n’era uno, a me molto caro ancora oggi: l’Impianto Cocleare. Uno strumento tecnico, che attraverso un intervento chirurgico, permette alle persone di recuperare le proprie capacità uditive. Detta così, sembra facile, ma in verità, ce  n'è voluto tanto di coraggio, per scegliere a 12 anni di ricominciare da capo a sentire; anche perché, ci sono voluti circa 6 anni per riuscire a sentire in maniera "normale”, o comunque come sento oggi. E' comunque un percorso di riconquista del proprio corpo, accettando una realtà che indubbiamente è cambiata da quel giorno. Una scelta molto grande per una bimba che diventava donna: forte e fragile allo stesso tempo. Un passaggio davvero molto importante: chi ci sta accanto a volte dà per scontata una scelta che invece non lo è. Arriva persino a dimenticarsi che si tratta, appunto, di una scelta: quella di sentire in un altro modo, gettando il cuore oltre l'ostacolo, aiutati dalla tecnologia seppure con i suoi limiti. Una scelta di cui sono felice, ma che di tanto in tanto mi trovo a ponderare quando alla fine di una giornata più pesante delle altre, mi trovo con un forte mal di testa ma incapace di rendermi conto cosa non vada, fino al momento in cui decido di disconnettere l'Impianto, per ritornare libera in un mondo silenzioso che ho imparato a poco a poco a fare mio. 
Voi, vi chiederete: "ma cosa c’entra tutto ciò col disturbo alimentare? ". La verità è che purtroppo c’entra, e c’entra dolorosamente. Questo perchè le mie difficoltà sensoriali, hanno in parte contribuito, per via di una sindrome metabolica rara (la sindrome di Alstrom) all’esordio del mio problema. La sindrome di Alstrom è una malattia che coinvolge non solo la vista e l'udito, ma anche altri organi interni. In particolare, il cuore, il fegato, i reni e i polmoni. Inoltre, chi è affetto da questa patologia, può riscontrare un esordio di diabete, nello specifico il diabete mellito di tipo 2. Chiaramente, ciascuno dei pazienti Alstrom, ha complicazioni differenti, in base alla propria conformazione genetica e biologica.Inutile ribadire che questa, come ogni altra patologia, sa colpire il cuore di chi la vive, cambiando il suo modo di pensare e di affrontare prima di tutto il rapporto con se stessi e con il proprio corpo. Inoltre, si tratta di una "malattia rara": e come immagino capiti a chi soffre di queste patologie, ci si chiede come sia successo a noi, quali siano le ragioni che ci hanno portato qui ora e come poter migliorare la nostra qualità di vita. riflessioni e spunti che passano dalle nostre consapevolezze, che tuttavia diventa doloroso e difficile trarre quando non ci sentiamo accettati, valorizzati per ciò che siamo. 
Ebbene sì, nel mio caso si sono manifestati molti dei sintomi della sindrome: all'età di 10 anni, e ancora prima di fare l'Impianto mi venne diagnosticato il diabete e col passare degli anni, anche per via delle complicanze metaboliche, si verificò un aggravamento delle mie funzioni epatiche.
La sindrome da sempre confonde le acque: ricordo quante volte i medici si sono soffermati davanti alle mie analisi, imputandomi la colpa dei valori che "non tornavano”, anche sapendo che per via della mia situazione, le mie funzionalità epatiche sarebbero comunque risultate alterate.In tutto ciò, l'esordio del disturbo alimentare si è manifestato molto presto: da che io ho memoria, ho sempre avuto un rapporto distorto col cibo. La verità è che da quando mi è stato diagnosticato il diabete, le cose si sono complicate molto, non solo perché dovevo seguire un'alimentazione specifica, ma anche e soprattutto, perché la mia diabetologa cercava di mantenere il mio peso sotto una specifica soglia. Ragione per cui mi valutava in base alla mia capacità di gestire il mio peso e l’alimentazione: se andavo bene significava che ero calata, se invece andavo male, significava che ero aumentata. Questo modo di valutarmi ha fortemente condizionato me e la mia famiglia: non è un caso che ogni volta che non seguivo l’alimentazione indicatami dallo specialista, i miei genitori mi giudicassero dicendomi che ero incapace e che stavo sbagliando. 
Questo modo di fare mi ha portato negli anni a sentirmi perennemente in colpa, nonché sbagliata. Non è un caso che ogni volta che mi alimentavo di ciò che non mi faceva bene, mi sentissi sbagliata, in colpa e non degna di amore. Sensazioni che ho percepito per tanti, tantissimi anni. Per anni, mi è stato insegnato che avrei potuto ricevere quell’amore solo e soltanto se fossi stata in grado di dare qualcos’altro in cambio. In un certo senso, dovevo essere la figlia perfetta, migliore, quella che non sbagliava mai, perché se avesse fatto diversamente, ossia in base a ciò che sentivo, ero sbagliata e non andavo bene. Per questa ragione, per un numero di anni infinito, ho fatto ciò che mi veniva detto senza esprimere il mio parere, perché pensavo che dicendo la mia, sarei stata abbandonata e rifiutata da tutti. Ancora oggi quando mi confronto con il mio ragazzo, spesso ho paura: paura di non essere accettata per ciò che sono o per ciò che penso, paura che di trovarmi ad un tratto da sola. Basta alzare la voce con me,  l'impatto emozionale di una giornata storta perchè io rischi di perdere tutte le certezze costruite a poco a poco con dolore e fatica. Forse ho corso il rischio di costruire dei rapporti non equilibrati con chi mi stava vicino, ma sono riuscita a superare a poco a poco queste paure: dimostrando prima di tutto a me stessa e  contro ogni previsione, che Giona è più forte. Più forte di tutto ciò che è stato. Anche della mia stessa paura. Come voi sapete, le origini del proprio comportamento, nascono da molto più lontano. Il mio rapporto distorto con l’alimentazione è infatti incominciato molto presto, da molto più lontano e dalle stesse origini: penso di aver avuto 5-6 anni quando, andando alle visite mediche, mi dicevano che ero più in sovrappeso rispetto ad altri bambini. Questa caratteristica del mio aspetto mi è stata ribadita tante, troppe volte, quando ero piccola, persino dagli stessi insegnanti di sostegno. Sì, nessuno non perdeva occasione di ribadirmelo, come se essere più robusti fosse una vergogna, qualcosa per cui sentirsi in colpa, sentirsi in difetto, in un certo senso sbagliati. Come se questa caratteristica fosse la cosa più importante: l'unica che mi poteva definire. Come se a nulla valessero tutti i miei sforzi.Purtroppo sì: il mio sentirmi “sbagliata”, “non degna d’amor” iniziò già in quel periodo della mia vita. Ma il colpo di grazia lo ebbi a una visita medica. Sì, è stato proprio dalle persone che avrebbero dovuto tutelarmi, proteggermi e curami che mi sono sentita maggiormente ferita: erano i tempi in cui i miei genitori stavano ancora cercando di comprendere la mia condizione, ragione per cui i medici mi sottoponevano a  innumerevoli accertamenti sanitari. Fra questi, ve ne era uno in particolare che mi ha pesantemente condizionato l’esistenza: erano gli anni in cui non si sospettava minimamente la sindrome attuale, sipensava che fosse un’altra malattia rara. Ragione per cui le analisi e gli studi a cui mi sottoponevano erano tanti, troppi forse, per una bambina di quell'età. Una bambina così sensibile. Fu così che un bel giorno, arrivata all’ospedale di Padova, dove mi seguivano per i miei problemi di vista, mi accolsero due medici: ancora oggi non ho idea se fossero delle ricercatrici o se invece fossero dei medici che volevano dei dati specifici sulle mie forme corporee. Ragione per cui decisero di “misurarmi” da capo a piedi: non tralasciarono nessuna parte del corpo, si spinsero anche ad analizzare ogni parte della mia intimità dinanzi ai miei genitori. Nessuno disse nulla, nessuno obbiettò qualcosa. Io chiaramente non ero nelle condizioni di poter scegliere, o comunque non mi diedero questa possibilità. Purtroppo, ancora oggi, sono allo scuro delle ragioni per cui mi fecero quella visita, anche perché non riesco a parlarne, se non in situazioni molto particolari, o quando so che posso essere capita. Quanta sofferenza mentre scrivo queste parole: come scalare una parete di dolore, di ricordi e di silenzi: le lacrime e le paura di perdermi.Non sono riuscita a fare domande e figuriamoci ad ottenere risposte quindi.Ero disorientata: non riuscivo a fare chiarezza dentro di me e quindi a chiederne a chi mi stava vicino. Fatto sta che quella visita medica me la fecero e questo mi ha segnato profondamente, mi segna ogni istante della mia vita. 
Per anni ho desiderato di essere perfetta, la migliore, per cancellare quel dolore, ma soprattutto non sopportavo quando mi si sottolineava una mia caratteristica fisica. No, non riuscivo a sopportarlo, ancora meno se lo si faceva per aiutarmi a gestire la mia salute: erano diventati insopportabili anche i medici, perché sembravano coalizzati con i miei genitori, un po’ come per dirmi: “sei tu quella sbagliata, quella che deve cambiare e che deve apparire  - perfetta – agli occhi di tutti”. Ho cominciato così a distruggermi, per punire me stessa e gli altri: un dolore sordo, lui sì che era davvero sordo.Per anni, ancora oggi, guai se sono disordinata, se appaio con una macchia sui pantaloni, o se per esempio ho un calzino di un colore diverso: sembra essere l’immagine ciò che mi caratterizza e non una mia specifica caratteristica. Come fossimo tutti prodotti sugli scaffali del supermercato della società: e io dovessi fare attenzione alla mia etichetta. Quanto può ferire categorizzare e schematizzare le vite delle persone, come non avessimo un cuore. Per quanto tempo mi è stato imposto di apparire come gli altri mi avrebbero voluto e non come invece ero e sono VERAMENTE. Come se si volesse fare di me ciò che non potevo e non volevo essere: non lasciandomi spazio di essere me stessa e scegliere liberamente chi avrei voluto essere un giorno.
Questo negli anni mi ha scavato dentro profondamente e mi ha fatto molto soffrire, perché in un certo senso, non ho mai avuto IL DIRITTO DI ESSERE CIò CHE SONO, ma soprattutto di essere considerata per ciò che so fare e non fare, oppure per quello che do o meno agli altri. In un certo senso, per quelle che sono le mie capacità, risorse, potenzialità e non solo i miei limiti. In definitiva, ci ho messo tanti, troppi anni, per capire che non sono solo un “problema, ma anzi, sono molto molto di più di quel problema. Naturalmente, acquisire queste consapevolezze mi è costato molto caro, perché se è vero che per affrontare problematiche come queste ci vuole tanto tempo, è anche vero che il mio corpo, sempre più urla aiuto: vuole essere lasciato in pace in un certo senso, ne soffre tantissimo. Infatti come voi sapete, questi mali nascono dalla mente e si estendono al corpo. E sì, quel corpo per anni stracciato, maltrattato, ora chiede fortemente, forzatamente, AIUTO. È un grido che da tanto, troppo tempo cerca di farsi sentire dai famigliari e dai medici che mi seguono, ma purtroppo nessuno è riuscito ad ascoltarlo. Tutti mi dicono che sono "normo peso", che non ho alcun problema, che per salvaguardare la mia salute dovrei gestire la mia alimentazione, ma nessuno che mi aiuti concretamente. Tutti pensano che la forma del controllo sia quella ideale per aiutarmi: la verità è che più mi si controlla, più si fa peggio, perché io faccio l’esatto contrario. Insomma, più si va avanti, più si fa fatica a gestire la situazione: soprattutto dal punto di vista medico. E, quando provi a dire che la situazione è grave, nessuno, nemmeno lo psicologo che ti segue da tempo, lo riconosce in quanto tale: ma ciò che è peggio è che quando provi a contattare il tuo Centro Regionale per i Disturbi alimentari, si dileguano indirizzandoti ad un centro per la cura dell’obesità. In un certo senso ti senti sballottare a destra e manca, tuttavia non ricevendo alcuna risposta chiara e specifica che ti permetta di intraprendere finalmente un percorso di cambiamento e cura, un percorso che tu possa sentire il tuo. Ciò che è ancora più grave però, è che nemmeno i famigliari riconoscono che hai un problema: no, per loro il tuo è un capriccio, un comportamento che puoi cambiare. Quando gli dici: “forse dovrei levare i carboidrati per un paio di settimane, per vedere se sto meglio”, mi viene detto: “ma sai, mica è difficile”, quando loro sono i primi a non riuscirci. Il bello è che non è finita qui: ogni volta che cerchi di far rispettare i tuoi diritti, invece che risponderti su quel tema/argomento, ti dicono: “guarda che pancia hai”. Un commento che   ferisce, perché in un certo senso, anche quando provi a fare del tuo meglio, la frustrazione aumenta, perché per loro non fai mai abbastanza. 
Naturalmente, non dico che io faccia abbastanza, ma penso di stare facendo ciò che posso e che riesco, cercando di mettere insieme cuore e corpo, che a volte sembrano prendersi a pugni a vicenda. In base al periodo ci riesco più o meno, ma non penso che colpevolizzarmi sia la soluzione giusta. Non credo di riuscirci sempre, ma penso di provarci. La verità è che anche quando ci  provo, per i mei genitori, in particolare per mia mamma, è come se non stessi mai facendo abbastanza. In un certo senso, anche se so che non è così, è come se mi si dicesse: “Giona, tu non sei abbastanza per noi”, o ancora peggio, come se mi si facesse sentire di peso. Una sensazione che quando si ha una o più di una disabilità, si percepisce anche al di là del proprio disagio col cibo. Naturalmente per via di innumerevoli dinamiche disfunzionali, negli anni i mei genitori si sono chiesti le ragioni del mio problema, ma io non riesco a spiegargliele, anche perché nemmeno io penso di averle capite perfettamente; ma anche questo, mi risulta, molto difficile da far capire. Se io ho fatto il mio percorso di crescita, ricorrendo anche alla psicoterapia, i miei genitori, in particolare mia madre, non si sono mai fatti aiutare. Ragione per cui mi risulta molto difficile dialogare con loro. Qui, purtroppo è molto difficile dialogare, perché invece che confrontarci, ci si scontra. Motivo per cui io vivo il confronto con paura e angoscia, faticando molto in certe occasioni a esprimere con tranquillità il mio punto di vista. Ragione per cui, da un po' di tempo a questa parte, ho deciso di uscire dal contesto famigliare: chiaramente non è l’unica motivazione per cui porto avanti questa scelta, ma è certo una delle tante. Sono infatti arrivata alla conclusione che io debba andare avanti con le mie gambe, facendo il mio percorso di crescita e cambiamento in autonomia, con delle persone che comprendano di più le mie difficoltà e che mi giudichino meno per quello che sono e, soprattutto, per le scelte che intendo portare avanti. Io sono fatta di grida nel silenzio, sono fatta di frasi che potrebbero quasi sembrare normali: non fosse che sanno essere scosse di terremoto nelle vite di chi mi conosce. sono tanto tanto amore: una pioggia ininterrotta di amore, di risate, di lacrime, di domande, di risposte. Così viva, un fiore cresciuto nel cemento. Non so più come chiedere aiuto ma non per questo ho smesso di farlo, di credere che il domani sarà un giorno diverso da costruire, migliore. Ho imparato duramente a guardare la realtà anche quando fa paura, e so fare qualcosa che purtroppo è stato fatto poco con me: guardare le persone e vederne le potenzialità, vedere ciò che hanno da dare, che sono, che possono essere, che saranno. Ho saputo in definitiva, essere e trovare le risposte alle domande di chi soffoca nel silenzio: dare tutto ciò che ho, il mio cuore.

 Xheka Haxhiraj

 

giovedì 18 marzo 2021

La mia rinascita. Chiara


Mi chiamo Chiara ho 32 anni. Sono una sopravvissuta all'anoressia 
Mi sono ammalata che avevo 20 anni dopo aver subito un abuso sessuale.
Ingenuamente credevo di essere abbastanza forte da sopportare quel terribile dolore.  Quello strazio dell'anima. Decisi di non dire nulla a nessuno, di tenermi tutto per me. Piano piano nella mia mente guardandomi allo specchio iniziai a credere che fosse colpa mia del mio corpo, del mio essere donna. 
E così inizio ad arrivare lei, fu un percorso graduale; fatto di qualche piccolo ritocco sulla mia alimentazione; a fare palestra per eliminare quello che ritenevo il mio punto di colpa:"le maniglie dell'amore "
L'attività fisica divenne un modo per controllare le calorie ingerite. Iniziai a pesare tutto qualsiasi cosa a far il calcolo delle calorie di ogni grammo presente nei piatti. 
Poi scelsi di eliminare i carboidrati a cena solo verdura e proteine. Olio assente o messo negli angoli 
I miei genitori fecero caso al mio cambiamento ma ignorai ogni loro consiglio 
L'attività fisica aumentava. Dopo ogni briciola assunta dovevo camminare. 
Scoprii la celiachia ma rimase un mio segreto; era un altro modo per potermi far delle male 
Mia madre ebbe un ictus nel gennaio del 2015 quando oramai ero solo ossa; ebbe un recidiva nell'aprile dello stesso anno. Io mi sentivo colpevole sapevo che stavo facendo del male alla mia famiglia.. i medici all'inizio mi fecero andare a trovarla , ma ogni volta che mia mamma mi vedeva dopo stava peggio così mi impedirono le visite , per me un ulteriore colpo .
Iniziò una lunga discesa che mi portò ad un un'arresto cardiaco ,
fui dichiarata morta , ma qualcuno volle riportarmi indietro . È  stato  difficile accettare che Dio voleva che io portassi e scelsi nonostante le voci della malattia il ricovero , lottavo  ogni istante con mille forze 
Scelsi di vivere , dovevo , volevo vincere , decisi d'accordo con la dottoressa di andare in palestra  presi il mio primo bilanciere in mano e da lì capii che ri-iniziavo a vivere
Oggi ho 32 anni  e esattamente 5 anni dopo , sono un 'atleta bodybuilding  felice e solo quest'anno ho deciso di testimoniare .
Volevo dire grazie ad una persona per avermi dato il coraggio ,  quest'uomo è speciale per me in mille modi , e stato un regalo incontrarlo perché mi ha insegnato cose che avevo dimenticato. Lo chiamo la mia cosa bella e gazie a lui al suo affetto e presenza nella mia vita io oggi ho il coraggio di raccontare e dire IO SONO STATA MALATA DI ANORESSIA.
La mia famiglia che mi ha protetto ed oggi mi accompagna nel mio percorso di bodybuilding e Alessia la mia migliore amica che è una sorella per me e pezzo del mio cuore per esserci da sempre .
Chiara 

venerdì 5 marzo 2021

Io non sono la mia malattia . Laboratorio del 23 Febbraio

 

La mia storia è probabilmente simile a quella di tante altre persone che hanno o hanno avuto un

disturbo alimentare.

Io ho sofferto di anoressia nervosa restrittiva per parecchio tempo. È stato molto facile cadere

in questa malattia ed estremamente difficile uscirne.

A 13 anni mi è stata diagnosticata l'epilessia, una malattia che colpisce il sistema nervoso

centrale. Si tratta di un disturbo neurologico, per ora non vi è cura, esistono farmaci che servono

a tenere sotto controllo le crisi che si possono verificare.

È una malattia cronica ancora poco conosciuta e spesso stigmatizzata, motivo per cui al

Gaslini consigliarono ai miei genitori di non dirlo a nessuno. Purtroppo non c'era un percorso

terapeutico rivolto ai giovani pazienti e questo ha creato in me un rifiuto netto della malattia, di

cui però non ero realmente consapevole.

Mi ritrovavo catapultata nella mia vita precedente senza però avere le stesse energie e

nemmeno lo stesso tempo a disposizione. Spesso dovevo fare controlli settimanali a Genova,

quindi mantenere lo stesso ritmo tra studio, corsi, attività sportive e danza, mi era molto difficile.

Inoltre i farmaci mi provocano vari effetti collaterali. Provavo un forte senso di frustrazione e

di rabbia. Il neurologo non mi considerava, parlava solo con mia mamma, mi sentivo come un

pacco sballottato tra un controllo e l'altro.

Non poter parlare con nessuno, non poter esprimere il mio malessere, mi faceva sentire come se

avessi qualcosa di cui avrei dovuto vergognarmi. Mantenere questo segreto, per me, era un peso

enorme da portare. Mi sentivo diversa, a disagio ma fingevo che fosse tutto a posto.

Ansia e rabbia crescevano a dismisura ed è proprio lì che è arrivata l'anoressia a darmi

"sostegno" e forza illimitata. In compenso mi ha privato delle cose più importanti: sentimenti,

emozioni, senso del pericolo, amore per la vita, ha creato una barriera tra me e gli altri.

Vivevo una vita all'apparenza appagante ma come se non fossi più io a viverla veramente,

quasi fossi uno spettatore della mia vita. La malattia mi dava la percezione di avere tutto sotto

controllo, in realtà era lei ad avere il controllo su di me.

La mia salvezza è stata il ricovero in un centro specializzato in DCA, quando ormai avevo già 24

anni. Credo di essere una delle pochissime persone ad aver fatto questa scelta autonomamente.

Ammetto però, in tutta onestà, che era fortissima la dicotomia che vivevo dentro di me.

Da un lato erano troppi gli anni di malattia, desideravo liberarmi da questa gabbia di riti,

iperattività, regole, compulsioni ed ossessioni che non mi davano tregua e che mi creavano

un'enorme sofferenza, tanto che a volte mi sembrava di impazzire.

Dall'altro questo era il modo che avevo trovato per gestire la mia vita e ciò che affrontavo, mio

malgrado ormai non potevo più farne a meno o almeno così credevo.

Penso che la decisione di ricoverarmi sia stata il frutto di un processo che era già in atto da un

po'.

Il tutto è partito da una telefonata che ho fatto a un numero verde di un'associazione trovata

sul web, in una serata veramente al limite della disperazione. Per la prima volta qualcuno

comprendeva veramente ciò che stavo dicendo e vivendo. La ragazza che aveva risposto alla

mia chiamata mi ha rassicurato, dato speranza e nome e numero di telefono di una terapeuta

che poi mi avrebbe chiamato. Il giorno dopo sinceramente speravo che non mi chiamasse più

nessuno, io avevo altre priorità.

Purtroppo la mia salute non è mai stata una delle mie priorità, soprattutto quando mi sono

ammalata di anoressia. Lo studio, il volontariato, il lavoro qualsiasi cosa aveva la precedenza. Io

non pensavo di avere una malattia o di mettere in pericolo la mia salute, per quanto strano possa

sembrare. Dicevo spesso: "Io sto bene", "Io non ho bisogno di mangiare". Per me era quella la

mia vita, la mia "normalità".

La terapeuta fortunatamente mi chiamò e si dimostrò molto brava e paziente. Io ero estremamente elusiva e scostante anche successivamente quando andavo sporadicamente in

terapia, perchè mi sembrava inutile o di perdere tempo prezioso.

Invece tutte queste cose sono state piccole crepe che piano piano hanno minato il muro che la

malattia aveva creato tra me e il mondo circostante.

Ho persino partecipato ad un seminario sui DCA, sempre su spinta della mia terapeuta, era

un patto che avevamo fatto una volta tornata dal mio viaggio in America. Consisteva in una

settimana con i terapeuti che lavoravano in un centro specializzato in DCA.

Lì l'incontro con un'altra terapeuta, le sue parole dure, dirette, l'esperienza fatta durante il suo

gruppo, mi hanno dato uno scossone. Ho iniziato a vedere che qualcosa stava cambiando

dentro di me, sentivo dopo anni qualcosa. Nonostante tutto però la mia ostinazione a non

mangiare non diminuiva, nemmeno in quel contesto.

A fine seminario ci fu proposto di iniziare un percorso in questo centro per la cura dei DCA. Il

seminario era stato organizzato in una cascina nel verde ed era un esempio in piccolo delle

attività che venivano svolte all'interno del centro stesso.

Io con l'entusiasmo e l'incoscienza che mi caratterizzano dissi: "Portatemi adesso, se torno a

casa non ne avrò più il coraggio". Mai avrei pensato che avrei fatto un percorso della durata di un

anno, ne tanto meno quanto mentalmente, fisicamente ed emotivamente impegnativo avrebbe

potuto essere.

Oggi ringrazio per la fermezza, le regole, la rigidità, l'isolamento dal mondo esterno e dagli affetti

che mi furono imposti. Tutto aveva una funzione precisa ed è così che mi hanno salvato la vita.

Io purtroppo ero arrivata ad uno stadio in cui parlavo solo della mia malattia e delle mie

ossessioni, ero più malattia che me stessa.

Nel centro sono riusciti piano piano a recuperare sempre più la mia parte sana. Si sono

relazionati con me, non con la mia malattia. Non mi hanno mai fatto sentire una persona malata,

ma mi hanno aiutato a comprendere che dovevo farmi curare, perchè avevo una patologia seria.

È stato un percorso completo, su diversi fronti, in cui i progressi di corpo e mente andavano

monitorati di pari passo, nel pieno rispetto dei miei tempi. Mi hanno insegnato ad ascoltarmi, a

comprendere le mie emozioni e a gestirle. Mi hanno rieducato alla vita normale, a riconoscere

e a non sottostare alle regole malsane della malattia. Ho riacquistato autostima e sicurezza

in me perché mi hanno concretamente dimostrato, attraverso varie attività, che avevo buone

potenzialità. Ho compreso cosa volevo veramente fare della mia vita e chi ero, perchè ormai non

lo sapevo più.

La terapia con i miei genitori era volta a ristabilire un rapporto sano con loro. Con mio papà

abbiamo fatto un bel percorso, si è consolidato un buon rapporto. Mio papà mi ha spiazzato,

perchè prima della terapia non avevamo un rapporto vero, è stato un bel regalo. Mio papà mi è

stato di grande aiuto e supporto anche una volta dimessa.

Con mia mamma invece è stato più difficile, lei non riusciva ad accettare e ad elaborare molte

cose, continuavano a crearsi scontri accesi, nonostante la mediazione del terapeuta.

La vera prova, per me, è stata una volta uscita dal centro. Con il mio terapeuta di riferimento

all'interno del centro avevamo fatto un piano, a cui già avevo iniziato a prepararmi qualche mese

prima.

Essendo maggiorenne, dopo aver trovato un buon lavoro, sono andata a vivere da sola. Nei

weekend ritornavo nel centro per il monitoraggio e la terapia.

Il lavoro nuovo era piuttosto impegnativo e andare subito a vivere da sola era una bella sfida. È

stato cruciale programmare bene il mio percorso dopo la dimissione.

La vita vera sovrasta di stimoli e di situazioni che se non vengono bene elaborate possono

creare problemi, soprattutto appena usciti da un percorso intenso come avevo fatto io. Il centro

invece è un ambiente protetto, dove ogni emozione viene soppesata ed analizzata quasi in

immediato.

Successivamente la continuità della terapia è stata molto importante per scardinare via via ogni pezzetto della malattia che riaffiorava a seconda di ciò che affrontavo. Talvolta è stato

piuttosto complicato, lavoravo moltissimo, mi sono trasferita più volte e il tempo era difficile

da trovare, ma non ho ceduto. Nonostante tutto ho avuto delle ricadute ma non ho mai dovuto

fare altri ricoveri. A volte mi sono sentita un fallimento ma ho poi compreso che è stato tutto

propedeutico alla mia guarigione. Talvolta gli errori insegnano di più dei successi e comunque

vanno accettati, fanno parte della vita.

Con il mio terapeuta si è creato un rapporto di forte fiducia, affetto e stima reciproca, non mi

sono mai sentita sola e ho sempre saputo di poter contare sul suo appoggio.

I miei genitori che ruolo hanno avuto? Hanno riacquistato il ruolo di genitori. Quando potevano

mi venivano a trovare e cercavamo di passare del tempo di qualità insieme. Ritornando in

famiglia talvolta si sono ripresentate le vecchie dinamiche, le incomprensioni che si sono

radicate in anni di malattia sono dure a morire, ma ho capito che molto dipende anche da me.

Aver costruito negli anni un'identità più forte, matura e consapevole mi ha reso meno suscettibile

e meno vulnerabile.

A volte avrei preferito maggiore sostegno e comprensione da parte dei miei, anche se so che

sicuramente hanno fatto del loro meglio. I genitori sono esseri umani, come tutti, possono

sbagliare anche in buona fede, ferire e ritrovarsi spaesati e non li si può condannare per questo.

Ho metabolizzato che il sentire e il modo di pensare dei miei genitori è completamente diverso

dal mio, motivo per cui spesso non ci capiamo. Questo però non mette più in dubbio il bene

reciproco che proviamo, cosa che succedeva sistematicamente durante la malattia.

Se mi guardo indietro mi rendo conto che il loro atteggiamento in fondo mi ha spinto a prendere

in mano la responsabilità della mia guarigione e della mia vita, forte del fatto che avevo a fianco

un buon terapeuta che ha sempre creduto in me e a cui sarò sempre eternamente grata.

Sono una persona serena, dopo 10 anni di terapia, posso dire che sono guarita veramente.

Per troppi anni ho pensato che non sarei mai guarita o che avrei dovuto continuare a gestire

il sintomo, invece mi sbagliavo. Ho imparato ad amarmi, così come sono, ad accettare i miei

limiti e le difficoltà che a volte l'epilessia mi presenta ancora. Ammalarsi non è mai una scelta

ne una colpa e non ci rende persone di minor valore, ma ad un certo punto dipende da noi come

decidiamo di reagire a ciò che ci accade.

L'anoressia era il mezzo per anestetizzare il mio profondo dolore: la non accettazione

dell'epilessia e il senso di colpa per essermi ammalata. Era anche funzionale per gestire tutte le

altre sofferenze che avevo accumulato negli anni, per l'incapacità di ascoltarmi e di conseguenza

di esprimere chiaramente i miei sentimenti.

Compresa e metabolizzata la radice del mio problema, grazie alla terapia, mi sono liberata

totalmente. L'anoressia non ha più avuto senso di esistere nella mia vita e ha finalmente lasciato

spazio alla vita vera, alle emozioni e ai sentimenti.

Durante la malattia non avevo paura di essere amata, al contrario lo desideravo profondamente.

Avevo paura di sentire, di non essere in grado di gestire le mie emozioni e di sembrare debole.

La gabbia della malattia era una protezione, una corazza che teneva lontano gli altri, all'interno

però c'ero io che volevo tanto essere amata ed accettata per ciò che ero.

Ora che la gabbia non c'è più provo una forte gratitudine e una grande emozione per tutto

l'affetto che riesco finalmente a sentire e a ricevere. Non è segno di debolezza, è il bello della vita

e del vivere appieno ogni momento senza paura del giudizio per essere se stessi.

Barbara 

lunedì 15 febbraio 2021

Ascoltarsi per ascoltare - Laboratorio 9 febbraio 2021

 Il disturbo alimentare è una malattia che si manifesta attraverso molteplici sfaccettature. Riuscire
ad avere la possibilità di poter osservare la malattia da punti di vista diversi aiuta la sua
comprensione. Da queste considerazioni, si è cercato di arricchire il laboratorio portando la
testimonianza diretta di persone che hanno vissuto la malattia e ne sono guarite. Questo aiuta da
una parte a osservare le dinamiche attraverso cui il disturbo alimentare agisce, dall’altra parte, la
persona che racconta la propria storia lo fa attraverso una rielaborazione di quello che è stato il
proprio vissuto, le proprie relazioni e soprattutto le proprie emozioni. Chi ascolta spesso riesce a
scorgere importanti e differenti prospettive. A volte capita, come la storia precedente, che chi ha
affrontato e terminato un percorso di cura, possa avere delle ricadute. Questo non deve allarmare
i genitori, poiché la “ricaduta” non è quasi mai un ritorno alla malattia ma rappresenta un percorso
di crescita in cui occorre rivedere certe tematiche del disturbo alimentare, analizzando quegli
aspetti non emersi prima, e che orientano verso la comprensione di cosa è rimasto ancora di
irrisolto. Come abbiamo più volte detto, ogni storia è a se’ e quindi anche il modo di affrontarla è
personale. Questa ragazza si è messa gentilmente a disposizione e lo ha fatto con tatto e
attenzione alla sensibilità dei genitori presenti. Da queste iniziali osservazioni, è emerso quanto un
genitore senta il bisogno naturale e istintivo di poter aiutare il proprio figlio o figlia a ritornare a
essere quel ragazzo o quella ragazza che era prima della malattia. Inevitabilmente questo
evidenzia quanto la famiglia sia coinvolta in un disturbo alimentare e ancora una volta quanto sia
importante che non venga mai lasciata sola. Il laboratorio non si stancherà mai di ripetere che il
genitore non può essere il terapeuta di sua figlia o figlio, ma deve essere appunto il genitore.
Frase banale, semplicistica eppure difficilissima da mettere in pratica. Sì perché alla fine che cosa
è un genitore? Ovvero, cosa rappresenta un padre e una madre per chi vive un disturbo
alimentare?
Ci sono fasi della malattia in cui chi la vive ha una percezione della realtà completamente distorta,
tutto ruota solo intorno alle dinamiche del disturbo alimentare. Inutile le parole, i gesti, gli abbracci
di chi sta loro vicino. Ogni cosa detta dal genitore sembra rimbalzare indietro e non toccare il figlio
o la figlia a cui sono dirette. Sono fasi della malattia molto difficili da sostenere da parte di un
familiare, ancor più da un padre e da una madre. Spesso il genitore prova un senso iniziale
d’impotenza che, col passare del tempo, si trasforma in rabbia per il fatto di non riconoscere più
quel ragazzo o quella ragazza che e’ di fronte a lui. La percezione di entrambi si svolge su piani e
prospettive totalmente diverse. Il genitore è orientato alla cura e a far sparire la malattia. I figli
sono orientati a rifiutare la cura e a mantenere ben stretta a se’ la malattia. In mezzo a loro, c’è
invece vittorioso il disturbo alimentare che subdolamente si prende gioco di entrambi.
Spesso il disturbo alimentare spinge i genitori a voler cercare soluzioni razionali al manifestarsi
della malattia, come se potessero esistere delle risposte “create a tavolino” che possano in
qualche modo riaggiustare un qualcosa che si è momentaneamente rotto. Questa ricerca mentale
cerca di controllare la paura che improvvisamente rende il genitore nudo e sguarnito di ogni
protezione.
Una ragazza ha raccontato di quanto sia stato utile nel suo percorso di guarigione il
comportamento che il suo compagno ha tenuto con lei ma soprattutto nei confronti della malattia.
Nonostante il disturbo alimentare le impedisse di vivere certe esperienze di convivialita’ e socialità
il suo compagno aveva deciso di non sottostare a questo volere e potere, e lo ha fatto non
rinunciando mai agli impegni presi e lasciando, in quelle occasioni, la ragazza da sola. Questo ha
permesso alla ragazza di riflettere quanto stesse rinunciando a se stessa e alle persone che le
volevano bene per seguire gli ordini che il disturbo alimentare le imponeva. Certo, il loro era un
rapporto di coppia di due persone alla pari. Il rapporto tra genitori e figli al contrario, è basato
principalmente sulla responsabilità. Un padre e una madre si sentono sempre responsabili di ciò
che accade ai loro figli e quando c’è un disturbo alimentare spesso provano anche un senso di
colpa. Ma l’ esperienza di questa ragazza mette in luce quanto sia necessario riuscire a non
sottostare a quello che la malattia ordina. A volte i genitori hanno paura di lasciare i propri figli da
soli credendo che rimanere a casa anziché uscire, anche solo per una passeggiata, possa in
qualche modo proteggerli dalla malattia stessa. Purtroppo non sanno che spesso un tale
comportamento va a rinforzare la già stretta rete che la malattia ha costruito all’interno del nucleo
familiare. E lo fa andando ad attaccare le emozioni che sono il perno sul quale ruotano le diverse
dinamiche della malattia.
Giustamente, come è stato già scritto prima, un padre e una madre desiderano che la propria
figlia o figlio possa ritornare a essere quel ragazzo o ragazza che era prima del disturbo
alimentare. Perché questo possa avvenire, si focalizzano solo ed esclusivamente su ciò che
potrebbe essere utile per risolvere quella situazione, e si lanciano alla ricerca di risposte logiche e
razionali perdendo la loro capacità di emozionarsi. L’unica emozione che impera è la paura, solo che il binomio pensiero razionale e paura non è sempre una buona accoppiata in un disturbo
alimentare. Infatti, quando si assistono a quei rituali che la malattia mette in atto, il genitore che è
solito usare l’accoppiata pensiero razionale e paura non capisce più nulla e questo lo porta agli
inevitabili litigi e conflitti con il proprio figlio o figlia.
È necessario ritornare a dare importanza al proprio sentire, al proprio ascoltarsi, perché questo
aiuta a riconoscere l’entità delle proprie emozioni e soprattutto la loro provenienza. Questo è
importante per non subire la manipolazione della malattia stessa. Se non si conosce da dove
origina la propria emozione, si finirà per agire solo in funzione di quello che vuole la malattia.
Spesso i genitori sono confusi perché non riescono più a capire quello che sta accadendo ai
propri figli. Ma come si fa a riuscire a comprendere l’altro se siamo noi i primi a non capire quello
che sta accadendo a noi?
Un papà ha raccontato di quanto il sostegno ricevuto nel laboratorio gli sia stato utile. Ancora è
vivo in lui il ricordo di quando sua figlia era appena stata ricoverata in una struttura residenziale e
continuava a telefonare perché la riportassero a casa. Lui e la moglie erano disperati perché non
sapevano cosa fare e inoltre erano angosciati per quei pianti disperati della propria figlia.
Importante è stato ascoltare un’altra coppia di genitori che avevano vissuto la stessa esperienza.
Attraverso quella condivisione, sono riusciti a ridimensionare il carico emotivo che sentivano
dentro e ad adottare il comportamento idoneo per non cadere nel gioco manipolatorio della
malattia.
Il laboratorio è importante perché funge da luogo di esplorazione, riflessione ma soprattutto
permette di fare esperienza nell’ esprimere le proprie paure, ansie, fragilità, incertezze non
sentendo su di se’ alcun pensiero o emozione giudicante. Fare una tale esperienza significa non
solo analizzarla mentalmente, ma significa interiorizzarla. Imparare a sentire e ascoltare che cosa
si prova dall’essere libero da ogni giudizio; quel giudizio che spesso aleggia intorno a una persona
che soffre di un disturbo alimentare e che anche il genitore vive sulla propria pelle. Non si può
giudicare chi è malato e nemmeno chi gli sta vicino. Dietro al giudizio c’è sempre la paura di
quello che non si conosce. Per questo, il primo passo verso la conoscenza deve partire dal
fermarsi per sentirsi, per ascoltarsi, per vedersi, per riconoscersi. Allora si è pronti a sentire,
ascoltare, vedere, riconoscere anche l’altro.


Frase della settimana: ASCOLTARSI PER ASCOLTARE