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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

lunedì 15 febbraio 2021

Ascoltarsi per ascoltare - Laboratorio 9 febbraio 2021

 Il disturbo alimentare è una malattia che si manifesta attraverso molteplici sfaccettature. Riuscire
ad avere la possibilità di poter osservare la malattia da punti di vista diversi aiuta la sua
comprensione. Da queste considerazioni, si è cercato di arricchire il laboratorio portando la
testimonianza diretta di persone che hanno vissuto la malattia e ne sono guarite. Questo aiuta da
una parte a osservare le dinamiche attraverso cui il disturbo alimentare agisce, dall’altra parte, la
persona che racconta la propria storia lo fa attraverso una rielaborazione di quello che è stato il
proprio vissuto, le proprie relazioni e soprattutto le proprie emozioni. Chi ascolta spesso riesce a
scorgere importanti e differenti prospettive. A volte capita, come la storia precedente, che chi ha
affrontato e terminato un percorso di cura, possa avere delle ricadute. Questo non deve allarmare
i genitori, poiché la “ricaduta” non è quasi mai un ritorno alla malattia ma rappresenta un percorso
di crescita in cui occorre rivedere certe tematiche del disturbo alimentare, analizzando quegli
aspetti non emersi prima, e che orientano verso la comprensione di cosa è rimasto ancora di
irrisolto. Come abbiamo più volte detto, ogni storia è a se’ e quindi anche il modo di affrontarla è
personale. Questa ragazza si è messa gentilmente a disposizione e lo ha fatto con tatto e
attenzione alla sensibilità dei genitori presenti. Da queste iniziali osservazioni, è emerso quanto un
genitore senta il bisogno naturale e istintivo di poter aiutare il proprio figlio o figlia a ritornare a
essere quel ragazzo o quella ragazza che era prima della malattia. Inevitabilmente questo
evidenzia quanto la famiglia sia coinvolta in un disturbo alimentare e ancora una volta quanto sia
importante che non venga mai lasciata sola. Il laboratorio non si stancherà mai di ripetere che il
genitore non può essere il terapeuta di sua figlia o figlio, ma deve essere appunto il genitore.
Frase banale, semplicistica eppure difficilissima da mettere in pratica. Sì perché alla fine che cosa
è un genitore? Ovvero, cosa rappresenta un padre e una madre per chi vive un disturbo
alimentare?
Ci sono fasi della malattia in cui chi la vive ha una percezione della realtà completamente distorta,
tutto ruota solo intorno alle dinamiche del disturbo alimentare. Inutile le parole, i gesti, gli abbracci
di chi sta loro vicino. Ogni cosa detta dal genitore sembra rimbalzare indietro e non toccare il figlio
o la figlia a cui sono dirette. Sono fasi della malattia molto difficili da sostenere da parte di un
familiare, ancor più da un padre e da una madre. Spesso il genitore prova un senso iniziale
d’impotenza che, col passare del tempo, si trasforma in rabbia per il fatto di non riconoscere più
quel ragazzo o quella ragazza che e’ di fronte a lui. La percezione di entrambi si svolge su piani e
prospettive totalmente diverse. Il genitore è orientato alla cura e a far sparire la malattia. I figli
sono orientati a rifiutare la cura e a mantenere ben stretta a se’ la malattia. In mezzo a loro, c’è
invece vittorioso il disturbo alimentare che subdolamente si prende gioco di entrambi.
Spesso il disturbo alimentare spinge i genitori a voler cercare soluzioni razionali al manifestarsi
della malattia, come se potessero esistere delle risposte “create a tavolino” che possano in
qualche modo riaggiustare un qualcosa che si è momentaneamente rotto. Questa ricerca mentale
cerca di controllare la paura che improvvisamente rende il genitore nudo e sguarnito di ogni
protezione.
Una ragazza ha raccontato di quanto sia stato utile nel suo percorso di guarigione il
comportamento che il suo compagno ha tenuto con lei ma soprattutto nei confronti della malattia.
Nonostante il disturbo alimentare le impedisse di vivere certe esperienze di convivialita’ e socialità
il suo compagno aveva deciso di non sottostare a questo volere e potere, e lo ha fatto non
rinunciando mai agli impegni presi e lasciando, in quelle occasioni, la ragazza da sola. Questo ha
permesso alla ragazza di riflettere quanto stesse rinunciando a se stessa e alle persone che le
volevano bene per seguire gli ordini che il disturbo alimentare le imponeva. Certo, il loro era un
rapporto di coppia di due persone alla pari. Il rapporto tra genitori e figli al contrario, è basato
principalmente sulla responsabilità. Un padre e una madre si sentono sempre responsabili di ciò
che accade ai loro figli e quando c’è un disturbo alimentare spesso provano anche un senso di
colpa. Ma l’ esperienza di questa ragazza mette in luce quanto sia necessario riuscire a non
sottostare a quello che la malattia ordina. A volte i genitori hanno paura di lasciare i propri figli da
soli credendo che rimanere a casa anziché uscire, anche solo per una passeggiata, possa in
qualche modo proteggerli dalla malattia stessa. Purtroppo non sanno che spesso un tale
comportamento va a rinforzare la già stretta rete che la malattia ha costruito all’interno del nucleo
familiare. E lo fa andando ad attaccare le emozioni che sono il perno sul quale ruotano le diverse
dinamiche della malattia.
Giustamente, come è stato già scritto prima, un padre e una madre desiderano che la propria
figlia o figlio possa ritornare a essere quel ragazzo o ragazza che era prima del disturbo
alimentare. Perché questo possa avvenire, si focalizzano solo ed esclusivamente su ciò che
potrebbe essere utile per risolvere quella situazione, e si lanciano alla ricerca di risposte logiche e
razionali perdendo la loro capacità di emozionarsi. L’unica emozione che impera è la paura, solo che il binomio pensiero razionale e paura non è sempre una buona accoppiata in un disturbo
alimentare. Infatti, quando si assistono a quei rituali che la malattia mette in atto, il genitore che è
solito usare l’accoppiata pensiero razionale e paura non capisce più nulla e questo lo porta agli
inevitabili litigi e conflitti con il proprio figlio o figlia.
È necessario ritornare a dare importanza al proprio sentire, al proprio ascoltarsi, perché questo
aiuta a riconoscere l’entità delle proprie emozioni e soprattutto la loro provenienza. Questo è
importante per non subire la manipolazione della malattia stessa. Se non si conosce da dove
origina la propria emozione, si finirà per agire solo in funzione di quello che vuole la malattia.
Spesso i genitori sono confusi perché non riescono più a capire quello che sta accadendo ai
propri figli. Ma come si fa a riuscire a comprendere l’altro se siamo noi i primi a non capire quello
che sta accadendo a noi?
Un papà ha raccontato di quanto il sostegno ricevuto nel laboratorio gli sia stato utile. Ancora è
vivo in lui il ricordo di quando sua figlia era appena stata ricoverata in una struttura residenziale e
continuava a telefonare perché la riportassero a casa. Lui e la moglie erano disperati perché non
sapevano cosa fare e inoltre erano angosciati per quei pianti disperati della propria figlia.
Importante è stato ascoltare un’altra coppia di genitori che avevano vissuto la stessa esperienza.
Attraverso quella condivisione, sono riusciti a ridimensionare il carico emotivo che sentivano
dentro e ad adottare il comportamento idoneo per non cadere nel gioco manipolatorio della
malattia.
Il laboratorio è importante perché funge da luogo di esplorazione, riflessione ma soprattutto
permette di fare esperienza nell’ esprimere le proprie paure, ansie, fragilità, incertezze non
sentendo su di se’ alcun pensiero o emozione giudicante. Fare una tale esperienza significa non
solo analizzarla mentalmente, ma significa interiorizzarla. Imparare a sentire e ascoltare che cosa
si prova dall’essere libero da ogni giudizio; quel giudizio che spesso aleggia intorno a una persona
che soffre di un disturbo alimentare e che anche il genitore vive sulla propria pelle. Non si può
giudicare chi è malato e nemmeno chi gli sta vicino. Dietro al giudizio c’è sempre la paura di
quello che non si conosce. Per questo, il primo passo verso la conoscenza deve partire dal
fermarsi per sentirsi, per ascoltarsi, per vedersi, per riconoscersi. Allora si è pronti a sentire,
ascoltare, vedere, riconoscere anche l’altro.


Frase della settimana: ASCOLTARSI PER ASCOLTARE

mercoledì 27 gennaio 2021

Laboratorio 12 Gennaio

 Ciao a tutti, sono Marilena.

Nel laboratorio del 12.01.2021 ho portato la mia esperienza per suscitare nuovi stimoli di 

riflessione e per mostrare apertamente cosa prova una persona con un DCA.

Ho sofferto di anoressia nervosa e, come ci ho tenuto a dire fin dal primo momento, il mio intento 

principale era quello di passare il messaggio che, nonostante a volte possa sembrare impossibile, 

da questi disturbi si può guarire.

Ci tengo a precisare l’importanza di tenere ogni singola storia a sé, nel senso che ogni storia di vita 

è singolare, per cui il racconto delle storie altrui è un importante stimolo per poter riflettere e 

trovare appoggio, ma è importante comprendere che ogni storia è unica e che quindi ciò che ha 

riguardato una persona non necessariamente deve avvenire nello stesso modo per un’altra.

Atteggiamento non giudicante – Spesso quando in famiglia una persona ha un DCA viene a 

mancare la comunicazione genitore – figlio, perché è difficile in un momento come quello mettersi 

l’uno nei panni dell’altro, perché la sofferenza è sentita da entrambe le parti. 

Il genitore soffre perché vede il proprio figlio distruggersi, perdendo tutti quegli elementi che 

compongono una vita serena e piacevole. Proprio per questo cerca di stimolarlo ad intraprendere 

un cambiamento, ma molto spesso il figlio non è pronto, prende tutto come una sfida, non si sente 

capito bensì giudicato, non riesce a comprendere che le persone vicine stanno cercando di aiutarlo 

e questo scatena litigi continui.

Una persona che ha un DCA ma non ne è consapevole è totalmente divorato dalla malattia, non 

riesce a vedere il punto di vista altrui. In quel periodo rispondevo male ai miei genitori, sembrava 

quasi non volessi parlare con loro, ma lo facevo perché loro mi spingevano a cambiare ed io non 

ero pronta, io avevo paura, io non capivo cosa realmente mi stava accadendo.

Anche nel momento in cui il figlio diviene consapevole di avere un DCA e riesce ad ammetterlo, è 

importante ricordare che quello è uno dei momenti più difficili per il figlio.

Accade purtroppo che, sapendo di avere un DCA, la persona si senta giudicata e gli occhi puntati 

addosso in ogni momento, perché si sente diverso dagli altri. 

Nel momento in cui ho preso consapevolezza è iniziato il mio percorso di guarigione, un percorso 

lungo e pieno di ostacoli, nel quale le discussioni continuavano a ripetersi. Non era facile per i miei 

genitori, io dicevo che volevo cambiare e riprendere in mano la mia vita, ma al contempo c’erano 

momenti in cui la malattia prendeva il sopravvento e mi spingeva a tutte le condotte tipiche del 

DCA. E’ stato molto importante per me sentire l’appoggio dei miei genitori in quei momenti, 

appoggio che ho sentito caldamente perché ci fu il passaggio da rimproverarmi perché non 

mangiavo a comprendere quello che sentivo.

Piuttosto che “Devi mangiare, così non va bene” e tutte le frasi che escono fuori per paura, mi 

veniva chiesto se c’era qualcosa che non andava, se c’era qualcosa che mi spaventava, se era 

successo qualcosa a scuola, se avevo discusso con qualcuno e così via. 

Per me è stato fondamentale che i miei genitori abbiano iniziato a concentrarsi su di me, su ciò che

sentivo, su ciò che poteva mettermi in difficoltà, con un atteggiamento non giudicante, ma di 

comprensione e supporto.

Nel percorso di guarigione possono esserci dei momenti di difficoltà, perché non è dicendo 

“Ricomincio a mangiare” che il DCA scompare, c’è tutto il percorso per arrivare di nuovo alla vita 

vera, nella quale il cibo è ciò che nutre il corpo, è un momento di condivisione, non il centro della 

vita quotidiana.

NON SENTIRMI GIUDICATA MA CAPITA, VEDERE CHE I MIEI GENITORI VOLEVANO PARLARE CON 

MARILENA PER AIUTARLA A VINCERE, SENZA GIUDIZIO, E’ STATO FONDAMENTALE. 

Quando ho preso consapevolezza – Un giorno mi venne chiesto se nella quotidianità che mi ero 

costruita io fossi felice.

Lì per lì risposti di sì, ma questa domanda continuò a ruotarmi in testa per tutto il giorno. 

Riflettendoci sopra mi diedi una risposta: “No, io così non sono felice. Ho persi tanti kg negli ultimi 

mesi, ho smesso di mangiare tanti cibi perché mi vedo grassa, sono sempre nervosa, non riesco più

a sorridere.

Ho così tanti dolori che non riesco a stare in alcune posizioni, sono peggiorata a pallavolo, non 

riesco a godermi le situazioni sociali. Il mio pensiero principale è che quel numero scritto sulla 

bilancia sia sempre più basso, tutte le persone che ho intorno mi guardano stranite, mi mostrano le

loro preoccupazioni e questo mi innervosisce. 

Questa non è la vita che volevo, questa vita non la vorrebbe nessuno, questa non è vita.

NO, IO COSI’ NON SONO AFFATTO FELICE”.

Questa riflessione mi portò a parlare con i miei genitori e con le mie amiche, persone a cui dissi 

che non ero felice, che c’era qualcosa che non andava, che volevo cambiare ciò che stava 

accadendo, ma non avevo la minima idea da dove cominciare.

Mi resi conto che avevo bisogno di aiuto e da lì iniziò il mio percorso di guarigione, percorso lungo 

e pieno di ostacoli, nel quale è stato fondamentale avere persone vicine che mi sostenessero 

(parenti, amici..), ma anche e soprattutto la figura della psicologa, ossia di una persona “esterna” 

ma competente che mi ha dato degli strumenti per affrontare il problema e riprendermi ciò che la 

malattia mi aveva portato via, ricostruendo piano piano la mia vita e, alla fine, ad essere contenta 

di ciò che ho. 

Fiducia – La presa di consapevolezza ha spinto i miei genitori, piano piano, a fidarsi di me. 

E’ stato fondamentale per me poter continuare a vedere i miei amici, poter fare quella che era la 

vita di un’adolescente, con tutti i rischi del caso. 

Io sentivo che i miei genitori si fidavano di me, pertanto non riuscivo a tradire quella che era la loro

fiducia. Quando avevo momenti di difficoltà ne parlavamo, quando non riuscivo a mangiare 

determinate cose lo dicevo e loro, in modo comprensivo e non giudicante, accoglievano le mie 

difficoltà, mantenevano la loro quotidianità ed io mangiavo e facevo ciò che era stabilito.

Il fatto di riuscire a sentire davvero la loro fiducia mi portava, anche nei momenti in cui la malattia 

voleva prendere il sopravvento, a non perderla, a cercare di vincere, perché quando la malattia 

vinceva su di me è vero che ne parlavo, però mi sentivo anche tremendamente in colpa.

Anche loro mi esprimevano le loro paure quando lo ritenevano necessario.

Per riuscire a fidarsi penso sia molto importante riuscire a stabilire di nuovo la comunicazione e 

relazione genitore – figlio, nella quale il figlio ha un DCA, ma non è il DCA.

Ciclo mestruale – Ho perso il ciclo mestruale qualche mese prima di compiere 16 anni. Inizialmente

mi dicevo che può saltare, poi quando i mesi iniziarono ad accumularsi era una cosa mi faceva 

stare molto male. Non avere il ciclo mestruale mi faceva pensare che qualcosa non andava.

Raggiunto il normopeso il ciclo non tornò e questo mi buttava molto giù emotivamente, 

nonostante i dottori mi dicessero che non era scontato che tornasse. Ho vissuto sempre molto 

male l’assenza del ciclo mestruale, era come se ci fosse sempre qualcosa a ricordarmi che non tutto

funzionava, era come se mancasse qualcosa al mio essere donna.

Sono stata senza ciclo 2 anni e mezzo (quasi 2 di questi sono stata normopeso) e il momento in cui 

mi tornò piansi dalla gioia. Era la notte tra il 19 e 20 agosto, lo ricordo ancora.

Il giorno successivo chiamai la mia ginecologa, con la quale avevamo deciso che nel mese di 

settembre avrei dovuto iniziare a prendere la pillola anticoncezionale, perché era importante che il 

ciclo tornasse anche se non in modo naturale.

La paura nel prendere la pillola anticoncezionale c’era, avevo paura degli effetti collaterali, MA IO 

VOLEVO ESSERE DONNA E VOLEVO MANTENERE IL MIO CICLO.

Nel pieno della malattia è tipico che il figlio dica che non gliene importa niente, ma quando ne è 

consapevole e continua a rifiutarlo, a non volerlo, penso sia importante interrogarsi sul perché lo 

rifiuta così, ovviamente tutto in base alla situazione e al momento, perché ogni persona è diversa e

reagisce in modo diverso agli eventi.

Conclusioni – Vi ringrazio per l’ascolto e per le vostre condivisioni, perché nel momento in cui una 

persona si apre e racconta la propria storia dona se stesso, ma apprende e si arricchisce anche 

grazie agli stimoli, alle domande, alle riflessioni e agli sguardi degli altri. 

Concludo lasciandovi un pezzo di una canzone che spesso ho ascoltato nei momenti di difficoltà, 

Domani di Fabrizio Moro, il mio cantante preferito, con l’intento di darvi un grande 

incoraggiamento:

“Ma sarà solo un altro giorno

Un nuovo giorno per ricominciare

Domani proverai a dimenticarti tutto

Domani metterai un vestito e un po' di trucco

Per sentirti diversa

Perché diversa è la tua vita

Diresti che è un po' più in salita

Ma ce l'hai fatta già altre volte

E ti ripeti che sei forte

Che dopo tutto in fondo anche questa passerà

Passerà

Domani domani

Domani domani

Dai che domani uscirà il sole

Anche se dentro piove”

Sono guarita da circa 3 anni e sono felice.

Ricordatevi sempre che, anche se sembra impossibile, SI PUO’ GUARIRE.

sabato 9 gennaio 2021

La mia cicatrice

 

Può sembrare semplice raccontare la propria storia, il proprio passato; più complicato iniziare…  Le prime parole sono sempre le più difficili da scrivere. Infatti, ho perso il conto di quante volte ho cancellato e riscritto tutto questo, quante volte sono rimasta ferma a fissare il vuoto perché non trovavo parole.

Ho vissuto anni della mia vita senza più ricordare cosa volesse dire provare delle emozioni, senza più ricordare la forma di un sorriso, il suono di una risata o il calore di un abbraccio ricevuto. Ho distrutto il mio corpo, odiato, massacrato. Ho passato mesi infiniti rinchiusa in pensieri che riguardavano soltanto cibo e calorie. Il resto non esisteva.

Passavo le giornate rinchiusa dentro casa, davanti allo specchio, a pesarmi infinite volte il giorno pensando che quel numero potesse definirmi, rendermi bella. Ad oggi so che quel numero non sono io, io sono Chiara, la ragazza che sorride sempre, sono le emozioni che provo, gli abbracci che ricevo e i sorrisi che sono. Sono tutto ciò che l’anoressia mi ha tolto lasciandomi soltanto il vuoto e la voglia di morire.

Non so esattamente quando è cominciato, ne tanto meno come perchè i ricordi schiariscono, fuggono via e talvolta arrivano solo dei frammenti. Come se il mio cervello avesse cancellato i brutti ricordi da dove tutto è cominciato e faccia fatica a ricordare. Ricordo bene però, la disperazione con cui ho vissuto quegli anni e la disperazione prima di intraprendere con decisione un percorso di cura che mi permettesse di farmi tornare di nuovo il sorriso. Quella decisione mi ha fatto guardare in faccia la realtà e mi ha permesso di capire che c’era qualcosa di profondamente doloroso che mi lacerava dentro e  qualcosa  bisognava cambiare: ricominciare.  Così ho ripreso in mano la mia vita consapevole del fatto che questa esperienza mi ha reso una persona più forte, piu sicura e perche no, più bella.

Mi ricordo di essermi sempre sentita, nonostante l’età, inadeguata nelle situazioni, sbagliata, incompresa. Ho iniziato a sentirmi insicura in tutto ciò che facevo, inacetata, negativa in ogni cosa, ma soprattutto troppo severa con me stessa. Sentivo che mi mancavano certezze, e questa mancanza ha portato a sentirmi una persona insoddisfatta della mia vita, a riempirmi di pensieri negativi fino a suscitare in me una piccola depressione. Mi sentivo vuota dentro e cercavo di isolarmi dal resto del mondo perché restare da sola mi faceva sentire a mio agio e non potevo nascondere il mio malessere, ma soprattutto non dovevo fingere un sorriso. Questo mi permetteva di focalizzarmi su un unico pensiero: “Devo dimagrire” e di non pensare ad altro. (Ad oggi so con certezza che quel “devo dimagrire” non era riferito al corpo, ma alla mostruosità di quello che avvertivo dentro di me a livello emotivo e che non riuscivo a dare un nome, e tutto era più facile spostare i pensieri su numeri, sull’ossessività del proprio corpo… era diventata la mia sopravvivenza, senza quell’appoggio non sarei riuscita a sopportare l’estremo dolore che provavo dentro).

Le persone attorno a me non riuscivano a comprendere il mio mondo perché era troppo incomprensibile, e io stessa ignoravo l’argomento. Ho iniziato a vedermi male allo specchio, non accettavo ogni parte del mio corpo, per questo dovevo punirmi perche io dovevo essere perfetta. Ho iniziato ad essere più legata al cibo, come se il cibo fosse diventato in quel momento l’unica cosa capace di farmi stare bene, era un qualcosa che solo io potevo controllare. Ogni volta che mangiavo, appena i miei genitori uscivano di casa mi mettevo a fare qualcosa per cercare di smaltire quelle poche calorie che avevo ingerito e salivo troppe volte sulla quella odiata bilancia, fino a diventare una vera ossessione. In quel momento non sapevo cosa stessi facendo perché non mi rendevo conto della situazione che mi stava sfuggendo di mano, e non avendo più una sicurezza di niente, l’unica sicurezza di cui potevo essere certa era il cibo che portavo alla bocca, io dovevo controllare il cibo e mi ero posta degli obblighi, obblighi che alla fine sono diventati delle ossessioni: mangiavo il cibo che mi ero imposta il giorno prima, tagliavo il cibo in parti uguali e il cibo doveva essere posizionato in un certo modo, ma soprattutto doveva essere caldo. Dentro di me avevo il freddo e il cibo era l’unica cosa che fosse in grado di scaldarmi. Dopo mangiato andavo subito a pesarmi di nascosto e andavo a guardarmi allo specchio per vedere se ero dimagrita o ingrassata e davanti a quello specchio ci passavo le giornate, fino a quando ho iniziato ad avere una percezione distorta del mio corpo. Il cibo era diventata la mia dipendenza, la mia ossessione e mi sentivo potente nel momento in cui rinunciavo a mangiare e arrivavo alla sera con il senso della fame.

Mi sentivo leggera, vuota e percepivo nello sguardo dei miei genitori la paura, il terrore, e il senso di impotenza che non gli faceva dormire la notte. E questo mi faceva stare ancora più male perchè io in quel momento mi rendevo conto di quanto soffrivano nel vedermi, ma non ero capace a reagire o parlare. E soffrivo anch'io. Tante bugie, fiducia che inizialmente ho cercato di dargli ma che infondo non sono mai riuscita a dargli perché i miei pensieri su cio che non dovevo mangiare erano più grandi di qualsiasi altra cosa e più grandi dell’amore che i miei genitori mi stavano dando. Ho sofferto con loro in silenzio perche non avevo più la certezza che il giorno seguente sarei stata ancora in vita.

In quel momento scrivevo, scrivevo per mettere nero su bianco ciò che non potevo urlare al mondo perche nessuno sarebbe mai riuscito a capirmi: “Mi sento persa, mi sembra di navigare in un mare tempestoso e disperso, senza luce. Perche la luce l’ho spenta io. Vedo gli altri che con tutta fierezza mangiano di fronte a me un pezzo di torta o qualcosa che io non sono in grado di buttare giu e nel mentre penso con tutta tristezza che quel morso al quel pezzo d torta non potrò mai darlo. Non riesco a trovare la serenità, alterno giorni di rabbia e tristezza, troppi pensieri che mi uccidono la mente, troppe pressioni alle mie spalle e troppi occhi puntati addosso che mi soffocano. Non riesco ad essere felice, ma che cos’è la felicità? Non riesco a sorridere nemmeno se mi sforzo, non riesco a stare senza pensieri e il mio cervello è attaccato costantemente a qualcosa che mi genera ansia, angoscia e affanno, e sento che presto impazzirò perché non ce la faccio pù.”

Molti non sanno tutto quello che c'è dietro ad una semplice parola, o meglio, molto spesso viene sottovalutata, e lo ammetto io stessa prima di ciò ne sottovalutavo.. poi le cose cambiano e la vita ti mette di fronte a certe esperienze.

Sono poche le cose certe che ho imparato dalla vita: la prima sicuramente è che ogni momento, bello o brutto che sia passa, non si sa come ma passa e sta un po a te decidere come farlo passare.  La seconda è che a volte la vita fa davvero paura e la terza che le cose più belle sono quelle inaspettate che credevi fossero negative all'inizio. Con cio voglio dire che so esattamente come ci si sente quando non sai come rialzarti, quando ti manca l'aria e ti scoppia la testa di pensieri negativi. Fa paura l'idea di amarsi, di rispettarsi ma è proprio da li che inizia piano piano la svolta, con tanta, tanta fatica.

Questa è la mia cicatrice, a volte brucia ma so che non può riaprirsi.

 

giovedì 7 gennaio 2021

Emozioni riflesse - Laboratorio 28 dicembre 2020

 

“Perché una persona che soffre di un disturbo alimentare si vergogna?” Per rispondere a questa domanda dobbiamo, come per tanti quesiti che riguardano i disturbi alimentari, cercare di sforzarci di guardare al di là di ciò che vedono i nostri occhi. La persona che soffre di un disturbo alimentare si vergogna di mostrarsi così come è. La malattia rappresenta una debolezza, un qualcosa che va nascosta, è il mezzo attraverso il quale si cerca di avere il controllo su tutto quello che non va nella propria vita. Spesso lo sguardo che una persona sente su di se’ non è uno sguardo comprensivo ma è uno sguardo giudicante, a volte sprezzante, anche derisorio e svalutante. Altre volte ci si vergogna perché ci si sente sporche. Sporche per tutto quello che si riesce a fare col proprio corpo rivelando ancora di più quanto si è deboli, imperfette, inadeguate, senza valore. Sporche perché ci si è lasciate andare a quel “distorto” godimento di piacere che fa sentire non più eteree e impalpabili ma tremendamente corporee, materiali e sbagliate. Ci si vergogna perché un disturbo alimentare è qualcosa che gli altri valutano come una stranezza di una ragazza o un ragazzo che evidentemente ha qualche problema ( sottovalutando il fatto che chi soffre di un disturbo alimentare è consapevole di avere un problema, è consapevole che il suo comportamento non è uguale a quello delle alle altre persone e questo aumenta ancora di più la sua invisibilità e sofferenza). Ma che cosa è la vergogna? È un’emozione. Ed ecco che ritorniamo ad uno dei temi principali che riguarda queste malattie: la gestione delle emozioni. E qui non possiamo non parlare del ruolo fondamentale dei genitori.
È importante fare attenzione alle parole che si è soliti usare quando parliamo perché queste vanno a influenzare i nostri pensieri e il conseguente comportamento. Osserviamo ad esempio il termine controllo, per chi soffre di un disturbo alimentare ne è la caratteristica principale per eccesso o per difetto. Ora, consideriamo le emozioni insieme al controllo: ne fuoriesce la problematica alla base di queste malattie. Proviamo a sostituire il controllo con un’espressione come ad esempio accogliere, gestire, dialogare con l’emozione: acquista subito una prospettiva diversa.
Incominciare ad adottare un altro linguaggio da quello che si usa di solito tra le mura domestiche porta a vedere le cose da un’altra angolazione, aiutando anche la persona che soffre di un disturbo alimentare a percorrere una strada differente nell’interpretare ciò che prova. A volte sembra che questi concetti siano banali, scontati, automatici. Ma così non è. Spesso accade anche che durante i laboratori i temi che vengono trattati facciano sorgere spunti di riflessione e consapevolezza, ma poi, quando ci si trova davanti al proprio figlio o figlia, d’improvviso ci si dimentica tutto rimettendo in atto lo stesso schema di risposta. Pensiamo a quante volte il discorso cibo, attività fisica, peso compare pur sapendo che non si dovrebbe. Perché accade questo? Perché la malattia è subdola. Sa attaccare nel momento giusto, colpendo i punti più vulnerabili dell’intera famiglia.
Una ragazza ha condiviso quanto per lei sia stato importante nel suo percorso di guarigione affidarsi alla competenza del suo nutrizionista perché le insegnasse nuovamente a nutrirsi (pur essendo lei laureata come biologa e quindi sapendo benissimo come si combinando i vari alimenti). Ma lei sentiva il bisogno di una persona esterna alla famiglia che le insegnasse di nuovo a mangiare correttamente. Alimentarsi infatti non vuol dire introdurre meccanicamente del cibo in bocca. Allo stesso modo, il isturbo alimentare non è il rifiutare o abbuffarsi di cibo. C’è molto di più dietro a quel gesto apparente, c’è tutto il significato profondo del nutrimento. Appena nasciamo, la madre nutre il proprio bambino, e insieme ad esso si instaura il legame madre-bambino. L’esperienza di questa ragazza ha evidenziato come sia stato necessario compiere questo percorso con una figura estranea all’ambito familiare. Questo le ha permesso di imparare a nutrirsi in modo responsabile e autonomo. Una madre deve dare nutrimento appena il bambino nasce, ma non può continuare a farlo quando il bambino è adolescente perché questo significherebbe non staccare il “cordone ombelicale”, cosa essenziale per divenire adulti indipendenti. A loro volta, i genitori di questa ragazza si sono comportati da genitori. Il padre aveva il ruolo di padre, la madre il ruolo di madre ma soprattutto padre e madre avevano conservato e protetto il loro ruolo di marito e moglie. Di conseguenza la figlia aveva mantenuto il suo ruolo di figlia. Non era divenuta nei suoi pensieri la rivale della madre o la presunta compagna del padre. Era semplicemente figlia. Questo è fondamentale per non creare invischiamenti familiari. Il disturbo alimentare gioca nel confondere i ruoli e soprattutto nel mantenere intatto il cordone ombelicale perché così agisce più facilmente. Quando colpisce la figlia o il figlio, contemporaneamente colpisce anche il genitore ( come si suol dire, prende due piccioni con una fava).
Una mamma, collegandosi alla tematica nutrizione, ha chiesto cosa potesse significare l’uso di molte spezie da parte di sua figlia che portano poi a degli abbinamenti insoliti. Questo ci riconduce direttamente al discorso iniziale delle emozioni. Non dobbiamo bloccarci davanti a ciò che vediamo ma dobbiamo andare al di là di ciò che si pone davanti ai nostri occhi. Le spezie di solito si usano laddove c’è poco sapore, poco gusto. Il cibo nel disturbo alimentare è la metafora delle emozioni. “Come mai mia figlia sta cercando di insaporire le sue emozioni? Che cosa è che le rende sciape ? Come mai non riesce ad abbinarle in modo armonico tra di loro?” Pensiamo anche a quando si spezzetta il cibo in tante minuscole parti, caratteristica questa tipica dell’anoressia. Sminuzzare il cibo equivale a minuzzare le emozioni. Cosa porta a ridurre in piccoli parti quella emozione impedendo poi di integrarla insieme alle altre? Che cosa blocca l’interiorizzazione di quella emozione dentro di se’? Che cosa è che spaventa?
Spesso anche il genitore ha paura, soprattutto se il disturbo alimentare è accompagnato da forme di autolesionismo. Come soluzione si finisce con il controllare costantemente ogni azione e ambiente frequentato dalla propria figlia o figlio per scongiurare un eventuale pericolo. E questo è umanamente comprensibile. Chi soffre di un disturbo alimentare però vive già ogni momento della propria giornata in un pressante dominio che la persona applica su se stessa. Sentire un’ulteriore vigilanza su di se’ non può che far scattare rabbia, reazioni provocatorie con la inevitabile ricerca di situazioni ancor più pericolose per comunicare il proprio disagio. Un papà ha condiviso quanto abbia giocato favorevolmente l’aver dato fiducia alla propria figlia e quanto questo abbia ridotto la frequenza dell’autolesionismo di lei. Certo, non è stato facile. Ha dovuto affrontare a sua volta la
propria paura, frenando il desiderio di controllo, ma questo ha reso migliore la loro relazione, il loro confrontarsi, il loro stare insieme. Il genitore di solito fatica a pensare che il percorso di guarigione del proprio figlio o figlia possa partire direttamente da lui nell’incominciare a riconoscere le proprie mozioni. Se ci riflettiamo bene, non è poi così assurdo. Le emozioni sono le stesse per tutti gli esseri umani. Nascono e si manifestano fisiologicamente nel corpo di ognuno di noi nella stessa maniera. La persona vive poi individualmente la sua emozione in base al proprio vissuto e sensibilità. Ma uell’emozione non è sconosciuta all’altro. È un qualcosa che accomuna, che lega, che permette di omunicare. Immaginiamo quanto possa essere nutriente un genitore che di fronte al rifiuto o abbuffata di cibo della propria figlia o figlio non vede la malattia ma bensì la paura o la tristezza. “Ti vedo, riconosco la tua sofferenza perché è la mia stessa sofferenza. Non c’ è nulla da fare in questo momento. Stai qui. Stai con questa tua emozione. Non avere paura. Ci sono anche io vicino a te”. Questo è il “linguaggio” delle emozioni, un linguaggio che non usa le parole. Ma perché possano comunicare liberamente tra di loro, occorre che uno dei due riconosca la propria emozione riflessa nell’altro.

La frase della settimana è: LA MIA EMOZIONE È LA TUA EMOZIONE RIFLESSA IN ME. 


Il genitore è l'essenza del vero nutrimento - Laboratorio 15 dicembre 2020

15 dicembre. Tra 10 giorni sarà Natale. Un Natale molto strano e particolare. Non ci saranno veglioni, cenoni, riunioni con parenti e amici. Tutto prenderà una piega più contenuta, sobria, possiamo dire più naturale. Quest’anno forse non assisteremo alla solita corsa bulimica di regali, cibi, feste con il vano tentativo di mascherare e allo stesso tempo riempire il vuoto che sentiamo dentro. E forse tutto questo ci avvicinerà un po’ di più nel comprendere cosa significa per una persona che soffre di un disturbo del comportamento alimentare affrontare queste festività: una perenne difficoltà che non è legata solamente al fattore cibo ma anche al fattore emotivo. Natale dovrebbe rappresentare il valore dei nostri legami, la famiglia, le persone a cui vogliamo bene, e un disturbo alimentare allontana dal vivere serenamente i propri rapporti creando solo conflitti, scontri e separazioni. Si vorrebbe dimostrare il proprio affetto e amore e invece quello che emerge è aggressività e offese per la paura di avvicinarsi troppo all’altro. Quello stare vicino è spesso una tappa ancora troppo difficile da comprendere e analizzare per una persona che soffre di queste malattie. Ci sono mamme e papà che parlano di lunghi silenzi che creano disagio, incomunicabilità, imbarazzo. Si sente il bisogno di dover riempire quello spazio “ vuoto” con un mare di parole, anche senza senso, pur di non sentire quel silenzio.
Una ragazza ha raccontato di quando si era trovata alla consueta seduta di terapia. Ricorda di aver rivolto una domanda alla sua psicologa e di non aver ricevuto nessuna risposta in cambio se non un interminabile silenzio che la fece sentire confusa e anche un po’ arrabbiata perché aveva tante cose da chiederle e non poteva farlo. L’ora di terapia avvenne nel completo non dirsi nulla.
Tornando a casa, la ragazza pensò a quella inconsueta seduta ma non riuscì a capirne il senso.
Erano tante le emozioni che erano emerse a cui non aveva potuto dare voce, e adesso le rimbombavano prepotentemente dentro di lei. Le avvertiva tutte, anche se non riusciva a collegarle con ciò che le accadeva. Qualche giorno dopo, si trovò in treno da sola col proprio padre. In quel vagone c’erano solo loro due, ognuno dentro la propria incapacità di comunicare con l’altro. In quel momento, la ragazza ricordò la strana seduta terapeutica avvenuta giorni addietro. Ecco a cosa era servita, a saper stare nel silenzio, al saper vedere e non avere paura delle proprie emozioni. Siamo soliti pensare che il silenzio sia qualcosa di negativo. Al contrario, dentro al non detto si nascondono profondi significati. Nel silenzio, le persone sono come denudate dalla loro corazza aggressiva e allo stesso tempo il disturbo del comportamento alimentare non ha mezzi per manipolare e creare zizzania. Si ha così paura di incrociare lo sguardo dell’altro perché si sa che si è completamente visibili nella propria fragilità e vulnerabilità.
Eppure, quanto è rigenerante e costruttivo il silenzio.
Un papà ha raccontato della volta in cui si era molto arrabbiato perché sua figlia trovava ogni scusa per non prendere la patente di guida. Quel giorno, stufo delle solite scappatoie messe in atto da lei, le aveva detto direttamente che era l’ora di finirla di comportarsi da quattordicenne, la patente doveva prenderla per la sua indipendenza e autonomia. Questo papà aveva saputo dare uno stimolo alla crescita personale della figlia non affrontando di petto il disturbo alimentare ma bensì agendo su un campo neutrale in cui la malattia non aveva motivo di sentirsi attaccata.
Questo fa capire quanto sia importante notare come la stessa emozione o difficoltà possa essere
gestita diversamente se affrontata in un ambiente diverso. Nel caso della prima storia, la terapeuta aveva messo in atto una seduta in silenzio per far capire alla ragazza che quel senso di vuoto e angoscia che provava a casa e che lo riempiva attraverso il cibo, poteva essere vissuto e gestito diversamente. E ne ricevette la conferma nell’esperienza in treno sola con il proprio padre.
Nel caso della seconda storia, il padre non va a stimolare la figlia attaccandola direttamente con parole del tipo: “ devi fare qualcosa per uscire da questa malattia perché così non vai avanti”.
Frasi del genere non aiutano e fanno sentire la persona in causa ancora più incapace e non in grado di guarire. Al contrario, agendo su un piano neutrale come prendere la patente di guida, ha permesso alla ragazza di osservare la sua situazione da una prospettiva diversa rendendosi conto di quanto avesse paura di diventare adulta e responsabile di se stessa.
Da qui si comprende quanto i genitori rappresentino sempre più una risorsa. Sono essenziali nel percorso di crescita di una persona con un disturbo del comportamento alimentare. Una mamma in questa settimana si è sentita rifiutata dalla figlia che, impaurita di dover affrontare un altro ricovero, vuole andare a vivere dalla sorella comunicando espressamente il suo non voler stare con la madre che le rende ogni cosa ancora più difficile. Sappiamo che spesso ciò che viene detto è l’opposto di quello che si pensa. In realtà questa figlia ha un disperato bisogno della propria madre, ma in questo momento sono troppe le paure dentro di lei e crede che allontanando la madre da se stessa sia più facile. Ma sono fasi che devono accadere durante un disturbo del comportamento alimentare. Ogni figlio o figlia nutre per i propri genitori un amore immisurabile, e non può essere diversamente.

Riprendendo il discorso di prima, i genitori sono essenziali nel percorso di cura. Non possono e non devono essere terapeuti ( questo ci teniamo sempre a sottolinearlo), ma devono essere il padre e la madre dei loro figli. La famiglia è una componente fondamentale nella vita di ognuno di noi, ancora di più per le persone che soffrono di queste malattie. Non si può credere di guarire senza affrontare direttamente il rapporto con i propri familiari. Il disturbo del comportamento alimentare ha tantissimi aspetti negativi ma un fattore positivo ce l’ha ed è quello di portare alla luce quello che deve essere trasformato. Non perché sia per forza sbagliato o deleterio per la persona, ma perché va rinnovato. I disturbi del comportamento alimentare sono multifattoriali, e quindi sono tanti i motivi che portano alla loro insorgenza. I genitori non ne sono la causa. Certo, essendo una parte essenziale della vita della persona, inevitabilmente ne vanno ad influenzare il suo sviluppo, ma questo non vuol dire che ne siano colpevoli. E proprio perché rappresentano la parte essenziale della vita della persona, non ci  stancheremo mai di ricordare che sono una risorsa indispensabile. Non c’è guarigione senza l’ analisi e la risoluzione del rapporto genitoriale.
Una persona non può vivere senza la sua famiglia. Senza di essa manca il nutrimento, l’amore incondizionato, la protezione e ci si ritrova spenti. Le persone che soffrono di un disturbo del comportamento alimentare colpiscono per l’assenza di luce nel loro sguardo. La malattia sa bene dove colpire, il suo bersaglio è il nucleo familiare.
Una mamma ha condiviso la sua gioia perché sua figlia. dopo due anni che non rivolgeva parole al suo papà, quest’anno trascorrerà il Natale insieme al lui. Questa mamma ha vissuto momenti di grande difficoltà e conflitto. Vedeva ogni giorno la sofferenza della propria figlia, ma ha saputo non intralciare il suo percorso di crescita. Ha mantenuto il suo ruolo di madre cercando di comprendere sempre più come le dinamiche della malattia giocassero a confonderla.
È naturale che i genitori desiderino annullare la sofferenza che la malattia comporta accelerando il processo di guarigione dei propri figli. Ma questo è impossibile. È un percorso che deve essere intrapreso solo dalla persona interessata. Il genitore però può esserci. Non per fare chissà che cosa. Ma, come abbiamo visto nel silenzio, può preziosamente esserci.


La frase della settimana: IL GENITORE È L’ESSENZA DEL VERO NUTRIMENTO.