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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

lunedì 14 dicembre 2015

La guarigione

La guarigione sta, forse, anche nell'assecondare la tempesta e poi lasciare che passi? Come accettare di fare un giro di montagne russe per poi fermare la giostra. Meglio, riuscire a fermarla. Questa è la differenza.
I digiuni hanno fame di abbuffate. E' un cane che si morde la coda. Sappiamo che nel momento in cui rifiutiamo il cibo, quel rifiuto chiede il conto 24, 48 ore dopo eppure lasciamo che accada consapevoli di quanto la debolezza scateni la fame famelica della malattia. Siamo spettatori di noi stessi, ci scrutiamo per agire meglio, per non lasciarci affondare più, per capire cosa ci porta a barcollare e come riprendere l'equilibrio. La guarigione agisce nel momento in cui la malattia sferra solo un colpo, lo incassi, ma poi la metti con le spalle al muro. Fai in modo che si sieda nel suo angolo e se ne stia cauta.
E' una iena, ma sappiamo domarla ormai. Il punto di forza è questo.
Ora, riusciamo a guardare negli occhi la sua fame, riusciamo a guardare quello che ci fa. Quando ci prende la mente nelle sue mani e la sentiamo. E' una questione di attimi, perché nel momento stesso in cui sentiamo che agisce su di noi riusciamo a liberarci dalla sua morsa.
Imparare a domare la tempesta, è questo il punto. Far tornare la calma interiore.
Non può più nulla e la consapevolezza di ciò ci permette di guardarla agire per poterla fermare. Come se la vedessimo dall'esterno per la prima volta, come se ci piegassimo per un attimo illudendola che può vincere. Eppure è solo un tattica. Un modo per distrarla, disarmarla e sferrare il colpo che ci permetterà ancora di riprendere in mano noi stessi.
La guarigione sta nel guardarsi, scusarsi per tutte le volte che abbiamo creduto di non essere abbastanza, per tutte le volte che abbiamo attribuito al cibo la facoltà di parlare per noi, di essere parole, di essere il dolore. Poi scusarsi, ancora, e promettersi di non lasciarsi mai. Promettersi le parole. Il gusto. Se stessi.

Rossella Assanti

giovedì 10 dicembre 2015

Riemergere dall'inconsistenza



Tre pensieri scritti nel pieno della malattia…
Vorrei essere.
Vorrei essere proprio così: diafana, trasparente, percepibile a fatica. Confondermi e sparire nello spazio intorno a me e mostrarmi nuovamente quando quello che posso offrire è di nuovo un sorriso. È inutile esistere il resto del tempo, è troppo pesante per se stessi e per gli altri.
Il rischio però, diventa quello di non ricomparire mai più.
E sarebbe un rischio? No piuttosto una scelta, non abbiamo scelto noi di “essere”, forse, se avessimo potuto, avremmo scelto di “non essere” o di non essere così, o di non essere sempre, di essere a volte, qualche volta sì e qualche volta no, di essere solo in alcuni momenti e tutto sarebbe… ancora più spaventoso.
Forse si deve essere sempre altrimenti non si sarebbe mai e forse si deve essere tutto altrimenti non si sarebbe niente.
Mi capita spesso di pensare “vorrei essere fatta di aria”, mi sentirei così libera, così leggera, così incredibilmente parte del tutto. Ma in fondo sarei nulla.
Allora penso di poter essere qualcosa di diverso ma di ancora più leggero e sfuggente. Vorrei essere fatta di un materiale simile al fuoco. Di fuoco e polvere. Perché il fuoco? Perché è libero, sfuggente, non si può prendere, rinchiudere, segregare, toccare. Forse, solo sfiorare. La polvere serve a darmi la percezione di me stessa, quando voglio esistere aumenta, altrimenti brucia via. E il fuoco, che tende incessantemente a protendere verso l’alto, mi libera di ogni fastidiosa sensazione di attrazione gravitazionale. Ma non è fuoco caldo. La sua anima è ghiacciata. Brucia solo se si prova a toccarlo. Troppo in profondità, con troppa violenza. Altrimenti ha un bisogno disperatamente immenso di essere scaldato, e di voler smettere di bruciare la polvere, di raccogliere tutta la cenere e di nascere nuovamente e riemergere dall’inconsistenza.
Pensiero per il 25esimo anniversario di matrimonio dei miei genitori… in clinica… ripensando alla mia infanzia e agli attacchi di panico che mi straziavano durante la notte…
“Mamma scusami.
Papà perdonami.
Sorellina mia, tu non c’entravi niente.
Mamma, io e te di fronte al nero, io e te di fronte alle mie angosce. Io che mi aggrappo a te, tu che mi prendi in braccio e mi aiuti ad aprire gli occhi, piano piano, e mi spieghi che non bisogna avere paura, che tutto si può affrontare, insieme. Mamma chi sono io e chi sei tu? Chi è che ha paura? Chi è spaventata di più dalle mie angosce tra me e te? Vorrei tanto mettermi così accanto a te. E sentirmi dire che non c’è niente, che i mostri non esistono, che nessuno nel pieno della notte cercherà di pugnalarmi alle spalle, che posso rilassarmi e chiudere gli occhi, e addirittura cambiare posizione nel letto, che casa mia è un posto sicuro, che non devo rimanere sveglia per proteggere mia sorella e voi, che dormite nella stanza accanto; non devo porre attenzione a ogni minimo, flebile rumore. Dimmi che domani mattina sarete ancora tutti vivi e che anche io lo sarò. Ti prego, dimmelo. Muovendomi potrei perdere la concentrazione e allora sarebbe la fine. Morirei e non potrei salvare nessuno di voi. Sto sudando ma ho freddo. Non posso spostare le coperte. Sorellina ti prego svegliati e dì a mamma di portarti un bicchiere d’acqua. Mamma accendi la luce e racconta le favole a Silvia, mi piacciono tanto, mi piacciono quelle che racconti sempre... la signora con la brocca di latte, mi piace come dici brocca, e quella del topolino o il bue e la volpe, mi piace tanto il suono della tua voce, parli così bene…
Ma io non ti ho mai aiutata, non ti ho mai chiesto aiuto, non ti ho mai dato la possibilità di essere la mia mamma. Mamma, scusami, non ti ho permesso mai nemmeno di essere la mamma di Silvia.
Sono una ladra. Ho rubato a te e a papà due figlie e a Silvia due genitori. E cosa vi ho dato in cambio? Che oggi, giorno del vostro 25esimo anniversario di matrimonio non sono con voi, non farete nulla perché, come dice papà, avete altro a cui pensare. Questo altro sono io. No, questo altro siamo noi, è vero, dobbiamo pensare ad altro.
Mi dispiace, avrei voluto metterci di meno a liberarmi di questo cancro. Ma è un cancro della mente, fa parte di me, non so da dove attaccarlo.
Mamma, papà, sento che ci sto riuscendo, non so bene come ma voglio restituirvi tutto ciò che vi ho tolto.
Provo tanta rabbia. Un po’ verso di voi ma, soprattutto, verso me stessa.
Tanta rabbia nei confronti di quella stupida bambina orgogliosa che credeva di essere onnipotente e di poter salvare il mondo. Ma chi ti credi di essere?
Tanta compassione verso quella ragazzina incapace di esprimersi.
Tanto odio verso quella ragazza che ha pensato bene di affidarsi a lei, alla sua migliore amica, alla sua arma più potente… l’anoressia.
Tanta pena verso quella giovane donna che non voleva riconoscersi come tale e giocava con il cibo e con il suo corpo, e non sapeva come scappare da se stessa.
Tanta rabbia, compassione, odio, schifo, nei confronti suoi. Lei, quella parte di me che vuole uccidermi, che gioisce nel sentire il dolore, che esulta quando scopre che ho le ossa bucherellate…sono più leggere, tra poco elimineremo del tutto anche quelle, sta andando tutto a meraviglia. Follia. Penso delle cose orribili.
È lei che cerca di fare del male a tante fragili ragazze che non capiscono con che cosa stanno giocando.
Mamma, lei fa parte di me, ma da adesso in poi sarò io quella figurina che si aggrappa alla tua spalla, e tu l’altra figura che si metterà insieme a me, di fronte al nero. Si mamma, d’ora in poi te lo permetterò, ti permetterò di spiegarmi che per vedere meglio basta solo accendere la luce, lo sai, io preferisco le candele…
Non importa quale luce sceglierai o se riuscirai a trovarne una, la cosa importante è che staremo insieme, mamma e figlia.
Tanti auguri mamma.
Tanti auguri papà.
Oggi è la vostra festa.
Godetevela tutta.”


Francesca Fabiani

giovedì 3 dicembre 2015

Quello che resta della malattia

Tutto ciò che resta della malattia è un eco. E' quella flebile voce che ti fa digerire male l'amore,lo rende indigesto, ti sussurra di non meritarlo. S'insinua nei punti fragili che ti restano, è acqua che cerca il suo varco per inondare il terreno. E' il rifiuto, quel tuo: “No, grazie” ad ogni gesto che ti viene offerto, come se non fossi abbastanza per averlo, viverlo, accettarlo. Quello che resta sono fiammiferi di paure, serve un soffio per spegnerle. Non incendieranno l'anima.
Non restano che macerie, nelle quali affondare le mani per tastare il terreno sul quale ricostruire. Sporcarsi di se stessi.
Quanto pesano i silenzi che diventano mine inesplose nel corpo se non li si mette alla luce? Non pesano. Fluttuano nell'anima nutrendosi avidamente del buio, di quel buio che inconsapevolmente gli diamo, come se fosse il tetto che gli abbiamo costruito sulla testa.
La chiave è partorirli. Partorire bombe di parole, lanciarle nel mondo e lasciare che il mondo le inondi a sua volta, le accolga. Fare in modo che trovino il loro spazio ed esistano. Guardarle vivere. Perché è lì che sono racchiuse le nostre fragilità, quelle che portiamo in grembo, quelle da mettere alla luce per poterle amare. Denudarsi dei timori, guardarli dritti negli occhi. Noi, che troppo spesso li teniamo bassi, quasi a far vincere quella voce affamata che ci alberga dentro, che si prende gli occhi e li avvolge nel timore di non saper essere o di non essere abbastanza. Per guardare. Per essere guardati.
Quasi volessimo conferire cecità al mondo per paura che ci rigetti. Come se fossimo un organo durante un allotrapianto e avessimo paura che le difese immunitarie inizino ad attaccarci, fino all'ultimo, fino a non riconoscerci e rigettarci. Ecco, è questo che resta dei disturbi alimentari, della malattia che abbiamo vissuto: la carne viva della paura. Un pensiero che pulsa sotto pelle e si nasconde tra le retine instabili di sguardi insicuri.
Solo una cosa può battere più forte: la volontà di essere. Ciecamente. Liberamente. Chiudere gli occhi solo per mettere in moto gli altri sensi, la pelle acquisisce una sensibilità maggiore in chi è cieco. Diventa il sentore principale. Permette di vedere la vita toccandola, di sentirla. Permette di sentirsi. E' questa la chiave. Avanzare verso le paure, come in una partita a scacchi. E l'avanzata è già una vittoria.

L'anoressia, la bulimia, i disturbi alimentari hanno fame di debolezze. Siamo noi questa volta a dare loro digiuni.
Rossella

mercoledì 25 novembre 2015

La realtà come giudizio




Un riscontro con la realtà esterna tante volte può diventare l 'unico modo per avere percezione di se stessi, di quello che ti sta accadendo fisicamente ed emotivamente. Ricordo ancora uno degli episodi più significativi per me in cui venni a contatto con la realtà della mia magrezza. Ero seduta in macchina e una sensazione spiacevolissima di colpo mi assalì, una doccia fredda. Il sedile di quella macchina perse la sua reale funzione per diventare un vero e proprio 'mezzo di comunicazione'. Non stava più lì per farmi sedere, ma per dirmi quello che mi stava succedendo. La sensazione di esser seduta su una roccia spigolosa piuttosto che su qualcosa di relativamente morbido, fu il messaggio che mi inviò. Un messaggio che provai immediatamente a decifrare. Si il mio corpo era dolorante, a causa del contatto delle mie ossa sporgenti con il sedile di quella auto. Mi mossi con una certa irrequietezza avendo l’impressione che dovessi solo trovare la giusta posizione, pensando di aver assunto solo una postura sbagliata, ma in realtà qualsiasi posizione assumessi il dolore non mi abbandonava; schiena, glutei erano ‘aggrediti’ dalle mie ossa. Il messaggio diventava sempre più chiaro, o meglio, metteva in dubbio qualcosa, quella certezza falsa che il mio corpo fosse sano. Una voce che però strozzavo in pochissimo tempo. Se fisicamente sentivo e, rifiutando di sentire, cercavo di mettere a tacere il mio corpo, emotivamente la sensazione sgradevole della preoccupazione per la mia persona moriva sul nascere. Preoccupazione che si risvegliava solo attraverso il confronto con le persone, che inevitabilmente notavano la mia ‘pericolosa’ minutezza, un senso di angoscia che però per me si mescolava all'idea del giudizio. Nonostante il mio istinto di autoconservazione provava in tutti i modi a parlare, cercando anche nelle parole altrui quella dimensione del reale che io non avevo e che in qualche modo poteva salvarmi, l’ombra del giudizio mi remava contro. Una voce imperava dentro di me e mi diceva: 'la loro preoccupazione è espressione di un mio comportamento sbagliato' come se ancora una volta ci fosse stata la convinzione che ero io a voler stare male, che ero sbagliata. La volontà di capire per poter fare luce su quello che mi stava accadendo, così come il terrore di farlo perché tutto si trasformava in uno spietato giudizio. Cercare disperatamente così come fuggire, tutto nello stesso momento. La realtà, quella realtà che rifiutavo era per me prevalentemente giudizio. Allora, quale ‘migliore’ strada se non quella di rifuggire quella realtà, se ai miei occhi appariva così dolorosa. Quale migliore ‘soluzione’, se non costruire un mondo tutto mio, fatto di regole tutte mie, che mi davano modo di farmi vedere quello che io decidevo, perché su quello potevo avere un controllo? E tutto continuava ad essere sempre e solo una trappola dalla quale però potevo disincagliarmi solo io.
Rosy


mercoledì 11 novembre 2015

Ritornare a vivere



Sorridere, amare, gioire… che bello sarebbe se potessimo - a comando - decidere il sentimento o l’emozione su cui volerci sintonizzare! Purtroppo non è così semplice! Neppure le più belle favole narrano di storie unicamente positive, infatti dietro un lieto fine spesso si celano tormentate vicende. Ebbene… è così che voglio credere che sarà la mia vita: forse la tempesta che vivo ogni giorno, ormai da anni, è solo il naturale percorso che serve e che prelude un magnifico finale. È vero, è difficile credere costantemente a questa ipotesi; non sempre riesco ad essere coerente con le mie idee, ma per fortuna in mezzo a tanti - troppi - momenti di negatività e pessimismo a volte si fa largo un piccolo spiraglio di luce che chiamo speranza e che mi permette di andare avanti nell’attesa che prima o poi qualcosa cambi nella mia vita - o meglio, nella mia mente - e che magari un giorno svegliandomi riuscirò a guardarmi con occhi nuovi. Si, perché è tutto lì il problema: non tanto l’immagine riflessa allo specchio, quanto invece il filtro dei miei occhi; un filtro “arrugginito”, distorto e da sostituire… un filtro che mi fa vedere solo il peggio, il brutto, il nero di un’immagine che di per sé sarebbe invece un arcobaleno di colori.
Convivere quotidianamente con le proprie sensazioni non è mai semplice; non lo è per la gente comune e men che meno lo è per me, per noi, per tutte quelle persone che vivono, soccombono o lottano contro un disturbo alimentare. Come si può aver voglia di fare qualcosa quando nella tua mente continua a martellare l’idea di te che non vali niente!! Credo che per molti di noi sia proprio da questo disagio e senso di inferiorità rispetto al resto del mondo che nasce il bisogno di sentirsi unici, forti, di assumere il “controllo” sull’unica cosa che possa dipendere da noi: il cibo, il peso… il nostro corpo! Ci nascondiamo erroneamente dietro la convinzione che il cibo è il nostro primo nemico o, al contrario, il nostro unico amico e in un caso piuttosto che nell’altro, finiamo esclusivamente col farci del male. Sì… perché è inutile dire che il problema alimentare, in qualunque modo esso si manifesti, non può che arrecarci dolore - fisico e mentale - lasciandoci cadere in un baratro, sempre più giù, sempre più lontano dalla realtà e da ciò che sarebbe giusto perseguire; eppure, esso assume un aspetto tanto “amichevole” nei nostri confronti da farci sentire al sicuro quando ci sta accanto: il problema alimentare, diventa il nostro fedele compagno di vita! Si tratta però di un compagno un po’ “scomodo”: geloso, possessivo, ci vuole tenere solo per sé, ci porta ad isolarci da tutto e da tutti fino a che noi, povere vittime, completamente infatuate da questo “amore proibito”, diveniamo burattini da manovrare a suo piacimento: non siamo più noi ad avere il controllo né della nostra alimentazione né, a lungo andare, della nostra vita. Così, quella forza e quella supremazia che pensavamo di avere all’inizio, finiscono per perdersi strada facendo e nella maggior parte dei casi, ce ne rendiamo conto quando è ormai troppo tardi.
Tante volte, nei miei momenti di lucidità, quando l’ansia, la paura e lo sconforto - ormai compagni di vita - mi danno un po’ di tregua, mi soffermo a riflettere sul motivo per cui la mia vita in un certo momento abbia preso questa brutta piega; perché, nonostante la consapevolezza di quanto stare così mi faccia soffrire, non riesco a dire “basta”, a tirar su le maniche una volta per tutte e ricominciare a vivere.
E dire che ci ho provato diverse volte a guarire!!                                                                                                     Eppure c’è sempre qualcosa che mi blocca nel percorso: per quanto duro esso sia, per quanti passi avanti io riconosca di aver fatto, c’è sempre quel momento di smarrimento che mi fa sentire “sbagliata” nel voler cambiare; e “presuntuosa” nel voler provare a non ascoltare i mille pensieri che incessantemente frastornano la mia mente. E così, in un niente si torna indietro… mesi di sacrifici si perdono in un baleno e prima che io possa accorgermene ciò che avevo riguadagnato mi sfugge di mano, ritornando punto e a capo, nell’ombra più totale. E di nuovo pianto, tristezza, umore depresso… dove va a finire la gioia di vivere? Dove vanno a nascondersi quella forza e quel coraggio che mi inducono ad andare avanti nonostante tutto?
Tante domande… Poche risposte… Ma forse è così che deve andare; forse chi vuole davvero guarire da un disturbo alimentare deve prepararsi ad affrontare un lungo e tortuoso viaggio, dove non si va in prima classe ma probabilmente in autostop; dove non si sosta in un hotel a cinque stelle ma nelle bettole… Tuttavia, fra i tanti viaggi che nella nostra vita avremo la possibilità di fare, quello verso la guarigione resterà di certo il più memorabile e significativo poiché, nel momento in cui saremo arrivati a destinazione, riceveremo il dono più prezioso che sia possibile desiderare: ritornare a vivere, ovvero… sorridere, amare, gioire!

Maria Cognata