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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

martedì 26 luglio 2016

Mi voglio amare!

La verità è che sono combattuta. .
Da una parte questa malattia mi piace.. Mi fa stare bene. Dall' altra c'è la stanchezza fisica, le forze vengono a mancare ma nonostante ciò continuo questa strada.. 
La strada verso l eccessiva magrezza..
La strada verso il controllo emotivo..
La strada verso la convinzione di potercela fare da sola nonostante il corpo che cade a pezzi.
Dentro di me mi sento invincibilmente pura.
Protetta dentro un corpo distrutto. 
Corpo che allontana la gente ed un passato d adulta e d adolescente .
E con uno sguardo assente me ne sbatto di ciò che pensa la gente.
Protetta dentro un corpo distrutto.. pian piano passa tutto. 
Ho il controllo delle emozioni,  a volte posso apparire un egoista .. in realtà dietro ce una vita da autolesionista che nasconde ciò che prova dentro una via nuova.
Una via protetta dove nessuno può oltrepassare..dove nessuno mi potrà mai abbracciare.
Ma ce un abbraccio silenzioso un messaggio lanciato tramite un corpo fragile e abbandonato.
" prenditi cura di me" sussurra il messaggio.. questo cuore di ghiaccio per farlo sciogliere a volte non serve neanche un abbraccio.
E chiedo scusa se ho ferito le persone a me vicino.. questa vita è tutta un casino!!
Da qui mi sento protetta .. Posso fare a meno di sta gente.
La stanchezza fisica è tanta e a volte la parte sana mi fa venir voglia di prendere la mano tesa, l aiuto offerto.. ma ciò mi farebbe sentire debole. 
Mi rendo conto che da sola non posso farcela.. devo prendere una decisione.. o continuare a stare dentro questa prigione dove mi sento protetta ma stanca.. 
O mettere l orgoglio e l autocontrollo ossessivo da parte e accettare l aiuto offerto .
Ho freddo tanto freddo.. le ossa dolenti.. sento il mio cuore che a fatica pompa sul mio petto. 
Forse ho bisogno di uscire da qui 
Forse ho bisogno di lasciarmi aiutare di lasciarmi amare..
Lasciare questo tunnel dove sono venuta ad abitare.
Tanti anni.. troppi anni..rinchiusa in questo tunnel protetto.. rifiutando tutto anche l affetto.
Piccola guerriera in lotta con se stessa.. che dell' amore è della presenza in realtà forse un po gli e ne interessa. 
Vista e amata per quella che è anche se perfetta non è !!
Le sue paure che la malattia non rende visibili perché il controllo su se stessa li ha resi invisibili. 
Protetta dentro un corpo esile che fa paura.. ma che mi rende invincibilmente pura.
Paura di uscire..
Paura di riuscire. 
Voler apparire forte e determinata tramite un corpo che mi tiene abbracciata. 
Per una volta mi sento davvero protetta!!
Il dolore che questo cuore non riesce più a sentire.. questo corpo forte mi fa apparire.
Corpo esile.  Assenza di forze fisiche ma presenza di forza di controllo..
Forza di volontà malata che tiene i miei bisogni fisici e la mia sensibilità addormentata. 
Emozioni anestetizzate per via di cause non accettate.
Dov'è finita la chiave per uscire da qui ?? 
Mi sento protetta ho un controllo.. si!!
Ma la stanchezza non regge più è troppa.. 
Prendetemi in braccio non ce la faccio..e portatemi dove non serve sentirsi sfiniti per sentirsi forti..
Portatemi dove non serve pesare 30 kg per sentirsi leggeri e puri dentro.
Aiutatemi a far si che tutto ciò si avveri . 
Voglio ricominciare a vivere questa volta per davvero..
È quelle poche forze che mi son rimaste le userò per lottare..
Io mi voglio amare!!!

Anonimo

giovedì 7 luglio 2016

Da "Mi nutro di parole" : Pensando

“Una volta l’aereo mi terrorizzava, ora non più, qualche volta ho desiderato che cadesse. Per finire un incubo, un incubo che non finisce. Una morte lenta, una morte quotidiana, una tortura. Vedere la propria morte come una liberazione, questo è un sentimento recente. Ora vivo alla giornata, non ho più progetti né tempo per me, il mio è un tempo “dedicato” e mi sento in galera. Un tempo scandito da gesti ripetuti, incombenze da assolvere. Mi chiedo spesso se questo può avere un senso e una utilità di qualche tipo, la risposta non mi viene da nessuno, devo cercarmela. Ora capisco meglio i barboni, i nullafacenti, quelli che ogni giorno è un giorno da inventarsi, penso che questo può anche avere il suo lato creativo, mi sforzo a pensarlo. Tutti, psichiatri, psicoterapeuti si affannano a togliermi i sensi di colpa, la colpa non è la tua, la colpa non è di nessuno, le cose succedono al di là delle colpe. Eppure qualcosa di storto devo aver fatto, tutta quella energia che avevo e tutta quella bellezza e forza, credevo che in qualche modo passasse come il sangue e i geni da me a mia figlia, quella mia forza che volevo diventasse la sua forza. Non è stato così. Alle volte sono di pessimo umore e senza speranza, altre volte riesco ad emozionarmi per una frase letta in un libro, per una canzone, per un tramonto e allora scopro di amare la vita. Ho bisogno di leggerezza, mi piace ridere, non ho abbandonato la capacità di ironizzare su di me e sul mondo e questa mi sembra una ricchezza, una cosa non persa, forse una cosa guadagnata. La mia schiena che l’anno scorso non reggeva più l’ho rieducata a reggere ancora il peso del mio corpo e con un rigore tedesco faccio movimento, ginnastiche mirate, non voglio soccombere e la mia schiena oggi è migliorata, mi piace camminare e sentire ancora i muscoli che rispondono ai movimenti. Mi sono sentita sola in certi momenti, esiliata ad una vita cupa, triste, ma gli altri c’erano, eccome se c’erano, ma erano lontani, io vivevo il mio dramma, da sola. Il dolore ripulisce dagli orpelli, ti permette di vedere tutto più chiaro, più pulito e più sintetico. Il dolore ti unisce a chi soffre, non ci sono più affinità culturali o di classe o politiche o di età, il dolore ti permette di specchiarti negli occhi degli altri.”


A rileggere queste cose, scritte 4 anni fa circa, mi viene una gran pena per me e per quello che ho vissuto in 11 anni di malattia di mia figlia. Un'altalena di emozioni forti, momenti carichi di angoscia e altri di speranza. Sono cambiata. Sono diventata un'altra persona. Ora sono più forte, mia figlia sta affrontando un percorso lungo e pieno di trappole, ma è più matura, è più consapevole e riesce meglio a tenere a bada i suoi malumori, ha un maggiore controllo sulla sua malattia. Ha ripreso a mangiare, forse riuscirà a trovare un equilibrio, anche nel mangiare. Con lei ho un rapporto forte, voglio fare tutto quello che posso per aiutarla, voglio vederla vivere in un modo “possibile”, poi potrò anche morire, ma dopo aver fatto tutto quello che si deve fare, che si può fare. Nel mentre cerco di vivere, faccio lunghe camminate, vedo posti bellissimi che mi riempiono la vista e l'anima, mi tengo in forma. Il corpo forte e allenato serve alla mia mente, mi rassicura e allontana i pensieri di morte. Ce la faremo.

Elisabetta Manca                                              



mercoledì 1 giugno 2016

DCA / Dona-ti Cure e Amore

Poco tempo fa mi è stato chiesto che cos'è per me il Disturbo Alimentare, che cos'è per me la malattia. Vorrei leggervi la mia risposta: La malattia E' l'anestesia dei sensi. E’ ritrovarsi a vivere sporti su un cornicione che da un momento all'altro potrebbe crollare. E allora, per salvarsi, non resta che rimboccarsi le maniche e costruirsi con i propri sogni e desideri un paracadute d'emergenza. E' un pensiero fisso, assillante, un'ossessione, che martella nella testa fino a far saltare i collegamenti, il cortocircuito. E' un ricordo indelebile, perché la mente non cancella il male che si è visto e vissuto. E' un limite, da rispettare, umanamente impossibile da valicare. Ma E' anche l’indice che in fondo, da qualche parte, c’è vita. Ed E’, soprattutto, una voce, ha una voce, sa urlare a gran voce e rendere così completamente sordi, incapaci di sentire, di sentirsi e vedersi vivere. Ma ricorda, NON E' la tua voce. La malattia ha il potere di rendere visibile il dolore invisibile, di irrompere con irruenza sul palcoscenico della tua vita, seminando il panico. Custodisce gelosamente tutto ciò che conquista, ingorda. S'impadronisce di ciò che dà forma alle tue sensazioni, il corpo, lo ammaestra e trasforma a suo piacimento, facendolo diventare piccolo piccolo, come quello di una formica, che appaga il suo appetito con le briciole. Abusa e s'impossessa dei tuoi pensieri, li traveste in paure e sensi di colpa. Si veste dei tuoi panni per lasciarti nuda, strapparli e trasformarli in catene. Si appropria dei tuoi affetti più cari e li trascina lontano, a poco a poco sempre più lontano, fino a farli scomparire dietro un muro di paure. E ruba: ruba gli abbracci e i sorrisi, i respiri e le parole, i "grazie" e i "ti voglio bene", i "mi manchi" e i "sono fiero di te". Ma non la speranza: anche se debole, la speranza resiste, sempre. A te pretende di rubare ogni istante dell'atto principale del tuo spettacolo, di cui sei attrice protagonista e regista nello stesso tempo. Ma ricorda, è comunque nelle tue mani che resta la penna per scrivere il resto del copione, a te la responsabilità e l'onore di portare in scena il lieto fine che hai tanto desiderato, per cui hai tanto lottato. Questa è per me la malattia, la malattia per me è tutto questo. Ma io non sono la mia malattia. Io sono Sandra, ho 25 anni e da circa 7 anni convivo con il mio Disturbo Alimentare. Oggi sono qui a testimoniare, con la mia esperienza, che con un DCA è possibile convivere e che, nonostante i pregiudizi, se ne può parlare, se ne può discutere insieme. La malattia ha segnato gli anni più bui della mia vita, anni in cui sono stata accompagnata da un forte senso d'inadeguatezza, dall'impressione di non essere mai all'altezza in qualunque situazione, di non essere mai abbastanza. Questo un po' alla volta mi ha portato a perdere fiducia, in me stessa e negli altri, a rinchiudermi nella solitudine e a cercare un rifugio in cui proteggermi. E' così che mi è apparsa all'inizio la malattia: come un rifugio sicuro, protetto, in cui trovare riparo nei momenti di sconforto. Poi però, con il passare degli anni, più che un rifugio, si è rivelata essere una prigione soffocante: la malattia mi ha imprigionata in una gabbia di privazioni che isola completamente dal mondo esterno e oscura ogni luce. Ha scavato in me un vuoto che nessun cibo sembrava in grado di riempire, che nessuna emozione sembrava in grado di colmare. Tutto mi scivolava addosso: il piacere dei successi e il peso delle sconfitte, i bei momenti di gioia e quelli brutti di tristezza, i si e i no, il male che mi è stato inflitto e il bene che mi è stato voluto... Tutto si è aggrovigliato in un nodo che mi ha stretto la gola, fino a farmi mancare il respiro, a non permettermi di sentire più nulla. La malattia ha lasciato in me un grande, doloroso vuoto, portandosi via tanto: una fetta importante della mia giovinezza, che non potrà più tornare indietro, i miei amici più cari, le mie energie, la voglia di uscire di casa, le serate in compagnia, la danza, e soprattutto la mia voce, le parole. La malattia, infatti, ti costringe in un silenzio che ti rende muta, incapace di raccontarti, a te stessa e agli altri, e sorda, sorda a qualunque segnale di vita. La paura prende il sopravvento su ogni tuo pensiero e azione, ti paralizza, e tutto intorno a te, dentro di te, diventa buio; un buio assoluto che impedisce di vedere, sentire e desiderare qualunque cosa, persino la propria vita. E tu ti chiudi a riccio, ti raggomitoli sul tuo dolore per proteggerlo, per paura che il mondo fuori ti strappi via anche quello, quel dolore che è l'unica cosa che ti rimane quando ti ritrovi nuda, spogliata di tutto dalla malattia, a tu per tu con te stessa, faccia a faccia con le tue fragilità. Non puoi che sentirti indifesa, impotente nei confronti della tua stessa vita. E invece, non lo sei affatto. Credo che solo chi attraversa, chi vive sulla propria pelle, un disturbo alimentare possa capire fino in fondo quanto faticoso sia convivere quotidianamente con questo male che non lascia tregua. Il linguaggio della malattia è complesso da decodificare, e posso solo immaginare allora quanto sia difficile per chi non lo conosce, arrivare a comprendere come sia possibile smettere di mangiare, fino a lasciarsi morire; un gesto così spontaneo, naturale, così umano. Spesso nello sguardo di chi non conosce i DCA si legge soltanto rabbia e disprezzo nei confronti di chi si auto infligge una punizione senza avere un vero motivo per farlo. Il vero motivo invece c'è. Il sintomo, il Disturbo Alimentare, è soltanto una spia: nasconde un profondo disagio e una grande sofferenza che chiedono, e meritano, di essere portati alla luce, di essere ascoltati. Spesso si crede che per vincere le proprie difficoltà sia sufficiente la forza di volontà, e invece no, non sempre la forza di volontà basta. La sofferenza non è una libera scelta, la malattia non è una scelta. Si può però scegliere di scendere a compromessi con essa per poterci convivere, senza che ci costringa invece a (soprav)vivere incatenati alle paure, alla sofferenza. Il disordine alimentare è un segnale, perché i DCA abitano il corpo, un corpo che però può non necessariamente essere sottopeso o sovrappeso: spesso la sofferenza 'da fuori' non si vede. Chi soffre di questi disturbi riversa sul proprio corpo le proprie paure e insicurezze, sfoga su di esso la propria rabbia, tenta di metterne a tacere i bisogni, privandolo del nutrimento e delle cure di cui necessita. Così quel corpo, che tanto si fatica ad accettare, finisce per diventare il centro delle proprie attenzioni, delle proprie ossessioni, il nucleo intorno al quale gravitano preoccupazioni e pensieri ossessivi che non lasciano più spazio ad altro: la vita sembra esaurirsi in una manciata di numeri; chili, grammi, taglie, centimetri e calorie. Il mondo dei DCA è affollato di numeri, perché il numero è il segno tangibile di un controllo, che si crede sia assoluto, immobile, perfetto, un controllo che nella malattia si cerca disperatamente di mantenere, per godere dell'appagamento che può dare. Ma questa potenza che deriva dal controllo, in realtà, è illusoria, malata, appunto. E' uno scudo protettivo che s'indossa per difendersi dalle emozioni negative, dalle paure, per timore di soffrire, di soffrire ancora. Il Disturbo Alimentare è la pretesa di una perfezione impossibile da raggiungere per l'essere umano, la cui bellezza sta invece proprio nell'imperfezione che strutturalmente lo caratterizza. La giornata di chi ne soffre si trasforma in una successione di gesti meccanici, identici e ripetitivi, che pian piano diventano abitudini, rituali quotidiani, al punto tale che un giorno non ci si accorge nemmeno più di averlo in realtà perso il controllo. Perché non è in un numero la risposta a questo disagio, non è un numero a poter restituire l'amore e le emozioni vengono a mancare quando la malattia si manifesta. Quando ci sei dentro, però, non te ne rendi conto: la sofferenza sembra l'unica soluzione possibile per tollerare la vita in qualche modo, per quanto doloroso esso sia. E invece un'alternativa possibile, un'alternativa alla sofferenza, al silenzio, alla malattia, c'è. Ed è quella che al numero sostituisce la parola, è quella di chiedere aiuto. Chiedere aiuto può essere difficile, perché la sofferenza che un DCA porta con sé può essere così potente da far sentire incapaci di reagire, in balia di una forza apparentemente incontrastabile e inaffrontabile. Trovare il coraggio di chiedere aiuto non significa rassegnarsi o arrendersi ad essa, anzi, significa concedersi la possibilità di lottare ad armi pari, per riappropriarsi di tutte le emozioni e le sensazioni positive che la malattia impedisce invece di sentire, per riconquistare la libertà di essere semplicemente se stessi. Andare a scavare nel profondo del proprio vissuto non è facile. Ci vuole coraggio. Quanto coraggio ci vuole per guardare in faccia le proprie debolezze, per affrontare le proprie paure...! La scelta di chi lotta contro un DCA credo sia un atto davvero coraggioso, perché costa tanta fatica, tanti sacrifici e comporta a sua volta tanta sofferenza....ma è una scelta che vale la pena, perché vale la vita! Confesso di essere stata anch'io titubante e molto scettica all'inizio del mio percorso di cura, che ho intrapreso per accontentare chi mi chiedeva insistentemente di farlo, chi cercava di convincermi a parlare con uno specialista delle mie difficoltà con il cibo, perché da fuori capiva che ne avevo davvero bisogno, mentre io pretendevo di farcela da sola, credevo che da sola, con il passare del tempo, avrei saputo lasciarmi alle spalle tutte quelle difficoltà. Mi ci è voluto molto tempo per rendermi conto del valore di quell'insistenza, per riconoscere tutto il bene, tutto l'amore, che c'era dietro quell'apprensione, l'apprensione di una madre che vede la propria figlia adolescente allontanarsi ogni giorno un po' di più, nascondersi e rintanarsi nel silenzio e nella solitudine, al punto che qualunque comunicazione diventa impossibile. E' proprio per sopperire a questa mancanza di comunicazione che è subentrata la malattia, perché per vivere gli esseri umani hanno bisogno di comunicare con gli altri: per comunicare c'è chi usa l'arte, le immagini, i disegni o i movimenti, e chi somatizza, chi porta scritto sul proprio corpo un messaggio profondo, che non sempre però sa essere correttamente decifrato. Per questo è importante rivolgersi tempestivamente a figure di specialisti in grado di fornire una risposta adeguata al disagio che quel messaggio svela. In Italia, accanto alle diverse realtà di volontari che si adoperano per la sensibilizzazione e l'informazione sui Disturbi Alimentari, esistono centri specializzati nella prevenzione e nella cura dei DCA, dove chi ne soffre, e anche chi gli sta accanto, può ricevere supporto e cure adeguate. E' proprio grazie ad uno di questi centri che io ho avuto la possibilità di riprendere in mano la mia vita. E' grazie all'équipe di medici specialisti del Centro Medico del Dott. Oliva a Mestre, in provincia di Venezia, dove opera anche ADAM (Associazione Disturbi Alimentari di Mestre), che io ho scoperto che è possibile guardare con occhi diversi la malattia e che dal dolore e dalla sofferenza si può rinascere, può rinascere la vita. A loro, che mi hanno accolta due anni e mezzo fa in un percorso di cura che continua tutt'ora, a loro sono grata per avermi ascoltata nel momento in cui ho cercato sostegno, per aver sempre prestato attenzione alle mie richieste d'aiuto, sopratutto quelle taciute, per avermi sempre dato forza e fiducia, e per avermi accompagnata e sostenuta in ogni tappa del mio percorso, anche quando sembrava impossibile vincere le forti resistenze che la malattia oppone al cambiamento. Portare avanti un percorso di cambiamento, di cura verso la guarigione, richiede impegno, costanza, sacrifici e soprattutto molta fiducia nei propri 'compagni di viaggio'. La strada del cambiamento può spaventare, perché è lunga, tortuosa, disseminata di ostacoli, e ad ogni caduta è faticoso rialzarsi...ma non è una strada impossibile da percorrere. Scoprire che non si è soli, ma accompagnati passo dopo passo, caduta dopo caduta, permette di trovare il coraggio per andare avanti; attraversare la sofferenza rende più forti e più consapevoli. E strada facendo, s'impara a riconoscere l'importanza e il valore dei piccoli passi, quelli su cui il cambiamento si costruisce un po' alla volta: piccoli-grandi passi che rendono il viaggio alla scoperta di se stessi di giorno in giorno più sorprendente. Per concludere, vorrei invitare chi sta ascoltando a non avere paura, e il mio invito è rivolto soprattutto a chi - genitore, figlio o conoscente che sia - ancora non riesce a trovare il coraggio di chiedere aiuto. Non posso assicurarvi che da certe ferite sarà facile guarire, né che di certe insicurezze sarà facile liberarsi, ma lentamente diventeranno meno pesanti, più gestibili. Lentamente inizieranno a contare di più i vostri occhi, le vostre emozioni, i vostri desideri, la curiosità, la vicinanza di chi amate, il calore di un abbraccio, la voglia di prendervi cura di voi, ma anche le vostre tristezze, le vostre mancanze, le vostre paure. Lentamente inizierà a contare tutto, tutto ciò che di meraviglioso ogni nuovo giorno può offrirvi. Tutto, ma non più i vostri kg.

Sandra Zodiaco

venerdì 6 maggio 2016

Da "Mi nutro di parole" PERDONATI,RICOMINCIA A VOLARE



Volo. Volo fino a quando le mie ali non sono stanche, fino a quando le mie energie me lo permettono. Volo fino a quando non mi accorgo che, forse, sono troppo stanca per poter continuare. Ho bisogno di qualcuno che mi aiuti nel mio viaggio. Senza forze, stremata da un viaggio che credevo destinato alla felicità assoluta, inizio ad atterrare decidendo di porre fine almeno per qualche istante a questo mio viaggio folle, il quale sembra richiedermi sempre più energie. Mi accorgo, però, che qui la realtà non è come me l'aspettavo. Volavo alta, troppo alta per potermi rendere conto della realtà che mi sottostava. Sembra di essere in un'altra dimensione. Tutto sembra così diverso. Nel mio atterraggio, sempre più impaurita e disorientata, mi accorgo che una figura fino ad allora sconosciuta si avvicina a me imprigionandomi, ponendo così fine alla mia spensieratezza. Spavento. Paura. Terrore.
Riprendo le mie forze e inizio a volare, nella speranza di poter abbandonare quella che, nell'ultimo periodo, sembra essere diventata la mia nuova realtà. Certo, una realtà molto scomoda e privativa. Nonostante i tentativi di liberarmi la situazione non muta, e le mie forze iniziano a scemare sempre più. Certo, il barattolo dove è contenuta quella farfalla dai mille colori forse presenta ancora un coperchio, forse ci vorrà del tempo per permettere alla farfalla di volare libera, ma sono sicura che uno spiraglio di luce ha iniziato ad insinuarsi.
Avevo perso 20 chili quando, felice del mio corpo, mi sentii dire “Non mi piaci se hai la pancia.”, “Vai in palestra.”, “Se ingrassi non ti voglio”. Forse fu quello l'inizio di tutto. Ancora ricordo quelle parole che risuonano dentro di me, facendomi tremare. Il mio incubo iniziò così. La farfalla continuava a spegnersi per il giudizio degli altri. La cattiveria del mondo, ai suoi occhi, non aveva limiti. Torna nel cielo farfalla, torna dove nessuno possa vederti, dove nessuno possa giudicarti.
D'altronde a 16 anni chi non vorrebbe avere il fisico della modella di Intimissimi o della velina di Canale 5?
Iniziò così la mia vita tra pasti saltati, addominali a tutte le ore del giorno e prove bilancia dopo ogni pasto. Il numero che quella maledetta bilancia segnava era diventato il mio nuovo peggior nemico, una nuova cosa contro cui combattere; per non parlare dello specchio che, appena se ne presentava l'occasione, faceva sempre risaltare i miei difetti, trovava sempre qualcosa che non andava.
La farfalla però aveva ancora le ali. Erano belle. Erano stanche. La farfalla poteva volare, ma le sue forze si esaurivano dopo pochi istanti. Non riusciva a perdonarsi, non riusciva ad assolversi da colpe che, a dirla tutta, nemmeno erano sue. Vola farfalla, liberati nel cielo...
In pochi mesi persi altri 10 chili, arrivando alla bellezza di 47,6 chilogrammi. Dopo mesi di mestruazioni fantasma, quindi, iniziò il mio percorso all'interno dell'ospedale San Bortolo di Vicenza. La mia estate passò così, tra visite in ospedale, diete alquanto oppressive e pianti isterici. La farfalla era imprigionata. La farfalla aveva perso i suoi colori. La farfalla si faceva del male da sola. Perché non voli più, farfalla?
Certo, la farfalla era imprigionata, era sola. Questa solitudine, però, non durò a lungo. Passò poco tempo, e qualcuno decise di entrare spontaneamente in quell'opprimente barattolo. “Lo sai che non potrai più uscire da qui?” chiese la farfalla al nuovo arrivato, il quale aveva delle sembianze alquanto sconosciute. “Usciremo insieme” rispose. Ed era sincero, mai decise di abbandonare la farfalla, mai più la lasciò sola.
Perdonati farfalla, perdonati del male che ti sei auto inflitta.
Il dolore era sempre forte, le ali stanche, ma il cuore della farfalla iniziava a riempirsi, iniziava a sorridere. Sorridi farfalla. Il peso, così, grazie a diete ed integratori iniziò etto dopo etto ad aumentare, permettendo alla farfalla di tornare ai suoi colori originali.
Certo, la mia vita è cambiata dopo la mia ossessione, dopo la mia malattia. Mi ci vollero mesi per poter dire “Si, sono malata. Sono malata, ma ne uscirò.” E' difficile ammetterlo, è difficile ammettere di avere un problema, di sentirsi imprigionati, di avere bisogno di aiuto. L'anoressia è un mostro che ti imprigiona lentamente. Ti accarezza, cullandoti e sussurrandoti parole dolci, per poi farti capire che era tutta una farsa, che ci sei solo cascata. Combatti piccola guerriera, combatti contro il mondo.

Elisa Pettinà