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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

giovedì 16 luglio 2020

Equilibrio - Laboratorio 8 luglio 2020


Ogni volta il laboratorio si fa ricco di nuove esperienze, condivisioni, storie, emozioni, andando a toccare argomenti che sorprendono per la loro intensità e profondità. Il percorso di cura del proprio figlio/a, anche se rappresenta un cammino unico per ogni famiglia coinvolta, porta in sè emozioni comuni che acquistano valore laddove si ha la possibilità di comunicare. Anche stasera è sorto il bisogno di poter ascoltare e condividere. Ascoltare ciò che rappresenta il vissuto degli altri per accorgersi che c’è una similitudine con il proprio di vissuto. Questo fa sentire meno soli.
La malattia spaventa. Prende le sembianze di un qualcosa di oscuro che entra nella propria vita, rende impotenti, fragili, insicuri, soli. Una solitudine che va a impossessarsi dell’anima lasciando chi ne soffre inerme e in balia della sua forza divoratrice.
Spesso la malattia viene rappresentata da chi ne soffre attraverso la contrapposizione di due forze potenti che, entrando in un rapporto di incontro-scontro, fanno perdere l’equilibrio. Da una parte vi è la figura eterea, sobria, pura e spirituale, dall’altra la forza bruta, possente, avida e distruttrice.
Un eterno conflitto che lascia destabilizzati e spaventati coloro che ne osservano le modalità.Ecco allora che avere un luogo in cui poter esprimere questi timori, poterli esternare cosi da ridurre le dimensioni che occupano dentro di se’ è essenziale. È stata bella l’immagine data da un genitore: “La malattia ti fa sentire come una barca in balia di mari agitati. Ecco allora la necessità di trovare un porto sicuro in cui attraccare e trovare rifugio”. Non dimentichiamo mai che la famiglia affronta anch’essa un percorso di crescita. Un percorso che necessita di sostegno, comprensione, aiuti concreti per essere guidati verso la cura appropriata. Spesso però mancano le informazioni, mancano i centri specializzati, manca la conoscenza da parte del proprio medico curante di cosa è veramente un disturbo alimentare. C’è la necessità di gettare luce su queste malattie, e ognuno di noi può farlo attraverso la propria esperienza, Stare isolati non aiuta, anzi, questo va a peggiorare il senso di solitudine e impotenza. Diventa allora indispensabile andare a sviluppare la capacità di riuscire a vedere ciò che accade da un diverso punto di vista. Cambiare prospettiva è la base. Ogni cosa può essere osservata da angolazioni diverse, e riuscire a fare questo è trasformante in se’. Anche l’esperienza più difficile e carica di sofferenza può portare a interpretazioni e consapevolezze nuove.
Ad un certo punto è sorta una domanda. Cosa è che spinge un ragazzo/a ad ammalarsi di un disturbo alimentare? Cosa è che porta a stare così tanto male? In realtà non c’è un motivo preciso. Anzi. Sono tante le cause, e per ogni ragazzo/a che ne soffre queste sono uniche e diverse. È come tanti piccoli pezzi di un mosaico che vanno a comporsi in maniera confusa, distorta e frammentata creando instabilità e disarmonia. Ogni singolo pezzo ha esigenza di essere ripreso, osservato e posizionato nel suo incastro corretto arrivando così alla composizione finale finalmente armoniosa e unita. Spesso i genitori si sentono colpevoli del disagio della propria figlia.
Ma in realtà, sono davvero così tante le cause che è impensabile addossare tutto su di loro. Come riportato direttamente da un’esperienza di una ragazza che ora è guarita dalla malattia. Per anni, lei è andata alla ricerca di un possibile trauma vissuto in famiglia. Non ha trovato nulla di tutto ciò, se non l’aver scoperto la sua particolare sensibilità che le faceva vivere ogni situazione in un modo talmente intenso e profondo da lasciarla priva di ogni protezione.
Ad un certo punto, si è visualizzata l’ immagine di una persona su un dirupo. La fatica di essere arrivati fin lassù e ora, la paura di perdere l’equilibrio e cadere. In realtà non esiste questa minaccia. Ne’ il dirupo ne’ la persona hanno bisogno di trovare l’equilibrio. Entrambi hanno già il loro equilibrio. Non c’è bisogno di far nulla se non stare. Il dirupo rappresenta tutte le proprie difficoltà. La paura è perdere l’equilibrio e ricadere nel baratro.
Ma in realtà il dirupo non è lì per farci cadere...
...Il dirupo è lì per allenarci a vedere che l’ EQUILIBRIO è già presente dentro di noi. 
La parola che ci portiamo appresso durante la settimana è: EQUILIBRIO.





martedì 7 luglio 2020

Simbolo - Laboratorio 1 luglio 2020



Abbiamo cominciato il laboratorio portando alla luce la paura e le conseguenti aspettative legate al ritorno a casa della propria figlia/o dopo un periodo di ricovero in struttura.
Spesso accade che si provi tali sentimenti nel veder che la malattia ancora c’è e l’aspettativa che tutto poteva essere magicamente cambiato. È proprio in questi momenti che serve ancor di più riuscire a guardare i passi che si si stanno compiendo, e non quelli ancora da fare.
Quando la/il propria/o figlia/o comincia a comunicare le proprie emozioni, non è cosa da poco...Sta imparando a non tener rinchiuso dentro di se’ ciò che la/lo fa stare male.
Quando la/il propria/o figlia/o rinuncia a fare la solita camminata perché quei luoghi le/gli procurano sofferenza, non è cosa da poco...Ha saputo dar ascolto a se stessa/o (e non alla voce imperante della malattia) e rinunciando alla solita camminata si è voluta/o proteggere.
Quando il/la propria/o figlia/o è tornata/o a casa dopo una serata a cena con gli amici dicendo di aver visto di non essere ancora pronta/o, non è cosa da poco. Sta prendendo coscienza del suo percorso.
Abbiamo parlato poi del grande valore simbolico del cibo.
Il cibo non è solo un nutrimento del corpo, è anche un nutrimento delle emozioni. Non è solo introdurre qualcosa dentro lo stomaco, è incorporare anche il mondo dentro di se’. Il bambino appena nato ha bisogno di nutrimento. Un nutrimento che è dato anche dal contatto con le cure materne/paterne. Cibo e affetti si intrecciano già da subito. E continuano ad essere legati tra loro in modo profondo.
La difficoltà che incontra il/la propria/o figlia/o alle prime uscite con gli amici, il rimanere ad esempio bloccate/i nella paura di sedersi a tavola per condividere il cibo con gli altri, è una paura grande, piena di simboli. Corrisponde a incominciare a condividere il mondo esterno. Iniziare a cercare quell’equilibrio tra ciò che è fuori e ciò che è dentro di se’. E qui giocano un ruolo fondamentale le emozioni. Comunicare quello che si prova è un grande inizio. Per questo è importante riconoscere e interpretare i simboli che si manifestano all’interno dei disturbi alimentari.
Il nervosismo che si presenta quando la propria figlia/o riprende a nutrirsi è carico di simboli. Come scritto precedentemente, non c’è solo l’atto di portare il cibo alla bocca. È molto di più. Questo fa comprendere il grande significato e valore che assume ogni singolo passo.
Infine si è parlato di quanto sia doveroso e necessario seguire la/il propria/o figlia/o laddove ci sia un uso di farmaci, cercando la collaborazione e il supporto del medico curante. Questo è utile per comprendere ancora di più il percorso della cura, che è un percorso unico e singolare per tutti coloro che soffrono di queste malattie. Spesso si ha paura di fronte a un disturbo alimentare perché questo è strettamente connesso a un disturbo mentale. E questo genera dentro a ognuno di noi immagini e pregiudizi che spaventano e ci portano lontano dalla comprensione. Al contrario, il dover ricorrere all’uso di farmaci è in alcune fasi necessario nel percorso verso la guarigione. In situazioni di rilevante sottopeso, oltre al corpo, anche il cervello non riceve nutrimento e non è possibile in questi casi riuscire ad intraprendere un percorso psicologico. In questa situazione l’uso dei farmaci aiuta molto.
Come aiuta nell’andare ad alleviare stati emotivi troppi intensi e ancora difficili da gestire.
Questo però non vuol dire considerare i farmaci la soluzione definitiva alla cura. Sono un supporto, dal quale, ritornando alla frase iniziale, è necessario che i familiari cerchino la collaborazione con il medico curante.
La parola conclusiva che ci terrà compagnia durante la settimana non può che essere “SIMBOLO”: “l’atto che sta dietro al nutrimento è carico di simboli”.

giovedì 2 luglio 2020

Piccoli passi.



Tutto ciò che emerge durante i laboratori con i familiari è una fonte inesauribile di preziose riflessioni, che nascono da un confronto diretto tra i familiari che stanno affrontando o hanno affrontato un disturbo alimentare vissuto da un proprio familiare, (figlio, figlia, fratello, sorella...) e coloro che hanno vissuto e superato la malattia. Da qui la nostra idea di dare un seguito e soprattutto una forma a tutto ciò che si viene a creare durante questi incontri. Sono riflessioni e condivisioni che provengono da esperienze vissute. Abbiamo pensato possano essere utile non solo a chi ha partecipato al laboratorio, ma anche a coloro che vogliono approfondire e cercano in qualche modo un sostegno per comprendere un po’ di più queste malattie e non sentirsi soli.

La volta precedente, abbiamo toccato varie tematiche. Eccovi il piccolo riassunto dell’incontro.
Abbiamo iniziato ponendo l’accento sul bisogno di ascoltare, anche se non si può intervenire direttamente perché vicino c’è la propria figlia/o. Gli incontri, data la situazione Covid, avvengono in piattaforma, e parlare in questo caso diventa difficile, ci si sente bloccati, innaturali, impossibilitati. Del resto, non è piacevole nemmeno per la propria figlia/o sentire che il proprio genitore parla di lei con altri. E qui, se ci pensiamo bene, è qualcosa che accade a ognuno di noi. Però, questo fa riflettere e fa capire che c’è comunque bisogno di trovare una via di comunicazione. Comunicare è importante per tutti, e, sotto certi punti di vista, il disturbo alimentare è una sorta di comunicazione, un linguaggio che occorre imparare a tradurre per sapere cosa rispondere.
Si è arrivati così a puntare l’attenzione su quanto sia difficile sostenere l’eterno conflitto che si instaura con i propri figli. Certo, i conflitti aiutano a crescere in determinate fasi evolutive...ma quando c’è un disturbo alimentare tutto diventa molto più complesso. La comunicazione diventa a senso unico, e il più delle volte porta a una strada senza sbocco.
Allora, forse più che mettersi un una posizione di conflitto è più importante porsi in una posizione di confronto. Il confronto apre la via a una sorta di dialogo. Ma come fare? Occorre venire in un certo senso a patto con le proprie paure più profonde. Ed è per questo che è importante dare voce a ciò che provoca angoscia, impotenza, solitudine. È importante non chiudersi ma avere la possibilità di poter parlare della propria esperienza, come avviene durante gli incontri, così da poter arrivare a quel distacco che permette poi di confrontarsi con il proprio figlio/a, arginando la forza del conflitto.
Ed ecco arrivare una domanda che spesso ci si pone: ma quali sono i segnali che fanno intravedere la guarigione? Non ci sono specifici segni. Il percorso di guarigione è costituito da tante e diverse tappe, uniche per ogni persona. La guarigione non avviene improvvisamente. Anzi, guarigione e malattia camminano parallelamente per tanto tempo.
Tutto inizia con un solo binario, quello della malattia, poi diventano due...paralleli...malattia e guarigione... e alla fine si uniscono e si ritorna a un solo binario, quello della guarigione. Ciò che fa veramente la differenza durante tutto questo percorso sono i piccoli passi che si fanno ogni giorno.
E allora diventa necessario e fondamentale puntare l’attenzione sui piccoli passi, piuttosto che focalizzarsi su quello che ancora c’è ed è visibilmente presente, poiché la guarigione in realtà getta le sue basi su questi importanti (e spesso sottovalutati) piccoli passi.
Quindi, la parola con cui si conclude il laboratorio e che ci porteremo appresso per tutta la settimana non può che essere: PICCOLI PASSI.

sabato 13 giugno 2020

La potente e riconciliante scoperta dell'imperfezione



Il contrario di 'dipendenza’ è ‘connessione’ [umana]” - Johann Hari


Questa è la storia sulla conquista dell’amore verso me stessa.
Ho impiegato tempo per acquisire la sicurezza e le forza per raccontare apertamente dello stigma dei disturbi del comportamento alimentare. C'è molta strada da percorrere per sensibilizzare l’opinione pubblica e far comprendere l’insidiosa ma ampia presenza di tale problematica intorno a noi.

Oggi, sento di aver raggiunto quel traguardo che mi permette di parlare sinceramente della mia esperienza, non solo perché mi reputo fortunata nell’aver combattuto e superato il nemico del disturbo alimentare, ma soprattutto nel momento in cui ho maturato un processo di profonda comprensione e forte crescita interiore. La nostra società è circondata da persone che, nonostante siano definite normo-peso, si ritrovano a contrastare lo stesso problema. Dal mio punto di vista, il motivo per il quale questo fenomeno è ancora non profondamente compreso risiede nel modo, inappropriato, in cui esso è stato affrontato e discusso finora – i DCA sono ampiamente presenti nel contesto della nostra vita e delle nostre relazioni; l’ossessione verso il cibo o la forma fisica nascondono spesso un qualcosa di molto più interiore.

Nonostante il mio aspetto esteriore mostrasse una buona forma fisica e fosse caratterizzato da un brillante sorriso – questo mascherava un radicato senso di inadeguatezza, che unito alla auto- convinzione di essere ritenuta un “peso” per le altre persone, aveva generato un pericoloso circolo vizioso. In realtà, tutto ciò di cui avevo più bisogno erano comprensione, sostegno e realizzare che, in quanto esseri umani, tutti (compresa me stessa) siamo meravigliosamente imperfetti.

Affrontare la mia realtà non è stato per nulla semplice. All’epoca, infatti, non ero sufficientemente pronta per riconoscere ed ammettere a me stessa che, di fatto, c’era qualcosa radicato interiormente che si manifestava attraverso un rapporto disfunzionale con il cibo. Oggettivamente, ero circondata da campanelli di allarme che quotidianamente manifestavano un malessere (giornate con dolorose fitte allo stomaco, scuse per evitare occasioni sociali, insoddisfazione – fondamentalmente, non ero in alcun modo la persona che sapevo di poter essere e che desideravo fortemente essere). Solo quando la verità mi fu onestamente comunicata da parte della mia nutrizionista, era giunto il momento in cui capii che nascondermi non era più possibile. Ammetto che la presa di coscienza di essere un soggetto con dei problemi relativi ai disturbi alimentari non è stata assolutamente indolore – le lacrime sono state automatiche ed inevitabili – ciononostante, quel briciolo di determinazione che era ancora in me mi ha spinta ad impegnarmi ad intraprendere il lungo percorso di ripresa.

Ad oggi, sento di identificare i fattori che mi hanno accompagnata nel processo di guarigione, che ha comportato tempo, pazienza e ha richiesto la multi-presenza e compartecipazione di:

•    Auto-impegno: il cammino è lungo, il processo è non lineare e avvolto da alti e bassi emotivi; spettava a me trovare la forza di decidere se persistere o meno;

•    Supporto terapeutico: il coinvolgimento di una professionista è stato cruciale nel momento in cui i DCA sono sintomi che celano disfunzioni emotive. Il rapporto con la terapia non richiede alcun ingrediente segreto – più si è disposti a mettere in ballo sé stessi, più si raggiungono risultati mirati e risolutivi – si tratta di mettersi a nudo e di affidarsi al supporto offerto da un alleato.

•    Senso di non familiarità con la fase che si sta attraversando – pertanto, ho sentito di dovermi abbandonare, capire che era necessario avere almeno una “valvola di sfogo” - il supporto e la fiducia da parte di un gruppo ristretto di persone (nel mio caso, la mamma e pochissime amiche),

con il quale mi ero coraggiosamente ripromessa di essere sincera; per me, era necessario sapere di poter avere qualcuno con cui parlare e che fosse presente anche solo per ascoltarmi. Senza alcun dubbio, non potevo pretendere, ed era chiaro per me, che tutto quello che vivevo internamente, tutto ciò che provavo nel corso dell’intenso e complesso processo di recupero, non poteva essere ugualmente sentito dalle persone che mi erano vicine, ma credo tuttora che sia stato fondamentale condividere con loro parte di ciò che era in fase di elaborazione.

•    L’ardente voglia di cibo non ha nulla a che vedere con l’essenziale sensazione di fame e necessità di nutrimento, quello che cercavo di riempire attraverso il cibo era la mancanza di un qualcosa molto più radicale – l’Amore. Non mi rendevo conto di quanto fossi circondata da amore e affetto, ma inspiegabilmente, rifiutavo il bene che gli altri erano naturalmente disposti ad offrirmi e dimostrarmi – tutto questo poiché ero totalmente convinta che io non meritassi tutto quel bene (di certo, tutto questo era ciò che era maturato e consolidato nella mia mente).

Non c’era alcuno sbaglio, alcuna colpa in me che mi autorizzasse a non essere meritevole di Amore, se non un unico motivo: non ero perfetta.

La perfezione, secondo la mia forma mentis dell’epoca, era un must assolutamente raggiungibile, il cui traguardo era possibile nascondendo le mie debolezze e paure, gli attimi di vulnerabilità e tristezza – di conseguenza, l’arma con cui combattevo questo tipo di fragilità era silenziandole, nonostante il loro rumore dentro di me fosse assordante. Il soffocamento di tali emozioni, ben presenti in me, determinava la mia incapacità di ascoltarle e comprenderle per imparare a saperle gestire costruttivamente – l’unica soluzione di cui disponevo sfociava nell’assecondare queste sensazioni sfamandole…il cibo, d’altro canto, non sarebbe stato in grado di giudicare la mia imperfezione.

Il raggiungimento di queste consapevolezze e tale elaborazione sono stati fenomeni non immediati. Mi rendo conto che possa sembrare strano agli occhi dei più, ma per una persona come me, guidata e devota solo ed esclusivamente alla logica dell’emisfero sinistro del cervello, scoprire, accettare ed accogliere la scoperta che le emozioni sono essenziali e strumentali a farci capire come muoverci nel mondo può essere definita illuminante: questa verità mi avrebbe concesso la capacità di essere me stessa – imperfezioni incluse e al di là di quella “scatola” che ci costruiscono attorno (le scuole, i genitori, gli altri).

La mia forma mentis, nutrita con le informazioni raccolte nel corso del lungo processo e, al tempo stesso, fertile per accogliere un punto di vista ampliato, ha cominciato gradualmente a sprigionarsi. Ad oggi, posso affermare che tutto ciò, nonostante le inevitabili difficoltà, sia il più grande e inestimabile regalo che mi sia mai concessa!

Ho imparato a vivere le emozioni, a lasciar andare le sensazioni, a condividere i miei pensieri e stati d’animo.

Inizialmente, decidere di lasciarmi andare ha richiesto una buona dose di coraggio, ma ora posso sinceramente affermare di sentirmi completamente appagata per gli sforzi fatti: aprire il mio cuore si è rivelato un atto profondamente liberatorio. Ho iniziato a sentirmi naturalmente più sicura di me stessa, vitale e radiosa. La fiducia costruita nell’essere sincera verso me stessa ha innescato un meccanismo di “osmosi empatica” – mostrare le mie vulnerabilità e le mie imperfezioni, mi fa apparire più umana agli occhi degli altri e, quindi, più compresa; più mi lascio andare al flusso delle emozioni, più percepisco di essere circondata da quelle persone veramente e sinceramente connesse a me…splendidi esseri umani, come me.

Nel momento in cui ho deciso di affrontare il mio problema con il cibo ed aprirmi alle mie vulnerabilità con un mindset rinnovato, ampliato e con l’assenza di giudizio ho conseguentemente avvertito un senso di libertà arricchito – ho imparato a ridimensionare gli errori e dare ad essi un valore costruttivo, per poi considerare ed intraprendere scelte impopolari ma guidate dal cuore.

A seguito del mio percorso, credo profondamente che “nel momento in cui ciascuno di noi decide di aprirsi e confrontarsi con il mondo, necessariamente il mondo si apre a noi e per noi” – sostengo, quindi, che sia giunto il momento di aprire i nostri occhi ed educare le nostre menti, in modo adeguato ed appropriato, verso lo stigma dei DCA. Tutto ciò che ci aspetta, in cambio, è una rilevante e incalcolabile dose di Amore pronto a ricevere ed essere condiviso.

Serena


mercoledì 10 giugno 2020

Ho lottato per uscirne



La mia storia potrà sembrare banale per chi pensa che avere un disturbo alimentare sia semplicemente un modo per attirare l’attenzione. Non mi è mai piaciuto essere al centro dell’attenzione, proprio perché sono una persona molto chiusa e riservata, molto timida ed introversa e ho sempre avuto paura del giudizio degli altri. Sono sempre stata condizionata da questo, espormi troppo agli altri mi ha sempre messa a disagio. Qualcosa è cambiato però quando ho vissuto la bruttissima esperienza dei disturbi alimentari. Ho sofferto per circa un anno di bulimia e la mia vita è totalmente cambiata. La mia routine quotidiana era mangiare e vomitare, mangiare e vomitare, vomitare e soffrire. Il dolore e la frustrazione che provavo dentro di me nel fare una cosa simile era immenso e il senso di colpa che provavo era ancora più forte. Il mio primo pensiero al mattino era perdere peso e dimagrire. Volevo essere bella, volevo piacere agli altri, ma in fondo sapevo che quello che stavo facendo era sbagliato. Di certo il mio corpo non migliorava in quelle condizioni; vomitare non è mai una soluzione per perdere peso e non riconoscere la differenza tra bene e male mi uccideva dentro.Ora, il mio scopo non è quello di raccontare la mia storia per fare pena agli altri o sui social. Questo non è il mio compito. Oggi il mio compito e quello di dimostrare che da un disturbo alimentare si può uscire e che solo lottando e facendo del proprio meglio è possibile riprendere la propria serenità.  Io ero in trappola, rinchiusa in quella malattia che per un anno mi ha tolto tutto: la serenità, la voglia di vivere, i rapporti con gli altri e soprattutto con i miei genitori. Loro mi sono sempre stati vicini e io me ne sono resa conto troppo tardi. Infatti, la cosa che mi ha devastata di più è stato deluderli. Purtroppo, delle volte, ci dimentichiamo che al nostro fianco abbiamo delle persone che ci vogliono un mondo di bene, che qualsiasi cosa succeda, loro ci saranno sempre. Perciò non abbiate paura di confidarvi, non abbiate timore di un giudizio altrui, piuttosto, parlatene, confidatevi, perché a qualunque costo, se quelle persone vi amano, malattia o no, vi staranno sempre e comunque vicine. Io non l’ho fatto a suo tempo e me ne sono pentita, perché la delusione di un genitore è ancora più grande di un giudizio altrui. La paura di parlare è sempre tanta, ma è il modo migliore per uscirne. Perciò dico a chi soffre di disturbi alimentari che lottare per uscirne è difficile, ma con la buona volontà, con l’aiuto di chi ci sta vicino è possibile vincere questa battaglia. Lottando ce la possiamo fare.

Sara