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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

domenica 25 ottobre 2020

E vivo...

Se la pioggia mi abbandona
Lascio che sia
un po' del mio pianto
A cullarmi la notte
Le sento le onde del mare
Che navigano sulle guance
le mie ciglia alla deriva
Le mie labbra
cercatori di amori liquidi
Se le lacrime scavassero il volto
Forse sarei più bella
Se la pioggia scavasse il corpo
Forse sarei più magra
È la luce che riflette nei miei occhi
che fa sembrare il mio dolore
Una lucciola nel buio
Sono una falena
Il mio lampione
Si chiama malinconia

---

È la malinconia
La tenera carezza
Che Mi sfiora il volto
E mi dice che non so più amare
È tra gli anelli della mia colonna vertebrale
Che si incastrano le mie paure
Se fossi foco arderei il modo
Se fossi amata non mi torturerei

---

Oh, se solo la malinconia che ho nel petto potesse tramontare ogni giorno così come tramonta il sole
ad ogni alba
forse
potrei riscoprirmi felice
e rinascere tra i monti e i cieli che ho sognato tanto
Ad agio
per ora
mi culla la notte
poggio il capo sul cuscino
ascolto il mio cuore battere
e mi sembra di poter esistere
Essenziale
mi accarezza il mio respiro
e vivo

---

Mi spogliai della pelle
per sfiorare con le dita la mia carne
Si deve scavare in profondità per trovare la radice del dolore
Per una carezza c'è bisogno di potersi sfiorare
ma il mio male non lo afferri
è leggero
è così leggero
ma nessun vento fa sì che voli via
Lo tengo con me
lo tengo stretto
soltanto per un altro po'.

A.

 

 

sabato 24 ottobre 2020

Ritrovare il "gusto" della vita - Laboratorio 21 ottobre 2020

 

Nel laboratorio di stasera si è cercato di approfondire la tematica su quanto un disturbo
alimentare incida nella vita di una famiglia che ne viene colpita. Ad un tratto ogni cosa cambia, la
quotidianità viene stravolta travolgendo l’intero nucleo familiare. Non si riconoscono più ruoli,
orari, non c’è più condivisione, dialogo, sorrisi. Tutto ruota intorno alle dinamiche manipolatrici del
disturbo alimentare. Spesso la famiglia non viene coinvolta in un percorso di cura ma viene
lasciata ai margini creando in lei ancora di più la sensazione di isolamento e incomprensione.
Questo ovviamente non aiuta poiché è fondamentale che ci sia un sostegno anche per coloro che
convivono con una persona che soffre di queste malattie. Come si è voluto evidenziare, occorre
partire dal comprendere il linguaggio del disturbo alimentare in quanto serve ad alleggerire il
grande carico emotivo e fisico che i genitori si trovano a sopportare. Il disturbo alimentare opera
in maniera subdola, si infiltra tra le pieghe di quella che una volta era la “normalità” e, senza
rendersene conto, impone le sue nuove regole. Molti genitori stasera hanno posto tante domande
inerenti a problematiche di non facile gestione e comprensione. È emerso che la prima difficoltà
che si incontra riguarda a come ci si debba comportare nelle varie situazioni che si vengono a
creare, soprattutto quelle che hanno a che fare con l’orario dei pasti. È giusto lasciare che la
propria figlia mangi da sola, isolandosi e non permettendo a nessuno di entrare in cucina per due
ore fino a quando il rituale del pranzo/cena non sia finito? Questa è una dinamica tipica del
disturbo alimentare che spesso si accetta per quieto vivere poiché contrastare tale decisione
sarebbe fonte di un conflitto continuo, però, come da testimonianza di un papà, non porta altro
che a potenziare ancora di più la forza rituale del disturbo alimentare. Che cosa si può fare? Agire
a piccoli passi ( come più volte menzionato durante i laboratori). Incominciare a riprendere il
proprio ruolo di padre e madre ( abbiamo ricordato ancora l’importanza di non trasformare se
stessi in terapeuti e la propria casa in una struttura residenziale). Questo significa iniziare a dettare
delle regole, che vadano a smuovere un poco quella zona confortevole in cui il disturbo alimentare
crea la ritualità e che risulta poi difficile da smantellare. Come ha evidenziato una mamma, non è
giusto che la famiglia venga privata del proprio spazio. D’altra parte, è necessario anche che ci sia
l’esempio pratico che mostra che non si è disposti a sottostare a certe imposizioni, questo aiuta a
far capire all’altro che si può tener testa alla malattia, rivelando che non è poi così forte e
invincibile come ama mostrarsi agli occhi di chi ne cade sotto il suo potere ammaliante e
incantatore.
A questo punto del laboratorio si è sottolineato l’importanza che non possono esserci risposte
univoche per ogni cosa poiché tutto dipende dalla situazione e dalla storia personale di ognuno. A
prova di questo, una mamma ha posto un suo dubbio riguardo al fatto che la propria figlia aveva
in un certo senso imposto un orario di cena e lei, per non andare a creare ulteriore ansia, aveva
accettato di adeguarsi a questo nuovo orario. Quindi aveva acconsentito alla malattia di porre la
sua regola? Anche qui occorre osservare la situazione. Quanto incide questo cambiamento sulla
famiglia? O meglio, questo orario comporta un sacrificio, stress, difficoltà organizzativa per gli altri
membri del nucleo familiare? Se la risposta è si, serve trovare un’alternativa affinché ci sia il minor
disagio possibile da tutte le parti, se al contrario questo non implica alcun problema, si può
andare incontro a questa richiesta per agevolare la tranquillità e diminuire il carico di ansia che tali
situazioni creano.
Un’altra mamma invece non sa come comportarsi con la propria figlia che, iniziato un percorso di
cura in una struttura residenziale, telefona piangendo che vuole tornare a casa. Cosa si deve fare?
Cerchiamo prima di tutto di capire chi è che parla. In una situazione del genere, emerge
prepotentemente la malattia che, sentendosi attaccata, cerca in tutti i modi di poter ritornare in
quel contesto per lei sicuro e di facile manipolazione come la casa. È chiaro che nelle lacrime c’è
la sofferenza della propria figlia, ma, ripetendo il concetto di prima, il genitore non può essere il
terapeuta. Quando si inizia un percorso di cura, queste paure sono le prime ad emergere ma
affinché si arrivi alla consapevolezza che è la malattia la causa dello star male ( e non è al
contrario la soluzione) occorre vivere pienamente queste difficoltà affinché si chieda aiuto ai propri
terapeuti, iniziando così a essere collaborativi, e non al contrario, rivolgersi ai genitori per ritornare
a casa e riavere il pieno controllo della malattia.
Una cosa importante da sottolineare è il fatto che accade spesso che i genitori nutrano alte
aspettative sull’esito di una cura, questo perché si ha la credenza che un disturbo alimentare dia
risultati evidenti fin da subito. In realtà questo non accade quasi mai poiché ci vuole tempo per
scardinare le dinamiche che il disturbo ha creato. Accade di frequente che il genitore non veda
segni di guarigione, anzi, a volte i sintomi appaiono ancor più evidenti. Ma allora a cosa serve la
terapia, il ricovero, lo psicologo, la nutrizionista se poi il sintomo rimane? Non è così. Ci sono tutti i
meccanismi di difesa che la malattia mette in atto che devono essere scardinati ma
contemporaneamente è necessario ricostruire tutto quello che la malattia ha distrutto.
Il disturbo alimentare, come spesso viene detto, rappresenta la soluzione a un problema divenendo
una sorta di stampella con cui camminare e con cui senza di esso diventa impossibile andare avanti.
Se pensiamo a una persona con una gamba malata che si sorregge su una stampella, è evidente
che non le si può togliere questo sostegno improvvisamente poiché cadrebbe a terra. Sono
proprio questi i momenti in cui c’è bisogno di supportare la famiglia affinché possa comprendere
quello che sta accadendo nella mente della propria figlia e riuscire a gestire meglio le proprie
emozioni e pensieri. Il laboratorio è nato con questo obiettivo.
C’è stata poi la domanda di una mamma la quale non riusciva a capire la decisione
contraddittoria della propria figlia che le aveva esplicitamente chiesto di poter essere seguita da
una nutrizionista per non sentire più la fatica di dover decidere ogni giorno cosa mangiare e
comprare, per poi ritrovarsi a vedere sabotare dalla stessa lo schema alimentare proposto. In
questa situazione, dov’è che si manifesta e opera il disturbo alimentare? Qui c’è la piena
rappresentanza dell’aspetto contraddittorio e dicotomico della malattia. Da una parte il bisogno di
addossare a una persona esterna la responsabilità di scegliere e dall’altra la paura di perdere il
controllo. In un disturbo alimentare ciò che si vede è il comportamento dell’altro ( che non è che la
punta dell’iceberg). Tutto il processo mentale che è alla base della malattia è invisibile agli occhi.
Nel momento che la persona chiede un supporto al nutrizionista, immediatamente compare la
malattia che comincia ad attaccare con una incessante e ossessiva serie di pensieri : “ Non vorrai
mica mangiare quello che c’è scritto? Guarda che poi non entri più nei vestiti. Poi gli altri
vedranno che sarai ingrassata......” Questi sono solo alcuni dei pensieri che ininterrottamente
occupano la mente di chi è affetto da un disturbo alimentare. Per questo è indispensabile che ci
sia la presenza combinata di un percorso psicoterapeutico che aiuti ad affrontare queste paure e
costruire contemporaneamente un rapporto sano e non conflittuale con il cibo. Intraprendere un
percorso nutrizionale senza l’accompagnamento di un altrettanto percorso psicologico non aiuta
perché lascia scoperta tutta la parte legata al pensiero ossessivo e al controllo.
In un’altra situazione un papà ha chiesto cosa deve fare per far sì che sua figlia non vada sempre a
camminare? Ripetiamo, ciò che è visibile in un disturbo alimentare è il comportamento, ma il reale
problema sta in ciò che è invisibile, ovvero nella mente. Non è impedendo di andare a camminare
che si ha la soluzione. Anzi, farlo rinforzerebbe quel modo di agire. E allora un genitore non può
fare nulla? Un genitore può cominciare a creare una comunicazione che non è più focalizzata sul
disturbo ( non hai mangiato, cammini troppo, sei magra, devi mettere su peso o devi dimagrire ...)
ma è diretta sulle emozioni, su ciò che fa stare male ma soprattutto, ricercare quelle sensazioni,
comportamenti, situazioni, contesti che fanno stare bene, che fanno emergere un guizzo di vita,
che creano anche una progettualità verso qualcosa che piace. Aiutare la propria figlia o figlio a
ritrovare il “gusto” della vita. Una mamma infine ha voluto riportare la sua esperienza di come,
dopo tante difficoltà, cadute, rialzate, ora sua figlia e’ pronta a riaffacciarsi alla vita, conscia di
quanto il percorso verso questa consapevolezza è avvenuto attraverso uno scontro diretto con se
stessa e con le persone a lei care.

La frase della settimana è: RITROVARE IL “GUSTO” DELLA VITA. 

 

lunedì 19 ottobre 2020

Cara malattia...

Cara malattia.
Cara amica mia.
compagna forte, determinata, sempre presente.
Senza chiedermi il permesso sei entrata nella mia vita,
mi hai convinta di non poter più vivere senza di te..
E invece, sotto quella sicurezza che mi promettevi si nascondeva una profonda voglia di distruggermi.
Ci sei riuscita, amica mia, mi hai rubato tutto.
Mi hai rubato momenti che non torneranno più.
Mi hai rubato tutte le emozioni che un essere umano può provare.
Mi hai lasciata nuda, debole, indifesa.
Mi hai voltato le spalle.
E ora io mi chiedo, è questo che fanno le amiche?

Cara malattia.
Cara amica mia.
Grazie.
Grazie per avermi resa quella che sono oggi.
Grazie per avermi insegnato ad essere forte.
Grazie per avermi fatto aprire gli occhi.
La tua presenza mi ha cambiata, ha cambiato chi mi stava accanto, ha cambiato la visione che ho del mondo, delle persone, la visione che ho di me.
Grazie di esserci stata ma, ora, non ho più bisogno di te.
Non voglio più vedermi attraverso i tuoi occhi,
ho capito che loro non dicono la verità.
Ora mi guardo e mi vedo.
Mi vedo bellissima.
Stai ridendo vero? lo so, non mi hai mai sentito dire questa frase.
O meglio, l'ho detta tante volte anche in tua presenza, ma non c'ho mai creduto.
E invece ora voglio urlarlo.

Cara malattia.
Cara amica mia.
So che certi legami non finiranno mai.
So che vorrai continuare a stare al mio fianco, ti conosco.
E sai che ti dico? te lo concedo.
Ma questa volta, le regole, le decido io.

M.

domenica 18 ottobre 2020

Cambiare in meglio

 

Saranno troppe le volte in cui mi chiederò “Perché proprio io? Perché proprio a me?”

Saranno poche le volte in cui saprò darmi una risposta, troppo, troppo poche.

Ma meglio io che la mia famiglia, meglio io che i miei amici, “perché non a me?”

 

Perché non a me?

Combattenti non si nasce, ci si diventa, ci si diventa con le sfide che la vita stessa ci pone, ci si diventa con la saggezza di affrontare le cose, di guadagnarsi la vittoria senza però non meditare la sconfitta.  Ci sono troppe cose che hanno un perché, troppe cose che non ce l’hanno, l’anoressia è una di queste. L’anoressia è uno dei tanti argomenti che ti fa sedere a tavola sconfitta, triste e frustata, quando, per tante altre persone, il momento migliore è proprio quello di sedersi a tavola e mangiare, mangiare tutto e di più.

Mi chiamo Chiara e ho 19 anni, vivo in un piccolo paesino situato in provincia di Benevento, sono già stata ricoverata una volta per anoressia e sono sotto rischio di esserlo di nuovo. Perché sì l’anoressia non ti guarda in faccia, non gli importa del tuo aspetto, com’è il tuo naso, la tua bocca, come sono i tuoi occhi, se hai amici o meno, a lei interessa nutrirsi di te, nutrirsi di “vita”.

Ti toglie tutto, a partire dalla tua “dignità” a finire di perdere perfino la tua identità ed essere quella soprannominata “Anoressica”

E si sa, quanto può essere dura perdere la propria identità, quella costruita e fortificata soprattutto con l’adolescenza, vederla cadere giù come un battito di ali, ti fa sentire sconfitta. Mattone dopo mattone costruisce una casa, forchettata dopo forchettata non fa guarire dall’anoressia, mettetevelo in testa, non si sceglie consciamente l’anoressia, è una malattia, e in quanto tale, non decidi tu di ammalarti. Mi farebbe davvero piacere farlo capire a chi non la pensa così.

Ho conosciuto questo nemico, nel 2019, ho passato il mese di giugno, mese per cui iniziano le vacanze, in un letto d’ospedale, pesavo 35 kg, sono uscita da lì con 40 kg, non il massimo, ma credevano che finalmente avrei potuto continuare il percorso riabilitativo da casa e invece non è finita così. Dai 40 kg, ho avuto un crollo, e sono finita a pesare 33 kg, attualmente ne peso 35 e sto continuando il percorso terapeutico con persone specializzate.

L’anoressia, ha bussato alla mia porta e io inconsapevolmente l’ho aperta. Perché sì, quando si tende a fidarsi della mente e del cuore, questo succede. L’anoressia vuole portarsi via la vita, il futuro, la bellezza e il piacere delle cose, soprattutto l’amore.

Ma non bisogna permetterlo, a volte non si riesce neanche ad esprimere tutto ciò che ci fa provare questo nemico così grande. È un po' come avere la testa continuamente in guerra, contro sé stessi. Ma sono sicura che un giorno, ritroveremo la nostra metà, ciò che eravamo prima della malattia, troveremo il coraggio di guardarla e cambiare. Cambiare in meglio… perché si può e si deve.

Chiara P.

sabato 17 ottobre 2020

Anoressia, ormai sei solo "passato"

Ciao Anoressia, ti ricordi di me?

E’ passato un bel po' dal nostro primo incontro. Sei arrivata silenziosa, quasi tanto da non farti notare. Poi pian piano hai iniziato a conoscermi, conoscere le mie paure, le mie insicurezze, le mie fragilità. L’hai fatto talmente bene che sei riuscita a farti spazio nella mia vita in pochissimo tempo. Ti sei appropriata di me.

Hai preso tu il comando e mi hai tolto tutto.
Mi hai tolto il sorriso. La gioia. La spensieratezza della mia giovane età. Mi hai tolto la libertà e la sicurezza. Il piacere di gustare una pizza, un gelato. Mi hai tolto gli amici, la famiglia. Mi hai tolto la danza!
Mi hai fatto credere di non avere bisogno di niente e di nessuno. Mi dicevi: “Puoi farcela anche così’, sola”. Mi hai illuso. Mi hai condizionato. Mi hai comandato, costringendomi a diventare come tu volevi.
Mi hai stancato talmente tanto da non riuscire più a vivere. Ho lasciato fare tutto a te.
Mi hai concesso solo inutili 39 kg, all’epoca forse non tanto inutili, e stavo morendo. Mi stavi uccidendo. Non solo fisicamente, ma nell’anima. Mi hai catapultato in un abisso talmente profondo e buio che non riuscivo a trovare più Francesca. Non la riconoscevo. La chiamavo, gridavo.. ma non rispondeva nessuno.
La tua voce nella mia testa era fin troppo alta per riuscire ad ascoltare altro. C’eri solo tu. Volevo solo te.
Ma quanto ho pianto per te. Quanto ho sofferto...
Ma sai una cosa? Ormai sei solo “passato”. Un passato doloroso, è vero. Ma rimani una cicatrice, incisa sulla mia pelle. Una cicatrice che talvolta prova a bruciarmi ancora, ma che alla fine perde ad ogni suo tentativo. 

Ti voglio ringraziare però...strano vero?
Ti dico GRAZIE perché mi hai reso più forte, più determinata a vincere le mie battaglie. Mi hai aperto la mente talmente tanto da imparare a conoscere la vera donna che è in me. Grazie perché con te, ho capito di essere imperfettamente perfetta. Di avere dei difetti e delle imperfezioni, che non sono punti deboli, ma caratteristiche che mi rendono diversa e quindi bella. Grazie perché solo dopo essermi rialzata, ho capito quanto vale il dono della vita. Quanto io sono preziosa nella mia semplicità.
Grazie perché ho imparato ad ascoltarmi e soprattutto ad amarmi.
Grazie perché mi hai impaurito talmente bene che nello stesso tempo mi hai donato il coraggio di chiedere aiuto. Grazie perché sconfiggendoti, il sogno di scrivere un libro e lasciare una parte di me e te come testimonianza è diventato realtà. E sai come l’ho intitolato? RINASCERE. Perché io sono rinata, come la primavera. Come la fenice. In fin dei conti non sei così potente come pensi di esserlo…
Ti dico davvero Grazie, per avermi tolto momentaneamente tutto perché mi hai ridato ciò che è il mio tutto. Mi hai ridato la fede e la speranza. Il coraggio e la fiducia di affidare e affidarmi in Colui che è la mia forza. Il mio porto sicuro. La lampada sui miei passi, la luce sul mio cammino. Mi hai ridato l’essenziale: Dio.
Non ti dimenticherò, ma ho scelto di essere felice sempre e di amarmi ogni giorno di più.

Ho scelto la vita ed ho vinto io. 

Spero tramite il libro e tramite questa piccola parte di me, di essere un aiuto per te che hai sofferto o stai soffrendo. Ti auguro di essere come una foglia d’autunno danzante ad un soffio di vento.
Chiunque tu sia, vivi bene. 

Francesca Crispo