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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

martedì 6 luglio 2021

Laboratorio del 29 Giugno ACCOGLIERE , ADDENTRARSI , CONDIVIDERE ...PER METTERSI IN GIOCO E ANDARE AL DI LA' DEL PROPRIO VEDERE .

 Stasera il laboratorio ha toccato tanti punti che poi si sono intrecciati tra le varie storie dando 

forma e contenuto a una serata molto ricca e preziosa vista da diverse prospettive. Siamo in 

estate, e sappiamo che questa è una stagione molto complessa per chi soffre di una malattia del 

comportamento alimentare. Una ragazza ha condiviso i suoi ricordi legati alle tante estati vissute 

in presenza con la malattia. La spiaggia, il mare, che per lei erano sempre stati sinonimo di libertà 

e spensieratezza, d’un tratto si erano trasformati nel luogo più inavvicinabile. La sensazione di 

paura mista a vergogna nell’esibire un corpo che sentiva estraneo e non amato. Il confronto con le 

altre ragazze. La gioia e le risate di coloro che si divertivano mentre lei provava l’irrefrenabile 

desiderio di sparire, essere invisibile da tutto e da tutti. Sono passati tanti anni dalla sua 

guarigione dalla malattia, eppure ancora è ben impresso in lei il ricordo di quella volta in cui, 

arrivata in spiaggia e pronta a starsene per ore sdraiata al sole, all’improvviso ha provato un forte 

senso di solitudine con una sensazione di vuoto alienante che le era impossibile da gestire. Così 

si rivesti’ in fretta e furia per scappare a casa e riempire quel vuoto nell’unico modo a lei 

conosciuto in quel momento, con la malattia. Quell’episodio ha dato l’inizio ad una serie di clic, 

perché se fino a quel momento lei credeva che bastasse allontanarsi dalle mura domestiche per 

saper controllare le dinamiche della malattia, si era resa conto che non era così. Questo fatto la 

spavento’ molto perché improvvisamente aveva realizzato di essere caduta in un qualcosa che 

era molto più grande di lei e difficile da contenere. Oggi, a distanza di molti anni, ogni volta che le 

giornate cominciano ad allungarsi, sorge in lei una sottile rimembranza di quel senso di 

annichilimento provato quella volta in spiaggia. Come una sorta di memoria impressa dentro di lei. 

Un qualcosa che non ha una valenza prettamente negativa ma anzi, le ricorda quanto l’aver 

imparato a stare in quel vuoto l’abbia resa oggi capace di accogliere le sue emozioni, belle o 

brutte che siano. 

 Una mamma ha riportato che sua figlia non vuole andare al mare perché odia mostrarsi in 

costume e nemmeno in montagna perché ha paura di incontrare altre persone. Come se volesse 

proteggersi dal contatto con l’esterno. E allora forse è giusto stare a casa? Ovviamente non 

possono esserci risposte dirette poiché ogni situazione va sempre valutata rispetto al contesto in 

cui si manifesta. È chiaro che le paure di questa ragazza non possono essere ignorate, ma è 

anche vero che la famiglia non può restare barricata in casa rinunciando alla vacanza. Se il mare 

rappresenta forse il luogo più difficile da gestire dato il coinvolgimento con il rapporto col proprio 

corpo, alcuni giorni in montagna possono essere una soluzione ideale. Soluzione che deve però 

essere presa insieme alla propria figlia, per renderla partecipe e soprattutto per darle la possibilità 

di esprimere le sue emozioni e desideri.

 Un’altra mamma ha raccontato della sua recente vacanza organizzata insieme al marito. Come 

era prevedibile la figlia maggiorenne, che era rimasta a casa, ad un certo punto ha telefonato ai 

genitori e ha cercato di farli sentire in colpa, riuscendoci solo in parte, poiché entrambi, marito e 

moglie, hanno saputo allearsi e sostenersi a vicenda dall’attacco ricevuto.

 Un’altra mamma ha voluto esporre una problematica che dovrà affrontare a settembre 

riguardante il percorso di cura della figlia che sta avvenendo in un centro ambulatoriale della sua 

regione. I dottori l’hanno già avvisata che, siccome il percorso terapeutico sta avendo progressi 

positivi, a fine estate la figlia non verrà più seguita così da lasciare il posto a coloro che sono in 

lista di attesa. Questo ovviamente ha gettato nell’ansia e preoccupazione questa mamma perché, 

anche se la cura sta effettivamente dando buoni risultati, non può essere interrotta 

improvvisamente, soprattutto quando parliamo di una malattia del comportamento alimentare, 

poiché sappiamo quanto queste fasi siano delicate e importanti nel processo di guarigione. 

 Un’altra mamma è intervenuta dicendo che in un qualche modo sta vivendo una situazione simile 

anche se a ruoli invertiti. Ovvero, i terapeuti sono disposti a continuare la cura con la figlia 

maggiorenne, la quale, dopo un periodo di ricovero in struttura, ha paura a proseguire la terapia. 

La madre ha cercato di spronarla, per stimolarla a non rinunciare. Di rimando però si è sentita 

rispondere dalla psicoterapeuta di lasciare che sia la figlia a prendere la decisione. Questo ha 

creato ansia e confusione in questa mamma perché sa benissimo che se non interviene lei, la 

figlia abbandonerà qualsiasi iniziativa. 

Questa tematica ha aperto un confronto importante tra i genitori del laboratorio: “ quanto i familiari 

devono restare ai margini della cura dei figli che soffrono di una malattia del comportamento 

alimentare ”? È un argomento complesso e per certi versi difficile da definire. Oggi sappiamo che i 

genitori sono una risorsa all’interno del processo di cura. È impensabile infatti avviare un percorso 

terapeutico di una malattia del comportamento alimentare senza coinvolgere anche la famiglia. 

 Una mamma ha raccontato che nel centro che sta seguendo sua figlia, i genitori non possono 

ricevere alcuna informazione sull’andamento della cura. È chiaro che lo psicoterapeuta non può 

assolutamente riferire i contenuti che avvengono all’interno del setting terapeuti.

Questo è infatti un luogo protetto in cui la persona deve sentirsi libera di riportare tutto ciò che emerge in 

lei, sicura che niente verrà trapelato al di fuori di quel contesto. Se questo dovesse avvenire, ne 

pregiudicherebbe la continuità della terapia stessa rompendo definitivamente l’alleanza costruita 

tra lo psicoterapeuta e il paziente. 

 Però è anche vero che un genitore non può essere tenuto all’oscuro sulla malattia del 

comportamento alimentare del proprio figlio o figlia. Come non può non essere sostenuto dalle 

inevitabili emozioni di ansia, paura e preoccupazione che sorgono. Laddove poi si vengono a 

manifestare dinamiche che richiedono una rielaborazione, diviene importante iniziare una terapia 

familiare che permetta di coinvolgere e far interagire tra loro figli e genitori attraverso la presenza e 

la guida del terapeuta. È evidente che tale modalità richiede risorse sia a livello di personale che a 

livello economico che scarseggiano all’interno del sistema sanitario nazionale. E quindi è facile 

che ci si focalizzi prevalentemente solo sulla presa in carico della persona che riporta il sintomo, 

lasciando la famiglia spesso abbandonata a se stessa. Non perché non si voglia coinvolgere i 

genitori nel percorso terapeutico, ma perché mancano le risorse necessarie. Tutto ciò ricade 

negativamente sugli esiti della cura stessa. Il discorso poi si complica ulteriormente quando i figli 

sono maggiorenni perché allora la famiglia difficilmente viene interpellata. Ma se ci riflettiamo, è 

impensabile credere di poter affrontare una malattia del comportamento alimentare senza 

conoscere la storia e le dinamiche familiari. Anche se queste possono essere raccontate dalla 

persona presa in carico, la terapia ha comunque il compito di andare a sciogliere i vari nodi che si 

sono creati all’interno di quel sistema familiare e per farlo, occorre andare a tirare entrambi i lembi, 

e non solo uno, altrimenti il nodo rimane ingarbugliato.

 Un papà ha riportato la sua difficoltà a trovare l’appoggio del medico di famiglia nel trovare una 

soluzione alla bulimia della figlia. Nonostante si conoscano i danni organici che una tale malattia 

comporta, il medico gli ha risposto che se la figlia non vuole intraprendere alcun percorso 

terapeutico, lui non può fare nulla. E purtroppo sappiamo che è così. Non si può costringere una 

persona alla cura se questa la rifiuta. Ma sappiamo anche che spesso chi soffre di una malattia 

del comportamento alimentare non è consapevole di essere malato. E allora cosa bisogna fare? 

Come abbiamo già accennato in altri laboratori, occorre andare a creare percorsi alternativi che 

passano attraverso le emozioni. Può essere utile cercare di coinvolgere i figli o le figlie in situazioni 

che li fanno stare bene; ad esempio, lo stare a contatto con la natura, leggere, fotografare, stare 

con gli animali...Questo fa sì che le emozioni positive possano emergere e far percepire loro una 

sensazione di benessere che può spronarli a cercare di vivere quella sensazione piacevole anche 

in altre circostanze. Va sottolineato che questo non vuol dire che il genitore debba diventare il 

terapeuta dei propri figli. Vuol dire al contrario andare a porre cura e attenzione al dialogo e alla 

comunicazione. Nutrire il desiderio di conoscere meglio i propri figli. Aiutarli a esprimere ciò che 

sentono, desiderano, a cui aspirano. Ci rendiamo conto però che se un genitore è carico già di 

suo di quello che la malattia gli getta addosso, difficilmente vorrà approfondire la comunicazione, 

il dialogo, lo stare vicino. Perché ogni cosa viene intrisa dal peso della malattia. Ecco allora che si 

può incominciare da se stessi. Come? Ad esempio attraverso il laboratorio. Questo significa 

mettersi in gioco, e non è così scontato che un genitore lo faccia. Significa voler andare al di là del 

proprio vedere. Significa addentrarsi nel significato di ciò che accade. Significa accogliere il 

proprio mondo interiore. Significa condividere la propria sofferenza.... 

La frase della settimana : ACCOGLIERE , ADDENTRARSI , CONDIVIDERE ...PER METTERSI IN 

GIOCO E ANDARE AL DI LA’ DEL PROPRIO VEDERE .

giovedì 17 giugno 2021

Spostare lo sguardo dal sintomo per porre attenzione a ciò che accade intorno ad esso - Laboratorio del 15 Giugno.

Stasera il laboratorio è iniziato con una bella sorpresa, una mamma ha chiesto se la propria figlia poteva salutarci. E anche se il periodo che questa ragazza sta vivendo non è dei più facili, il suo gesto è stato molto significativo, soprattutto nei confronti della sua famiglia: l’essere consapevole e grata di quanto i suoi genitori stiano cercando a loro volta di mettersi in gioco per capire sempre più che cosa sia una malattia del comportamento alimentare. Il sorriso di questa ragazza mi ha toccato molto, perché pur nella sofferenza, ha trasmesso il suo essere aperta alla vita. Nonostante il dolore, nonostante la malattia, nonostante le inevitabili cadute. 

Questo ovviamente mi ha portato a riflettere sul peso che hanno le emozioni. Quanto queste incidano nella vita di ognuno di noi e ancora di più in coloro che soffrono di queste malattie. Pensando ai genitori, quante volte ci si trova così carichi e pieni di emozioni da non riuscire ad avere spazio per accogliere niente altro? Ci si dimentica di pensare a se stessi, ci si dimentica di prestare attenzione ai propri stati d’animo, ci si dimentica dei propri bisogni. Ogni cosa è focalizzata e finalizzata al fare stare bene i propri figli ammalati. Tutto questo è umanamente comprensibile e naturale. Quale genitore si rifiuterebbe di farlo? Il problema è che in mezzo c’è una malattia del comportamento alimentare e le modalità di azione inevitabilmente cambiano. Spesso si chiede ai figli di impegnarsi per cercare di stare meglio, di sforzarsi di parlare, di provare a condividere quello che sentono. Ma quanto il genitore ha smesso di farlo lui per prima? O meglio, da quanto il genitore è rimasto avvinghiato in circuiti emotivi di ansia, paura e preoccupazione che rendono sempre più pesante ogni momento della loro giornata? Ovviamente questa non vuole essere una colpa, ma anzi, vuol essere un tentativo di apportare consapevolezza su quei meccanismi che finiscono per invischiare la famiglia in trappole soffocanti.

Vivere le emozioni è basilare. Non solo le emozioni positive, ma anche e soprattutto le emozioni negative. Rabbia, dolore, angoscia, senso di vuoto, sono sentimenti difficili da tollerare e soprattutto vederli vivere sulla pelle dei propri figli. Eppure, è attraverso questa esperienza che si comincia a conoscere il valore e l’intensità delle emozioni nella propria vita. Spesso di fronte a uno scoppio emotivo intenso, a una crisi, il genitore prova l’impulso di intervenire per bloccare il proseguimento delle stesse, ignorando che nel fare ciò interrompe il naturale flusso della conoscenza; impedendo ai figli di essere messi davanti al proprio sentire, fondamentale per cominciare a capire quello che accade dentro di se’. Spesso si ha l’idea che la crisi sia negativa, distruttiva, da evitare, ma, al contrario, ha lo scopo di mettere in luce ciò che non va nella propria vita. Le emozioni hanno bisogno di essere espresse. E possiamo dire che il corpo è un veicolo importante di trasmissione emotiva. Il corpo infatti non è un qualcosa distaccato. Il corpo parla, e dice molto di se’. 

Quando vediamo il sintomo manifestarsi, in realtà dietro vi è un insieme di emozioni che non sono riuscite a esprimersi diversamente. Dietro a un disagio, a un malessere, non dimentichiamo mai che c’è sempre la persona e la sua storia. La crisi non avviene mai per annientare, ma per portare nuove consapevolezze. E allora ci si domanda che cosa può fare un genitore per vivere queste situazioni dalla giusta prospettiva. E qui ritorniamo ( e non mi stancherò mai di ripeterlo poiché è un concetto essenziale) alla punta dell’iceberg. Il genitore deve spostare lo sguardo dal sintomo per cominciare a porre attenzione a ciò che è intorno ad esso. Restare fermi alla punta della iceberg ci fa perdere il reale contenuto che sta al di sotto. È come se questo diventasse uno specchietto per le allodole, acceca e impedisce di vedere altro. Un concetto basilare delle emozioni è fare esperienza del saper stare. Stare nel dolore, nella paura, nell’ansia. Ma come si fa? Per aiutare i propri figli ad accogliere il loro sentire occorre averne fatto esperienza diretta ed essere in grado di darne un esempio immediato che non si trasmette attraverso le parole, poiché spesso queste non riescono ad arrivare, ma si trasmette diventando noi stessi modelli di apprendimento da osservare e imitare. Significa adattarsi al flusso delle cose non rimanendo carichi di emozioni stagnanti e non proprie. Spostare lo sguardo dal sintomo per porre attenzione a ciò che accade intorno ad esso dà una prospettiva diversa. Spesso si pensa che la malattia del comportamento alimentare sia come un mostro che si è impossessato dei propri figli, un qualcosa che sopraggiunge da chissà dove. In realtà non è altro che la esagerata manifestazione della parte di se’ deputata al controllo e al dettar le regole. Tutte le altre parti sono diventate succube e sottomesse, finendo con il creare all’interno della persona solo un monologo ossessivo che spesso viene raccontato come un imperante ed estenuante voce che non da’ alcun respiro e tregua. 

Una ragazza ha condiviso il momento in cui, alla fine di un lungo percorso terapeutico, è giunta all’incontro diretto con questa propria parte di se’ malata. Lasciare definitivamente la malattia per diventare finalmente responsabile della propria vita. In quell’occasione ha ricordato come davanti a lei si fosse materializzata l’immagine della malattia attraverso le sembianze di una belva feroce, pronta ad annientarsi su di lei alla prima debolezza o caduta. Fu proprio di fronte a quell’immagine che d’un tratto ha percepito una forza intensa dentro di se’ che ha saputo ribattere a gran voce che tutto quel potere da lì in avanti non ci sarebbe più stato perché non glielo avrebbe più permesso. E così è accaduto. Arrivare a formare quell’immagine della belva feroce, permettendo quel dialogo tra le varie parti, è stato possibile solo attraverso l’esperienza delle innumerevoli emozioni che non sanno più esprimersi nel modo giusto all’interno di una persona che soffre di una malattia del comportamento alimentare. Questa ragazza aveva sempre avuto paura di provare quell’angosciante senso di vuoto che era dentro di lei e che emergeva quando si sentiva sola. L’abbuffata o l’eccessivo controllo le erano sembrati la soluzione migliore per allontanare quelle sensazioni. Attraverso la terapia, ha cominciato ad accogliere dapprima pochi attimi di quella emozione di vuoto, fino ad arrivare a minuti, ore, giorni, settimane...e finalmente non averne più paura. Ora la solitudine per lei non è più sinonimo di mancanza, ma anzi, è una preziosa presenza, ricca di tanti contenuti inespressi. 

Una mamma ha voluto condividere la sua esperienza dello stare nell’emozione. Questo le ha permesso di capire la manipolazione che la malattia aveva giocato su di lei ogni volta che la figlia, invece di chiedere aiuto ai suoi terapeuti, si rivolgeva direttamente a lei, caricandola di responsabilità che non erano di sua competenza. Un’altra mamma, che fa come lavoro l’insegnante, ha voluto chiedere quante sono le bugie che spesso vengono raccontate all’interno di una malattia del comportamento alimentare. In realtà sono tantissime. Bugie che la persona racconta pure a se stessa poiché non è consapevole dello sporco gioco che la malattia mette in atto. Quando accade che gli altri vogliano smascherarne le infide trame, si assiste all’attacco violento a difesa del potere. Ricordiamo sempre quanto sia importante che i genitori debbano essere alleati tra loro per non permettere che la malattia prenda il controllo su ogni cosa. Agire per contrastare il perverso gioco manipolatorio, anche in maniera forte se necessario, affinché non se ne diventi complici. 

Un’altra mamma ha voluto chiedere come comportarsi poiché ha progettato una settimana di vacanza insieme al marito e alla nipotina dato che la situazione in casa con la figlia maggiorenne malata di anoressia, è diventata pesante, con la speranza che questo breve stacco possa essere uno stimolo per indurla a mettersi maggiormente in discussione nella cura. La paura di questa mamma è quella di andare incontro a inevitabili conseguenze e soprattutto, di vedersi poi sfumare la vacanza perché interrotta dalle probabili telefonate della figlia che vorrà farli ritornare a casa. In questo caso, siamo di fronte a un altro tentativo manipolatorio della malattia. I genitori devono essere genitori, e niente altro. Se ci sono eventuali problemi, il numero da comporre per chiedere l’aiuto necessario è quello dei propri terapeuti. 

C’è poi una fase importante della malattia che spesso getta i genitori nella confusione e panico totale; è quando sintomi e guarigione vivono in parallelo. La malattia non dimentichiamolo mai che ha assunto e ancora assume la funzione di una stampella. E finché non si avverte che le proprie gambe sono forti abbastanza per reggersi da sole, la stampella viene ancora ben tenuta strettamente a se’. Se ci pensiamo bene, quando una persona ha una gamba rotta, non si pretende che questa ritorni a camminare subito come se niente fosse. Siamo consapevoli che per farlo è necessario un lungo periodo di fisioterapia. Quando vediamo questa persona tornare dalla seduta fisioterapica sorreggendosi sulle stampelle, non le chiediamo come mai non cammini con le sue gambe. Capiamo che questo non è possibile fino a che la gamba non sia guarita perfettamente. Nella malattia del comportamento alimentare però accade tutto l’opposto. Ci stupiamo che nonostante i figli seguano un percorso terapeutico, ancora il sintomo sia ben presente. Ma è naturale che accada questo. Come accade con la gamba rotta, a cui ci si appoggia sempre alla stampella nonostante la cura, così accade con la malattia del comportamento alimentare. E questo ci riporta al concetto iniziale: per riuscire a gestire le emozioni di ansia, paura, preoccupazione occorre spostare lo sguardo dal sintomo per porre attenzione su ciò che accade intorno ad esso. 

Frase della settimana: SPOSTARE LO SGUARDO DAL SINTOMO PER PORRE ATTENZIONE A
CIÒ CHE ACCADE INTORNO AD ESSO.

giovedì 3 giugno 2021

Il confine tra la malattia e la vita reale - Laboratorio del 1 Giugno.

 Il laboratorio di questa sera ha ripreso tematiche affrontate più volte, e questo fa riflettere su quanto sia difficile per un genitore dover convivere e gestire la malattia del comportamento alimentare del proprio figlio o figlia. Il laboratorio avviene a cadenza quindicinale, ma i genitori sanno che possono usufruire del servizio di sostegno dell’associazione anche durante gli altri giorni della settimana. 

In questo periodo sono state sempre più le telefonate dei genitori che si trovano a dover gestire i momenti di convivenza stretta col sintomo. Genitori di figli maggiorenni che si trovano all’oscuro di tutto quello che avviene nel percorso psicologico e nutrizionale dei propri figli, e non sanno interpretare i sintomi che si manifestano sotto i loro occhi: “ avrà mangiato veramente quello che le ha indicato la dietista? Come mai continua a non avere il ciclo? Non è che ha bisogno di qualche integratore? Come faccio a sapere se quello che sta facendo è giusto se nessuno mi dà informazioni ?...”
Tutte queste domande sono ragionevolmente lecite. Sfido qualunque genitore che ama il proprio figlio o figlia a non porsele. Il problema è che non si arriva a nessuna risposta o soluzione se non quella di veder accrescere l’ansia dentro di se’ per non avere il controllo di ciò che sta accadendo. Stasera abbiamo ricordato la metafora dell’iceberg. Soffermarsi a guardare la punta dell’iceberg, ovvero il sintomo, non aiuta perché impedisce di prendere in considerazione altri dettagli che sono al contrario fondamentali. Infatti l’attenzione va rivolta verso quei piccoli passi che la propria figlia o figlio sta mettendo in atto:“ Sta riprendendo in mano progetti che aveva abbandonato? Ha ripreso a frequentare le sue amicizie? Ha cambiato il modo di vestire? Comunica maggiormente in casa?....” Sembrano dettagli banali e di poco conto ma in realtà non è così. La guarigione non è data dall’assenza improvvisa dei sintomi. Non è come l’avere una malattia qualsiasi che basta fare la cura prescritta dal medico per avere un miglioramento definitivo. Purtroppo il percorso è molto lungo e richiede tempo. 

Spesso i genitori sono preoccupati nel vedere la resistenza che i figli hanno verso la cura; ma non è la guarigione ad essere rifiutata quanto il cambiamento. Chi ha una malattia del comportamento alimentare vuole guarire ma allo stesso tempo, non vuole abbandonare il sintomo. Non perché non desidera curarsi, ma perché si è spaventati dal dover vivere senza quelle sicurezze che comunque la malattia sa dare. Un genitore questo lo comprende benissimo a livello razionale, ma non a livello emotivo. Una delle grandi difficoltà che un padre e una madre devono affrontare è il convivere per lungo tempo insieme alla malattia quando anche loro desidererebbero una guarigione immediata. Tutto questo è stato molto faticoso da gestire nel periodo della pandemia, e ad oggi ne vediamo le conseguenze. 

Molti genitori, soprattutto quelli di figli maggiorenni, si sentono abbandonati a se stessi perché oltre a non essere coinvolti personalmente in un percorso di cura, sono lasciati fuori da quello che è il piano terapeutico dei propri figli. Più volte stasera è emerso il concetto dell’importanza di poter parlare e confrontarsi sulla malattia poiché da soli è difficile capirne le dinamiche intrinseche. La malattia stringe in una morsa stretta e soffocante tutti i membri del nucleo familiare. Si rimane intrappolati in quelli che sono gli schemi patologici che portano a squilibri e sofferenza. Quante volte accade che un genitore cerchi di creare in casa un ambiente il più protetto da tutti quelli stimoli che potrebbero scatenare reazioni di conflitto. Ecco allora che si cerca di comprare solo determinati cibi, di cenare a determinati orari, di acconsentire alla mezz’oretta di cammino. Questo accade perché si è convinti che creando un ambiente il più tranquillo e sereno possibile, possa favorire un atteggiamento migliore verso la cura, ignorando che l’agire in questa maniera significa diventare complici della malattia. Non bisogna avere paura dello scontro, della porta sbattuta, del piatto gettato a terra, della violenza verbale. Questa non è che la manifestazione chiara ed esplicita della difficoltà nella gestione delle proprie emozioni e non può essere altro che materiale utile su cui lavorare nella stanza del terapeuta. Se tutto rimane sempre tranquillo e sotto controllo, su che cosa mai si può lavorare? Sul sintomo? Certamente, però, torniamo a ripetere che il sintomo non è altro che la punta dell’iceberg. Quindi ben vengano gli scoppi d’ira, gli oggetti buttati a terra, i graffi autolesionistici. Certo, assistere a tali scene non è facile ne’ piacevole né tanto meno se ne esce indenni in veste di genitore. E ancora sottolineiamo l’importanza di parlarne, di condividerne le esperienze, di permettersi di far emergere ciò che più preoccupa. 

Il laboratorio è anche questo: il luogo dove si può svuotare un poco il proprio zaino e ripartire più leggeri. Spesso la famiglia non riesce a staccarsi dall’ etichetta di anoressia o bulimia che nel tempo si è  involontariamente appiccicata addosso alla propria figlia o figlio. Non si riesce più a veder altro se non quella identità. E questo non aiuta nessuno. Una ragazza ha raccontato di quanto a lei sia stato utile ricevere lo sguardo di quelle persone che per la prima volta l’avevano guardata per quello che era e non per quello che era scritto su innumerevoli fogli diagnostici. Quello sguardo l’ha aiutata ad abbandonare a sua volta quelle lenti distorte che le avevano fatto credere per anni di essere soltanto l’incarnazione dell’anoressia. Invece no. Lei non era la malattia. Sembra tutto banale quello che stiamo dicendo. Eppure sono concetti basilari per ritrovare se stessi. 

Ma come si fa ad aiutare un genitore ad abbandonare quello sguardo etichettante? E come si fa a far sì che i figli possano percepire che in quegli sguardi c’è amore e cura? Bisogna incominciare da se stessi. Spesso accade che la famiglia abbia smesso di guardarsi. Tutto si è andato a concentrare solo ed esclusivamente sulla malattia. Il pensiero fisso per una madre e un padre è la guarigione della propria figlia o figlio. Così ci si trova da una parte col genitore che è ossessionato dal : “ Devi guarire! Devi guarire!”, e dall’altra parte abbiamo il figlio o la figlia che a sua volta è ossessionato dal : “Non voglio guarire! Non voglio guarire!” In mezzo c’è la malattia che come un joker si diverte a cambiare le carte in tavola. Ecco allora che diventa importante ritornare a ritrovare quello spazio vitale nella propria vita per dare l’esempio pratico di come si fa. Non basta più dire che bisogna prendersi cura di se’, occorre mostrare come ci si prende cura di se’. La vita fa paura. Ci si illude che sia più facile starsene rintanati nella gabbia dorata della malattia. “ mamma /papà. Vieni anche tu qui dentro con me. Non mi abbandonare . Stammi vicino, stai con me”.... “ No figlia/figlio mio. Io in quella gabbia non ci entro. Perché la vita non è lì dentro. La vita è qui fuori. E il mio compito è farti veder che non c’è nulla da temere a stare al di là’ di quella gabbia.” Solo parlando, solo confrontandosi si riesce a comprendere il confine che separa la metaforica gabbia della malattia dalla vita reale. 

La frase della settimana: IL CONFINE TRA LA MALATTIA E LA VITA REALE

venerdì 21 maggio 2021

Reimparare a emozionarsi. Laboratorio del 18 Maggio.

Il laboratorio è cominciato con una domanda specifica posta da una mamma: “ quando tua figlia o figlio che soffre di un disturbo alimentare continua a provocarti, attaccarti, tu genitore cosa devi fare? Controbattere o stare in silenzio?” 

La risposta, come abbiamo detto più volte, ovviamente non può  essere univoca. Sarebbe troppo facile avere una risposta pronta per ogni occasione. E siccome questo non è possibile, occorre far riferimento alle diverse situazioni in cui si verificano tali attacchi. In  riferimento alla storia di questa mamma, lo scontro verbale si è verificato durante la cena. Come  sappiamo, il momento dei pasti è sempre critico, poiché la malattia è molto presente ed è difficile che dietro ad una eventuale provocazione si possa instaurare un dialogo costruttivo. In queste occasioni è quasi sempre preferibile non discutere su nulla, poiché qualsiasi cosa può essere usata come espediente per portare avanti la discussione e quindi spostare l’attenzione. Ma spostare l’attenzione da cosa? Qui abbiamo ripetuto un concetto che spesso emerge durante il laboratorio e che non ci stancheremo mai di ripetere perché rappresenta una base importante su cui riflettere quando accadono simili situazioni. 

Davanti a noi vediamo quella che è solo la punta dell’iceberg, ovvero quella provocazione. Quello che però sta al di sotto, il sommerso, non è visibile agli occhi. E nel sommerso ci sono le emozioni che la propria figlia o figlio sta vivendo. Emozioni che spaventano, perché in effetti si è davanti a una grande paura che viene simbolizzata attraverso l’assunzione del cibo. Anche un’altra mamma ha raccontato che, nonostante la figlia abbia cominciato a progettare una propria vita indipendente, incominciando ad affrontare il delicato mondo del lavoro, non è ancora riuscita ad abbandonare la bulimia, che al contrario, la accompagna con costanza, a volte anche in modo violento. Anche qui però, ciò che si osserva è solo la punta dell’iceberg ( la crisi bulimica) ma il sommerso, le emozioni, non sono visibili. Ma che cosa potrebbe esserci in questo sommerso che porta a far emergere sempre e solo il sintomo? Questo è un argomento un po’difficile da trattare, ma è necessario farlo per cercare di portare chiarezza su alcuni aspetti della malattia del comportamento alimentare. Il sintomo, non è un qualcosa che improvvisamente si è calato nella mente dei propri figli e, con abile destrezza, si è divertito a scombussolarne i pensieri, le idee, le percezioni. Il sintomo in realtà si fa portavoce di quella parte che non ha trovato un modo migliore per esprimere e comunicare quel malessere di fondo che nasconde la paura di vivere, la paura di affrontare la vita. Ma il sintomo in realtà non è qualcosa di completamente
estraneo alla persona. Ovvero. Non è che improvvisamente i propri figli vengono posseduti da chissà quale forza demoniaca che ne ha rapito la loro essenza. In realtà ciò che prende il sopravvento in una malattia del comportamento alimentare è quella parte di se’ che ha il compito di controllare, decidere e far mantenere le regole. Semplificando, potremmo dire la parte etica che è in ognuno di noi. Una parte che deve dialogare con le altre parti, per riuscire a stabilire quello che è un adeguato equilibrio.


Ora, riprendiamo la situazione di questa mamma che si trova a vedere che la propria figlia sta cominciando a progettare una sua vita autonoma, ma con la malattia ancora ben presente. Perché il sintomo non abbandona la figlia? Che cosa è che la porta ancora a rifugiarsi in quelle dinamiche così incomprensibili viste da fuori ( o più precisamente viste solo guardando la punta dell’iceberg)? In realtà ognuno di noi non può mai sapere la lotta interna che sta affrontando l’altra persona. Visto dall’esterno quella situazione può essere uguale a tante altre situazioni vissute apparentemente sempre in modo uguale, ma che così uguale in realtà non è. Infatti, c’è una fase del percorso della cura in cui guarigione e malattia camminano parallele ( lo abbiamo descritto anche in altri laboratori). Ma perché accade questo? Perché quella parte che si manifesta attraverso il sintomo è una parte della persona e come tale non può essere cancellata da un momento all’altra. Finiremmo per avere una persona monca, a cui le è stata tolta una parte importante di se’. E questo è impossibile. La guarigione richiede tempi lunghi perché quella parte “etica” che ha preso il sopravvento deve gradualmente ricominciare a dialogare con tutte le altre parti. E soprattutto, deve integrarsi e trovare il proprio posto. Affinché possa avvenire questo dialogo e integrazione, è necessario che la persona venga a diretto contatto con questa parte di
se’. E questo non è mai facile, a volte il risultato è un aggravarsi del sintomo. Qui è molto difficile per il genitore capire cosa stia accadendo, perché è sempre la punta dell’iceberg che si sta osservando. Viene in automatico che un genitore si preoccupi e giustamente cerchi di gestire lui stesso quella ripetuta situazione del figlio o della figlia. Ma in realtà, questo è un passaggio che non può avere sostituti. Per poter integrare ed equilibrare le varie parti di se’, occorre guardarle direttamente in faccia. Come è stato detto da una ragazza che ha raccontato quella che è stata la sua esperienza della guarigione, imparare a stare in quel vuoto, in quell’ emozione che spaventa. Infatti, solo restando nella paura si può cominciare a conoscerla e gestirla, riducendone l’intensità con il quale si manifesta. Da fuori potrebbe sembrare che si stia ritornando a riabbracciare la malattia, in realtà si sta andando a riconoscere se stesse. Si sta andando a fare esperienza di ciò che più spaventa. Si va a fare conoscenza diretta della propria ombra. Ognuno di noi è sia ombra e luce. In una malattia del comportamento alimentare prevale esclusivamente l’ombra....ma è da quel timido bagliore di luce che comincia la risalita verso se stesse. 

In questo discorso, è importante anche includere quei genitori che hanno figli o figlie maggiorenni che rifiutano di intraprendere un percorso terapeutico. Dato che non si segue un percorso di cura, vuol dire che la speranza di arrivare ad una guarigione è da abbandonare completamente? Anche qui il discorso è complesso da affrontare, ma riprendendo il concetto dell’ombra che prende il sopravvento sulla luce, quest’ultima può ritornare a risplendere anche attraverso un percorso non psicoterapeutico ma più olistico. Ad un certo punto, può accadere che la persona stessa senta il desiderio di approfondire certe cose di se’ e quindi affidarsi a una terapia. Questo per dire che non sempre la guarigione inizia da un percorso terapeutico, a volte può cominciare da un approccio olistico. Resta però inciso che la conoscenza di se’, e quindi l’affrontare direttamente la malattia, richiede un lavoro più approfondito, 

Una mamma ha condiviso la storia di sua figlia adolescente. Considerata sempre la classica alunna modello, diligente, educata, con bei voti a scuola. La perfezione. Finché non è giunta la malattia. Ovviamente, la madre ha cominciato subito a pensare dove avesse potuto sbagliare. Un giorno, grazie a una telefonata di un’altra mamma, è venuta a sapere che sua figlia stava vivendo seri episodi di bullismo a scuola. Questo è stato un fattore che ha inciso in modo importante nell’indole dolce e  sensibile di questa ragazzina, che ha finito col cercare rifugio nella malattia. Ritornando al discorso delle emozioni, possiamo notare quanto l’incapacità di gestire ciò che accade possa poi indurre a far credere che il rifiuto, o al contrario la consolazione del cibo, possa essere la soluzione giusta nei confronti di quel malessere di fondo. Questa mamma ad oggi considera la malattia il mezzo attraverso il quale ha potuto conoscere realmente sua figlia, scoprendo che la vera bellezza sta proprio nell’imperfezione. Si, perché tutto ciò che è perfetto in realtà manca di animosità, è freddo, prevedibile, privo di reale emozione. Sul tema del bullismo, è intervenuta un’ insegnante di una scuola primaria. In questo periodo di pandemia, è emerso quanto sia importante per i suoi giovani alunni poter condividere le ore scolastiche tutti insieme. Da qui è nata l’idea di un laboratorio di scrittura, in cui i bambini possono esprimere e tradurre a parole quelli che sono i loro desideri, le loro gioie, ma anche le loro paure e difficoltà. Quello che è emerso è stato di una bellezza indescrivibile poiché i bambini hanno la naturale curiosità di esplorare ed esplorarsi. E lo fanno con quella purezza che è da alimentare e preservare anche attraverso queste importanti attività scolastiche che sono fondamentali nella crescita di un bambino. 


Un’altra mamma, insegnante di una scuola media, si trova invece ad affrontare il disagio di una ragazzina di 12 anni che ha palesemente chiesto aiuto ai suoi insegnanti per il malessere che sta vivendo e che dimostra anche nei confronti del cibo. Questa mamma, conoscendo per esperienza personale la pericolosità di certe dinamiche che portano poi a una malattia del comportamento alimentare, ha cercato di sensibilizzare anche gli altri docenti, ma ha riscontrato quanto le altre persone ancora non conoscano bene queste malattie e spesso minimizzino i segnali attribuendoli a forme di imitazione dei modelli proposti sui social. Ancora una volta è emerso quanto ci sia da lavorare affinché le malattie del comportamento alimentare possano essere riconosciute nelle loro manifestazioni, e quanto sia importante che ci sia conoscenza, sensibilità e rete sociale, iniziando non solo dalla famiglia, ma anche dalla scuola che ha il compito e il dovere non solo di istruire ,ma anche di difendere.


La frase della settimana: REIMPARARE A EMOZIONARSI

giovedì 6 maggio 2021

Il sintomo è portatore di significato - Laboratorio 4 Maggio

Il laboratorio di questa sera è stato molto ricco di condivisioni, storie, riflessioni che aprono sempre nuovi spiragli sul vissuto di ognuno di noi.

La situazione che stiamo vivendo in questo periodo ha messo alla prova molti genitori che si trovano ancora più stanchi nel dover affrontare un disturbo alimentare che sappiamo bene quanto lasci stremati e senza forze. Una cosa importante da sottolineare sempre, è che spesso si rimane intrappolati nell’ osservazione di ciò che appare visibile ai nostri occhi: ovvero il sintomo. Ma per comprendere e saper affrontare il disturbo alimentare, serve andare al di là di esso per cercare di capire cosa questo ci voglia dire. Infatti, se si rimane fissi solo sul sintomo, si finisce col percorrere un’unica strada, quella della malattia. Eppure, anche se sembra paradossale, il sintomo è arrivato per far sì che si vadano a riaprire delle “porte” che sono state inavvertitamente chiuse e che ora reclamano di essere riaperte. Porte che appartengono sia al figlio/figlia, sia ai genitori.


Perché abbiamo detto questo? Perché la malattia percorre delle fasi ben precise, non si passa improvvisamente dallo stare male allo stare bene. Questo richiede molti passaggi che spesso passano attraverso l’apparente ritornare indietro. Dico apparente perché quando si ritorna a mettere in atto dei meccanismi della malattia che sembravano superati, in realtà i figli stanno vivendo un momento particolare del loro percorso. Un momento che può essere dettato da tante cause, anche il dover affrontare qualcosa di spinoso emerso in terapia. Ci si spaventa, e non avendo ancora acquisito strumenti nuovi per affrontare eventuali difficoltà, si torna a riabbracciare la finta sicurezza e controllo che da’ la malattia. Il genitore ovviamente vede però il sintomo, non ha la possibilità di comprendere la battaglia interna dei proprio figlio/figlia. Entrambi è come se si trovassero incastrati nelle proprie paure, che portano a creare ulteriori incomprensioni e conflitti all’interno del nucleo familiare. E qui, come sappiamo bene, il disturbo alimentare prende il sopravvento.
Spesso accade poi, soprattutto quando ci sono fratelli o sorelle, di dimenticarsi che anche loro sono parte della famiglia. Spesso i bisogni, i desideri, anche le paure stesse degli altri figli non vengano viste e riconosciute con il giusto valore, quasi fossero di minore importanza rispetto a quelli della figlia o figlio che soffre di un disturbo alimentare. Capitano situazioni in cui, alla richiesta dell’altro figlio/figlia, si sono pronunciate frasi del tipo: “ non possiamo andare in pizzeria perche’ tua sorella poi reagisce male”... oppure: “ dobbiamo cenare a tale ora perché altrimenti tuo fratello salta il pasto”.. dimenticandoci che i bisogni, le esigenze e anche la sofferenza degli altri figli devono essere riconosciute. Infatti, non dimentichiamo che anche loro soffrono nel non avere più il rapporto che avevano prima con la sorella o il fratello malato/a di un disturbo alimentare. Lo stesso discorso vale anche per la coppia marito e moglie. È importante ridefinire i propri spazi e ruoli, dedicandosi tempo e non sacrificandosi perché si ha paura di lasciare i propri figli soli in casa.


Una mamma ha raccontato il difficile momento che sta vivendo con la figlia che, ricaduta in frequenti crisi di bulimia generate dal sentire un grande senso di vuoto interno, arrivata al limite della situazione creatasi, ha reagito urlandole contro di non sopportare più di vedere in lei quella totale inerzia e apatia. Queste urla sono state dettate non solo dalla grande sofferenza di questa mamma, ma anche da un suo volerla scuotere per vederla reagire in un qualche modo. Così, senza aspettare da lei di avere una risposta su quello che avrebbe voluto per pranzo, la mamma è uscita a fare la spesa e al momento del pasto, ha detto solo che era pronto. La figlia, senza fare alcuna protesta, ha mangiato e poi è andata a lavorare. Il giorno dopo si è svegliata presto provvedendo, come non faceva da giorni, a occuparsi delle sue cose personali, ringraziando infine la madre. Come se quella sfuriata l’avesse momentaneamente ridestata. I genitori spesso sono lasciati soli ad affrontare il delicato momento in cui i propri figli, dopo un lungo periodo di terapia, incominciano a sperimentarsi nell’ affrontare quella che è la vita, anche nelle sue “banali” incombenze quotidiane. Dico periodo delicato poiché è solo facendo esperienza del disequilibrio che si impara a trovare il proprio baricentro. 

Ma assistere alla costante alternanza giù e su, sfianca e getta nella paura totale un genitore che ha già visto più volte il ripetersi di quel meccanismo perverso che sembra inghiottire il figlio/figlia. Ma ci tengo a sottolineare, che anche questo fa parte del percorso di cura, quello che invece a volte ne sono esclusi da questo processo, sono i genitori, che si ritrovano risucchiati non capendo cosa sta di nuovo accadendo . Ma ripeto, ogni fase è diversa, ogni crisi non è mai uguale alle precedenti, non è mai un ritornare indietro, perché nel frattempo chi sta cercando di guarire dalla malattia, si sta anche mettendo in gioco. Diventa allora ancora più importante che i genitori possano avere modo di parlare di quello che sentono, pensano, vivono poiché tutto ciò che viene tenuto dentro di se’, si cristallizza in una visione a senso unico . Al contrario, attraverso la parola condivisa, diamo espressione al nostro sentire, lo elaboriamo riuscendo a darne una prospettiva diversa. Un’ altra mamma ha raccontato di come sia stata dura anche per lei accorgersi che aveva talmente focalizzato la sua attenzione sulla figlia malata da essersi dimenticata degli altri suoi figli.
Grazie alla terapia, ha capito che non poteva estraniare il resto della famiglia per proteggerne uno solo. Ognuno aveva bisogno della stessa cura, tempo, dedizione ma anche conoscenza della malattia stessa, per imparare a relazionarsi con questa e quindi a non averne paura. Questo è basilare per i rapporti e l’equilibrio dell’ intero nucleo familiare. E qui torniamo al discorso di prima, al non fermarsi a vedere solo il sintomo ma andare al di là di esso per capire cosa voglia dirci. Infatti, è importante allenarsi costantemente a distinguere quando parla la malattia da quando parla la persona. Questo è essenziale per avviare una comunicazione che sia costruttiva e soprattutto che non vada a sostenere ulteriormente il disturbo alimentare.


Una mamma ha raccontato di quanto sia difficile in questo periodo subire gli attacchi aggressivi della figlia che rinfaccia continuamente ai genitori di averla costretta a intraprendere un percorso terapeutico contro la sua volontà. In realtà questo è un tentativo della malattia di scaricare sui propri genitori ogni responsabilità, compreso l’intero peso della propria sofferenza. Come è accaduto nel racconto precedente della mamma che si è lasciata andare a una sfuriata per ribellarsi a quel peso diventato insopportabile e ingiusto da sostenere. È necessario quindi saper distinguere bene chi è che parla quando si è in presenza del figlio o figlia malato/ malata di un disturbo alimentare, perché permette di acquisire strumenti per respingere le richieste manipolatorie della malattia. Spesso accade che la figlia/figlio ringrazi i propri genitori per non aver dato spazio al disturbo alimentare. So che è difficile da comprendere, ma affinché si possa arrivare alla consapevolezza di prender in mano la propria vita, occorre fare esperienza del vuoto, del non trovare nessuno che “appoggi” le manovre manipolatorie della malattia. Questo fa si che la persona si trova a diretto contatto con la propria sofferenza realizzando che tutto quello che ha messo in atto fino a quel momento attraverso il disturbo alimentare non è che una realtà distorta che l’ha tenuta lontana dalla sua vita e dai suoi cari.


Un’altra mamma ha condiviso quanto sia importante per lei il ruolo che i genitori hanno. Sono, come spesso abbiamo evidenziato nei laboratori, una risorsa. Attraverso un percorso sia di terapia familiare che individuale, questa mamma è riuscita a sintonizzarsi sulla sofferenza della figlia, che spesso ricorreva anche all’autolesionismo. Sintonizzarsi non significa fondersi con quel dolore, ma anzi, significa distaccarsene per poi poterlo riconoscere e accogliere come parte dell’altro e non di se’. Certo, questa mamma ha corso dei rischi permettendo alla figlia di restare sola nella propria sofferenza, poiché poteva farsi ulteriore male. Ma aveva compreso che lei, come genitore. stava agendo spinta prevalentemente dalla sua enorme paura per quello che poteva accadere. Così, doveva essere lei madre a sganciarsi per prima da quel meccanismo per far sì che la figlia potesse ritrovare se stessa. Non è stato ovviamente facile. Ma non dimentichiamoci che i genitori, sia la madre che il padre, sono coloro che hanno creato con i propri figli un legame molto forte, un legame costruito su una comunicazione che non necessita di parole. Ed ecco ritornare a quelle “porte chiuse” citate all’inizio.


Il sintomo arriva per portare la famiglia a riaprire porte che sono state chiuse e ora reclamano di essere riaperte. Il sintomo arriva per riportare la famiglia a riprendere in mano quella comunicazione profonda che in qualche modo si è interrotta o ha cambiato direzione. La guarigione ha bisogno di ritrovare questo legame, ritrovare le proprie radici per radicarsi e crescere saldi e stabili. Pensiamo agli alberi. Per svilupparsi, hanno bisogno di avere spazio intorno a se’, necessitano sia di una vicinanza data dalle rispettive radici, sia di una giusta distanza affinché i rispettivi rami non si vadano a intrecciare tra loro, soffocandosi a vicenda. 


La frase della settimana : IL SINTOMO È PORTATORE DI SIGNIFICATO