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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

mercoledì 25 novembre 2015

La realtà come giudizio




Un riscontro con la realtà esterna tante volte può diventare l 'unico modo per avere percezione di se stessi, di quello che ti sta accadendo fisicamente ed emotivamente. Ricordo ancora uno degli episodi più significativi per me in cui venni a contatto con la realtà della mia magrezza. Ero seduta in macchina e una sensazione spiacevolissima di colpo mi assalì, una doccia fredda. Il sedile di quella macchina perse la sua reale funzione per diventare un vero e proprio 'mezzo di comunicazione'. Non stava più lì per farmi sedere, ma per dirmi quello che mi stava succedendo. La sensazione di esser seduta su una roccia spigolosa piuttosto che su qualcosa di relativamente morbido, fu il messaggio che mi inviò. Un messaggio che provai immediatamente a decifrare. Si il mio corpo era dolorante, a causa del contatto delle mie ossa sporgenti con il sedile di quella auto. Mi mossi con una certa irrequietezza avendo l’impressione che dovessi solo trovare la giusta posizione, pensando di aver assunto solo una postura sbagliata, ma in realtà qualsiasi posizione assumessi il dolore non mi abbandonava; schiena, glutei erano ‘aggrediti’ dalle mie ossa. Il messaggio diventava sempre più chiaro, o meglio, metteva in dubbio qualcosa, quella certezza falsa che il mio corpo fosse sano. Una voce che però strozzavo in pochissimo tempo. Se fisicamente sentivo e, rifiutando di sentire, cercavo di mettere a tacere il mio corpo, emotivamente la sensazione sgradevole della preoccupazione per la mia persona moriva sul nascere. Preoccupazione che si risvegliava solo attraverso il confronto con le persone, che inevitabilmente notavano la mia ‘pericolosa’ minutezza, un senso di angoscia che però per me si mescolava all'idea del giudizio. Nonostante il mio istinto di autoconservazione provava in tutti i modi a parlare, cercando anche nelle parole altrui quella dimensione del reale che io non avevo e che in qualche modo poteva salvarmi, l’ombra del giudizio mi remava contro. Una voce imperava dentro di me e mi diceva: 'la loro preoccupazione è espressione di un mio comportamento sbagliato' come se ancora una volta ci fosse stata la convinzione che ero io a voler stare male, che ero sbagliata. La volontà di capire per poter fare luce su quello che mi stava accadendo, così come il terrore di farlo perché tutto si trasformava in uno spietato giudizio. Cercare disperatamente così come fuggire, tutto nello stesso momento. La realtà, quella realtà che rifiutavo era per me prevalentemente giudizio. Allora, quale ‘migliore’ strada se non quella di rifuggire quella realtà, se ai miei occhi appariva così dolorosa. Quale migliore ‘soluzione’, se non costruire un mondo tutto mio, fatto di regole tutte mie, che mi davano modo di farmi vedere quello che io decidevo, perché su quello potevo avere un controllo? E tutto continuava ad essere sempre e solo una trappola dalla quale però potevo disincagliarmi solo io.
Rosy


mercoledì 11 novembre 2015

Ritornare a vivere



Sorridere, amare, gioire… che bello sarebbe se potessimo - a comando - decidere il sentimento o l’emozione su cui volerci sintonizzare! Purtroppo non è così semplice! Neppure le più belle favole narrano di storie unicamente positive, infatti dietro un lieto fine spesso si celano tormentate vicende. Ebbene… è così che voglio credere che sarà la mia vita: forse la tempesta che vivo ogni giorno, ormai da anni, è solo il naturale percorso che serve e che prelude un magnifico finale. È vero, è difficile credere costantemente a questa ipotesi; non sempre riesco ad essere coerente con le mie idee, ma per fortuna in mezzo a tanti - troppi - momenti di negatività e pessimismo a volte si fa largo un piccolo spiraglio di luce che chiamo speranza e che mi permette di andare avanti nell’attesa che prima o poi qualcosa cambi nella mia vita - o meglio, nella mia mente - e che magari un giorno svegliandomi riuscirò a guardarmi con occhi nuovi. Si, perché è tutto lì il problema: non tanto l’immagine riflessa allo specchio, quanto invece il filtro dei miei occhi; un filtro “arrugginito”, distorto e da sostituire… un filtro che mi fa vedere solo il peggio, il brutto, il nero di un’immagine che di per sé sarebbe invece un arcobaleno di colori.
Convivere quotidianamente con le proprie sensazioni non è mai semplice; non lo è per la gente comune e men che meno lo è per me, per noi, per tutte quelle persone che vivono, soccombono o lottano contro un disturbo alimentare. Come si può aver voglia di fare qualcosa quando nella tua mente continua a martellare l’idea di te che non vali niente!! Credo che per molti di noi sia proprio da questo disagio e senso di inferiorità rispetto al resto del mondo che nasce il bisogno di sentirsi unici, forti, di assumere il “controllo” sull’unica cosa che possa dipendere da noi: il cibo, il peso… il nostro corpo! Ci nascondiamo erroneamente dietro la convinzione che il cibo è il nostro primo nemico o, al contrario, il nostro unico amico e in un caso piuttosto che nell’altro, finiamo esclusivamente col farci del male. Sì… perché è inutile dire che il problema alimentare, in qualunque modo esso si manifesti, non può che arrecarci dolore - fisico e mentale - lasciandoci cadere in un baratro, sempre più giù, sempre più lontano dalla realtà e da ciò che sarebbe giusto perseguire; eppure, esso assume un aspetto tanto “amichevole” nei nostri confronti da farci sentire al sicuro quando ci sta accanto: il problema alimentare, diventa il nostro fedele compagno di vita! Si tratta però di un compagno un po’ “scomodo”: geloso, possessivo, ci vuole tenere solo per sé, ci porta ad isolarci da tutto e da tutti fino a che noi, povere vittime, completamente infatuate da questo “amore proibito”, diveniamo burattini da manovrare a suo piacimento: non siamo più noi ad avere il controllo né della nostra alimentazione né, a lungo andare, della nostra vita. Così, quella forza e quella supremazia che pensavamo di avere all’inizio, finiscono per perdersi strada facendo e nella maggior parte dei casi, ce ne rendiamo conto quando è ormai troppo tardi.
Tante volte, nei miei momenti di lucidità, quando l’ansia, la paura e lo sconforto - ormai compagni di vita - mi danno un po’ di tregua, mi soffermo a riflettere sul motivo per cui la mia vita in un certo momento abbia preso questa brutta piega; perché, nonostante la consapevolezza di quanto stare così mi faccia soffrire, non riesco a dire “basta”, a tirar su le maniche una volta per tutte e ricominciare a vivere.
E dire che ci ho provato diverse volte a guarire!!                                                                                                     Eppure c’è sempre qualcosa che mi blocca nel percorso: per quanto duro esso sia, per quanti passi avanti io riconosca di aver fatto, c’è sempre quel momento di smarrimento che mi fa sentire “sbagliata” nel voler cambiare; e “presuntuosa” nel voler provare a non ascoltare i mille pensieri che incessantemente frastornano la mia mente. E così, in un niente si torna indietro… mesi di sacrifici si perdono in un baleno e prima che io possa accorgermene ciò che avevo riguadagnato mi sfugge di mano, ritornando punto e a capo, nell’ombra più totale. E di nuovo pianto, tristezza, umore depresso… dove va a finire la gioia di vivere? Dove vanno a nascondersi quella forza e quel coraggio che mi inducono ad andare avanti nonostante tutto?
Tante domande… Poche risposte… Ma forse è così che deve andare; forse chi vuole davvero guarire da un disturbo alimentare deve prepararsi ad affrontare un lungo e tortuoso viaggio, dove non si va in prima classe ma probabilmente in autostop; dove non si sosta in un hotel a cinque stelle ma nelle bettole… Tuttavia, fra i tanti viaggi che nella nostra vita avremo la possibilità di fare, quello verso la guarigione resterà di certo il più memorabile e significativo poiché, nel momento in cui saremo arrivati a destinazione, riceveremo il dono più prezioso che sia possibile desiderare: ritornare a vivere, ovvero… sorridere, amare, gioire!

Maria Cognata



mercoledì 28 ottobre 2015

Il ruolo dei genitori

“L'amore che possiamo dare a noi stessi non può darcelo nessuno, neanche una madre”. Questa frase è la chiave che tengo appesa al collo. Il mio post-it della vita.
E' il genitore la salvezza, la via, la vita per una persona nel turbine dei disturbi alimentari? Può essere l'ancora di salvataggio?
Un genitore, un parente o una persona che vive a stretto contatto con la realtà dei disturbi alimentari, ha senza dubbio il compito di modificare determinati atteggiamenti nei confronti di chi ne è affetto. Deve provare a muovere nel modo giusto le corde di questo delicato e complesso strumento che è la malattia. Ma non è certo la salvezza. Da cosa dovrebbe salvarci? Da noi stessi? No, il baricentro di essa è dentro di noi. Spetta a se stessi l'arduo compito di rimettersi al mondo. Rinascere.
E come possono capire loro quanto sia delicato e complessa la bestia che alberga dentro, se nessuno li prende con mano per farglielo vedere?Ai medici spetta il compito di analizzare, spiegare, diventare chirurghi dell'anima. Tante sono le incomprensioni. L'anoressia, la bulimia, i binge, sono il più grande labirinto dell'animo umano. Contorto. Complesso. Diabolico. Tanti sono i genitori che si perdono nella paura, nel dubbio di non sapere cosa fare, come comportarsi di fronte a quell' ingranaggio rotto nel motore della vita dei loro figli, che proprio non vuole partire. Si ostinano a guerriglia-re dietro un piatto vuoto e numeri mortali. Molti non comprendono le dinamiche, i perché, la forza e la fragilità di queste malattie.
D'altra parte è difficile per una persona nel pieno di un DCA accettare la non comprensione da parte di chi le sta accanto. Quanto e come può farlo?
La risposta che ho dato a me stessa è una, impressa a caratteri cubitali nella mente: possiamo accettare questo fatto nel momento in cui capiamo e accettiamo che anche i genitori, come ogni essere umano, ha dei limiti. Che si svincolano dall'amore, non lo compromettono. Quello resta lì, immutabile, infinito, nel più grande angolo di cuore. Il fatto è che spesso nessuno gli insegna la sofferenza che c'è dietro un disturbo alimentare. Nessuno gli insegna l'alfabeto e il linguaggio di questa malattia. Noi possiamo raccogliere le sfumature d'amore nascoste dietro ogni loro singolo gesto, qualsiasi esso sia.
Il resto è nostro compito, come una riabilitazione dopo che ci si è rotti una gamba: bisogna trovare da sé il proprio equilibrio, barcollare, fare un passo alla volta, contare sulla forza delle proprie gambe, del proprio amore.

Rossella

venerdì 16 ottobre 2015

Sabrina



Per raccontare la storia di mia figlia Sabrina, dovrei ritornare indietro negli anni. Io, mamma di Sabrina nasco nel 1944 figlia di n.n. Cresco in un orfanotrofio fino all'età di 16 anni.
Trovo un lavoro e mi sposo nel 1965 con un brav'uomo, mi inserisco in una famiglia, la sua, che mi accoglie e mi vuole bene. L’anno successivo, nel 1966 il 23 maggio nasce Sabrina. E’ bella come il sole. Siamo felici e lei cresce bene. Dopo tre anni arriva Edj, il fratellino, crescono felici e bravi come tutti i bambini. Il destino è in agguato, mio marito si ammala a soli 31 anni di una brutta malattia ai polmoni. Entra ed esce dagli ospedali per ben 16 anni con alti e bassi. E’ un uomo buono e dolce con i bambini, ma riescono a star poco con lui. Muore a soli 47 anni, Sabrina ha 22 anni, Edj 19. Penso col senno di poi e con l’esperienza acquisita in questi anni che, Sabrina abbia incominciato proprio allora a soffrire in silenzio.
Qui inizia il suo calvario.
E’ una ragazza piena di amici. Ha il ragazzo, la storia finisce dopo cinque anni.
Trova un altro amore, sarà quello che le starà vicino.
Sembra apparentemente una ragazza felice, ma qualche cosa sta covando.
Lei incomincia a fare sport, danza, di tutto e di più in maniera ossessiva. La sua dieta, adottando varie scuse, diventa sempre più restrittiva, lamenta una stitichezza ostinata e per anni, di nascosto, assume lassativi, tisane e altro. Si rivolge a specialisti di Milano e Parma.
A lungo andare si rovina l’intestino al punto tale che deve esser operata. I medici le raccomandano di seguire una dieta specifica per lei. Io cerco di seguire alla lettera le indicazioni dei medici, ma lei fa quello che vuole. Si riprende bene. Decide in seguito di andare a Trento con il suo caro Denis, lei lavora come estetista, sembra soddisfatta ma io incomincio a preoccuparmi. Perché direte voi? Sabrina cala di peso, me ne accorgo anche se lei si mimetizza sotto i maglioni larghi.
Davanti alla mia insistenza di voler sapere cosa c’è che non va, mi tranquillizza dicendomi che lavora troppo. Avendo parecchio tempo a disposizione, le preparo le cose che le piacciono, vado nel suo appartamento a Trento e per aiutarla, faccio i lavori di casa, convinta di risolvere il problema, povera illusa! Ma come ho fatto a non accorgermi che era una cosa assai più grave! Passa un po’ di tempo finché un giorno vedendola dimagrita ancora, mi rivolgo al mio medico condotto, il quale mi prepara la carta per un ricovero urgente.
Entra in ospedale, è il suo primo ricovero. Un po’ di flebo, un po’ di integratori ma poca umanità. Le persone come Sabrina venivano viste come capricciose, viziate e come tali venivano trattate. Ritorna a casa, il suo ragazzo e tutti noi cerchiamo di aiutarla, di starle vicino convinti che tutto si sarebbe sistemato. Purtroppo siamo solo all'inizio, i ricoveri si alternano alle dimissioni.
Un giorno in una lettera da consegnare al medico di base c’era scritto: -Sabrina è affetta da anoressia nervosa-. Mio Dio, ma cosa è questa cosa? Consulto un vocabolario, per un attimo ho sentito il peso del mondo sulle mie spalle, ma combattiva come sono, me lo sono scrollata di dosso ed ho iniziato la mia grande battaglia contro l’Anoressia. Brutta bestia, mi dicevo, fatti avanti vedrai con chi hai a che fare! Il tempo passa mia figlia si riprende, sta un po’ meglio e incomincia a lavorare a par-time. Viene seguita da un dietologo, da uno psicoterapeuta e si va avanti. Io divento la sua ombra, ci sono sempre forse troppo e lei diventa mamma dipendente. Sono io che vado in cerca di medici, lavoro per lei, quasi quasi respiro anche per lei. Solo adesso mi rendo conto di quante cose sbagliate ho fatto, ho reso mia figlia ancora più fragile. Ma tenete presente che io avevo dichiarato guerra all'anoressia. Passano i mesi fra alti e bassi finché un giorno il suo ragazzo la riporta a casa. Mi dice che fa fatica a starle dietro, deve lavorare, è via tutto il giorno, Sabrina non era più in grado di lavorare. Rincomincio a vivere con mia figlia e l’ora dei pasti diventa un incubo per lei e per me. Mangiamo assieme, ma lei appena finito corre in bagno. Tento inutilmente di bloccarla, le parlo, la prendo in braccio ma senza risultato. Ho provato a chiudere la porta del bagno e lei vomitava in cucina. La mia battaglia incominciava nel vero senso della parola! La sgridavo, la supplicavo, piangevo, ma lei continuava la sua amicizia con la “Bestia”. Viene ricoverata per la prima volta in psichiatria, aveva acquisito dei comportamenti maniacali. Andando avanti e in dietro da Trento, pensavo a cosa avrei potuto fare perché mi dicevo: io sono sua madre, devo fare qualcosa, io la salverò.
Invece questo ricovero è il primo di una lunga serie durata ben 4 anni.
Entra per la prima volta in una comunità fuori regione, sta 3 mesi, un vero fallimento! Viene mandata a casa perché non collabora.
Trovo un bravo psicoterapeuta, lei si trova molto bene e sembra che le cose vadano un po’ meglio, riprende a fare il suo lavoro a casa con le sue amiche e conoscenti, così si sente gratificata e guadagna qualche soldino. Vedendo che stava un po’ meglio decido di prendermi una piccola vacanza di una settimana. Mio figlio mi rassicura prendendosi l’incarico di occuparsi, assieme a mia nuora, di Sabrina.
Al mio rientro vedo purtroppo che lei è di nuovo in crisi, lì mi prende un grande senso di colpa. Io non dovevo allontanarmi, che razza di madre sono! Sabrina sente che sta male e chiede di essere ricoverata, aveva dei comportamenti maniacali che la portano di nuovo in psichiatria. Vado da lei quasi tutti i giorni, ma lei è angosciata e mi chiede il perché, invece di darle un supporto psicologico, la riempiono di farmaci. Riparte per un’altra comunità, non chiedetemi dopo quanto tempo perché non ricordo più le date, tante erano le entrate e le uscite. Va a Brescia e ci rimane circa tre mesi, poi anche da lì viene messa alla porta. Vengo contattata alle ore 13 circa, mi dicono che devo essere lì entro le 15 altrimenti Sabrina verrà messa su un taxi. Grazie comunità di Brescia per la vostra umanità. Vado a prenderla e si ricomincia di nuovo. Alti e bassi, crisi isteriche, vomitava e poi si sentiva in colpa. Quando lei andava in bagno scappavo e andavo a nascondermi perché se io non ero presente quando lei usciva, non aveva le crisi. Stavo per ore in soffitta, dove da una finestra potevo controllare se Sabrina andava e ritornava. Lei, dovete sapere, dopo aver vomitato, andava sempre al cimitero sulla tomba del suo papà e dei suoi nonni a qualunque ora. Io aspettavo che lei ritornasse e andasse a letto. Dopo un po’, quando pensavo che si fosse addormentata rientravo in casa. Il giorno dopo si ricominciava e a momenti, la disperazione mi portava a pensare di scappare, di farla finita, ma poi il pensiero della mia sfida alla malattia prendeva il sopravvento. La mia cara figlia ritorna nuovamente in psichiatria e da lì riparte per un’altra comunità, questa volta in Piemonte. Ci rimane circa 3 settimane, ma poi scende di peso e sono costretti a ricoverarla in ospedale, ma essendo fuori regione la trasferiscono di nuovo a Trento in psichiatria. Ci rimane un po’ di tempo. Sento parlare di una clinica universitaria a Pisa. Lì sembra siano più preparati e mi faccio in quattro per farla andare giù. Quando ho visto il posto avendola accompagnata con l’ambulanza, ho pensato di essere arrivata nell’anticamera dell’inferno! In questo reparto erano ricoverate, secondo me, le persone senza speranza. I tavoli, le sedie, tutto era inchiodato a terra e c’erano telecamere ovunque. Sabrina finisce subito legata mani e piedi a letto controllata a vista. Io non vorrei discutere sul sistema, ma ancora adesso mi chiedo a cosa è servita questa atrocità. Per poterla vedere partivo da casa alle 3 e mezza del mattino, arrivavo a Pisa alle 13 circa. Potevo stare con lei un paio di ore, andavamo fuori a fare un giretto, poi si rientrava. Credetemi non vedevo l’ora di scappare da lì, avevo il cuore che mi scoppiava. Quando arrivavo avevo una valigia piena di pigiami e asciugamani puliti, quando ritornavo indietro invece la stessa valigia era piena delle stesse cose ma sporche, piene di vomito. Ho chiesto più volte se, essendo lontana, potevo avere modo di usufruire di una lavanderia, ma la risposta era sempre la stessa “No”. Ritornavo a casa con questa valigia pesante che puzzava! In treno, sebbene avessi il posto prenotato, me ne stavo vicina all'uscita perché temevo che le persone sentissero l’odore che proveniva dalla valigia. Arrivavo a casa verso le 24, tutto questo per 4 lunghi mesi. Avevo il cuore pieno di angoscia e dolore, perché vedevo la mia cara Sabrina soffrire tanto, se avessi potuto sarei andata io al suo posto. Viene sottoposta anche all'elettrochoc, senza risultato. Viene rispedita a Trento nuovamente in psichiatria, ma riparte quasi subito per una nuova comunità, Portogruaro. Lì, a differenza degli altri posti, ho trovato umanità anche nei miei confronti, ma eravamo arrivate tardi, la dimisero dopo due mesi circa perché non c’era più niente da fare. Il dottor Salvo, responsabile del centro, ci abbracciò e mi disse sussurrando: mi faccia sapere. Capii subito cosa intendeva dire. Ma io non volevo mollare, non potevo. La mia rabbia verso la “bestia” che mi stava portando via la mia cara Sabrina, aumentava sempre di più. Lei entra in una casa protetta di Trento, la “Casa del Sole”. C’erano persone con svariati problemi, seguite dal centro salute mentale, ma nonostante tutto, si trova bene. Ha la sua cameretta, la sua indipendenza. Io la vedo quasi tutti i giorni e speravo nella mia incoscienza che la sua permanenza lì potesse essere provvisoria. Povera illusa, ma io mi ero mangiata il cervello! Come facevo a non vedere che non c’era più niente, era uno spettro, era trasparente! Il giorno 10 agosto, un giovedì mattina decido di portarle alcune cose che mi aveva chiesto, trovo assieme a lei nella sua camera, il nostro medico condotto. Lui si era preso l’incarico di seguire Sabrina anche lì, la stava visitando. Le finestre sono aperte, è una bellissima giornata. Mi mette una mano sulla spalla e mi dice: sua figlia se va avanti così non arriva alla fine del mese.
Mia figlia ignora le parole del dottore e se ne va a fumare. Io scoppio a piangere, Sabrina ritorna e mi dice: non piangere per me, perché questa non è vita! Io l’abbraccio la accompagno di sotto al sole. Mi allontano, salgo in macchina, la guardo per l’ultima volta nello specchietto retrovisore, consapevole che forse era l’ultima volta che la vedevo! Non so come ho fatto ad arrivare a casa. Verso le 19 dello stesso giorno, arriva una telefonata dalla “Casa del Sole”: venga giù sua figlia non sta bene. Parto consapevole che Sabrina non c’era più.
Maledetta Anoressia, hai vinto tu. Sabrina è sul letto, ha gli occhi aperti, azzurri; ha uno sguardo dolcissimo. Mi siedo sul suo letto, la accarezzo, la bacio per l’ultima volta. Addio adorata figlia mia, raggiungi pure il tuo caro papà e i tuoi nonnini come tu li chiamavi, ma ti prometto che finché avrò la forza: lavorerò in nome tuo, perché nessuna madre, nemmeno la peggiore, dovrà mai vedere morire una figlia così.
Ti prometto che farò tutto il possibile per aiutare quei poveri genitori che si troveranno ad affrontare la “Bestia”. Ce la sto facendo, faccio parte di un associazione: l’ARCA, sono una volontaria. Quando parto da casa per fare il mio dovere di volontaria, guardo la foto di mia figlia, la saluto e le dico: aiutami, stammi vicino. Vi assicuro che all’ARCA c’è pure lei!
CIAO SABRINA NON TI DIMENTICHERO’ MAI!!!
MAMMA

Anneliese Zanon                                         



lunedì 12 ottobre 2015

Sentirsi liberi di sentirsi umani


Cerco affetto, sento il bisogno di sentirmelo addosso. Cerco attenzioni ma forse a modo mio, ricevere e liberarsi allo stesso tempo da esse. Liberarsi da quelle attenzioni che mi hanno sempre innalzato su un piedistallo, al di sopra di tutto e di tutti.Cerco affetto che non si traduca in attenzioni come modo per dire ‘Ecco la Principessina’. L’intoccabile, l’infallibile….Io sono ‘solo’ Rosy e come tale voglio essere trattata e considerata. Umana, con i suoi pregi i suoi difetti. Mi si deve mandare a quel paese che lo si faccia! Affetto e non un’aura di soprannaturalità che non riesco più a sentirmi addosso, non mi appartiene. Io carne e ossa come tante persone. Speciale, un appellativo che mi sta soffocando. Mi fa sentire estremamente idealizzata. Io non ho bisogno di essere idealizzata, ho bisogno di sentire le mie debolezze, la mia umanità, la possibilità che anche io posso, mi sia concesso di sbagliare e che ho diritto, posso ricevere affetto nonostante non sia perfetta.Vivere nell'idealizzazione significa dover rispettare aspettative che possono condurti all'autodistruzione. Anche aver dimostrato una certa forza fino ad oggi paradossalmente non mi ha aiutato. Si è tradotta in un delirio di onnipotenza come risultato della proiezione di quell'immagine della Rosy ‘speciale’, perfetta, infallibile.Una forza che ha sempre dovuto nascondere ogni sentore di debolezza, fragilità, di un semplice ‘Non ce la faccio’ .Onere, responsabilità ai quali sembra non possa assolutamente sottrarmi. Non voglio più stare su un trono, troppo scomodo per me. Una posizione investita di preziosità e regalità che mi fanno sentire inarrivabile.
Rosy