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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

lunedì 21 dicembre 2020

Anoressia: una dittatrice

ANORESSIA: UNA DITTATRICE CHE USA LA MORTE PER VIVERE


XXI secolo.


A. continua a presentarsi per molti come l’unica speranza che può salvare dalla confusione totale.
Ogni anno milioni di persone, specialmente giovani, sono sedotte da A., dalla sua ideologia, dal suo carisma, dalle sue doti oratorie e dai suoi presunti successi. Quello che convince quando parla A. è soprattutto l'energia che riesce a trasmettere, un'energia e una fermezza di cui molta gente disorientata e impaurita sente un gran bisogno.
A. può avere successo solo quando l'avversario è debole.
I milioni di persone che votano A. non sono milioni di fanatici della moda, della dieta, della perfezione, ma in grandissima parte sono persone stanche ed esauste che vogliono sentirsi parte del mondo, avere la garanzia di un modesto benessere e soprattutto che non vogliono più sentirsi sbagliate. La violenta propaganda di A. per queste persone non conta, conta invece la promessa di riscatto e di mettere fine alla sofferenza che le soffoca e di cui si sentono responsabili. E A. non lascia nessun dubbio sul fatto che vuole eliminare non solo tutti i problemi, ma con loro anche il dolore stesso.
Però in realtà A. non ha la minima intenzione di creare una situazione stabile e ordinata, lo scopo di questa “luna di miele” è unicamente quello di preparare la guerra che A. vede come l'ultimo obiettivo della sua politica.
É difficile sottrarsi al fascino dei continui successi di A: “Avrà molti difetti, ma almeno mi ha riportato il controllo e la soddisfazione di riuscire in qualcosa!”
Ecco che però A. chiede al suo popolo l’impegno in una “guerra totale” di cui A. stessa vede solo due possibilità: o affermarsi come il più forte (tutto) o sparire dalla storia ed essere sostituito da un altro più “all’altezza” (niente).
E’ il suo test di selezione: vuole sapere fin dove può arrivare la forza dei suoi sudditi.
Tutto questo è talmente artificiale per il totale dirigismo statale e talmente gonfiato dalla smisurata produzione militare che può finire solo in due modi: o in un crollo verticale, o in una lunga e penosa sopravvivenza.
Nonostante inizialmente A. si proponga come capo di un governo di coalizione, si libera velocemente dei partiti alleati, per poi nel giro di poco accentrare nella sua persona tutto il potere, esautorando completamente la persona, e ponendo le basi per quel governo totalitario che assume il controllo di tutti gli aspetti della vita di una persona, senza concedere eccezioni.
Quindi o ci si adegua o si rischia veramente la pelle. Non si può fare a meno di seguirla perché sembra davvero l’unica strada perseguibile. È pericoloso contraddirla. Sembra un paradosso ma il prezzo da pagare sembra troppo alto, più della propria stessa vita.
A. per avere presa sui suoi sudditi non può lasciare loro tempo, ha fretta, deve liquidare la partita con urgenza maledetta: è sadica e fa loro pressione, condannandoli ad un tormento infinito invece di lasciarli vivere in pace. Come signora e padrona toglie loro libertà, spazio, tempo e fa loro fretta come se...non ci fosse più tempo, né speranza.

Sta qui il punto in cui io vedo l’anoressia come una tirannia che non ha tempo di aspettare e di attendere la tua crescita e la tua guarigione.


Laura

giovedì 10 dicembre 2020

Genitori e figli - Laboratorio 3 dicembre 2020

 

Siamo all’inizio di dicembre, un mese molto particolare per chi soffre di un disturbo alimentare
dovuto soprattutto al carico di stimolazioni che porta con se’. Aumentano i disagi, gli scontri, le
paure, il controllo. Quest’anno poi tutto è reso più difficile per la situazione della pandemia che ha
già influito pesantemente nella routine di ognuno di noi, ancora di più su una persona che soffre di
un disturbo alimentare. Dicembre porta in primo piano i legami familiari, lo stare in famiglia, il
rapportarsi con le persone a cui sentiamo di appartenere. I sentimenti e le emozioni vengono
vissuti più intensamente e diventa fondamentale poterli esprimere, riconoscerli, condividerli.
Ancora una volta, il laboratorio vuole rimarcare l’importanza del non essere soli, del non
rinchiudersi dentro se stessi poiché tutto ciò che resta dentro di se’ alla fine si ingigantisce e
diventa un peso troppo gravoso da sostenere. Stasera si è voluto riportare l’attenzione sul proprio
essere genitori. Si è così intenti ad osservare quello che i propri figli fanno e soprattutto non fanno
che non si guarda più ciò che fa parte della propria vita. Quante volte abbiamo detto: “ mia figlia/
mio figlio non sorride più, ha gli occhi tristi, non parla più con le sue amicizie”; senza pensare che
anche noi non sorridiamo più, anche noi abbiamo gli occhi tristi, anche noi non frequentiamo più i
nostri amici. Senza riflettere poi che a sua volta i figli vedranno i loro genitori rinchiusi nella loro
espressione di non vita e sofferenza. Ovviamente chi è che gode di tutta questa situazione? Il
disturbo alimentare, che con il suo potere manipolatorio ha saputo prendere a piene mani il
controllo su tutto. Anche se è difficile, occorre però incominciare a riportare l’attenzione su noi
stessi. Questo è un argomento che i genitori faticano a interiorizzare poiché risulta innaturale
dover pensare a se stessi quando i propri figli stanno male. Ma come viene spesso detto durante i
laboratori, è importante che la famiglia ritrovi un equilibrio, una stabilità che il disturbo alimentare
è andato a distruggere. Se da una parte abbiamo figli ossessionati dal cibo, dall’ altra parte
abbiamo un padre e una madre ossessionati dalla guarigione di essi. E ci si convince che non si
può essere felici, non si può essere di nuovo una famiglia finché il disturbo alimentare è presente.
Il problema è che la guarigione diventa così uno scopo ossessivo quando invece l’obiettivo
principale dovrebbe essere il recupero della relazione genitore/ figlio, di cui poi la guarigione non è
che una sua conseguenza. Spesso si dimentica che il disturbo alimentare è una malattia mentale,
e come tale è invisibile. Ciò che salta ai nostri occhi sono i sintomi che rimanda il corpo, ma
quando questi si manifestano, la mente in realtà è già stata intrappolata da tempo dalla malattia
poiché ha agito e ancora agisce invisibilmente ai nostri occhi. Ma se ci riflettiamo, anche la
guarigione compie lo stesso percorso. Ripeto. Il disturbo alimentare è un disturbo mentale e come
tale è invisibile. Così, come non l’abbiamo visto arrivare, non lo vedremo andare via. Questo per
dire che i genitori spesso vivono sentimenti di angoscia e paura poiché non riescono a vedere i
risultati di quello che è un percorso di cura. Infatti, hanno a che fare con un qualcosa di invisibile.
Ritornando a quello detto prima, se la malattia la vediamo una volta che si manifesta nel rapporto
insano col cibo ( ma in realtà era già presente nella mente da tempo) così ci sembrerà che la
guarigione ci sarà solo quando vedremo i nostri figli riavere un rapporto sano col cibo ( ma in
realtà la guarigione era già in atto da tempo). Per questo diventa fondamentale che i genitori
possano conoscere queste dinamiche, farlo da soli è impossibile. Inoltre, non possiamo
tralasciare l’importanza della terapia, sia psicologica che nutrizionale.
Il disturbo alimentare va a minare l’identità individuale. Il terapeuta va a scalfire gradualmente
quell’involucro di pietra che imprigiona la persona. Lo fa lentamente in quanto richiede tempo e
cura. Capiamo bene che tale operazione non può essere fatta da soli, non se ne ha ne’ gli
strumenti ne’ la capacità. Ma come si fa se la propria figlia o figlio non vuole intraprendere un
percorso di cura? Qui ritorniamo al discorso di prima riguardo al fissarsi sullo scopo della
guarigione dimenticando che questa in realtà è una conseguenza. Il vero obiettivo è recuperare la
relazione con i propri figli. I genitori sono una risorsa preziosa, l’esito positivo di un percorso di
cura dipende anche dal liberare le grandi risorse insite in loro. Spesso abbiamo parlato dello
sguardo ( c’è stato addirittura un laboratorio apposito “lo sguardo che cura”). Ma anche questo
sembra essere un concetto mistico, ideale, così astratto da non essere fattibile nella realtà. Si fa
fatica a comprenderlo, si fa fatica a crederci, si fa fatica a ricordarlo. Per far sì che questo
concetto incominci lentamente a riaffiorire nella pratica, una ragazza che ha vissuto il disturbo
alimentare ha riportato nuovamente la sua diretta esperienza sul ritrovato sguardo di suo padre,
avvenuto il giorno in cui lei stessa lo ha accompagnato alla fine della sua vita, avvenuta quattro
anni fa, dopo una lunga malattia respiratoria. La comunicazione verbale era impossibile a causa
della maschera d’ossigeno indossata dal padre, ma lo sguardo che si sono scambiati in quel
lungo e ultimo pomeriggio trascorso insieme è valso più di tutte le vaghe conversazioni che si
erano scambiati in tutta la loro vita. In quel momento, tutte le parti frammentate di lei è come se si
fossero ricompattate, donandole indietro una sensazione di interezza e unione. A distanza di anni,
questo sguardo torna a ripresentarsi, soprattutto nei momenti di difficoltà, riportandole
quella sensazione di totale amore che solo un genitore può provare e rappresenta la risorsa più
preziosa in ogni percorso di cura.
Un’altra ragazza ha raccontato di aver sempre sentito l’amore dei suoi genitori nei suoi confronti
dando per scontato che la amassero in quanto lei era la loro figlia. Un giorno, presentatasi a un
incontro di gruppo, è rimasta colpita dallo sguardo di quelle persone che lei stava incontrando
per la prima volta. Queste persone non la stavano guardando come una ragazza con una diagnosi
di anoressia cronica, ma la stavano guardando come una persona che stava chiedendo di
ritornare a vivere una vita vera. Questo ha fatto nascere in lei la voglia di riscoprirsi e abbandonare
per sempre l’etichetta identitaria che la malattia le aveva cucito addosso. Ora lo sguardo dei suoi
genitori le ricorda ogni volta la tanta bellezza e luce che è insita in lei, che con tanta fatica è
riuscita a far riemergere dopo anni di malattia.
Una mamma ha raccontato il difficile momento che sta attraversando. La figlia a breve terminerà il
suo percorso residenziale e farà ritorno a casa. Il periodo del dopo ricovero è sempre delicato
d’un tratto ci si trova nella realtà familiare perdendo quel senso di protezione e contenimento che
comunque si prova all’interno di una struttura. Purtroppo le è stato comunicato che la psicologa
che ha saputo creare un bellissimo rapporto con la figlia non la potrà seguire una volta conclusosi
il percorso residenziale, nemmeno privatamente come aveva richiesto la mamma. La continuità
della cura sarà quindi affidato all’ ambito territoriale, con l’inevitabile rifiuto da parte della figlia la
quale ha difficoltà ad aprirsi e affidarsi con un nuovo professionista. La preoccupazione da parte
di questa mamma è comprensibile e lecita poiché questo rifiuto di proseguire la terapia con la
stessa psicologa potrebbe avere delle conseguenze sui risultati ottenuti fino ad ora. In queste
situazioni diviene ancora più importante non rimanere soli ma uniti, far sentire la propria voce in
coro, infatti, come è stato scritto prima, i disturbi alimentari sono disturbi mentali e quindi invisibili.
Ma la persona non è quella malattia. La persona è ben visibile, come lo è l’intera famiglia. Questi
sono i momenti in cui il laboratorio diventa un luogo di scambio costruttivo in cui diventa
essenziale non focalizzarsi su ciò che viene a mancare ma, al contrario, dirigere le forze e le
azioni verso ciò che può venirsi a creare. Certo, nessuno di noi ha una bacchetta magica, ma
ognuno di noi ha un cuore...ed è inevitabile sentirsi uno parte dell’altro.


La frase della settimana: L’OBIETTIVO NON È LA GUARIGIONE.
L’OBIETTIVO È RECUPERARE LA RELAZIONE GENITORE/ FIGLIO.


martedì 1 dicembre 2020

La sofferenza dona - Laboratorio 17 novembre 2020

 

Il laboratorio di stasera è stato ricco di spunti di riflessione e condivisioni non facili da
approfondire in un contesto che non sia quello del laboratorio. Si è discusso molto della
sofferenza, soprattutto del confine che esiste tra il dolore del genitore e quello della propria figlia o
figlio che soffre di un disturbo alimentare. Tutto è iniziato con l’input ricevuto da condivisioni di più
familiari che purtroppo si sono trovati a vivere in questi giorni la dolorosa situazione di avere a che
fare con la non conoscenza del disturbo alimentare da parte del personale medico a cui si sono
rivolti. C’è chi si è sentito ancora rispondere che il comportamento della propria figlia non è che il
risultato di capricci, chi ha ricevuto sguardi giudicanti per l’aspetto fisico , chi si è sentita costretta
a rinunciare a un percorso terapeutico iniziato da 9 mesi per intraprenderne uno in sostituzione ad
esso con uno psicologo nuovo. Queste situazioni non dovrebbero accadere. Oltre a non fornire il
servizio di cura appropriato c’è la discriminazione verso queste patologie. È importante fare
qualcosa che vada al di la del reclamo in se’, e a tale proposito si è voluto ricordare l’impegno e
sostegno che ognuno di noi può mettere in atto firmando la petizione http://chng.it/FtSbHR5w
per far sì che che i disturbi del comportamento alimentare possano entrare a far parte dei LEA, i
livelli essenziali di assistenza sanitaria, e ricevere finalmente la dovuta considerazione e la cura
che meritano. Queste esperienze causano un dolore profondo nella persona che soffre di un
disturbo del comportamento alimentare. Non dimentichiamo mai che la malattia, anche se in
maniera non funzionale, è pur sempre una risposta risolutiva a un disagio interno che fa stare
male. Sentire certe parole pronunciate da persone che hanno un ruolo professionale nell’ambito
sanitario, è peggio del ricevere uno schiaffo in pieno viso. Lo schiaffo in un certo qual modo riesce
a destarti, a darti uno scossone, a farti sentire la pelle reagire al contatto della mano che ha
sferrato il colpo. Al contrario, certe parole vanno a minare la poca stabilità rimasta, l’effimera
identità in cui la persona che soffre di un disturbo del comportamento alimentare si è identificata.
Certe parole fanno male perché continuano a far sentire la persona malata invisibile agli occhi
degli altri. La propria sofferenza viene sminuita, non considerata, in certi casi addirittura derisa. La
reazione a tale atteggiamento non può che essere una chiusura totale accompagnata dal
desiderio impellente di abbracciare ancora più forte la malattia procurandosi dell’ulteriore male
fisico per cercare di attutire quel dolore che si sente dentro e sembra lacerare l’anima. Sembra di
vedere un animale braccato dalla paura.
Il genitore che si trova a vivere questa esperienza, prova l’impulso naturale di proteggere la
propria figlia o figlio dal provare certe emozioni. Questo però può essere in un certo modo “
pericoloso” poiché si priva la persona di fare esperienza dell’emozione stessa. Ancora una volta
dobbiamo ricordare l’ importanza di vivere le emozioni, indistintamente dalla loro connotazione
positiva o negativa, poiché permette di avviare il conseguente processo di elaborazione di quello
che si sta vivendo. Spesso si nutre l’idea che la guarigione debba avvenire in un contesto in
qualche modo ovattato, in cui nulla possa scalfire ulteriormente lo stanco sentire dei propri figli. In
realtà, non può esserci guarigione senza il vivere direttamente ciò che accade, soprattutto gli
eventi negativi. La consapevolezza non è mai un processo facile da mettere in atto, se lo fosse,
saremmo tutti consapevoli. E non è nemmeno l’immagine di luce e colori che di solito le viene
associata. Anzi. Per arrivare a veder l’arcobaleno, occorre partire dal nero più assoluto; da lì si
passa alle varie sfumature di grigio per arrivare al bianco. Ma non siamo ancora all’arcobaleno
poiché serve oltrepassare sia il nero che il bianco, che rappresentano poi il pensiero dicotomico
della malattia stessa: il tutto o il niente; il mangio o non mangio.
Il genitore che interviene per proteggere il proprio figlio o figlia dalla sofferenza che sta vivendo in
quel momento, ostacola questo passaggio essenziale. Non si procede più verso l’arcobaleno ma
si rimane invece fermi tra il nero e il bianco. C’è ovviamente una questione importante da chiarire.
Il desiderio di protezione che prova un genitore è un desiderio innato, impossibile da non provare
e proprio per questo non si può assolutamente lasciare che i genitori si assumano il carico della
sofferenza dei propri figli poiché ne uscirebbero entrambi annientati. E allora cosa bisogna fare?
Bisogna chiedere aiuto. Si ma se la propria figlia o figlio non vuole farsi curare? Ancora una volta
non dimentichiamo che il disturbo del comportamento alimentare è arrivato come soluzione a un
disagio, quindi risulta chiaro che la cura significa per loro togliere ciò che fino a quel momento ha
rappresentato apparentemente la soluzione. “E se mi togli la soluzione, di me cosa resta”?
Non è della “cura” che ha bisogno la persona che soffre di un disturbo del comportamento
alimentare quanto di una persona esterna e professionale che la stia ad ascoltare e comprendere,
anche e soprattutto nei suoi silenzi. La persona che soffre di un disturbo del comportamento
alimentare ha bisogno di essere vista. “ Come mai non sorride più? Che cosa ha spento la luce
nei suoi occhi? Che cosa è che la spaventa” ? La persona che soffre di un disturbo del
comportamento alimentare non chiede di essere curata, chiede di essere capita. Questo è
l’approccio al quale un genitore può orientarsi per affrontare con la propria figlia o figlio 

l’eventuale tematica di iniziare un percorso terapeutico. Sapere di poter trovare un porto in cui
attraccare. Un porto in cui riposare sotto la guida sicura di un faro che indica la direzione da
intraprendere una volta ritrovato le forze per riprendere il proprio viaggio.
Un papà ha raccontato con viva emozione quanto lui si sia sempre impegnato nel cercare di
vedere la parte sana della propria figlia. Questo lo ha aiutato a non confondere la sua sofferenza
con quella di lei. Anche se sono passati due anni dai momenti critici della malattia, questi ricordi
ancora suscitano in lui forti emozioni per quello che ha vissuto lui e l’ intera famiglia nell’affrontare
il disturbo alimentare. Significative sono state poi le parole che la figlia ha pronunciato durante
una terapia familiare” papà non mi ha mai trattato da malata, e questo mi fa sentire bene”..Queste
parole rivelano l’importanza di non identificare la persona con la malattia poiché questo ne
rafforza il legame distorto. Una mamma ha condiviso una sua riflessione sorta ascoltando le
diverse condivisioni. Ricordando anche lei il periodo di maggior presenza del disturbo alimentare,
non si era mai accorta di quanto la sua casa si fosse trasformata in quel periodo in una struttura
residenziale. Gli orari della giornata erano ben scanditi: accompagnare la figlia a scuola, andarla a
riprendere, tornare a casa e qui, convivenza totale con la malattia. Questa mamma però non ha
mai anteposto la sofferenza della figlia alla sua. Ha sempre tenuto ben distante i confini. E questo
sicuramente ha aiutato entrambe a veder ed elaborare il loro reciproco sentire e far sì che la figlia
si affidasse alla madre. Una ragazza ha condiviso un ricordo affioratole durante il laboratorio. Nei
momenti bui in cui la sofferenza della malattia era prepotentemente presente, lei sentiva il bisogno
di cercare i suoi occhi riflessi nello specchio per ritrovare in qualche modo quel contatto ancora
esistente tra lei e la sua parte più profonda che sentiva di star perdendo. Questi momenti hanno
rappresentato un passo fondamentale per la sua crescita. Un’altra ragazza ancora ha riportato
quanto si senta grata nell’ aver superato la malattia riconoscendo i tanti momenti di sofferenza
vissuti che le permettono ora di comprendere cose che prima non riusciva nemmeno a vedere.
Con emozione ha raccontato dell’esperienza di questi giorni. Accompagnando il suo papà a una
visita medica, ad un certo punto, guardandola con la sua espressione di amore, le ha detto: “non
sono preoccupato di invecchiare perché ci sei tu “. Se da una parte questo l’ha spaventata per
l’inevitabile trascorrere del tempo, dall’altra l’ha riempita di emozione e gratitudine poiché ora lei
può ricambiare finalmente la cura e l’amore che ha ricevuto in tutti i suoi anni di malattia, con
l’impegno quotidiano di trasmettergli la luce e la gioia ritrovata dopo anni di sofferenza.
La sofferenza non è la malattia. La malattia toglie, la sofferenza dona.
Anche i genitori possono riportare quella luce e gioia che il disturbo alimentare ha soffocato e
privato di ogni espressione vitale.


La frase della settimana è: LA SOFFERENZA DONA.

domenica 8 novembre 2020

Sotto la punta dell'iceberg - Laboratorio 4 novembre 2020

 

Il laboratorio di stasera è iniziato con una domanda precisa: “ Come gestire la rabbia che la
propria figlia manifesta in più occasioni durante la sua permanenza a casa e che fa sentire noi
genitori completamente messi ko?” Questa domanda in realtà rappresenta un aspetto importante
da non sottovalutare, il genitore funge da cuscino su cui scaricare ogni tensione ed emozione
repressa. E se questo da un lato è importante perché permette alla propria figlia o figlio di poter
esprimere e far esperienza della sua emozione, dall’altro lato occorre darne un seguito costruttivo
e non distruttivo. Il fatto di poter esprimere l’emozione è fondamentale perché nel momento
stesso in cui questa si manifesta, permette di ricevere un feedback istantaneo sulla presenza e
intensità dell’emozione stessa. Il poter riflettere su ciò che si smuove e si agita dentro di se’ è
importante. Il parlarne apertamente una volta che le acque si sono calmate, aiuta questo
processo di consapevolezza.
Spesso in un disturbo alimentare ci si sofferma a vedere solo la punta dell’iceberg, ovvero, ci si
ferma a guardare il cibo che non viene consumato, il cibo che viene ingurgitato, le abbuffate, i
digiuni, il continuo camminare su e giù....dimenticando tutto il sommerso che sta al di sotto e in
cui risiede la vera causa di tutta quei comportamenti disfunzionali dettati dalla malattia. Nel
sommerso vi è la sofferenza della persona, e anche la strada per ritrovare una comunicazione
diretta con lei. Ma cosa bisogna fare per non fermarsi alla punta dell’iceberg? In realtà, il disturbo
alimentare si diverte a fare un’amalgama di tutto quanto. Ruoli, identità, emozioni, pensieri, sono
tutti messi in un unico calderone ed è difficile distinguere cosa appartiene a chi. Spesso i genitori
finiscono col costruire la propria vita solo in funzione della malattia. Smettono di frequentare gli
amici, di uscire perché devono stare a casa altrimenti la figlia o figlio è solo, rinunciano alle
vacanze perché diventano un delirio, non si dedicano più a ciò che li fa stare bene perché si
sentono in colpa a provare benessere. Un senso di colpa che in ogni caso non ha ragione di
esistere perché i genitori NON HANNO NESSUNA COLPA del disturbo alimentare dei propri figli.
Sono malattie complesse perché la causa è sempre multifattoriale, colpisce tutti gli aspetti della
persona, in primis le relazioni familiari. Il disturbo alimentare gioca a far sentire la famiglia
impotente così da avere pieno controllo e potere su di essa. E in questa impotenza ognuno ne
esce vittima e perdente.
Ogni cosa si riduce a un continuo pensiero focalizzato su quello che può far stare bene i propri
figli, ciò che può aiutarli a guarire, a ritornare a vivere. Pensieri che si accavallano e che portano a
un loop ossessivo in cui alla fine ci si ritrova tutti invischiati in quell’indistinta amalgama
indifferenziata. Paradossalmente, se da una parte i figli manifestano la malattia attraverso la
messa in atto dei sintomi, i genitori rappresentano la malattia attraverso il pensiero ossessivo e
fisso su di essa. Tutti immobili, fissi e stagni davanti alla sola punta dell’iceberg.
Il percorso di cura, al contrario, necessita di quel lavoro interiore profondo che porta ad
addentrarsi nella parte sommersa di questo iceberg. I genitori in questo processo sono una
risorsa preziosa, ma per poter mettere in atto le loro potenzialità, hanno bisogno che qualcuno gli
mostri il gioco subdolo che la malattia ha messo in scena con loro. Il desiderio più grande dei
genitori è rivedere i propri figli liberi dalla malattia e spesso cercano in tutti i modi di spronarli
verso comportamenti più sani: “ dovresti cercare qualcosa che ti fa stare bene...ti stai
trascurando... non ti dedichi più ai tuoi interessi... non esci più con i tuoi amici... non vai più in
vacanza.....” .
Come da testimonianza di una ragazza che ha vissuto il disturbo alimentare, se questi stimoli
possono essere da una parte corretti, ci sono fasi della malattia in cui ogni cosa che viene detta
non viene recepita dalla persona che sta male; sia che sia un familiare a dirlo, sia che sia un
terapeuta. Tutto sembra scivolare via senza alcun effetto. In realtà, ogni parola, gesto,
comportamento viene registrato e al momento opportuno ritorna vivido in memoria. I genitori di
questa ragazza non hanno mai smesso di mostrarsi amorevoli, presenti, attenti. Nonostante le
risposte poco accoglienti della figlia, si sono sempre comportati da genitori, senza assumere ruoli
da terapeuta. Nel momento in cui lei stessa ha deciso di voler andare a vivere da sola, l’hanno
lasciata libera di farlo. Non si sono trasformati in controllori. La mamma non è mai andata a casa
di lei per verificare che mangiasse, che facesse la spesa, che si prendesse cura di se’. Nel week
end il papà non ha mai trascurato la moglie per trascorrere tutto il tempo con la figlia. Se decideva
di farlo, marito e moglie lo facevano insieme, di comune accordo. Sempre uniti, come coppia e
come genitori. Non hanno permesso alla malattia di prendere possesso dei loro ruoli. Il,disturbo
non è riuscito ad amalgamare tutto. Ognuno è rimasto genitore, marito, moglie, figlia. E ora che
questa ragazza è guarita ha potuto dire che ad aiutarla tanto è stato anche l’esempio che i suoi
genitori le hanno trasmesso.
Tornando alla metafora iniziale dell’ iceberg, che cosa può fare un genitore affinché la propria figlia
o figlia decida di addentrarsi nel sommerso senza rimanere immobile a fissare la punta dell’iceberg? Occorre dare l’esempio. Come? Affrontando il proprio iceberg. Anche i genitori sono
immobili davanti a ciò che vedono attraverso i loro occhi. Nel sommerso però c’ è ancora quel
uomo e quella donna che sognavano una vita serena, una famiglia unita e felice. E che ora invece
si trovano ad affrontare una malattia che gli ha portato via tutto, e che li fa soffrire, chiusi nel loro
dolore e impotenza. Ebbene, queste emozioni che provano i genitori sono le stesse emozioni che
turbano i loro figli. Entrambi sono intrappolati nella malattia, entrambi sono immobili davanti alla
punta dell’iceberg. Inconsciamente i genitori pongono richieste risolutive ai loro figli del tipo “ io
non posso essere felice finché tu stai male” e questo carica l’altro di una responsabilità che rende
ancor più dolorosa e difficile la situazione in se’. Ma, come è stato detto prima, la famiglia è una
risorsa preziosa. Perché possa avvenire un cambiamento, deve essere il genitore per primo ad
addentrarsi nel suo sommerso: “ Da quanto tempo non frequenta più i suoi amici? Da quanto
tempo non si prende cura di se’? Da quanto tempo non si dedica a ciò che lo fa stare bene? Ma
soprattutto, da quanto tempo non ascolta più i suoi desideri?”
Un papà ha condiviso la sua esperienza. Lui è sempre stato visto come un modello da seguire:
ottimi voti a scuola, un lavoro gratificante, una rete di amici intorno a se’. Un giorno ha deciso di
raccontare a sua figlia di quante difficoltà ha incontrato da ragazzino. Frequentava un giro di
amicizie un po’ ribelle, al liceo è stato bocciato, era la preoccupazione vivente dei suoi genitori.
Arrivato all’università ha però voluto fare qualcosa per se stesso, e ha cominciato a impegnarsi
sodo per realizzarsi, riuscendo a laurearsi con 110 e lode e svolgere il lavoro per cui aveva tanto
studiato. Dopo questa confessione, la figlia ora si rivolge spesso a lui per chiedergli di aiutarla
nei compiti. Il papà non è più il modello irraggiungibile con cui competere e confrontarsi, ma è al
contrario la persona che ha vissuto le sue stesse problematiche e che può capire veramente
come può sentirsi quando lei è in difficoltà.
Quando i propri figli attraversano i momenti di crisi della malattia, sembra che tutte le fatiche fatte
in precedenza non siano servite a nulla. Come se si ritrovassero di nuovo tutto da capo. Quando
si ricade nelle dinamiche del disturbo alimentare, sembra impossibile rialzarsi. Una ragazza ha
raccontato che a segnare veramente il suo percorso di guarigione sono stati proprio quei momenti
più difficili e bui della malattia, poiché è nella crisi più profonda che arrivano nuove
consapevolezze. Nei suoi ricordi vi è l’immagine di una bugna fatta nel frigo nuovo a casa dei suoi
genitori causata da una brutta litigata finita con uno scatto di rabbia in cui vi aveva sbattuto
contro una sedia. Quella bugna per lei è stata significativa poiché ogni volta che lo sguardo si
posava di su di essa, le ricordava immediatamente che lei non voleva più aver dentro di se’ quella
rabbia distruttiva.
Infine, una mamma è intervenuta confidando quanto quel senso d’impotenza provato in ogni suo
tentativo di contatto con la figlia, si sia trasformato grazie alla condivisione di tutte quelle
emozioni comuni a ogni genitore che sta vivendo o ha vissuto la stessa esperienza. Questo
accade perché viene naturale non fermarsi alle parole dell’altro, viene naturale addentrarsi nella
sua storia perché è come addentrarsi nella propria ... viene naturale non rimanere immobili davanti
alla punta dell’iceberg...perché quel sommerso lo si conosce .. se ne è fatta esperienza.

La frase della settimana è: IL PERCHÉ, È SOTTO LA PUNTA DELL’ICEBERG. 

 

 

domenica 25 ottobre 2020

E vivo...

Se la pioggia mi abbandona
Lascio che sia
un po' del mio pianto
A cullarmi la notte
Le sento le onde del mare
Che navigano sulle guance
le mie ciglia alla deriva
Le mie labbra
cercatori di amori liquidi
Se le lacrime scavassero il volto
Forse sarei più bella
Se la pioggia scavasse il corpo
Forse sarei più magra
È la luce che riflette nei miei occhi
che fa sembrare il mio dolore
Una lucciola nel buio
Sono una falena
Il mio lampione
Si chiama malinconia

---

È la malinconia
La tenera carezza
Che Mi sfiora il volto
E mi dice che non so più amare
È tra gli anelli della mia colonna vertebrale
Che si incastrano le mie paure
Se fossi foco arderei il modo
Se fossi amata non mi torturerei

---

Oh, se solo la malinconia che ho nel petto potesse tramontare ogni giorno così come tramonta il sole
ad ogni alba
forse
potrei riscoprirmi felice
e rinascere tra i monti e i cieli che ho sognato tanto
Ad agio
per ora
mi culla la notte
poggio il capo sul cuscino
ascolto il mio cuore battere
e mi sembra di poter esistere
Essenziale
mi accarezza il mio respiro
e vivo

---

Mi spogliai della pelle
per sfiorare con le dita la mia carne
Si deve scavare in profondità per trovare la radice del dolore
Per una carezza c'è bisogno di potersi sfiorare
ma il mio male non lo afferri
è leggero
è così leggero
ma nessun vento fa sì che voli via
Lo tengo con me
lo tengo stretto
soltanto per un altro po'.

A.