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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

venerdì 21 maggio 2021

Reimparare a emozionarsi. Laboratorio del 18 Maggio.

Il laboratorio è cominciato con una domanda specifica posta da una mamma: “ quando tua figlia o figlio che soffre di un disturbo alimentare continua a provocarti, attaccarti, tu genitore cosa devi fare? Controbattere o stare in silenzio?” 

La risposta, come abbiamo detto più volte, ovviamente non può  essere univoca. Sarebbe troppo facile avere una risposta pronta per ogni occasione. E siccome questo non è possibile, occorre far riferimento alle diverse situazioni in cui si verificano tali attacchi. In  riferimento alla storia di questa mamma, lo scontro verbale si è verificato durante la cena. Come  sappiamo, il momento dei pasti è sempre critico, poiché la malattia è molto presente ed è difficile che dietro ad una eventuale provocazione si possa instaurare un dialogo costruttivo. In queste occasioni è quasi sempre preferibile non discutere su nulla, poiché qualsiasi cosa può essere usata come espediente per portare avanti la discussione e quindi spostare l’attenzione. Ma spostare l’attenzione da cosa? Qui abbiamo ripetuto un concetto che spesso emerge durante il laboratorio e che non ci stancheremo mai di ripetere perché rappresenta una base importante su cui riflettere quando accadono simili situazioni. 

Davanti a noi vediamo quella che è solo la punta dell’iceberg, ovvero quella provocazione. Quello che però sta al di sotto, il sommerso, non è visibile agli occhi. E nel sommerso ci sono le emozioni che la propria figlia o figlio sta vivendo. Emozioni che spaventano, perché in effetti si è davanti a una grande paura che viene simbolizzata attraverso l’assunzione del cibo. Anche un’altra mamma ha raccontato che, nonostante la figlia abbia cominciato a progettare una propria vita indipendente, incominciando ad affrontare il delicato mondo del lavoro, non è ancora riuscita ad abbandonare la bulimia, che al contrario, la accompagna con costanza, a volte anche in modo violento. Anche qui però, ciò che si osserva è solo la punta dell’iceberg ( la crisi bulimica) ma il sommerso, le emozioni, non sono visibili. Ma che cosa potrebbe esserci in questo sommerso che porta a far emergere sempre e solo il sintomo? Questo è un argomento un po’difficile da trattare, ma è necessario farlo per cercare di portare chiarezza su alcuni aspetti della malattia del comportamento alimentare. Il sintomo, non è un qualcosa che improvvisamente si è calato nella mente dei propri figli e, con abile destrezza, si è divertito a scombussolarne i pensieri, le idee, le percezioni. Il sintomo in realtà si fa portavoce di quella parte che non ha trovato un modo migliore per esprimere e comunicare quel malessere di fondo che nasconde la paura di vivere, la paura di affrontare la vita. Ma il sintomo in realtà non è qualcosa di completamente
estraneo alla persona. Ovvero. Non è che improvvisamente i propri figli vengono posseduti da chissà quale forza demoniaca che ne ha rapito la loro essenza. In realtà ciò che prende il sopravvento in una malattia del comportamento alimentare è quella parte di se’ che ha il compito di controllare, decidere e far mantenere le regole. Semplificando, potremmo dire la parte etica che è in ognuno di noi. Una parte che deve dialogare con le altre parti, per riuscire a stabilire quello che è un adeguato equilibrio.


Ora, riprendiamo la situazione di questa mamma che si trova a vedere che la propria figlia sta cominciando a progettare una sua vita autonoma, ma con la malattia ancora ben presente. Perché il sintomo non abbandona la figlia? Che cosa è che la porta ancora a rifugiarsi in quelle dinamiche così incomprensibili viste da fuori ( o più precisamente viste solo guardando la punta dell’iceberg)? In realtà ognuno di noi non può mai sapere la lotta interna che sta affrontando l’altra persona. Visto dall’esterno quella situazione può essere uguale a tante altre situazioni vissute apparentemente sempre in modo uguale, ma che così uguale in realtà non è. Infatti, c’è una fase del percorso della cura in cui guarigione e malattia camminano parallele ( lo abbiamo descritto anche in altri laboratori). Ma perché accade questo? Perché quella parte che si manifesta attraverso il sintomo è una parte della persona e come tale non può essere cancellata da un momento all’altra. Finiremmo per avere una persona monca, a cui le è stata tolta una parte importante di se’. E questo è impossibile. La guarigione richiede tempi lunghi perché quella parte “etica” che ha preso il sopravvento deve gradualmente ricominciare a dialogare con tutte le altre parti. E soprattutto, deve integrarsi e trovare il proprio posto. Affinché possa avvenire questo dialogo e integrazione, è necessario che la persona venga a diretto contatto con questa parte di
se’. E questo non è mai facile, a volte il risultato è un aggravarsi del sintomo. Qui è molto difficile per il genitore capire cosa stia accadendo, perché è sempre la punta dell’iceberg che si sta osservando. Viene in automatico che un genitore si preoccupi e giustamente cerchi di gestire lui stesso quella ripetuta situazione del figlio o della figlia. Ma in realtà, questo è un passaggio che non può avere sostituti. Per poter integrare ed equilibrare le varie parti di se’, occorre guardarle direttamente in faccia. Come è stato detto da una ragazza che ha raccontato quella che è stata la sua esperienza della guarigione, imparare a stare in quel vuoto, in quell’ emozione che spaventa. Infatti, solo restando nella paura si può cominciare a conoscerla e gestirla, riducendone l’intensità con il quale si manifesta. Da fuori potrebbe sembrare che si stia ritornando a riabbracciare la malattia, in realtà si sta andando a riconoscere se stesse. Si sta andando a fare esperienza di ciò che più spaventa. Si va a fare conoscenza diretta della propria ombra. Ognuno di noi è sia ombra e luce. In una malattia del comportamento alimentare prevale esclusivamente l’ombra....ma è da quel timido bagliore di luce che comincia la risalita verso se stesse. 

In questo discorso, è importante anche includere quei genitori che hanno figli o figlie maggiorenni che rifiutano di intraprendere un percorso terapeutico. Dato che non si segue un percorso di cura, vuol dire che la speranza di arrivare ad una guarigione è da abbandonare completamente? Anche qui il discorso è complesso da affrontare, ma riprendendo il concetto dell’ombra che prende il sopravvento sulla luce, quest’ultima può ritornare a risplendere anche attraverso un percorso non psicoterapeutico ma più olistico. Ad un certo punto, può accadere che la persona stessa senta il desiderio di approfondire certe cose di se’ e quindi affidarsi a una terapia. Questo per dire che non sempre la guarigione inizia da un percorso terapeutico, a volte può cominciare da un approccio olistico. Resta però inciso che la conoscenza di se’, e quindi l’affrontare direttamente la malattia, richiede un lavoro più approfondito, 

Una mamma ha condiviso la storia di sua figlia adolescente. Considerata sempre la classica alunna modello, diligente, educata, con bei voti a scuola. La perfezione. Finché non è giunta la malattia. Ovviamente, la madre ha cominciato subito a pensare dove avesse potuto sbagliare. Un giorno, grazie a una telefonata di un’altra mamma, è venuta a sapere che sua figlia stava vivendo seri episodi di bullismo a scuola. Questo è stato un fattore che ha inciso in modo importante nell’indole dolce e  sensibile di questa ragazzina, che ha finito col cercare rifugio nella malattia. Ritornando al discorso delle emozioni, possiamo notare quanto l’incapacità di gestire ciò che accade possa poi indurre a far credere che il rifiuto, o al contrario la consolazione del cibo, possa essere la soluzione giusta nei confronti di quel malessere di fondo. Questa mamma ad oggi considera la malattia il mezzo attraverso il quale ha potuto conoscere realmente sua figlia, scoprendo che la vera bellezza sta proprio nell’imperfezione. Si, perché tutto ciò che è perfetto in realtà manca di animosità, è freddo, prevedibile, privo di reale emozione. Sul tema del bullismo, è intervenuta un’ insegnante di una scuola primaria. In questo periodo di pandemia, è emerso quanto sia importante per i suoi giovani alunni poter condividere le ore scolastiche tutti insieme. Da qui è nata l’idea di un laboratorio di scrittura, in cui i bambini possono esprimere e tradurre a parole quelli che sono i loro desideri, le loro gioie, ma anche le loro paure e difficoltà. Quello che è emerso è stato di una bellezza indescrivibile poiché i bambini hanno la naturale curiosità di esplorare ed esplorarsi. E lo fanno con quella purezza che è da alimentare e preservare anche attraverso queste importanti attività scolastiche che sono fondamentali nella crescita di un bambino. 


Un’altra mamma, insegnante di una scuola media, si trova invece ad affrontare il disagio di una ragazzina di 12 anni che ha palesemente chiesto aiuto ai suoi insegnanti per il malessere che sta vivendo e che dimostra anche nei confronti del cibo. Questa mamma, conoscendo per esperienza personale la pericolosità di certe dinamiche che portano poi a una malattia del comportamento alimentare, ha cercato di sensibilizzare anche gli altri docenti, ma ha riscontrato quanto le altre persone ancora non conoscano bene queste malattie e spesso minimizzino i segnali attribuendoli a forme di imitazione dei modelli proposti sui social. Ancora una volta è emerso quanto ci sia da lavorare affinché le malattie del comportamento alimentare possano essere riconosciute nelle loro manifestazioni, e quanto sia importante che ci sia conoscenza, sensibilità e rete sociale, iniziando non solo dalla famiglia, ma anche dalla scuola che ha il compito e il dovere non solo di istruire ,ma anche di difendere.


La frase della settimana: REIMPARARE A EMOZIONARSI

giovedì 6 maggio 2021

Il sintomo è portatore di significato - Laboratorio 4 Maggio

Il laboratorio di questa sera è stato molto ricco di condivisioni, storie, riflessioni che aprono sempre nuovi spiragli sul vissuto di ognuno di noi.

La situazione che stiamo vivendo in questo periodo ha messo alla prova molti genitori che si trovano ancora più stanchi nel dover affrontare un disturbo alimentare che sappiamo bene quanto lasci stremati e senza forze. Una cosa importante da sottolineare sempre, è che spesso si rimane intrappolati nell’ osservazione di ciò che appare visibile ai nostri occhi: ovvero il sintomo. Ma per comprendere e saper affrontare il disturbo alimentare, serve andare al di là di esso per cercare di capire cosa questo ci voglia dire. Infatti, se si rimane fissi solo sul sintomo, si finisce col percorrere un’unica strada, quella della malattia. Eppure, anche se sembra paradossale, il sintomo è arrivato per far sì che si vadano a riaprire delle “porte” che sono state inavvertitamente chiuse e che ora reclamano di essere riaperte. Porte che appartengono sia al figlio/figlia, sia ai genitori.


Perché abbiamo detto questo? Perché la malattia percorre delle fasi ben precise, non si passa improvvisamente dallo stare male allo stare bene. Questo richiede molti passaggi che spesso passano attraverso l’apparente ritornare indietro. Dico apparente perché quando si ritorna a mettere in atto dei meccanismi della malattia che sembravano superati, in realtà i figli stanno vivendo un momento particolare del loro percorso. Un momento che può essere dettato da tante cause, anche il dover affrontare qualcosa di spinoso emerso in terapia. Ci si spaventa, e non avendo ancora acquisito strumenti nuovi per affrontare eventuali difficoltà, si torna a riabbracciare la finta sicurezza e controllo che da’ la malattia. Il genitore ovviamente vede però il sintomo, non ha la possibilità di comprendere la battaglia interna dei proprio figlio/figlia. Entrambi è come se si trovassero incastrati nelle proprie paure, che portano a creare ulteriori incomprensioni e conflitti all’interno del nucleo familiare. E qui, come sappiamo bene, il disturbo alimentare prende il sopravvento.
Spesso accade poi, soprattutto quando ci sono fratelli o sorelle, di dimenticarsi che anche loro sono parte della famiglia. Spesso i bisogni, i desideri, anche le paure stesse degli altri figli non vengano viste e riconosciute con il giusto valore, quasi fossero di minore importanza rispetto a quelli della figlia o figlio che soffre di un disturbo alimentare. Capitano situazioni in cui, alla richiesta dell’altro figlio/figlia, si sono pronunciate frasi del tipo: “ non possiamo andare in pizzeria perche’ tua sorella poi reagisce male”... oppure: “ dobbiamo cenare a tale ora perché altrimenti tuo fratello salta il pasto”.. dimenticandoci che i bisogni, le esigenze e anche la sofferenza degli altri figli devono essere riconosciute. Infatti, non dimentichiamo che anche loro soffrono nel non avere più il rapporto che avevano prima con la sorella o il fratello malato/a di un disturbo alimentare. Lo stesso discorso vale anche per la coppia marito e moglie. È importante ridefinire i propri spazi e ruoli, dedicandosi tempo e non sacrificandosi perché si ha paura di lasciare i propri figli soli in casa.


Una mamma ha raccontato il difficile momento che sta vivendo con la figlia che, ricaduta in frequenti crisi di bulimia generate dal sentire un grande senso di vuoto interno, arrivata al limite della situazione creatasi, ha reagito urlandole contro di non sopportare più di vedere in lei quella totale inerzia e apatia. Queste urla sono state dettate non solo dalla grande sofferenza di questa mamma, ma anche da un suo volerla scuotere per vederla reagire in un qualche modo. Così, senza aspettare da lei di avere una risposta su quello che avrebbe voluto per pranzo, la mamma è uscita a fare la spesa e al momento del pasto, ha detto solo che era pronto. La figlia, senza fare alcuna protesta, ha mangiato e poi è andata a lavorare. Il giorno dopo si è svegliata presto provvedendo, come non faceva da giorni, a occuparsi delle sue cose personali, ringraziando infine la madre. Come se quella sfuriata l’avesse momentaneamente ridestata. I genitori spesso sono lasciati soli ad affrontare il delicato momento in cui i propri figli, dopo un lungo periodo di terapia, incominciano a sperimentarsi nell’ affrontare quella che è la vita, anche nelle sue “banali” incombenze quotidiane. Dico periodo delicato poiché è solo facendo esperienza del disequilibrio che si impara a trovare il proprio baricentro. 

Ma assistere alla costante alternanza giù e su, sfianca e getta nella paura totale un genitore che ha già visto più volte il ripetersi di quel meccanismo perverso che sembra inghiottire il figlio/figlia. Ma ci tengo a sottolineare, che anche questo fa parte del percorso di cura, quello che invece a volte ne sono esclusi da questo processo, sono i genitori, che si ritrovano risucchiati non capendo cosa sta di nuovo accadendo . Ma ripeto, ogni fase è diversa, ogni crisi non è mai uguale alle precedenti, non è mai un ritornare indietro, perché nel frattempo chi sta cercando di guarire dalla malattia, si sta anche mettendo in gioco. Diventa allora ancora più importante che i genitori possano avere modo di parlare di quello che sentono, pensano, vivono poiché tutto ciò che viene tenuto dentro di se’, si cristallizza in una visione a senso unico . Al contrario, attraverso la parola condivisa, diamo espressione al nostro sentire, lo elaboriamo riuscendo a darne una prospettiva diversa. Un’ altra mamma ha raccontato di come sia stata dura anche per lei accorgersi che aveva talmente focalizzato la sua attenzione sulla figlia malata da essersi dimenticata degli altri suoi figli.
Grazie alla terapia, ha capito che non poteva estraniare il resto della famiglia per proteggerne uno solo. Ognuno aveva bisogno della stessa cura, tempo, dedizione ma anche conoscenza della malattia stessa, per imparare a relazionarsi con questa e quindi a non averne paura. Questo è basilare per i rapporti e l’equilibrio dell’ intero nucleo familiare. E qui torniamo al discorso di prima, al non fermarsi a vedere solo il sintomo ma andare al di là di esso per capire cosa voglia dirci. Infatti, è importante allenarsi costantemente a distinguere quando parla la malattia da quando parla la persona. Questo è essenziale per avviare una comunicazione che sia costruttiva e soprattutto che non vada a sostenere ulteriormente il disturbo alimentare.


Una mamma ha raccontato di quanto sia difficile in questo periodo subire gli attacchi aggressivi della figlia che rinfaccia continuamente ai genitori di averla costretta a intraprendere un percorso terapeutico contro la sua volontà. In realtà questo è un tentativo della malattia di scaricare sui propri genitori ogni responsabilità, compreso l’intero peso della propria sofferenza. Come è accaduto nel racconto precedente della mamma che si è lasciata andare a una sfuriata per ribellarsi a quel peso diventato insopportabile e ingiusto da sostenere. È necessario quindi saper distinguere bene chi è che parla quando si è in presenza del figlio o figlia malato/ malata di un disturbo alimentare, perché permette di acquisire strumenti per respingere le richieste manipolatorie della malattia. Spesso accade che la figlia/figlio ringrazi i propri genitori per non aver dato spazio al disturbo alimentare. So che è difficile da comprendere, ma affinché si possa arrivare alla consapevolezza di prender in mano la propria vita, occorre fare esperienza del vuoto, del non trovare nessuno che “appoggi” le manovre manipolatorie della malattia. Questo fa si che la persona si trova a diretto contatto con la propria sofferenza realizzando che tutto quello che ha messo in atto fino a quel momento attraverso il disturbo alimentare non è che una realtà distorta che l’ha tenuta lontana dalla sua vita e dai suoi cari.


Un’altra mamma ha condiviso quanto sia importante per lei il ruolo che i genitori hanno. Sono, come spesso abbiamo evidenziato nei laboratori, una risorsa. Attraverso un percorso sia di terapia familiare che individuale, questa mamma è riuscita a sintonizzarsi sulla sofferenza della figlia, che spesso ricorreva anche all’autolesionismo. Sintonizzarsi non significa fondersi con quel dolore, ma anzi, significa distaccarsene per poi poterlo riconoscere e accogliere come parte dell’altro e non di se’. Certo, questa mamma ha corso dei rischi permettendo alla figlia di restare sola nella propria sofferenza, poiché poteva farsi ulteriore male. Ma aveva compreso che lei, come genitore. stava agendo spinta prevalentemente dalla sua enorme paura per quello che poteva accadere. Così, doveva essere lei madre a sganciarsi per prima da quel meccanismo per far sì che la figlia potesse ritrovare se stessa. Non è stato ovviamente facile. Ma non dimentichiamoci che i genitori, sia la madre che il padre, sono coloro che hanno creato con i propri figli un legame molto forte, un legame costruito su una comunicazione che non necessita di parole. Ed ecco ritornare a quelle “porte chiuse” citate all’inizio.


Il sintomo arriva per portare la famiglia a riaprire porte che sono state chiuse e ora reclamano di essere riaperte. Il sintomo arriva per riportare la famiglia a riprendere in mano quella comunicazione profonda che in qualche modo si è interrotta o ha cambiato direzione. La guarigione ha bisogno di ritrovare questo legame, ritrovare le proprie radici per radicarsi e crescere saldi e stabili. Pensiamo agli alberi. Per svilupparsi, hanno bisogno di avere spazio intorno a se’, necessitano sia di una vicinanza data dalle rispettive radici, sia di una giusta distanza affinché i rispettivi rami non si vadano a intrecciare tra loro, soffocandosi a vicenda. 


La frase della settimana : IL SINTOMO È PORTATORE DI SIGNIFICATO

giovedì 29 aprile 2021

Se manca la famiglia, manca il significato della propria storia. Laboratorio del 20 Aprile

Quante volte capita a un genitore che ha una figlia o un figlio che soffre di un disturbo alimentare di sentirsi dire : “ mi dispiace, ma sua figlia/ o non è abbastanza motivata/o alla cura. Torni quando ci sarà questa motivazione”. Ma cosa vuole dire in realtà questa affermazione? Tutto e nulla. Ovvero, è cosa assai difficile che una persona con un disturbo alimentare abbia realmente desiderio di intraprendere un percorso di cura, soprattutto quando la persona in questione è minorenne. 

Chi soffre di questa malattia, in particolare nelle prime fasi, non la vive come un ostacolo ma come la soluzione ad ogni problema. Il disturbo alimentare diviene così una sorta di stampella senza la quale la persona non sarebbe in grado di camminare. E’ impensabile che la stessa persona voglia disfarsi di questo mezzo che per lei rappresenta l’ unica modalità con il quale trovare appoggio e sostegno. Di conseguenza, è abbastanza ovvio che mostri opposizione, un’ opposizione che non è verso la guarigione ma bensì verso il cambiamento. La persona quindi si trova a non voler lasciare andare il disturbo alimentare e tutto questo va esplorato per comprendere che cosa è che spaventa così tanto da far ergere questa resistenza, e tutto ciò richiede tempo, professionisti specializzati e denaro. 

Capiamo bene che se consideriamo un ambiente di sanità pubblica, vengono a mancare le possibilità di attingere a tali risorse e quindi si declina il tutto sul piano della motivazione, come se fosse la persona a doversi in qualche modo adeguare alla terapia e non la terapia che debba adeguarsi alla persona e alla sua storia. E da qui può capitare di sentirsi dire: “mi dispiace, ma sua figlia/ o non è abbastanza motivata/o alla cura. Torni quando ci sarà questa motivazione” Tutto questo getta nella disperazione la famiglia che, non conoscendo appieno le dinamiche del disturbo alimentare ne’ tantomeno alcune possibili problematiche organizzative sanitarie, finisce con l’attribuire la “colpa” di una stabilizzazione della malattia alla mancanza di volontà della propria figlia/o. Ma un disturbo alimentare non è mai causato, ne’ tantomeno alimentato, da una non volontà da parte della persona che ne soffre. Centra ben poco la volontà quando si parla di un disturbo alimentare, poiché spesso dietro vi è la paura di vivere, insieme alla sofferenza che ne deriva, che induce la persona a rifugiarsi dentro a un disturbo alimentare. Per fortuna però ci sono anche strutture adeguate e dottori che conoscono bene questa malattia e sanno affrontarla non solo con le cure appropriate ma anche con un approccio umano che è indispensabile in queste patologie. Infatti, affinché una cura possa far effetto occorre che si venga a creare fiducia e affidamento verso il proprio terapeuta e la propria nutrizionista. 

Come ha riportato una mamma, la fiducia con l’equipe è fondamentale, non solo per la persona che soffre di un disturbo alimentare ma anche per la famiglia stessa. Dalla diretta esperienza di questa mamma, da circa due mesi la figlia si trova ricoverata in una struttura e non c’è serata che non sia caratterizzata da telefonate intrise dal pianto e dalle suppliche per ritornare a casa. Pochi giorni fa, durante un incontro in cui erano presenti tutta l’equipe della struttura e la famiglia al completo di questa ragazza, all’ennesimo tentativo di supplica di tornare a casa, questa mamma si è schierata completamente con l’equipe. Questo ha sortito un effetto molto forte sulla figlia, che improvvisamente ha visto davanti a se’ la debolezza della malattia. Il disturbo alimentare infatti, non è poi così forte come vuol far credere, ma anzi, diviene assai debole se viene smascherato nel suo sporco gioco manipolatorio. Alla fine, la ragazza ha ringraziato la mamma per non averla assecondata nella sua ossessiva richiesta. Ora è consapevole che il no non era diretto personalmente a lei, ma alla malattia. 

Un’altra mamma ha condiviso un accaduto simile. La psichiatra e la terapeuta le hanno sempre detto che quando riceveva le telefonate piene di pianti e suppliche da parte della figlia, doveva con calma rispondere con un : “ ti voglio bene.... ma io con la malattia non parlo, poiché a parlare in questo momento non sei tu”. E questo in effetti ha poi migliorato la vita ad entrambe. La figlia ha smesso di fare telefonate secondo la modalità di supplica, e la madre ha smesso di passare notti in bianco perché preoccupata e angosciata di quelle comunicazioni. Inoltre, questa mamma ha raccontato un ulteriore passaggio importante avvenuto in questi giorni. La figlia, rivedendosi in un video girato un anno e mezzo fa, ha confidato di essersi spaventata nel vedersi in uno sguardo in cui non si riconosceva e attraverso il quale non vedeva nulla di se stessa. Anche lo sguardo ha un ruolo importante in un percorso di cura. Lo sguardo sa rivelare molto più di tante parole. 

Lo sa bene una ragazza che, raccontando la sua esperienza personale, ha riportato quanto durante la malattia faceva fatica a riconoscere lo sguardo di amore che è sempre esistito da parte dei suoi familiari. In quel periodo, era come se si fosse rinchiusa nella gabbia dorata che rappresenta bene la metafora del disturbo alimentare. E sono stati proprio gli sguardi di persone a lei estranee, ma che conoscevano bene il disturbo alimentare, che l’hanno in un certo senso spronata a uscire dalla gabbia dorata. Queste persone erano riuscite a vederla al di là di ogni etichetta che la identificava come se fosse lei solo un disturbo alimentare. Questo le è servito come stimolo per ritornare a chiedere aiuto ai dottori che l’avevano seguita e a cui lei non aveva mai dato la giusta attenzione fino ad allora, cominciando finalmente ad affidarsi a loro. 

È bene sottolineare che nessun dottore possiede la bacchetta magica che porta alla guarigione. Lo stesso dottore può andare bene per una persona e non per un’altra. Sono tante le variabili che intercorrono nel rapporto di cura. Però, è anche vero che le figure terapeutiche hanno il compito di creare il più possibile un ambiente accogliente di ascolto, comprensione, dialogo, empatia. La parola empatia è utilizzata così tanto da perdere quasi valore, ma è, al contrario, un principio cardine. Empatia, entrare nel pathos, nel sentimento dell’altro. Solo così può avvenire il sentirsi visti e riconosciuti, e quando una persona che soffre sente arrivare su di se’ uno sguardo simile, comincia la vera cura. Quello sguardo nutre, riempie, dona linfa vitale. E permette alla persona di far emergere la voglia di ritornare a rimettersi in gioco, intraprendendo finalmente il cammino della guarigione, fidandosi completamente in chi ha saputo donarle quello spazio di accoglienza e riconoscimento. 

Quindi, il personale medico da una parte e la famiglia dall’altra, sono indispensabili nel percorso di cura di una persona che soffre di un disturbo alimentare. La famiglia è importante che diventi un’alleata dell’equipe terapeutica per far sì che non vada ad alimentare le dinamiche della malattia. Perché questo accada, occorre che ci sia coinvolgimento e collaborazione da entrambe le parti. Ogni piccolo passo fatto va a porre un tassello di quello che è il puzzle della propria storia, ma una volta che ogni elemento è finalmente incastonato, è ancora incompleto. Affinché il puzzle possa essere ben compatto e solido, occorre andare a incollare le varie parti. Questo collante è dato dalla rete di relazioni che sono fondamentali per creare unione e collegamento. Ma ancora, il puzzle non è terminato. Serve che l’intera tela possa essere contenuta dentro ad una cornice, e questa cornice, che delinea i margini e contiene e’ rappresentata proprio dalla famiglia. Ognuno di noi, senza la cornice della famiglia, perde il significato della propria storia. 

La frase della settimana : SE MANCA LA FAMIGLIA, MANCA IL SIGNIFICATO DELLA PROPRIA STORIA

martedì 20 aprile 2021

Laboratorio 6 Aprile


Mi chiamo Alessia, ho 23 anni e vivo a Brescia.

La mia storia di disturbo alimentare è iniziata a 11 anni in modo graduale con l'arrivo del menarca: era l'8 marzo 2009, ricorrenza del giorno della donna. Proprio il mio diventare donna è ciò che mi ha portato a vedermi in modo diverso.

Attorno ai 13 anni non avevo ancora vere e proprie mestruazioni ma continue emorragie abbondanti e dolorosissime, che mi facevano pensare che il mio corpo fosse qualcosa che non potevo più controllare. Non capivo cosa mi stesse succedendo, quello fu di fatto un evento traumatico. I miei cambiamenti fisici avevano smosso in me un modo più severo di guardarmi e non mi apprezzavo. Avevo iniziato a pensare che fosse il cibo il mio più grande nemico, subito dopo il mio corpo, che non voleva stare a una minima regola di quello che era previsto dai libri o dagli standard estetici della società. Il continuo flusso di sangue rappresentava simbolicamente il sanguinamento di una ferita interiore, ma io pensavo che togliendo un po' di cibo dal piatto avrei alleggerito anche quel peso che mi portavo dentro: cercavo di risolvere esteriormente un problema che partiva da dentro. Infatti dentro di me vivevo un profondo disagio emotivo. Non riuscivo ad integrarmi nella nuova classe pensando di essere “sbagliata” e non riuscivo a trovare il mio posto, tanto meno me stessa. La percezione distorta della mia fisicità non mi faceva sentire mai “abbastanza” secondo i miei standard di perfezione che applicavo duramente a tutto ciò che mi riguardava. Provavo costantemente una sensazione di vuoto profondo e opprimente, sentivo che dentro di me c'era qualcosa che nonostante i miei sforzi mi risucchiava sempre in un vortice di dolore, lacrime e solitudine. Passavo ore in camera mia, da sola, a piangere, sempre cercando di nascondermi. Talvolta il malessere che provavo mi faceva “uscire” dal mio corpo facendomi sentire come un'abitante di quelle membra che si muovevano da sole e io rimanevo a guardare dai miei stessi occhi ma come una terza persona.

Nonostante tra quell'estate e l'inizio del liceo avessi preso in mano il mio dolore e iniziato per mia volontà un percorso psicologico, il solo soffrire di un disturbo alimentare mi faceva sentire in colpa verso i miei genitori e mio fratello (molto più grande), per la sofferenza che stavo portando loro.

Loro avevano già vissuto un dramma, “il vero dramma”: nel 1988 mio fratello Stefano morì a soli tre anni di leucemia, e quello che stavo creando io secondo loro era solo frutto del mio egoismo, ma io mai avrei voluto far loro del male. In tutto il percorso della mia malattia non sono mai riuscita comunicare con la mia famiglia, soprattutto con mamma e papà. Mamma piangeva, ma lontano da me. Papà non capiva, e si arrabbiava. Nemmeno ora se ne parla... Quello che mio papà cercava di fare, per risolvere la cosa a modo suo, era farmi mangiare. Quello che provavo in quei momenti a tavola era dispiacere: non potevo mangiare quello che aveva preparato per me e mangiare non avrebbe guarito il mio dolore ma avrebbe fatto crescere il suo. Il suo impormi di mangiare era visto da me come un modo per farmi stare alle sue regole, che secondo i suoi schemi mi avrebbero salvata. Ma in quel momento avevo bisogno di seguire le mie regole. Purtroppo, più mi veniva imposto di mangiare e meno mangiavo, più mi ribellavo e più volevo stare sola.

Il mio atteggiamento era un modo implicito di chiedere disperatamente un dialogo con i miei genitori. Tante volte avrei voluto sentire un “come stai?” che arrivava invece solo da un compagno di classe. Il fatto che fosse un mio coetaneo esterno alla famiglia a parlarmi e cercare di capire il mio malessere mi ha magicamente fatto vedere che io ancora ero degna di essere amata nonostante le mie crepe. Volevo essere ascoltata e finalmente qualcuno mi vedeva e capiva che delle volte avevo bisogno di fermarmi e piangere magari, perchè andava tutto un po' troppo veloce per me... e infine ho scoperto che potevo anche piacere ed innamorarmi :)

Piano piano, con l'aiuto psicologico, sono riuscita ad alleggerirmi abbandonando i comportamenti nocivi per me e mangiare un po' di più. Inoltre la danza, che ho sempre praticato, ha giocato un ruolo fondamentale nella mia riabilitazione. Ho iniziato a vedere cosa il mio corpo mi permetteva di fare, piuttosto che la forma che avesse. La perfezione fisica a cui ambivo era diventata la ricerca del movimento perfetto, il mio corpo la possibilità che mi permetteva di arrivarvi.

Oggi il mio corpo è ancora un mezzo importantissimo che mi permette di vivere mille esperienze attraverso tutti i suoi canali che sono connessi alla mia psiche ed alle mie emozioni, che poi rivivo nella mia arte. Ho imparato invece a comprendere modi di comunicare diversi, come quelli dei miei genitori e della mia famiglia, di cui nemmeno mi sentivo più parte. In questo senso conoscere la mia nonna paterna da vicino è stato illuminante. Capire le origini di un linguaggio e chi ha educato mio papà mi ha aiutato a sentirmi più vicina a lui. In più apprendere la storia della mia famiglia (questa volta sia dalla parte materna sia paterna) mi ha aiutata a capire meglio l'identità della stessa. Conoscere meglio la cronologia precedente permette di ri-conoscere i lati che si sviscerano nel tempo, e dà la possibilità ai suoi protagonisti di avere un'identità, qualcosa di più grande di cui sentirsi parte, e questa era una cosa di cui avevo disperatamente bisogno. Tutt'ora con tutte queste informazioni cerco costantemente di tenere vivi i ricordi ed il senso di appartenenza all'interno della mia famiglia, ma anche di trovare sempre punti di incontro tra consapevolezza, sensibilità e futuro.

giovedì 25 marzo 2021

Gocce di balsamo che si posano sull'anima. Laboratorio del 23 Marzo

Il laboratorio di stasera si è focalizzato su un tema particolare per molti genitori che, soprattutto in questo momento di pandemia, ha un impatto maggiore all’interno di un nucleo familiare. Spesso accade che i ragazzi e le ragazze che vengono ricoverate all’interno di una struttura per un disturbo alimentare, assumano un atteggiamento molto collaborativo con l’equipe terapeutica. Si comportano secondo il modello tipico del bravo/ brava paziente, che potrebbe far pensare che il percorso stia avvenendo nel migliore dei modi. In realtà, spesso non è così. Si compiace il dottore, lo psicologo, il nutrizionista con il fine non di guarire ma bensì di essere dimesso/a al più presto possibile, così da poter tornare a casa e riprendere il controllo dettato e ordinato dalla malattia. Una mamma ha raccontato addirittura che la propria figlia ha inserito nel suo menù in struttura cibi da lei sempre rifiutati a casa, proprio per evidenziare ancora di più il suo impegno.

Tale modalità comportamentale ovviamente non è passata inosservata, poiché la descrizione che questa mamma ha dato relativamente alla condotta tenuta dalla figlia quando era a casa non corrispondeva assolutamente a ciò che veniva riportato dall’equipe terapeutica. La domanda che è sorta nel laboratorio è : “perché accade questo? Perché in struttura alcuni ragazzi e ragazze agiscono bene e una volta a casa si comportano male?” Indubbiamente, rispondere che il problema risiede nella famiglia è molto semplicistico e riduttivo, oltre ad evitare di analizzare la dinamica che si cela dentro. È invece importante cercare di andare oltre, anche se difficile all’interno di un laboratorio, dato che le motivazioni del perché avviene questo possono essere molteplici.

Come detto più volte, anche se la manifestazione comportamentale può essere simile, ciò che spinge ad agire in quella maniera è diversa per ogni ragazzo e ragazza che la mette in atto. Infatti, si assiste ad una modalità che si snoda da un estremo all’altro: da una parte il seguire tutto ciò che viene detto, dall’altra il rifiutare e controllare ogni cosa. Nel mezzo di questi due opposti c’è però la persona, che confusamente, e con sofferenza, agisce in un modo convergente perdendo la consapevolezza di chi essa sia. Questo può portare a un mancato contatto con la realtà che provoca alienazione, smarrimento, senso di non appartenenza. È chiaro che una tale dinamica deve essere affrontata all’interno di un percorso terapeutico, non può essere certamente il compito di un genitore lavorare sulla distorta visione della realtà del proprio figlio/ figlia.

Da qui si può ben comprendere quanto sia errato addossare la colpa interamente sulla famiglia se i figli a casa manifestano il disturbo alimentare. È chiaro che il coinvolgimento di una dinamica familiare consolidata ci sia, ma è compito del percorso di cura affrontare tale quesito, non attribuendone la responsabilità della risoluzione al nucleo familiare. Una ragazza ha condiviso la sua storia raccontando di come lei sia sempre stata catalogata come la paziente perfetta, educata, gentile. Lei faceva ogni cosa che le veniva detto proprio per non deludere questa idea che si era fatta di se stessa e per cercare di uscire al più presto e tornare a gestirsi autonomamente la propria vita ( gestita in realtà dal disturbo alimentare). È stata importante una frase emersa dalla sua narrazione: “ io seguivo ciò che mi veniva detto di fare, ma in realtà non vivevo”. Era come se avesse eretto intorno a se’ un muro di difesa che non le faceva arrivare nessuna emozione, sensazione, nemmeno sapore. Come un’ automa programmato a fare tutto, ma allontanando da se’ ogni forma di sentire. Durante il laboratorio si è discusso del senso di solitudine vissuto dai genitori che si sentono abbandonati in questo momento molto delicato della cura.

È emerso quanto venga a mancare spesso sul territorio una specifica terapia familiare che possa accompagnare i genitori a essere formati e istruiti sul come comportarsi quando si trovano a dover affrontare le dinamiche legate al disturbo alimentare messe in atto dai loro figli nel momento in cui rientrano a casa dopo un ricovero. La struttura sotto certi punti di vista rappresenta un luogo ovattato e protetto, lontano dalle stimolazioni vissute nella quotidianità. Un luogo che contiene, isola da quello che è il diretto contatto con il mondo esterno, quello stesso mondo che tanto spaventa e da cui si cerca di fuggire. La casa al contrario rappresenta il luogo in cui ci si è adattati alle proprie paure utilizzando il sintomo della malattia. Si comprende bene quanto il percorso di cura possa essere complesso dal momento che viene influenzato non solo dalla persona che soffre il disturbo alimentare ma anche dalla fase in cui la malattia stessa si trova.

Altro concetto emerso durante il laboratorio è stato il senso di colpa che un genitore prova dal percepire fortemente su di se’ l’aver sbagliato qualcosa che ha generato il disturbo alimentare, ma quando c’è di mezzo una malattia, non ci sono colpe. Certo, torniamo a ripetere che è inevitabile che alcune dinamiche familiari abbiano influito, ma sono talmente tante la variabili coinvolte all’interno di un disturbo alimentare che non si può assolutamente dare una colpa alla famiglia su quanto è accaduto. Ogni famiglia infatti subisce delle trasformazioni, dei momenti di crisi naturali che ne determinano la sua struttura dinamica. La modalità attraverso la quale si affronta tale cambiamento può sfociare in processi quali un disturbo alimentare.

E qui ritorna l’importanza della terapia familiare che deve essere sempre inclusa all’interno di un percorso di cura di una persona che soffre di un disturbo alimentare. Il laboratorio non rappresenta ovviamente una terapia. La sua risorsa principale è data dai genitori stessi che ne fanno parte. Sono loro che, attraverso le loro condivisioni, arricchiscono il laboratorio stesso. Certo, a volte alcuni temi possono creare dolore, come quando si applica una medicina su una ferita e si avverte subito una sensazione di bruciore. Ma poi, piano piano, quella ferita si cicatrizza. Il disturbo alimentare gioca a creare il vuoto intorno a se’, ma attraverso il laboratorio si cerca di costruire un riparo che possa proteggere e allo stesso tempo indicare la direzione da seguire. È attraverso la storia dell’altro, delle sue emozioni, del suo sentire che riusciamo a riconoscere le nostre emozioni, il nostro sentire, la nostra storia. Le parole divengono come gocce preziose che leniscono ogni ferita... gocce di balsamo che si posano sull’anima .

La frase della settimana : GOCCE DI BALSAMO CHE SI POSANO SULL’ANIMA.