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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

giovedì 14 ottobre 2021

Conoscenza, consapevolezza e coraggio di condividere possono prevenire e aiutare a combattere i disturbi del comportamento alimentare.


 Mi chiamo Samantha, sono una ragazza italiana di ventisette anni, che vive e lavora in Regno Unito dal 2016. Fino alla primavera del lockdown pensavo di avere la mia in pugno, con un dottorato di ricerca come lavoro e “uno stile di vita sano”.

Quando tutto sembrava essere fuori dal nostro controllo, per via della pandemia di COVID-19, io sentivo di avere una solida routine fatta di lavoro, esercizio fisico e una dieta salutare. Non mi sono resa conto dei segnali allarmanti, che mi hanno portata ad essere ufficialmente diagnosticata con anoressia nervosa restrittiva, a Dicembre 2020. Dopo mesi di puro terrore, per me e i miei cari, con visite frequenti in ospedale, prelievi settimanali e monitoraggio di ossa e cuore, ho capito quando potenzialmente mortali siano i disturbi del comportamento alimentare (DCA). Le statistiche, almeno qui in U.K. riflettono l’urgenza del problema. L’anoressia nervosa (AN) è classificata come la malattia psichiatrica con il più alto tasso di mortalità (5%), con il 46 % di soggetti che raggiungono il ricovero totale, solo il 33% che migliora e il %20 che rimane malato cronico.

Non so bene quando il mio mangiare equilibrato sia diventato ortoressia nervosa, ossessione per il cibo sano, né quando il mio amore per la corsa sia sfociato in estremo esercizio fisico. Tutto quello che vedevo nei social media, era una sorta di idolatria per queste tendenze ed estrema rigidità nella dieta. Sta di fatto che alla fine del primo lockdown inglese in Settembre, non potevo passare un giorno senza uscire e correre, anche sotto estremo maltempo. La corsa ed esercizio aumentava, e la quantità e qualità del cibo diminuiva.

Arrivata a Dicembre 2020 incapace di toccare la maggior parte degli alimenti, visibilmente deperita e non sapendo più cosa fare. Non avevo conoscenza di strutture disponibili, non sapeva da dove iniziare.

In Italia, durante gli anni di educazione scolastica, non ho mai avuto corsi che spiegassero i pericoli che questi comportamenti e la credenza di poter raggiungere “la perfezione”, potessero avere sulla mia salute. Tutto quello che sentivo erano i danni dell’essere in sovrappeso, mai i pericoli dell’essere in sottopeso.

Un altro problema è l’educazione alimentare e la demonizzazione di grassi, carboidrati e zuccheri. Nei supermercati, almeno in U.K ma anche in Italia, vediamo l’insorgere di alimenti zero grassi e senza zuccheri. La cultura dell’essere perennemente a dieta, del ridurre e restringere la quantità di cibo, l’enfasi sulle calorie e del “sentirsi in colpa”, sono il carburante dei DCA. Invece di insegnare che tutti gli alimenti, nelle giuste quantità, sono accettabili e trasmettere uno stile di vita equilibrato, basato sull’accettazione di noi stessi, la società ci insegna quanto siamo “imperfetti” e quanto dobbiamo “aggiustare” i nostri corpi.

I DCA non sono solo legati al “cibo”. Il cibo per me era un veicolo, l’ultima manifestazione di problemi molto più estesi. I DCA non solo legate solo a cibo e peso, le persone affette possono essere a qualunque peso. La concezione di non essere “malati abbastanza” da ricevere aiuto è uno dei principali ostacoli per avere accesso all’assistenza sanitaria qui in U.K.

Ho potuto capire tutto questo solo iniziando una terapia specializzata, seguita da psicologi, nutrizionisti e infermiere, tutti specializzati nei DCA.

Il mio percorso mi ha aiutata a capire quando sia vitale educare la popolazione, giovane ed adulta, sui rischi, fattori e mezzi per prevenire e affrontare questi disturbi.

Solamente “riprendendo peso” non si combattono i DCA. Bisogna capire cosa li ha provocati, quali problemi sono mascherati dalla mancanza di cibo e come funziona la malattia. Lavorando sia sulla parte fisica, sia su quella mentale, sono riuscita a recuperare i kg persi, uscire da pericoli medici come il collasso cardiaco, e cambiare le aspettative che avevo di me stessa.

A tutte le persone affette o meno da DCA raccomando di informarsi, condividere storie, alzare il livello di consevolezza della situazione. Prima di arrivare all’ospedalizzazione ci sono molti passi in cui si può aiutare/essere aiutati nel ricovero. 

Samantha

mercoledì 6 ottobre 2021

Il diritto alla cura - Laboratorio del 5 Ottobre

Il laboratorio di stasera ha affrontato una tematica molto cara a chi soffre di una malattia del comportamento alimentare: il diritto alla cura. Sono state molte le condivisioni da parte dei genitori partecipanti e molte le emozioni trasmesse. 

Tra i diversi racconti è emerso quanto ancora manchi una preparazione specifica nelle malattie del comportamento alimentare per le figure professionali come pediatri e medici di base, non solo come formazione diagnostica della patologia ma anche come conoscenza delle strutture di cura presenti sul territorio. Come è accaduto a una mamma residente in Umbria la quale si è trovata ad essere indirizzata dal pediatra della figlia verso psicologi privati generici, quindi senza alcuna specializzazione in malattie del comportamento alimentare, quando la regione stessa è provvista di tutte le strutture e i servizi sanitari necessari per la cura di queste patologie. E questo diventa un fattore ancora più grave quando la diretta interessata è una ragazzina di 11 anni con una sintomatologia alimentare ancora agli albori ma poi divenuta avanzata dall’approccio terapeutico non adatto. Sono storie che accadono e purtroppo anche di frequente, anche in un territorio in cui potenzialmente esiste una buona rete per la cura di queste malattie. 

Alcuni genitori hanno invece dovuto affrontare i cosiddetti “viaggi della speranza”, emigrando in regioni lontane dalla propria per poter assicurare una cura adeguata alla propria figlia o figlio ammalato. Altri ancora invece hanno potuto usufruire dei servizi sul proprio territorio, riscontrando una buona preparazione e conoscenza sia della malattia che dei percorsi terapeutici da affrontare. Per tutte queste storie c’è però un qualcosa in comune: l’assenza iniziale di un sostegno alla famiglia per la sofferenza e il disagio che una malattia del comportamento alimentare crea all’interno di un nucleo familiare. Non ci riferiamo solo alle figure genitoriali ma anche a sorelle e fratelli che si trovano coinvolti a vivere questa patologia come osservatori passivi, privandoli di quel rapporto unico e speciale che si crea e si costruisce quando si è piccoli e si condividono le stesse esperienze e lo stesso contesto ambientale. La malattia cancella tutto, disintegra gli affetti, le relazioni, lo stare insieme. Un vortice che isola e rende impotenti poiché mancano gli strumenti per capire quello che sta accadendo. 

Tenere la famiglia lontano dalla cura è un errore, poiché sia la persona che soffre di una malattia del comportamento alimentare sia il sistema familiare della stessa, hanno bisogno di intraprendere un percorso parallelo per andare a ridefinire quel linguaggio che si è nel frattempo trasformato e che ora comunica solo attraverso il sintomo alimentare. Ne è la prova quando una figlia in struttura riesce a gestire in qualche modo la malattia ma appena arriva a casa, appena si ritrova tra le mura domestiche, questa riprende in tutto il suo vigore. Accade perché è venuta a mancare tra figli e genitori la ricostruzione e il successivo ancoraggio di un nuovo linguaggio, continuando inevitabilmente ad usare lo stesso stile comunicativo proprio della malattia. A questo riguardo un papà ha raccontato di come ad un tratto nella sua vita sia venuto in contatto con una psicoterapeuta del servizio sanitario locale, la quale, con empatia e professionalità, ha saputo accompagnare lui e tutta la sua famiglia verso quelle che erano le risorse insite delle dinamiche familiari, portando alla luce la qualità dei sentimenti e districando così i nodi che rendevano la comunicazione tra figli e genitori distorta e incomprensibile. Spesso una madre e un padre si trovano avvinghiati nel terribile senso di colpa che li blocca nella ricerca ossessiva di trovare la causa che ha generato lo sviluppo della malattia nei propri figli. Se questo processo da una parte è comprensibile che avvenga, dall’altra risulta spesso inutile e controproducente perché oltre a non arrivare a nessuna soluzione, aumenta la sensazione di venir risucchiati ancora di più dalle dinamiche della malattia del comportamento alimentare. Ricordiamo che alla base di queste patologie ci sono più cause: sociali, personali, biologiche, genetiche, familiari, emotive, relazionali, culturali in cui ognuna di esse si intreccia l’una con l’altra. Quindi non esiste un solo motivo per cui ci si ammala poiché si tratta di malattie multifattoriali. Ecco allora che un genitore più del porre attenzione su ciò che può aver causato la malattia, può invece indirizzare le proprie energie verso ciò che è il momento presente, cercando di capire quello che sta accadendo nel qui e ora. Questo lo può aiutare maggiormente a comprendere ciò che la propria figlia o figlio sta vivendo, sentendo, percependo in quel preciso istante, trovando quindi un punto di incontro nella loro relazione. Una cosa importante del lavoro personale del genitore è quello di cominciare a osservare il linguaggio con cui di solito si esprime, poiché le parole che egli usa vanno a determinare conseguentemente il suo modo di comportarsi e soprattutto di guardare. Lo sguardo è un mezzo di comunicazione molto potente per chi soffre di una malattia del comportamento alimentare. Capita spesso che il figlio o la figlia ponga molta più attenzione allo sguardo rispetto alla parola che viene pronunciata. Occorre che tra questi due elementi non ci sia contraddizione o ambiguità perché laddove lo sguardo non rispecchia la parola, le dinamiche sintomatologiche aumentano di intensità. Nell’anoressia si intensifica la restrizione, nella bulimia e binge l’ abbuffata. 

Non dimentichiamo che alla base di una malattia del comportamento alimentare c’è la mancata costruzione di un’identità adulta. La persona che soffre di anoressia o bulimia rimane intrappolata in una fase di crescita legata ancora all’infanzia. Non si trova preparata a divenire adulta e ancor di meno ad accettare un corpo che nel frattempo sta cambiando. Ecco allora che andare a
controllare i processi legati alla sua crescita può rappresentare il suo tentativo di fuga dalla paura di diventare donna o uomo. Rifiutare il cibo o assumerne in abbondanza rappresenta così la modalità con la quale cerca di rimanere aggrappata a quel mondo dell’infanzia che la fa sentire ancora protetta e soprattutto al riparo dall’ambiente esterno che tanto la spaventa. Alla base c’è quindi un processo identitario bloccato nella sua normale evoluzione di crescita. Ecco che quel sano conflitto messo in atto per affermare la propria autonomia non viene più rivolto verso i propri genitori ma si scaglia con violenza contro se stessa, contro quell’immagine di se’ che non corrisponde più a ciò che è stata fino a quel momento. E così, attraverso la malattia del comportamento alimentare si cerca di annullare quel forte disagio e paura nel vedere un corpo che cambia non sentendolo più proprio. E qui ritorniamo al concetto iniziale del diritto alla cura. Non è più possibile accettare percorsi terapeutici superficiali o peggio completamente inadeguati per mancanza di personale qualificato e/o relativi servizi. Come non è più possibile accettare che una famiglia sia lasciata sola, sola ad affrontare la sofferenza e l’angoscia nel vedere una figlia o un figlio che si ammala di una malattia del comportamento alimentare. Sono malattie, e come tali, devono essere curate.


La frase della settimana è: IL DIRITTO ALLA CURA.

venerdì 24 settembre 2021

In una malattia del comportamento alimentare chi è che parla? - Laboratorio del 21 Settembre.

Che cosa può fare un genitore quando una figlia che soffre di una malattia del comportamento alimentare inizia una convivenza e contemporaneamente interrompe il suo percorso di cura? 

È una domanda che solleva molti aspetti da osservare. Quando una persona che soffre di una malattia del comportamento alimentare decide di mettere in atto un progetto come quello di condividere la propria vita con il partner, è tentata di abbandonare il percorso di cura psicoterapeutico e nutrizionale intrapreso fino ad allora poiché crede di non averne più bisogno, visto che in quel momento sta vivendo un’apparente luna di miele. La stessa luna di miele che si vive con il sintomo alimentare agli inizi della malattia. Infatti, quando non si è raggiunto un equilibrio stabile, è facile che si possano creare relazioni basate sulla dipendenza. È assai frequente che la persona che soffre di una malattia del comportamento alimentare tenda a trattare le persone nella stessa maniera in cui lei tratta il cibo.

Ritornando alla domanda iniziale, se la figlia o il figlio, in questo caso maggiorenne, ha smesso di partecipare agli incontri di psicoterapia e di nutrizione previsti nel suo programma di cura, a livello decisionale un padre e una madre non hanno purtroppo molta voce in capitolo. Questo però non vuol dire che bisogna affidarsi alla buona sorte e sperare che tutto vada bene. Non è così che si affrontano le difficoltà. Probabilmente, la persona in questione sta vivendo un momento in cui si sente felice della scelta fatta, le sembrerà di aver trovato la soluzione al suo disagio interiore, comincerà a fare nuovi progetti e le sembrerà di aver finalmente dato una svolta definitiva alla sua vita. Il che potrebbe anche essere vero, se non fosse per la rinuncia alla psicoterapia poiché questo denota che in realtà si è momentaneamente proiettato la dipendenza dal rapporto col cibo nel rapporto con l’altro. Momentaneamente, perché in seguito le due dipendenze incominceranno a convivere, trasformando la luna di miele in due gabbie: la gabbia del cibo e la gabbia della relazione col partner.

A volte accade che in una situazione del genere la persona coinvolta allontani o cerchi di evitare qualsiasi tipo di contatto con la sua famiglia originaria, proprio per distaccarsi da quello che rappresenta il suo passato e quindi evidenziare ancora di più la scelta trasformativa messa in atto in quel periodo della sua vita. Si viene così a creare una situazione in cui un genitore, oltre a vedere la scelta azzardata della figlia o figlio si trova contemporaneamente ad essere rifiutato ed è inevitabile cadere in uno stato di ansia e preoccupazione difficile da gestire in modo autonomo. In questi casi, c’è bisogno che il genitore chieda un sostegno psicologico per se stesso, perché le dinamiche che emergono possono creare stati depressivi o di agitazione in cui è difficile trovare una soluzione da soli. Senza pensare che in una condizione simile, diventa impossibile poter avviare una comunicazione costruttiva con la propria figlia o figlio. Inoltre, nonostante i tentativi di evitamento messi in atto nei suoi confronti, è importante che il genitore non attribuisca questi a qualche sua ipotetica colpa. Torniamo a ripetere che la famiglia deve togliersi di dosso questa etichetta che il contesto sociale e culturale le ha affibbiato per anni. Certo, la famiglia perfetta non esiste, ma dobbiamo sempre pensare che laddove si agisce per amore, risiede sempre la risorsa, che va riscoperta e ricalibrata per trovare il suo giusto allineamento.

È frequente che un genitore pensi che non potrà mai essere felice finché il proprio figlio o figlia soffre di una malattia del comportamento alimentare. Come già detto in altri laboratori, non si comunica solo con le parole. Anzi. Sappiamo quanto queste malattie agiscano attraverso un linguaggio simbolico che spesso si nutre di sguardi, di gesti, del non detto. Ed ecco allora che quel desiderio che si credeva di aver ben taciuto in realtà viene trasmesso, caricando il proprio figlio o figlia della responsabilità della felicità genitoriale. Questo per dire che quando si ha a che fare con una malattia del comportamento alimentare occorre abbandonare qualsiasi tipo di aspettativa, soprattutto quelle a breve termine, come il credere che basti avviare il percorso di cura per vedere presto i risultati. Purtroppo non è così. Anzi. I tempi di guarigione sono lunghi, condizione sempre difficile da accettare per un padre e una madre. Si vorrebbe ritornare a quella che era la vita prima del sintomo, ma anche qui dobbiamo ricordarci che niente capita per caso. E il sintomo infatti è arrivato con una sua precisa funzione. Certo, non è facile comprendere questi processi, richiedono un lavoro personale che coinvolge tutti i membri della famiglia interessata. Innanzitutto queste malattie costringono a rivedere le modalità di comunicazione. Il sintomo
stesso rappresenta la diretta provocazione di un sistema comunicativo che non funziona più. Per ricostruire un nuovo linguaggio condiviso da tutti ci vuole tempo, perché dapprima si è costretti ad imparare il nuovo lessico messo in atto dalla malattia stessa. 

Come è emerso più volte, la difficoltà maggiore sta nel riuscire a comprendere chi realmente sta parlando quando si è di fronte alla propria figlia o figlio. A livello razionale sappiamo che la malattia del comportamento alimentare è prima di tutto una malattia mentale, ma nella pratica facciamo fatica a comprendere che occorre distinguere la parte sana da quella malata. Essendo una malattia che coinvolge la mente, resta invisibile, per cui si fa fatica a scorgere queste due  polarità. Non è come vedere un braccio o una gamba rotta. In automatico li si vede e non viene da chiedere alla persona dolorante di fare qualcosa per camminare o muoversi. Davanti a una malattia mentale spesso questo non accade. Si tende a credere che la persona quando parla sia sempre la stessa, ma così non è, perché con una malattia del comportamento alimentare il modo di ragionare e di pensare non è sempre uguale. Infatti a parlare a volte è la parte sana e a volte la parte malata. Essere in grado di intravedere questa differenza non è facile perché il confine tra le due è molto sottile. Ma arrivare a riuscire a distinguere chi realmente in quel momento sta comunicando nella relazione, permette di saper tenere testa alla malattia quando è questa ad essere presente. Raggiungere tale intento significa andare a ridurre il potere manipolatorio che essa esercita, producendo l’effetto di trasformare quel imperante monologo interiore che la malattia instaura con la persona che soffre di questa patologie. Mediare il monologo interiore ha un significato importante perché vuol dire incominciare ad avviare un dialogo. È quando una persona che soffre di una malattia del comportamento alimentare incomincia a dialogare con se stessa, si è avviato il vero percorso di cura. Quindi se il sintomo da una parte complica la relazione, dall’altra permette di mettere in gioco tutto il sistema familiare, affinché quegli sguardi resi sfuggenti dalla malattia possano di nuovo tornare a incrociarsi per riconoscersi in quel linguaggio comune che nasce e si nutre dell’amore puro e incontaminato che esiste tra genitori e figli.


Frase della settimana: IN UNA MALATTIA DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE CHI È CHE
PARLA?

giovedì 29 luglio 2021

Per 'donare' occorre prima perdonarsi - Laboratorio del 27 Luglio.

Cosa accade quando una figlia che soffre di una malattia del comportamento alimentare rientra a casa dopo una vacanza trascorsa con gli amici e il fidanzato? Può succedere che ritorni entusiasta, felice e spensierata per le esperienze vissute, ma purtroppo accade di frequente che ritorni più impaurita, più insicura, con il bisogno impellente di riprendere in mano il controllo apparentemente perso. 

I genitori in questa situazione si rivedono piombare davanti agli occhi il sintomo nella sua modalità piu’ visibile, suscitando spesso la paura e la rabbia per essere costretti a convivere con quelle immagini che vorrebbero cancellare dalla propria vita. Purtroppo quando c’è una sintomatologia quale la malattia del comportamento alimentare, è inevitabile il dover convivere con essa. Questo non significa una convivenza a vita, poiché da queste malattie, ci teniamo a sottolinearlo, si guarisce. Spesso i genitori nutrono aspettative di guarigione a breve termine, ed è importante chiarire fin da subito che il percorso di cura richiede un tempo molto lungo. Un percorso che coinvolge non solo la persona sofferente, ma l’intera famiglia, poiché è impossibile non rimanere influenzati dalle dinamiche che la malattia mette in
atto. Ritornando all’episodio del rientro a casa dei figli dopo una vacanza trascorsa con gli amici, la famiglia si trova ad affrontare frequentemente situazioni difficili da gestire. Il controllo eccessivo verso il cibo, la rabbia, l’aggressività, l’ autolesionismo, l’ iperattività’. I genitori sono impreparati a tali manifestazioni: “ Ma come? Sei andata in vacanza, ti sei divertita, tanto da non avermi nemmeno chiamata, e ora torni, nervosa, aggressiva, e mi tratti come se fossi uno zerbino?” Il sentirsi trattata come uno zerbino è il sentimento che una mamma ha provato in maniera molto intensa in questi giorni. Il risentimento, il dispiacere, la frustrazione nel rendersi conto che la figlia si rivolge a lei solo quando ne ha strettamente bisogno, tanto è vero che in vacanza non si era nemmeno degnata di farle una telefonata per dirle come stava. Questo atteggiamento ovviamente l’ha ferita molto perché ha sentito di non avere alcuno spazio nella vita della figlia. In realtà non è che una percezione personale perché ciò che i figli provano veramente non lo possiamo mai conoscere fino in fondo. Ma una cosa è certa: ogni figlio ama il proprio genitore, anche se la malattia si diverte a nasconderlo riflettendone una manifestazione distorta. 

Una ragazza ha raccontato quanto sia stato sempre difficile per lei dimostrare il suo amore verso i genitori. Ricorda ancora le tante sedute di terapia dedicate al suo essere bloccata nell’esprimere i suoi sentimenti di affetto, cosa che invece non accadeva nelle manifestazioni di rabbia. L’aggressività, infatti, è un canale attraverso cui si comunica tutto ciò che è congelato dentro di se’ e che nasconde una disperata richiesta di aiuto. E sulla richiesta di aiuto c’è un passaggio importante da focalizzare. Accade frequentemente che i figli chiedano la collaborazione dei genitori per compiere anche semplici commissioni come ad esempio la compilazione di pratiche burocratiche riguardanti il lavoro o la scuola. Laddove poi il figlio appare quasi menefreghista e rinunciatario, viene d’istinto rispondergli “ Se chiedi aiuto e poi non lo accetti allora arrangiati”. Qui c’è il passaggio importante da non trascurare. Un passaggio che sembra banale ma che così banale non è. Rispondere “arrangiati” ad una richiesta di aiuto non accolta, vuol dire bloccare sul nascere ogni tipo di comunicazione e rapporto. Non dimentichiamo che la malattia del comportamento alimentare cancella la capacità di relazionarsi con gli altri. È come un computer cui vengono cancellati tutti i programmi e quindi necessita andarli a resettare. Tu puoi pigiare il tasto quanto vuoi, ma se manca la riprogrammazione, l’avvio non avviene. Ed è inutile che ti arrabbi. Lo stesso avviene con la malattia del comportamento alimentare. Si è “cancellata” la capacità di comunicare e bisogna andare a re-impostare, re-imparare tale modalità. Riferendoci alla situazione precedente, anziché rispondere “arrangiati”, si può domandare che cosa è che vieta di affrontare quella situazione; di cosa si ha paura. È facile che il genitore non riceverà in cambio alcuna risposta; anzi, addirittura potrebbe sentirsi dire di non impicciarsi. E qui sta il passaggio importante. Nel momento in cui si chiede aiuto, occorre essere consapevoli che bisogna accettare anche la relazione con l’altro. L’interessamento del genitore non è invadenza, non è impicciarsi ma è rispondere in maniera coerente alla richiesta di aiuto ricevuta. Mettere in evidenza questo concetto permette ai figli di elaborare la loro modalità dì risposta e soprattutto, a riflettere sulla presenza e sulla partecipazione dell’altro. Significa resettare quel programma cancellato, in modo tale che possa riavviarsi ogni qualvolta lo si vada a richiamare. 

È importante che il genitore si protegga da queste dinamiche della malattia. E come fare? Occorre divenire consapevoli di ciò che crea sofferenza, rabbia, frustrazione. E come di fa? Parlandone. Il laboratorio serve a questo: permettere ai genitori di esprimere all’esterno ciò che crea disagio e sofferenza. Sappiamo bene quanto sia indispensabile dare voce al proprio mondo interiore. Tutto ciò che è reso silente, si ingigantisce perché non riesce a trovare una spiegazione. Il poterne parlare aiuta a rendere visibile e ridimensionare ciò che preoccupa e allo stesso tempo permette di acquisire strumenti per poter fronteggiare in maniera diversa ciò che accade. Risulta utile ritagliarsi un proprio spazio in cui rifugiarsi ogni qual volta se ne senta il bisogno. Può essere leggere un libro, fare una passeggiata, dedicarsi a qualcosa che fa piacere, ma anche semplicemente alzare lo sguardo e osservare il cielo, perdendosi in esso.

Un altro concetto importante su cui riflettere riguarda il perdono. A volte chi ha una malattia del comportamento alimentare non riesce a perdonare i propri genitori per delle mancanze cui sentono e credono di aver sofferto. E questo li porta a inscenare una costante guerra che si consuma nell’ambiente familiare. Ovviamente queste tematiche devono essere analizzate in un percorso terapeutico, ma anche il genitore può fare qualcosa. Come? Partendo da se stesso. Cominciando a perdonarsi per tutte quelle colpe che ingiustamente si attribuisce nei confronti dei figli. Pensiamo all’etimologia della parola perdonare. Deriva da “per - donare”. Quindi implica un dono. Un dono che è racchiuso dentro a ognuno di noi e che richiede di essere liberato dalle grinfie della rabbia. Un genitore che si perdona insegna a sua volta ai figli come si fa a perdonarsi. E quando un figlio si perdona, gli si apre innanzi la strada verso la ricerca di se stesso, verso il desiderio di essere aiutato a riprendersi quella vita tenuta in ostaggio dalla malattia. 


Frase della settimana : PER “DONARE” OCCORRE PRIMA PERDONARSI

giovedì 15 luglio 2021

Esplorare le emozioni - Laboratorio del 13 Luglio.

Il laboratorio di stasera si è tinto di sfumature che sono diventate attimo dopo attimo sempre più intense. Accade ogni volta che si parla di emozioni, ed è inevitabile poiché la malattia del comportamento alimentare è di fatto la chiara espressione dell’incapacità di gestire ciò che si prova a livello di sensazioni e percezioni corporee. Tutto ciò che non viene espresso emotivamente si esprime poi attraverso il cibo: l’abbuffata o la restrizione diventano lo specchio dell’ emozione desiderata o dell’emozione rifiutata.


Una coppia di genitori ha raccontato quanto la figlia abbia provato più volte a farli sentire in colpa attraverso i soliti messaggi telefonici di accusa per il loro essere andati in vacanza. Oramai consapevoli del meccanismo manipolatorio della malattia, hanno tentato di non farsene condizionare, ma l’emozione fastidiosa comunque c’è stata e hanno cercato di gestirla elaborandola a livello razionale “ ma si dai, intanto non serve a nulla prendersela...fa sempre così appena ci allontaniamo da casa”. Spesso chi soffre della malattia del comportamento alimentare è molto centrato su se stesso, non riesce a percepire la sofferenza dell’altro perché è troppo il disagio che avverte e ha bisogno di sapere che le persone intorno a lui o lei sono preoccupati. Come se l’apprensione dell’altro desse a loro il valore di esistere e di non sentirsi così alienati da se stessi. Ogni volta che l’attenzione viene negata, è facile che emerga una rabbia molto intensa. Come se il figlio o la figlia volesse che i genitori entrassero insieme a lei in quella stessa gabbia costruita appositamente dalla patologia. Il rifiuto di farlo li destabilizza, il genitore ovviamente fa bene ad opporsi, solo che spesso accade che egli stesso vada a costruire parallelamente un’altra gabbia che lo incastra in pensieri focalizzati costantemente sulla malattia e sul cosa fare per aiutare i propri figli. 

Non mi stancherò mai di ripetere che il genitore non può trasformarsi in un terapeuta. È impensabile che un padre o una madre possano curare la malattia del comportamento alimentare di cui soffre il figlio o la figlia. E allora la famiglia deve rassegnarsi? Assolutamente no. Questo è un tema che sta tornando spesso nei laboratori perché è l’aspetto che più preoccupa i genitori di figli maggiorenni che rifiutano il percorso terapeutico. E allora che cosa si può fare? E qui parliamo delle emozioni. Molto significativa è stata la condivisione di una mamma che ha saputo descrivere il suo ritrovato dialogo con la figlia nel momento in cui ha permesso alle sue emozioni di potersi esprimere. Il suo racconto è stato ed è un esempio importante e prezioso per molti genitori. Spesso ci troviamo a soffocare quello che proviamo perché si tende a voler proteggere i figli, credendo che così facendo li si preservi dal provare ulteriori sofferenze. Non accorgendosi però che questo comportamento può al contrario esporli maggiormente a provare eventuali disagi. I figli apprendono il modello che vedono applicato dai loro genitori. Davanti a un padre o una madre che nascondono le proprie emozioni per timore di far preoccupare i figli, si ignora che in quel momento si sta inviando il messaggio che le emozioni non vanno espresse. Questa mamma lo ha fatto per tanto tempo perché a sua volta le era stato insegnato che non bisognava mai farsi vedere deboli, insicuri, bisognosi di aiuto. Finché un giorno la figlia le ha esternato attraverso sia la malattia del comportamento alimentare sia a parole chiare il suo malessere nella mancata condivisone delle sensazioni, sentimenti, percezioni familiari. Infatti, si erano ritrovate entrambe ad interpretare la realtà circostante attraverso un continuo non detto, che ha creato tante ombre, la più grande di tutte quella rappresentata dalla malattia del comportamento alimentare. Questo le ha portate ad iniziare un percorso terapeutico, diverso sotto certi aspetti, ma simile nell’imparare a dare nome ed espressione alle proprie emozioni. 

Il cibo sappiamo che non è il problema. Non aiuta mai chiedere “ Hai mangiato? Hai seguito a dovere lo schema alimentare?” Queste sono domande che paralizzano, creano paura in chi soffre di una malattia del comportamento alimentare. Diverso invece è domandare “Come ti senti? Cosa provi? Come reagisci quando percepisci che qualcosa non va? Che cosa fai per gestire ciò che senti?”
Queste domande aiutano a esplorare il mondo delle emozioni. Aiutano a far chiarezza in quello che accade dentro di se’: cosa spaventa, cosa fa gioire, cosa piace, cosa infastidisce... ogni emozione va esperita. Non ci sono emozioni completamente positive o completamente negative. Hanno tutte una loro finalità. Un genitore che non ha vissuto la condizione migliore per esprimere le sue esperienze emotive prova un grande senso di colpa per non essere stato un modello corretto per i propri figli. Ma questo non ha ragione di esistere. Le emozioni non possono essere insegnate perché vengono apprese solo attraverso il viverle direttamente. È importante divenire consapevoli di questi processi per poter iniziare un lungo e bellissimo viaggio dentro al mondo delle emozioni e dei sentimenti. Come ho scritto precedentemente, l’emozione inespressa si manifesta poi attraverso il corpo che è il mezzo attraverso cui ognuno di noi entra in contatto con il mondo circostante. Osservare l’emozione, guardare come la mente cerca di elaborarla immediatamente a livello razionale, come se ne volesse prendere subito le distanze, sentire in quale punto del corpo viene percepita, con quale intensità, darle il tempo perché riveli il messaggio che porta con se’. Spesso il messaggio arriva attraverso delle immagini, che sono un simbolo su cui porre la propria attenzione poiché in esse vi è racchiuso il senso dell’emozione vissuta. Nel momento che ne diveniamo consapevoli, accade ogni volta di piangere. Questo pianto liberatorio rappresenta l’emozione che finalmente si è sbloccata, accompagnata da una sensazione di apertura nella
zona del torace..e piano piano riaffiora tutto il nostro respiro. Pensate quanto possa essere trasformativo fare una simile esperienza con i propri figli. Riscoprire insieme le emozioni assopite, nascoste, negate, recluse. 

La malattia del comportamento alimentare si manifesta in un’ età evolutiva precisa che determina l’arresto della crescita. Può risalire a quando si era bambini, adolescenti o addirittura neonati. Il viaggio delle emozioni permette sia ai genitori che ai figli di ritornare a quel periodo “ simbiotico” in cui madre e padre fungono da contenitore emotivo per permettere ai figli di apprendere il mondo meraviglioso delle emozioni e infondere quel senso di protezione e sicurezza che sono fondamentali per la propria crescita.

 A questo punto voglio riportare un testo della scrittrice Elena Bernabe’ ( che ho riadattato su questa tematica) che riassume molto bene il ruolo e il significato prezioso del nostro sentire. 

“ Mamma, Papà, mi sento sola....” “ Perché stai rifiutando la presenza. Quando invece è dentro di te tutta l’attenzione che ti può nutrire. Non stai facendo compagnia alle parti di te più profonde e chiedi al mondo che qualcuno lo faccia al posto tuo.” “ Non posso vivere con questa emozione.” “ Le emozioni non sono da eliminare ma da trasformarne l’essenza: da servitrici della tua interiorità a corona della tua regalità...da catene che imprigionano ad ali per spiccare il volo...da regole implicite da seguire a intuizioni da mescolare. Una persona non può curare la tua solitudine: solo tu puoi farlo.” “ E come si fa?” “ Accogliendola nella tua vita. Come il più importante degli strumenti di osservazione interiore. Il sentirsi soli, l’angoscia del vuoto ...sono il microscopio dell’anima: ti permettono di vedere ciò che nel trambusto giornaliero della vita passa inosservato.” “ Se mi guardo dentro mi sentirò meno sola?” “ Bambina mia, quel sentirti sola, quel vuoto ti faranno conoscere così tante parti di te che ti sorprenderai. Queste parti le ritroverai nel mondo. Pronte a venire a te per arricchirti. Ricordati: l’amore non è un vuoto da riempire, ma un’assenza da ricamare con l’ attenzione.”


Frase della settimana: ESPLORARE LE EMOZIONI