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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

venerdì 17 agosto 2018

Indispensabile.



"Non sono indispensabile!"
Oggi ricomincio da questa frase. È infondo una frase che mi libera e non mi sminuisce affatto!
Quando iniziai a chiedere aiuto perché mi rendevo conto di avere un problema ormai da anni, incontrai una gastroenterologa che collaborava con una psicologa che capì il mio disturbo e mi fece fare terapia di gruppo, mi disse "Il tuo corpo si gonfia perché è l'unico modo che hai di far barriera tra te e gli altri! Perché tutti possono invaderti ed entrare dentro te!"
Io ricordo che a quella frase mi misi le mani sul volto e piansi!
Oggi invece penso che le cose non stanno esattamente così! 
Oggi ho compreso che sono io che mi sono espansa nel corpo e nelle intenzioni!
Io ero propensa verso gli altri, loro dovevano vedere la mia grandezza, le mie qualità ed amarmi perché io nelle loro vite ero indispensabile!
Quando cresci che l'amore è qualcosa che devi meritare ecco che quella bambina desiderosa d'amore rende reale il suo sogno!
Lo fa inconsciamente, lo fa nel modo sbagliato, ma le sue scelte sono dettate dall'unica risposta che all'epoca poteva darsi!
Arrivo a 45 anni a svelarmi questa cosa, che viveva dentro me chissà da quanti anni e a cui ho tenuto fede per quasi una vita!
In questo intento io ho invaso ed ho vissuto sulla mia pelle più di quanto dovessi, ho incolpato gli altri del mio malessere, non ho dato loro fiducia e spazio...il famoso iper controllo sulle situazioni, non è perché ne sei una possibile vittima e cerchi di difenderti, ma perché tu sei colma e cerchi di trattenere!
Il cibo allora diventa l'anestetico per non sentire il dolore e la fatica, diventa un mezzo per non scappare ma per fermarsi in quella condizione!
Perché scappare vorrebbe dire rinunciare, e rinunciare vorrebbe dire non vedersi più "all'altezza", liberarsi vorrebbe dire ritornare nei nostri confini!
E allora in quei confini la felicità diventa cosa nostra, il renderci felice o meno non dipendente più da nessuno, mi devo piacere per ciò che sono e non per ciò che faccio. È una rinuncia grande quello che mi chiedo e infondo io sono anni che stimo le mie capacità in base al carico che porto! 
Ora svuoto il sacco e che succede? 
Sono libera di andare dove? 
Ma dove voglio andare?
Altri sono in grado di farlo, di pensare a loro stessi e condividere con gli altri! Ma io ho sempre fatto il porto sicuro per tutti, li ho accompagnati come fossi la loro terza scarpa! Temo la mia vita sia vuota se rinuncio, perché infondo non so darmi più niente!
Sono solo paure, lo so!
Devo solo sperimentare!
E in fondo sapere che la gioia, il dolore, sono solo responsabilità mia, un po' mi rincuora!
E come mettere o togliere dal sacco una quantità di emozioni che sono mie e non di un tutto che mi travolge!
Ci provo, cosa potrà mai accadermi?
Al massimo arriverò ad altre considerazioni e migliorerò la mia posizione trovando il giusto equilibrio.

Clara


giovedì 16 agosto 2018

Tu sei ABBASTANZA.



Ehi, tu. 
Sì, dico a te. 
A te che non ti sei mai sentito all'altezza, a te hai sempre dubitato di te stesso e non hai mai creduto davvero nelle tue capacità. 
A te che non ti sei mai considerato abbastanza in niente, ti proverò che per tutto questo tempo hai sbagliato. 
E sono stata io la prima a sbagliare, per tutta la vita ho creduto di non essere mai abbastanza brava, abbastanza bella, abbastanza magra, abbastanza intelligente, ABBASTANZA. Se un voto a scuola era sotto le mie aspettative, significava che non mi ero impegnata abbastanza, se prendevo il voto desiderato, ero contenta a metà perché pensavo che avrei potuto prendere di più. Se un ragazzo non mi guardava, voleva dire che non ero abbastanza carina da meritare attenzioni, se una ragazza non voleva essermi amica, significava che non ero abbastanza simpatica. 
E così, finisci per convincerti che in te non c'è niente che vada bene, e ti scordi il fatto che il tuo pensiero é stato distorto da quello degli altri, o meglio, da quello che tu pensi sia quello degli altri. Si chiama atelofobia (ateles, imperfetto, fobia, paura), la paura di essere imperfetti. 
Ebbene, da poco tempo a questa parte, sto imparando a vivermi dentro, a capire che non é dal pensiero che gli altri hanno di me che devo basare la considerazione che io ho di me, ma semplicemente é il contrario: dal livello di stima che io provo nei miei confronti, di conseguenza si regola quello altrui. 
Dunque, ora sono qui per dimostrarti che, solo soffermandosi sulla parola stessa "abbastanza", tu sei già abbastanza a priori, perché quando ti basti, ti basta trovare le scuse per non farlo. D'altra parte, se la perfezione non esiste, perché dovrebbe nascere in noi il timore di non esserlo? 
ABBASTANZA. 
Amati. Dall'amore è iniziata la tua vita e per farla continuare ti serve altro amore, sia esso ricevuto, sia esso donato, ma soprattutto che parta da te e arrivi dinuovo a te. Amati per tutte le volte che ti sei negato amore, amati per tutti quegli istanti in cui sei stato debole, amati per essere riuscito a superare quel dolore, amati per curare la tua sofferenza. Amati perché te lo meriti, perché sei ABBASTANZA degno di questa vita, perché se non sei tu il primo ad amarti, è difficile che tu sappia riconoscere e accogliere quello delle persone che ti circondano. 

Bastati. Siamo alla perenne ricerca del famoso "qualcosa in più", di un'aggiunta che ci faccia sentire più vicini alla perfezione. Ma ad ogni aggiunta ne subentra un'altra, e così via. E se provassimo a fermarci, se restassimo a vedere cosa succede se decidiamo di bastarci, così, proprio come siamo adesso? Se pensassimo di essere finalmente ABBASTANZA, cosa potrebbe mai succedere? 

Butta. Butta quel passato e quei pensieri che ti provocano rancore e dolore, spezza la catena del senso di colpa che ti impedisce di conoscere ciò a cui tieni veramente. Ma li conosci, i tuoi sogni, i tuoi desideri, le tue passioni, o senti solo quella voce che ti urla "tu non sei ABBASTANZA e quindi non puoi"? 

Aumenta. Aumenta la fiducia che riponi in te stesso, credi con tutte le tue forze nella persona che sei, scommetti su chi vuoi diventare, ma non dubitare delle tue capacità ed abilità. Se c'è una cosa che non é ABBASTANZA é proprio la considerazione che hai di te stesso. 

Salvati. Salvati da quei pensieri immateriali che ti fanno trascurare la materia di cui sei fatto. Salvati da un'esistenza passata a credere di non essere ABBASTANZA uomo, quando tutto quello che devi sapere è che invece sei ABBASTANZA umano. E benché l'aiuto di chi ci vuole bene sia fondamentale, solo tu decidi se salvarti e solo tu puoi farlo davvero. 

Trovati. Trova il modo di incastrare i pezzi del puzzle che ti sono rimasti, e se non trovi l'incastro perfetto, crearlo! Possiedi ABBASTANZA pezzi per realizzare un nuovo quadro straordinario, serve solo un po' di inventiva e di audacia. Trovati nella persona che vedi riflessa nello specchio, e non in quella che il tuo cervello ti mostra. Trova il modo di guardarti con il cuore, e credimi che riuscirai a scorgere anche la tua anima. 

Afferma. Afferma la tua voglia di lottare, la tua voglia di vita, la tua voglia di scoprire ogni nuovo giorno, il forte desiderio di poter essere migliore. Afferma la tua voglia di azione nel mondo, e qualsiasi cosa farai o penserai sarà ABBASTANZA perché tu per primo l'hai creduto tale. 

Nutriti. Nutriti con le parole, con gli sguardi, con il cibo, con gli abbracci. Non privarti di ciò che nutre la tua anima, come fosse un'assurda punizione per non essere ABBASTANZA degno per la felicità. 

Zittisci. Zittisci le voci della tua parte peggiore, quelle che pretende siano legge per te, che ti fanno sentire sbagliato ed inferiore sempre e dovunque. Fai tacere queste accuse e prova ad ascoltare il silenzio privo di preoccupazione e colmo di ABBASTANZA pace verso te stesso. 

Accettati. Accettati in primo luogo per chi sei, con le tue esigenze e volontà, per il tuo essere uno ed unico. Accetta il passato e il futuro, accetta che ora sei qui e che possiedi ABBASTANZA motivi per non dubitare più di te stesso. Accetta la vita come viene, senza pretese o dispiaceri, ma con tanta fiducia nel domani che verrà.
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Se sei arrivato fino alla fine, hai avuto abbastanza forza e voglia di leggere qualcosa che forse già sapevi, anzi, che di sicuro ti sei ripetuto mille volte, ma che se detto da qualcun altro diventa reale ed anche possibile da mettere in pratica. Non sono un esempio lampante di ragazza che crede ciecamente in se stessa, però voglio davvero provare ad esserlo, ed ho aspettato di scrivere tutto ciò perché volevo sentire davvero mie queste parole, crederci sul serio. Non ho altri mezzi se non la parola per aiutare e sostenere il prossimo, e tutto questo di sicuro non sarà ABBASTANZA, però non mi tiro indietro alla promessa che mi sono fatta. Ora che sto veramente capendo quanto non sentirsi all'altezza sia deleterio per una vita degna di rispetto, vorrei tanto che lo capissero anche le persone a cui tengo. 
Grazie per la tua lettura :)

Elisa

 

mercoledì 8 agosto 2018

Come neve



Apri gli occhi sul mondo piccola creatura,
e ammira la grande bellezza della natura.
Fai passi incerti piccolina, ti guardi intorno con timore.
Ma lo senti questo suono? È la voce del tuo cuore.
Bum, bum, bum...un altro passo e stai al ritmo di questa melodia,
sarà la bussola che poi ti mostrerà la tua via.
Ma senti un po' freddo e vorresti calore...
ma sei troppo triste per vedere il sole.
Il paesaggio s'imbianca e cade la neve
è uno specchio dell'anima quest'atmosfera lieve.
Ogni fiocco una speranza, che cade a terra silenziosa...
e dopo muore come i tuoi sogni, in cui non sei più fiduciosa.
Sei troppo sola e disperata, immersa in questo candore
solo tu con le tue lacrime, un pianto che non fa più rumore.
Bum, bum, bum...ti ricordi questo suono?
È ancora il cuore a comandare, ti ricorda che sei viva e ti sprona a proseguire.
Rialzati, forza, e continua il tuo cammino...
alla fine della strada troverai il tuo destino.
Non indugiare nella pioggia e nella neve, ma cerca un po' il sereno...
Ricorda che, in fondo, meriti anche tu l'arcobaleno.

Maria Elena

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Cara Spumy,
così ti facevi chiamare, Spumosa, un nome che dentro sé racchiude il tuo desiderio di affetto e di carezze. Un bisogno di amore il tuo, che purtroppo la vita non ti ha dato la possibilità di conoscere davvero. Sei volata via pochi giorni fa, troppo presto, senza più forza per combattere ma sempre con una parola di conforto per il prossimo. 
E la tua gentilezza merita di essere ricordata, come tu meriti di essere mantenuta in vita anche adesso, attraverso gli splendidi versi che scrivevi, e che magari un giorno avresti voluto pubblicare. In questo modo, avresti diffuso nel mondo questo bellissimo dono, ovvero dar voce alle emozioni nelle quali ognuno di noi avrebbe potuto riconoscersi.
Tutto il dolore che hai provato, tutta la sofferenza passata, ora possono finalmente farti respirare e sorridere, perché dove sei ora non c'è posto per la sofferenza.
Con tutto il mio affetto, tua Ellie.

Elisa
 

sabato 4 agosto 2018

Si era ammalata di grigio e di piombo


Una mattina la ricetta era pronta, Petra decise di perdere peso, non poteva più essere schiacciata da quel piombo e non aveva più intenzione di essere passiva. Decise, senza troppe paure o ritrosie, che smettere di mangiare potesse essere la via giusta, aveva già iniziato da mesi a regolare il cibo ed era stato facile, aveva perso qualche chilo, ma qualche chilo di corpo equivaleva a tonnellate di piombo, le dava un forte senso di potere. Così iniziò la discesa, così Petra decise di smettere di vivere. 
La cosa, per Petra, fu più facile del previsto, in effetti sarebbe un falso storico, raccontare che perdere peso richiese la stessa fatica di studiare, o di allenarsi, o di combattere la solitudine. Perdeva chili senza sforzarsi troppo, ed otteneva quello che aveva sempre voluto, sentir sparire il piombo e muoversi leggera come le farfalle. Un altro beneficio del calare di peso era sentirsi forte, ogni volta che qualcuno sottolineava il dimagrimento, si sentiva onnipotente e quando la bilancia certificava che quanto detto dagli altri era la pura verità, sentiva salire dallo stomaco un brivido di energia. 
Ma ciò che più le faceva credere di aver indovinato la strategia giusta, era l’anestesia, più calava meno sentiva, il suo tempo era talmente tanto investito nel contare e smaltirle le calorie, che era sparito Sergio [il nonno], l’esame di stato, gli abbandoni e tutto quello che l’aveva piegata per anni. Non aveva nemmeno la necessità di continuare ad indurirsi tanto non provava dolore. Il piombo ogni tanto bussava sul cuore ma lei non lo ascoltava più. 
Petra aveva iniziato l'università e raggiungeva la perfezione, ogni esame era una vittoria, un bottino che lei sentiva come riscossa per come era stata trattata da quella professoressa di lettere, era un “hai visto!!!” per Ivo, una dimostrazione per i genitori e un punto in più contro il piombo. 
Tutto questo, però, non poteva durare a lungo, quando si scherza con il piombo bisogna sapere che lui non perde le partite senza lottare, che fa finta di sparire per poi attaccare di sorpresa. Il piombo e’ uno stratega, temporeggia, sa aspettare e poi sferza attacchi violenti. Continuare a perdere peso richiedeva una dedizione senza momenti di distrazione, scegliere gli alimenti da eliminare, fare attività fisica senza ascoltare la stanchezza e riuscire in tutto questo senza che nessuno se ne accorgesse. La preoccupazione delle persone poteva essere un serio problema, sia perché Petra non voleva pesare su nessuno, sia perché se si fossero accorti di quello che stava facendo avrebbero potuto metterle i bastoni tra le ruote. Smettere di mangiare era una professione, avrebbero dovuto darle uno stipendio, è un lavoro a tutti gli effetti, non ci sono domeniche tanto meno festività. 
La vita di Petra diventava ogni giorno più pesante, eppure aveva iniziato per divenire leggera, cosa era accaduto ad un certo punto? Dove aveva sbagliato? Le persone più vicine a lei facevano domande, i genitori sapevano esattamente cosa stesse accadendo, e poi lui, Marco, la persona che più di tutti risentiva della ricerca di leggerezza di Petra. Non si concedeva sgarri, mai un gelato (quanto le piaceva), una cena fuori, un peccato di gola. Dentro a queste regole doveva stare anche Marco, le voleva così bene che faceva solo timidi tentativi di ribellione. Inoltre, questa vita lo legava sempre più a lui, era l’unica persona che Petra teneva vicina, l’unica con la quale si confidava. Una prigione a tutti gli effetti, aveva preso il piombo lo aveva modellato e lo aveva trasformato in una gabbia. Smettere di mangiare aveva avuto solo la funzione di spostare il piombo da dentro a fuori, nulla più. La vita aveva perso il colore, era tutto grigio, lei era diventata un automa con un programma identico ogni santo giorno: svegliarsi, fare colazione, iniziare a pensare a cosa non mangiare per pranzo, quanta attività fisica fare, iniziare a pensare a come dribblare la cena. In tutto questo studiava e dava esami, ma erano una passeggiata rispetto a quanta fatica faceva per vivere, o meglio sopravvivere
Se malauguratamente, qualcosa rompeva questo schema, una cena a cui non poteva mancare, una festa, la domenica con la palestra chiusa, la giornata diventava un incubo e Petra doveva irremovibilmente smaltire a costo di andare a camminare col gelo e con la pioggia. Non sapeva smettere, era una droga, la bilancia era diventata amica o nemica a seconda di quello che scriveva sul display. 
Quanto c'era voluto per arrivare a questo livello? Un anno circa, aveva semplicemente tolto un alimento e poi un altro ed un altro ancora, aveva ristretto i pasti a piccoli spuntini e aveva aumentato la palestra (...) ma era comunque costantemente in angoscia. 
A proposito della solitudine, quel vuoto che da sempre aveva accompagnato le sue giornate si era riempito. Aveva Marco ed aveva tutto quel da fare per non prendere neanche un etto. Chi si sentirebbe solo in una vita così piena? Lei, lei era sola come mai, sola nella sua follia, sola perché aveva fatto il vuoto intorno a sé. Non si sentiva capita da nessuno, ad eccezione di qualche ragazza che incontrava in palestra, nelle sue stesse condizioni. Le riconosceva al primo sguardo, erano magre ma non era quello l’elemento distintivo, era lo sguardo vuoto, criceti che correvano sui tapis rotu- lant senza un minimo segnale di divertimento, ombre che si muovevano silenziose. Se le trovava in giro per il mondo le riconosceva dalle forme, dai vestiti forzatamente larghi, se invece le incontrava ad un tavolino vedeva rituali a lei familiari. Piatti mangiati a metà, selezione di alimenti leggeri, cotture senza olio, sguardi tristi davanti al cibo che ormai non aveva nessun sapore. La vita aveva un solo colore, come detto prima, il grigio. Il colore plumbeo della tristezza e della perduta libertà. Il piombo aveva invaso l’arcobaleno e lo aveva ridotto a una tinta monotona…come le fotografie in bianco e nero. Marco studiava medicina, voleva diventare un dottore, ma non aveva ancora deciso la specializzazione. Lui, il primo ad iniziare a capire, il primo a guardare le ossa di Petra in evidenza ed il primo a dare un nome a quello stato. Un nome che (…) è come una scatola dove vengono rinchiuse mille cose simili ma nessuna uguale all’altra. 
Petra non era una categoria di malattia, Petra si era ammalata per colpa del piombo. “Petra, come ti posso aiutare?… Petra smettila per favore, ti farai del male… Petra le tue ossa, abbiamo studiato oggi che una delle conseguenze della cattiva alimentazione e’ l’osteoporosi… Petra prima o poi ti andrà via il ciclo mestruale”, queste alcune delle cose che Marco tentava di dire a Petra. Lei lo ascoltava, lo guardava triste, ma non registrava mezza parola di quelle che Marco provava a farle capire. 
Senza tirarla troppo oltre, Petra si era ammalata di grigio e piombo, aveva perso tanto peso corporeo ed acquistato leggerezza, ma la vita la schiacciava più di prima, non aveva che peggiorato la situazione, adesso era un piccolo piombo attaccato ad una lenza da pesca che dondolava nella vita. Ovviamente l'università non risentiva di tutto questo, in tre anni esatti aveva la laurea in mano con il massimo dei voti. Si era presentata in sede di tesi con un punteggio tale, da permettersi di scrivere un lavoro non tanto gradito alla commissione, ma nel quale lei aveva messo tutta se stessa. Era il suo unico campo di ribellione quello, nessuno avrebbe mai più potuto rovesciarle addosso tonnellate di metallo solo con un voto. 
Una volta laureata iniziò subito a lavorare e richiese un ti- rocinio volontario in un reparto ospedaliero, Petra era diventata una che insegna le parole. Lei che nei suoi anni ne aveva avute così poche per parlare di sé, aveva scelto di ridare la parola a chi l’aveva perduta, od a chi non aveva imparato correttamente ad usarla. Si impegnava tantissimo in questa professione, e riusciva a tenere fuori dalla stanza di terapia la sua realtà, era malata sì, ma non quando lavorava. Era sicura, decisa. Tutto il carattere che non aveva nella vita lo tirava fuori nel lavoro, prendeva decisioni e non temeva nessun medico con il quale si trovava a collaborare. Si sentiva forte perché quella scelta professionale era una delle poche cose che aveva fatto tutta da sola e ne conseguiva un forte senso di maturità. Forse si legava un po' troppo con i pazienti, ma in fondo ciò che distingue un computer da una persona è l’umanità e negli anni a venire avrebbe mantenuto tale convinzione salda dentro di sè, anche oggi. Tolta, però, l’isola del lavoro, in tutto e per tutto era ormai dipendente dall’esterno dai suoi genitori, da Marco, dal controllo, dalla palestra e sopratutto dal mangiare che rifiutava ma intorno al quale ruotava tutta la sua vita. Era ormai leggera come una farfalla ma aveva uno spazio talmente tanto piccolo che non riusciva nemmeno ad aprirle le ali, figurarsi se poteva volare
Gli anni passavano e dai 18 arrivò ai 25 in un baleno, non aveva mai raggiunto un peso talmente tanto basso da essere presa per i capelli, non aveva mai avuto episodi che avessero portato alla luce la verità, che in realtà tutti sapevano, si era ammalata in modo discreto. Anche nella malattia non era stata decisa davvero, ma per assurdo era stata la cosa peggiore, perché per anni aveva inflitto al suo corpo torture senza che nessuno potesse fare qualcosa per fermarla, a parte alcuni inutili tentativi della madre e di Marco. (...)
Un giorno la rabbia spaccò gli argini ed emerse in tutta la furia possibile. Era indemoniata, il suo cor - po scheletrico traboccava di dolore e di spasmi. "Una crisi di nervi! " disse la dottoressa, consigliando di darle qualche "goccia per calmarsi". Le prese quelle gocce, ne prese tante, si calmò tanto da restare come uno zombie sul divano due giorni, si alzava per andare in bagno e barcollava, le cadevano le lacrime in modo silenzioso ed il tempo si era sospeso. La mentre di Petra era entrata in una bolla, vedeva il mondo in modo sfuocato, sentiva le voci ma non le ascoltava. Era sola, finalmente sola. Si misurò con il piombo e lo accolse, capì che solo attraverso l'accettare quello che lei era poteva risollevarsi. Per alleggerirsi aveva la necessità di farsi dei muscoli, imparare a sollevare il peso e come un lanciatore scagliarlo lontano da lei. 
Non si cambiano i dolori interiori, partendo dal cambiare l'esterno, non si cambiano gli effetti per modificare le cause. Partire dalle colpe non serve per pacificarsi con i colpevoli, soprattutto se le più grandi responsabilità sono della propria indole. Non era Sergio con la sua morte ad averla abbandonata, non era Dona che aveva smesso di tenerla per mano, né l'esame di stato ad averla ridotta ad un robot, era lei che era nata con quel bagaglio da alleggerire, aveva semplicemente bisogno di ripercorrere la propria storia e passo per passo comprendere dove e come quel piombo avesse preso forza ed un chilo alla volta lasciarlo andare
Petra su quel divano e piena di calmanti decise che era arrivato il momento di smettere di soffrire

Diletta

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Estratto dal racconto "La leggerezza del piombo", disponibile in versione integrale al seguente link.

 

giovedì 2 agosto 2018

A mia madre


Oggi ho accompagnato, come di consueto, mia madre al cimitero per portare il quotidiano saluto sulla tomba di mio padre. Mia madre arriva, si pone davanti alla foto di lui, e mentre io sto cambiando l’acqua ai fiori, lei lo saluta. Lo fa in maniera delicata, intima, lasciando trasparire l’amore e il sentimento che l’ha unita una vita intera a quell’uomo che da due anni e mezzo non c’è più.
Durante il tragitto di ritorno però, qualcosa è cambiato rispetto agli altri giorni e abbiamo incominciato a parlare di quando ero piccola. È stato strano per me riportare la memoria a quei momenti non richiamati direttamente da me, ma raccontati attraverso le parole di mia madre. All’improvviso, è come se fossi stata inondata da una dolorosa malinconia che arrivava dall’aver visto nitidamente la sofferenza di mia madre. Una sofferenza che mi è arrivata come uno” schiaffo” in pieno volto nel vedere il suo rammarico e senso di colpa per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. I miei genitori hanno trascorso tutta la loro vita a lavorare per assicurare a noi quattro figlie un certo futuro economico, ma per farlo, hanno dovuto sacrificare il loro tempo da trascorrere con noi. Io e le mie sorelle, siamo state cresciute dalla nonna paterna che è stata la classica nonna matriarcale che dettava legge in modo severo e autoritario e che, purtroppo, ne sono consapevole solo ultimamente, soffriva di un disturbo dell’alimentazione. Ricordo ancora vivamente il cibo nascosto negli armadi della sua camera dove si chiudeva a chiave per mangiare senza essere vista e sgridata per le conseguenze che allora si credeva fossero solo legate al diabete.
L’antica rabbia che ho sempre provato ricordando il passato, oggi non ha avuto modo di esprimersi perché lo “schiaffo” ricevuto nel vedere tutta la sofferenza di mia madre è stato più forte. Era lì, piccola, indifesa, racchiusa nel suo corpo curvato e indebolito dallo scorrere degli anni e dalle fatiche sopportate, eppure, nella sua delicata fragilità, era ancora lì presente, con la forza dignitosa che caratterizza solo chi ha attraversato enormi tempeste.
Ora mi ritrovo qui a scrivere, e mentre lo faccio, sento rifiorire dentro di me il prezioso senso del  perdono.
Per anni ho provato astio per non aver avuto i miei genitori vicino nei momenti di bisogno...
Per anni mi sono rinchiusa nell’illusoria gabbia dell’anoressia, rifiutando qualsiasi contatto esterno per la paura di non essere vista ed essere abbandonata.....
Per anni ho creduto di non essere amata perché non degna di amore...
Ma oggi mia madre mi ha regalato un dono prezioso: la vita non è solo sofferenza, non è solo sacrificio, non è solo malattia, non è solo solitudine, non è solo rabbia....C’è sempre l’altra faccia della medaglia....che ci dimentichiamo spesso di andare a vedere....e dall’altra parte della medaglia c’è l’amore.....l’amore con il senso profondo della vita....
Grazie mamma.

Francesca