testo


Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

lunedì 18 marzo 2019

Bottone



Cara anoressia,
non avrei mai pensato di scriverti.
Scrivere una lettera significa presupporre un destinatario diverso da chi scrive, dunque il mio atto significa stabilire, una volta per tutte, che io e te non siamo la stessa cosa.
Certo devo ammettere che sei stata parte di me, per un tempo forse maggiore di quello che sono disposta ad accettare, tuttavia, cara anoressia, tu non sei me e io non sono te.
Ai miei occhi hai sempre avuto l’aspetto freddo, rigido e categorico dei numeri: quando pensavo di essere te credevo di essere il mio peso, i centimetri delle mie cosce, la mia altezza, il mio numero di matricola, i miei voti universitari, il numero di amici su Facebook; su tutto questo ero convinta di poter avere il controllo, come un matematico controlla i calcoli attraverso un’equazione, credevo di avere abbastanza forze ed energie per orientare i parametri della mia vita.
Orientarli all’eccellenza.

Volevo essere speciale e tu, anoressia, mi aiutavi in questa illusione d’onnipotenza, eri una malattia che mi faceva credere di essere più vicina alla perfezione; sfoggiavo fiera i tuoi segni su di me, i polsi affusolati, le taglie xs ed i “no io non ho fame ora, non ho bisogno di mangiare” erano stendardi che sventolavo per rendere manifesta la mia vittoria, il mio controllo assoluto, il mio essere migliore di chi un controllo non riusciva a imporselo.
Poi gli stendardi sono diventati lacci troppo stretti e l’onnipotenza è diventata una corsa estenuante che non avevo, tuttavia, il coraggio di interrompere.

Un giorno, in ospedale, mi sono chiesta se essere perfetti fosse davvero così importante.
Ho guardato il cielo e mi sono chiesta se nel desiderio di essere perfetti non fosse invece abbastanza esser-ci, qui ed ora.
Ci è voluto tanto tempo, forse il lavoro non è ancora finito, ma ho preso quegli stracci, vecchi stendardi di vana gloria, e ne sto cucendo degli abiti: non hanno taglia né misure, non stringono e non sono perfetti, ma sono le mie insicurezze e quindi voglio loro bene, le indosso senza vergogna e senza vanto, cercando solo di armonizzarle alla mia persona.
Tu eri il bottone troppo stretto che faceva sì che loro mi soffocassero, ma adesso ti ho scucita via, non fai parte del mio abito.
E dunque, cara anoressia, posso scriverti questa lettera con serenità, perché la mia firma in basso è diversa dal tuo nome lassù, nel posto dell’intestatario.
Il mio nome simboleggia il mio essere speciale, non tu.

Eleonora

---

Testo di Eleonora Arcolin, secondo classificato ex aequo al concorso "Racconti affAMATI" indetto dall'Associazione Mi Nutro di Vita in occasione dell'VIII Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla (15 marzo 2019).

domenica 17 marzo 2019

Mignon


Sono  quasi  le  cinque  del  mattino,  e  tu  hai  preso  sonno  da  poco. Mi  son  girato  nel  letto  per  ore,  la  mente  ha  lavorato  come impazzita,  proiettando  sulla  parete  della  stanza  numeri  e figure,  mentre  l’alba  ha  accolto  i  miei  metodici  gesti.
Una  tisana  con  poco  zucchero,  ecco  il  tuo  pasto  giornaliero.
Io  ieri  ne  ho  bevute  sei;  venivo  in  camera  e  bussavo  piano,  ti domandavo  se  ne  volessi,  preparandomene  una  per  invogliarti.
Tu  sembravi  così  assente,  fissavi  il  vuoto  che  t’era  diventato amico  e  che  sembrava  volesse  fagocitarti,  scuotevi  la  testa  e mi  dicevi  che  no,  non  volevi  nulla,  non  avevi  fame.
Quando  eri  appena  una  bambina  e  passeggiavamo  insieme,  ti compravo  sempre  una  dolce  sorpresa.  I  mignon  erano  i  tuoi preferiti,  e  Dio  solo  sa,  figlia  mia,  quanto  rimpiango  quei giorni.  Quando  ridevi  così  spensierata  ed  i  tuoi  occhi coloravano  l’aria  d’aprile,la  tua  bocca  così  impiastricciata  di cioccolato  e  zucchero  a  velo,  e  tu  dicevi  che  erano  così  buoni e  che  ne  volevi  altri.  Ed  ancora,  ed  ancora...
Oggi  ti  sento  piangere  in  segreto,  chiusa  nel  bagno,  seduta  per terra,  mentre  guardi  le  tue  cosce  smagrite,  conficchi  le  tue unghie  nella  carne,  ti  maledici.  A  volte  gridi,  dici  che  c’è ancora  tanto  lavoro  da  fare.  Che  si  può  sempre migliorare. Che  in  fondo  saltare  qualche  pasto  non  fa  nulla.  Mi  guardi  con quell’espressione  stralunata, troppo  lucida.
Io  ti  accarezzo  la  schiena  contando  una  ad  una  le  vertebre, giro  come  un  folle  per  ogni  via  di  questa  maledetta  città, mentre  tu  sei  a  scuola,  e  non  sai.  In  ogni  farmacia  domando  se hanno  scorte  di  quegli  integratori  che  la  nutrizionista  ti  ha
obbligato  a  bere.  Supplico  tutti  e  tutti  sembrano  compatirmi. Come  se  sapessero,  o  sospettassero  l’orrore  che  ho  dentro  ogni qual  volta  mi  sveglio,  in  piena  notte,  e  calcolo  di  nuovo quanti  grammi  di  cibo  hai  assunto,  quante  calorie  son  riuscito
a  farti  prendere.  Calcolo  e  mi  mordo  il  labbro  pensando  al  tuo esile  corpo  sulla  bilancia  che  trema  perché  quelle  gambe  enormi sono  un  abominio  per  te,  che  si  può  sempre  migliorare.
Tu  ingurgiti  il  tuo  intruglio  dolciastro  in  silenzio,  breve liquido  d’una  vana  salvezza,  ed  io  tiro  un  sospiro  di  sollievo, dicendomi  che  non  perderai  i  sensi,  non  oggi  almeno.
Sono  qui  sul  bordo  del  letto;  ho  smesso  di  contare. Scrivo  brevi  righe  che  forse  non  leggerai  mai. Vorrei  proteggerti  dal  freddo  del  mondo,  amore.
Da  questi  spettri  di  vetro  che  ti  tormentano,  che  ti  modellano restituendoti  immagini  che  non  corrispondono  al  vero.
 Che,  con  i  loro  ghigni,  ti  riempiono  la  mente  di  bugie,  ti avvelenano  il  cervello.  Vorrei  donarti  i  miei  occhi,  anche  solo
per  un  istante,  affinché  tu  comprenda.
Vorrei  riportarti  all’aprile  di  tanti  anni  fa,  quando  il  sole si  riversava  caldo  sulle  tue  guance  rosse  e  tu  avevi  i  tuoi  bei mignon  in  mano.
Oggi  ti  aggiri  in  casa  e  la  tua  figura  sembra  quasi  levitare. Scansi  un  piatto  dopo  l’altro,  rifiuti  timidamente  pranzi  i compagnia;  bevi  senza  protestare  gli  integratori  ed  aspetti impaziente  il  giorno  successivo  per  risalire  sulla  bilancia  e constatare  gioiosa  il  tuo  piccolo  successo.
Ti  chiedo  perdono.
Ti  chiedo  perdono  per  la  mia  ira,  per  aver  minacciato  di portarti  via,  in  una  clinica.  Ho  alla  prima  pagina  dell’agenda un  numero  d’emergenza  da  chiamare,  che  non  ho  ancora  digitato, non  so  nemmeno  perché.  Ti  chiedo  perdono  perché  le  tue  lacrime sono  anche  mie,  perché  quell’atroce  verità  rimbomba  ogni  giorno nella  mia  testa.

Stai  morendo,  Mignon.

Anche  se  mi  dico  di  no.  Anche  se  tutt’ora,  proprio  adesso  che scrivo  e  che  ho  smesso  di  contare,  spero  di  prendere  nuovamente sonno  per  un  paio  d’ore,  di  svegliarmi  come  da  un  brutto  sogno. Spero  che  quella  verità  non  ci  sia.  Non  più  ormai.

Spero.

Papà

---

Testo di Sahara Rossi, primo classificato al concorso "Racconti affAMATI" indetto dall'Associazione Mi Nutro di Vita in occasione dell'VIII Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla (15 marzo 2019).

giovedì 14 marzo 2019

Beyond the illness.



Quindici marzo.
Uno, due, tre, quattro.
Dopo quattro anni, anche io parlo. Di come si vive, si affronta e si cerca di superare un disturbo del comportamento alimentare.
Le ricerche e gli studi dicono che sono gli adolescenti quelli maggiormente colpiti dai DCA.
Nella mia esperienza, l'incubo è arrivato dopo i vent'anni. Con una carriera lavorativa avviata, due lauree ottenute con enormi soddisfazioni e massimo impegno. Un concetto, quello della perfezione, che ha sempre inciso sulla mia persona. La ricerca costante dell'essere perfetta in tutto. Nello studio, nel lavoro, nella vita personale. Non sbagliare mai un colpo, vedere qualsiasi sconfitta come un qualcosa che intacchi la perfezione, macchiandola di nero.

L'ossessione della perfezione, che diventa il proprio fardello quando il meccanismo si inceppa. Inizio a stare male, a perdere peso. Sono le allergie, mi dicono i medici. Va adeguato il regime alimentare. Perdo peso, mi sento più agile e perfetta. Anche se i segni sul corpo, le smagliature che appaiono, le proporzioni che cambiano, mi trasformano. Non sono perfetta. Ho dei difetti. I fianchi troppo larghi, le gambe troppo grosse, il bacino troppo femminile. La voglia di essere sottile, minuta.

Davanti allo specchio, inizio a cercare di diventare perfetta. Il tunnel è quello del peso, la mente ragiona così. Meno mangio, meno peso. Più divento agile, più cerco di tonificare il mio corpo, meno difetti avrò. Inizio a coprire ogni singolo centimetro del mio corpo di bugie. "No, non sto dimagrendo". "No, sto benissimo". "Si, ho mangiato tutto", quando in realtà vivevo a mandarini e litri d'acqua.

"No, non ho bisogno di aiuto".

Chi mi stava accanto non si è accorto di nulla. Ci è voluta la pazienza di una persona, la sua persuasione, nel convincermi dopo diversi mesi ad accettare quanto meno di parlarne.

Da lì è iniziato tutto. Visite, controlli, colloqui. Il guscio che piano piano si incrina, si sgretola, crolla. Il castello di perfezione che non esiste più. Rimane un corpo riflesso nello specchio che non è più il mio. E, soprattutto, non è perfetto.

Passano i mesi, cambiano i medici, cambia la situazione. Mi allontano da un porto sicuro per entrare in un altro che chiude le porte dopo poco.
Non ho più alcun aiuto, alcun sostegno.

Qualcosa, in quel momento, scatta.
Non posso permettere all'incubo di riprendersi in mano la mia vita. Sono io che vivo, non lui per me. Devo cavarmela da sola, imparare ad allontanare l'incubo prima che sia troppo tardi. Trovare una chiave, una via d'uscita. Un modo per rialzarmi e andare oltre.
La strada da percorrere è lunga, in salita, tortuosa. Non ci sono barriere che mi proteggono dagli strapiombi. Non c'è alcun sostegno, alcun supporto.

Passano i mesi, gli anni. Cambiano le relazioni, cambiano i contesti, cambia tutto. L'incubo si allontana, ma una cosa resta uguale.

Io continuo a nascondere ogni singolo centimetro del mio corpo, e a provare vergogna nel mostrarmi. Non voglio che qualcuno mi possa vedere. Non voglio che qualcuno possa vedere che quel corpo riflesso nello specchio non è perfetto. Non voglio che il mio corpo sia fonte di rifiuto. Non voglio dare fiducia.

Poi una luce. Che mi insegna a rialzarmi e a risplendere, sempre.
A non provare vergogna, ad accettare ogni singolo centimetro del mio corpo come un bene assoluto. Finalmente la salita è finita, e dall'alto si vede un panorama stupendo. La luce.
 
Sara

 

mercoledì 13 marzo 2019

Il dolore che diventa forza



Ci sono tante verità nascoste dietro un disturbo alimentare, tante storie ma sopratutto tante sconfinate sensibilità.
Il disturbo costruisce muri sopra quell'immensa luce colorata che è la nostra indole, il nostro sentire.
Lo fa perché ci convince che è inadatto e sbagliato!
Eppure quello che tentiamo di seppellire è la nostra forza! Senza dover costruire mura, ci rende uniche e si ribella ad una malattia che si illude di cancellarla.
Quando abbiamo iniziato a erigere quei muri? Perché?
L'abbiamo fatto perché eravamo infelici.
E quando le cose intorno a noi non ci rendono felici e iniziamo ad avere paura di non essere capaci di cambiarle, inevitabilmente ci troviamo a farci del male, a reprimere i nostri bisogni e a punirci  per le nostre debolezze.
Ci costringiamo a vivere in una quotidiana agonia  che ci logora, forse nell'illusione di riuscire in qualche modo a gestirla con i giorni buoni, rialzandoci dai giorni meno buoni, motivandoci con parole, schemi e regole o forse per convincerci che tutta quell' infelicità è solo colpa nostra.
È più facile punire noi stessi che guardare chi hai di fronte e urlargli che è causa della tua infelicità, perché infondo di quelle persone tu hai bisogno!
Pensiamo che farlo porti ad una rottura ma a volte è solo dare a ciascuno la possibilità di cambiare. Ci permette di non restare appoggiati al loro carrozzone tentando di essere un peso leggero durante il cammino, ma di accompagnarci ognuno con le proprie forze, sostenendoci quando all'altro vengono a mancare.
Nessuno è detentore di una verità assoluta, siamo piccoli frammenti di verità e quando ci uniamo ci permettiamo di vederla da più angolature!
Il tuo sentire, quello che  non ascolti, è l'unica vera forza che hai!
È quella che ti tira fuori dalla malattia, dalle situazioni, è quella che grida "Guardami! Ascoltami!" senza dover mostrare un corpo scarno o un corpo troppo ingombrante!
È quell'onda che sommerge e porta via i muri che hai eretto, le voci,...
Vivendoti ti aiuterà a costruire la tua identità, che non ti definisce ma che sarà in continua evoluzione!
La malattia si è costruita attorno a quel sentire e lo ha fatto nell'illusione di difenderci dall'infelicità!
È probabile che la porteremo dentro di noi per sempre, come un colore scuro sull'anima, ma da guarita credetemi non è venuta per distruggerci è nata per insegnarci!
Mi ha insegnato che non c'è peggior nemico di noi stessi, ma mi ha anche insegnato che io sono la mia forza.
Mi ha insegnato a guardare le cose in 3D e cioè da più angolazioni per vedere e capire al meglio il senso delle cose.
Mi ha insegnato che il definirmi o provare ad essere perfetta, mi obbligava a vestire un abito troppo stretto.
Mi ha insegnato a non appoggiarmi agli altri ma ad abbracciarli.
Che il silenzio non è vuoto e che il dolore può diventare forza!

Clara

martedì 12 marzo 2019

Ricostruirsi.


Ciao, 
non so bene come salutarvi, non so come vi chiamate, da dove venite e cosa vi piace fare quando siete da sole in camera vostra. L’unica cosa che so di voi è che condividete il tempo, un posto in cui probabilmente non volete stare (ma fidatevi, vi salverà la vita) e che state provando dolore. E so che è proprio quel dolore che ho sentito (e a volte ancora sento)quando l’unica cosa che volevo fare era “scomparire da tutto e tutti cosicché nessuno possa più considerarmi un peso".
Lo so, è un pessimo inizio e una pessima presentazione, ma non mi aspetto applausi, lacrime, stima o approvazione. Non voglio neanche raccontarvi la mia storia, non oggi, è troppo lunga (so le cose che vi stanno passando per la testa: si, probabilmente le ho fatte quasi tutte) e a mio parere contorta per essere condensata in una sola lettera. A volte non la capisco neanche io, ed è la mia storia, per cui non preoccupatevi se non capite la vostra, non è necessario. Tante cose le capirete più avanti, altre probabilmente non le capiremo mai.
Vorrei solo raccontarvi perché io ho scelto di mollare la presa, di lasciare andare almeno un po’ di tutto quel dolore che mi portavo dentro, perché ho scelto di guarire, perché mi sono affidata . Ho sempre pensato che il ricovero fosse solo un altro modo per sentirsi malate di anoressia e tutte noi sappiamo quanto ci piaccia o ci sia piaciuto. Però ditemi, dove sta esattamente il bello? Lo so che la malinconia attrae, vi sento quando pensate “chissà che succede se da 45 scendo a 44”, “ma già che sono a 44 scendiamo a 42 così se dovessi prendere peso non sarebbe un problema”. Vi prego, lasciatevi guidare. Io avevo una frase, dalla quale staccarmi è stato un trauma. “Se hai il controllo va tutto bene”. Vi suona familiare, lo posso immaginare.
Il “controllo”. Ci sarebbe un libro da scrivere solo su questo. Ognuna di voi mi potrebbe scrivere otto capitoli e formeremmo un’enciclopedia dell’autodistruzione. Purtroppo però il controllo è un coltello di cristallo impugnato bene e con grande abilità, ma girato dalla parte del manico. Hai il controllo su tutto, sai perfettamente quanti passi hai fatto oggi, quanti chicchi di riso hai mangiato e quale sarà la tua media scolastica a fine anno. Però senti freddo, hai gli occhi spenti, il viso scavato, non riesci a credere a tua mamma se piange per te, non riesci a capire tuo padre se ti urla in faccia che ti stai rovinando. Non sai perché ma hai allontanato la tua migliore amica e il tuo migliore amico non ti ha chiamata più. Tutti sembrano dimenticarsi di te, nessuno sembra accorgersi del problema. In realtà tutti sono preoccupati ma tu non lo vedi, hai solo paura, freddo, ansia, sonno e tanta fame. Ma hai tutto sotto controllo.
Sei sola, ti chiedi come sia potuto accadere.
Ricordo una sera, sarà stato agosto forse, una cosa come un anno e mezzo fa, ero in bagno ed ero scoppiata a piangere perché ero esausta, stanca, non ne potevo più. Mi sono guardata allo specchio e vi giuro che non dimenticherò mai quegli occhi: non erano vuoti ma pieni di dolore, avevo le labbra gonfie, le guance rigate e due occhi che avrebbero spezzato chiunque li avesse guardati a metà: e lo fecero. Davanti a uno specchio, spezzarono me. Ero distrutta, me lo ricordo benissimo. Appoggiai le mani al lavandino, mi avvicinai a quegli occhi e le parole che dissi furono quasi una supplica: “ridammi Maria”.
Arriverà quel momento anche per voi, vi auguro sia meno doloroso, ma vi devo mettere in guardia sul fatto che probabilmente non sarà così.
Quella sera è stata la sera in cui ha avuto inizio la mia lotta, quella in cui ho smesso di fregarmene del mio dolore, del mio freddo, delle mie unghie blu e della spina dorsale che si snocciolava lungo la schiena e faceva male anche contro il materasso.
Vi diranno che dovete trovare delle ragioni per vivere, per lottare, per guarire. Ma la verità è che tante sono necessarie, ma solo una è imprescindibile e indispensabile: voi stesse.
Starete bene, ve lo prometto. Starete bene quando capirete che non c’è battaglia più giusta di quella che si combatte ogni giorno per noi stesse, non contro. Diventerete le vostre migliori amiche e le vostre più potenti rivali, ma senza essere avversarie.
La vita “dopo l’anoressia” non è come ve la descrivono i medici (e mi scuso con lo staff). Non è solo gioia, amore, gelati e serate in discoteca: è molto meglio.
Vi incazzerete, e lo farete di brutto. Lotterete, sbaglierete, troverete la vostra strada e il vero amore per poi scoprire che a volte è possibile scegliere una strada alternativa e amare per la seconda volta.
Se potessi tornare indietro forse uno schiaffone me lo tirerei, ma più che altro mi stringerei forte. Perché si, magari avevo bisogno di una strigliata, perché stavo sbagliando e avrei commesso una stronzata (passatemi il termine) pazzesca, ma più di tutto avevo bisogno di stringermi forte, di avere la certezza che andavo bene, che non c'era nulla di sbagliato nell'essere me, che non dovevo diventare nessun altro. Che ce la potevo fare.
Ma indietro non ci potevo tornare, e allora sono andata avanti. Come quando apri gli occhi dopo un incubo e pensi "oddio per fortuna era solo un brutto sogno", solo che del sogno io ne portavo le tracce addosso, e mi sono ritrovata a pensare "ma che sto facendo?".
E mi ringrazio, per essermi data fiducia. Ho raccolto tutti i miei pezzi e piano piano ho iniziato a ricostruirmi.
L'ho fatto per me, perché ho promesso a me stessa che tutti i sogni che avevo accantonato li avrei ripresi e coltivati uno per uno, che non mi sarei più buttata via, che non avrei più sprecato un solo attimo della mia vita ad ascoltare i mostri che mi avevano logorata fino ad allora.
Posso solo augurarvi di amare voi stesse nel bene e nel male, non lasciatevi mai.
Mi padre qualche mese fa mi scrisse "la vinceremo noi questa guerra".
Papà, avevamo già vinto.

M. J.